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giovedì 21 novembre 2013

Pierre Rosanvallon, La politica nell’era della sfiducia


Pierre Rosanvallon, 65 anni, dal 2001 docente di Storia Moderna e Contemporanea del Politico al prestigiosissimo Collège de France, è uno dei più importanti intellettuali francesi; il suo progetto intellettuale è di contribuire a realizzare una <<storia generale>> del politico, in grado di illuminare il cammino della democrazia comprendendone la sua storia.


Traendo queste indicazioni dalla sua prolusione programmatica al Corso, si tratta in altre parole di “pensare la democrazia ripercorrendo il filo della sua storia” (Rosanvallon, Il politico, Rubettino 2005, p. 13). Per l’autore francese, infatti, “la democrazia è una storia. Essa è assolutamente indissociabile da un processo di esplorazione e sperimentazione, di comprensione e di auto elaborazione”. Dunque rileggendo, “facendo rivivere la successione dei <<presenti>> intesi come altrettante esperienze che creano la nostra storia”, si può ricostruire anche la complessa struttura delle questioni politiche contemporanee “per cercare di renderle pienamente intellegibili”.  

In questo libro, viene compiuta una caratterizzazione della <<contro democrazia>>, neologismo che indica per l’autore francese l’insieme delle pratiche di sorveglianza, interdizione e giudizio che la società decentrata esercita verso il potere formalizzato negli organi rappresentativi e di governo. Si tratta quindi di poteri di correzione e pressione che non operano per sostituirsi ad esso. Una sorta di <<contro rappresentanza>>, ma molto più allargata, ed includente anche pratiche che non vogliono rappresentarsi e rappresentare, che esercitano una contraddizione essenzialmente distruttiva. In certo senso il libro è una riabilitazione della “sfiducia” e del suo ruolo di “pungolo”, ma nel compiere questa lettura resta anche sensibile anche ai rischi di una deriva, di un rischio liberticida, di una “perversione”.
Dunque la <<contro democrazia>> è la “democrazia non istituzionalizzata. Sono tutti quegli interventi civici nei confronti dei poteri, quei segni di sfiducia e d’esigenza che intervengono tra le elezioni. Si moltiplicano, il che è indice di una vitalità della democrazia” (R, p. 302).  

Il testo procede intorno ad alcuni focus tematici che potrebbero essere ricostruiti in questo modo:

-  che cosa la democrazia è sempre stata? È sempre stata “promessa e problema”, ha sempre avuto tensioni interne tra le prese di parola degli esclusi e degli osservatori e le azioni;
-  Che cosa è oggi? Oggi si vede, in stato avanzato, la dissociazione tra “legittimità” e “fiducia”; quindi la perdita di speranza, l’erosione del capitale politico di fiducia, la presa della “forma politica e sociale” di internet; dunque la prevalenza della <<democrazia del rifiuto>>, il diffuso senso di impotenza ed atrofia; la facilità alla formazione di “coalizioni negative” e della <<democrazia dell’imputazione>>;
- Che cosa era prima? Nel trentennio “felice”, la dinamica era strutturata dalla lotta di classe e da una divisione della sovranità di fatto secondo un principio di “doppia legittimità”, che riconosceva un luogo sistematico alle organizzazioni ed istanze dei lavoratori, ad una opposizione organizzata e visibile, ad attori con una identità stabile;
- Quali meccanismi sono all’opera? Essenzialmente ci troviamo davanti una <<democrazia della sorveglianza>>, in cui le figure essenziali diventano “vegliare”, “denunciare”, “verificare”; gli attori centrali diventano le “organizzazioni reattive”, le “autorità” e le “istanze di valutazione e loro tecnostrutture”; le legittimità sono quella “sociale procedurale”, “sostanziale”, e da “imparzialità”;
- Cosa potrebbe diventare la democrazia? Il rischio è che queste dinamiche scivolino, per via di estremizzazione, nel populismo, cioè nella rappresentazione illusoria e consolatoria di un “popolo”, puro ed unitario, contrapposto ad un “potere”, interamente corrotto.
- Cosa deve diventare? Occorre incorporare queste istanze positive, e questa energia dinamica, in un nuovo processo di istituzionalizzazione e di politicizzazione.  

Un programma, dunque denso e complesso, lo sforzo –l’autore non lo nasconde- di una ricostruzione storica ed attuale che, senza dimenticare la necessità del “lavoro scientifico più rigoroso e delle acquisizioni più pazienti”, partecipi alla vita civica, si confronti con gli eventi. Unendo “il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà” (R, Il politico, p.44). 

La “democrazia realmente esistente” è stata, dunque, sempre nella sua storia contemporaneamente una promessa ed un problema. Tutte le forme di democrazia sono state soggette a questa tensione e alle conseguenti contestazioni permanenti. Per Rosanvallon all’origine di questo fatto c’è un confitto insanabile tra “legittimazione” (formale) e “fiducia”. Tra il fatto dell’istituirsi di un potere “legittimo”, tramite meccanismo di designazione e rappresentanza, e la “fiducia” nell’azione e correttezza di questo. La fiducia è, infatti, una fondamentale <<istituzione invisibile>>, con una dimensione morale e sostanziale, soggetta ad una continua erosione fisiologica.
Il motivo è che la promessa di un potere pienamente trasparente è insostenibile, ma necessaria. Si tratta della “promessa di un regime legato ai bisogni della società, essendo quest’ultima fondata sulla realizzazione di un duplice imperativo di uguaglianza e di autonomia”.
Il potere si fonda su una “legittimità” che viene rinnovata ad intervalli (elettorali), ma la “fiducia”, necessaria a stabilizzare questa promessa, è invece una istituzione dal carattere continuo; si tratta in effetti di una sorta di “economizzatore istituzionale” che consente di fare a meno di complessi e impegnativi meccanismi di verifica e prova.
Guardando la cosa da questo punto di vista, la “sfiducia” è dunque, contemporaneamente, un problema e una risorsa (come tende a dimostrare l’autore). In questa prospettiva, infatti, il problema di ogni democrazia è sempre stato di istituire, o lasciar crescere, tutto un intreccio di pratiche, verifiche, contropoteri e istituzioni la cui funzione è di organizzare la sfiducia. Queste pratiche vanno allora comprese come “facenti politicamente sistema”.  

Tuttavia a questo punto Rosanvallon inserisce una distinzione importante: bisogna comprendere che sono presenti, talvolta contemporaneamente, due strade della sfiducia. Quella liberale e quella democratica. La prima è orientata (ad esempio Madison) a prevenire l’accumulazione eccessiva dei poteri, ed il suo scopo è proteggere l’individuo dagli sconfinamenti del potere. In effetti, “lo scopo è porre limiti al mandato democratico” (un altro esempio è Constant), si tratta di una prospettiva segnata da un atteggiamento cauto e pessimista verso la democrazia.
La prospettiva democratica è, sotto alcuni profili, opposta: il suo scopo è sorvegliare il potere perché resti fedele al bene comune.
In questa duplice accezione la “contro democrazia” non è “il contrario della democrazia; è piuttosto una forma di democrazia che controlla l’altra, la democrazia dei poteri indiretti disseminati nel corpo sociale, la democrazia della sfiducia organizzata di fronte alla democrazia della legittimità elettorale” (R, p. 17). È, insomma, una sorta di <<contrafforte>>, una vera “forma politica”.  

Ora, anche rispetto a quelle precedenti, le società contemporanee sono strutturalmente segnate, in particolar modo, da un’erosione generale del ruolo della fiducia nel loro funzionamento. Questa erosione generale ha tre fonti:
-  un disincanto scientifico, ben descritto da Ulrick Beck, che determina la rottura della fiducia nella tecnica e la diffidenza verso il futuro;
-  uno spiazzamento economico, che nasce dall’acuta percezione della mancanza di controllo delle dinamiche economiche da parte della politica;
-  una rottura e sfilacciamento sociologico, che va normalmente sotto il nome di “società dell’esclusione” o “dell’incertezza”.  

L’insieme di queste tre “perdite di fiducia” attiva una ricerca di forme di <<contropotere>>, che si manifestano tramite tre modalità principali:
- la vigilanza, il cui scopo è “mettere alla prova la reputazione del potere”; una “reputazione” che in effetti ormai è la vera istituzione invisibile del nostro tempo. Un potere che già nella rivoluzione francese fu considerato (dal “Club dei Cordiglieri”) “la sovranità nazionale nella sua stessa essenza” (1790), cit. p.43. Essenziale per articolare la “funzione di agenda”.
- l’interdizione, il cui scopo è bloccare il potere, non lasciarlo esprimere, revocarne i singoli atti ed azioni. Si formano a questo scopo mobili “coalizioni negative” che sono estremamente più facili e sono capaci di adattarsi molto bene alle loro contraddizioni. Sono tenute insieme, infatti da ciò che rifiutano, non da ciò che vogliono. Tramite la prevalenza di queste “coalizioni negative” la nuova <<democrazia del rifiuto>> si sovrappone e prevale alla <<democrazia del programma>>. Senza il quadro generale, ci si concentra sulle figure.
- Il giudizio, emerge una figura accigliata e censoria, il “popolo giudice”. Il cui scopo è additare ed accusare i fallimenti del potere, esporli al pubblico disprezzo.  

Al “popolo-elettore del contratto sociale si sono così sostituite in modo sempre più attivo le figure del <<popolo-controllore>>, del <<popolo-veto>> e del <<popolo-giudice>>” (R, p. 24). 

Ma se questo è vero, bisogna concludere che noi non siamo in un’età di apatia e passività. Tutto il contrario, siamo nel pieno delle <<democrazie d’espressione>>, <<di coinvolgimento>> e <<d’intervento>>. Il problema è un altro, non della passività ma dell’<<impolitica>>, “cioè della incomprensione globale dei problemi  legati all’organizzazione di un mondo comune”. Questa <<contro-politica>> è infatti tutta rivolta all’umiliazione, al controllo esterno, dei poteri; non alla loro conquista per l’azione trasformativa.” Si tratta di atteggiamenti essenzialmente reattivi, una “contro democrazia impolitica” (R, p. 29).
Ma c’è una seconda conseguenza in questa mutazione: viene nascosta la visibilità e la leggibilità delle cose. In effetti senza comprensione, visibilità e leggibilità non può esserci il politico.  

Abbiamo dunque, riassumendo, una forte espressione di forza sociale (che è “domanda, sanzione e contestazione”) che, però, non riesce ad esprimersi attraverso il lento ritmo delle istituzioni della democrazia elettorale. Questo è il problema. E non riesce a diventare progetto politico. 

Anche se questa dinamica genera un problema, per Rosanvalon, rappresenta però anche un valore. Il potere di sorveglianza riequilibra infatti la tendenza alla <<aristocrazia di fatto>> (secondo la bella espressione di Mirabeau) in cui ogni rappresentanza tende a scivolare. Esprime il tentativo del controllo del  potere da parte della società.
Allora gli attori centrali di questa funzione sociale sono <<i movimenti contro-democratici>> che sfuggono alla funzione di rappresentanza; vere non-organizzazioni di vigilanza e controllo il cui obiettivo è affrontare singole situazioni per influenzare il potere, non per prenderlo. Movimenti che si muovono in uno spazio nel quale l’autorità dei partiti politici è compromessa e lo è quello stesso della politica (R, p. 68). Svolge in questo contesto una particolare funzione la dinamica connessa ad internet, che è “la funzione stessa della sorveglianza”, una vera e propria “forma sociale” e “forma politica”, pura circolazione, pura interazione (R. p. 70). Naturalmente non è un luogo libero, esso si presta palesemente a derive e manipolazioni di ogni genere.  

Tutto ciò genera una “sovranità complessa” (R. p. 121) che possiamo anche seguire nel suo sviluppo lungo la storia, dalla Grecia antica, al medioevo, all’epoca della riforma; in protagonisti come John Knox; nei tentativi illuministi e nella concezione opposta dei giacobini; nello sforzo continuo di articolare un “potere negativo”, nella posizione di Fichte, nei dispositivi liberali.  

Una forma di politica negativa di successo è stata incarnata anche dalla “lotta di classe” (R, p. 144) attraverso la quale si è giunti al compromesso di fatto di articolare la sovranità in quella “politica” (rappresentata dai poteri formali e dalla rappresentanza) e quella “sociale” (rappresentata dalla autoorganizzazione del mondo del lavoro). Questo conflitto fondamentale anzi “ispirava in permanenza, attivandola e analizzandola la vita della società”. In questo contesto, ad esempio, l’opposizione giocava un ruolo di “sostenere, correggendolo, lo stesso potere che combatteva” (un ruolo riformista di fatto).
Questa funzione critica ha tenuto per due secoli in tensione la democrazia; attraverso il riconoscimento del fenomeno della divisione sociale, l’esistenza di una opposizione strutturata e la forza di una cultura morale critica del potere. Ma oggi tutte queste componenti si sono erose.
1- i termini del conflitto di classe “sono stati oscurati” dalla terza rivoluzione industriale; sussistono ancora, forse più che mai, ma non sono più “visibili”. Il mondo del lavoro ha perso la sua capacità di interdizione, attraverso la perdita della sua compattezza e centralità.
2- La rappresentanza sociale e politica è andata in crisi, la società è diventata meno leggibile. “le due sovranità, critica sociale e politica positiva, hanno ceduto insieme”.
3- Si è avuto un irresistibile declino dei partiti, che non organizzano più le visioni del futuro e non fanno più sistema con l’opinione pubblica.  

In questo contesto, oggi prevalgono “gli scontenti” ed il “rifiuto” (R. p. 163). Dall’altra parte, quella assediata, prevalgono invece il corporativismo e l’immobilismo (R. p. 169), che è “diventato ormai una caratteristica generale delle società democratiche”.  

Questa evoluzione è spiegata da Rosanvallon come effetto del terminale logoramento dell’idea della politica come scelta tra modelli diversi (in ultimo “venuta giù” insieme al muro per molti). In conseguenza ora i cittadini si organizzano in modo reattivo, cosa che –in termini di modulo organizzativo- ha anche un vantaggio strutturale. Non si tratta, però, di una passività; è più che altro una <<democrazia diretta regressiva>>, una sorta di “consenso per difetto”, un “doloroso e impotente restringimento” (R. p. 174). Sicuramente anche una teatralizzazione, una centralità del momento dell’accusa, dell’invettiva, dell’imputazione.
Cambia anche l’atteggiamento individuale, “è la percezione stessa della radicalità ad avere cambiato natura. Essa ormai ha abbandonato la prospettiva di un grande avvenire, immaginandosi invece con le modalità di una voce morale inflessibilmente preposta a stigmatizzare i potenti o a risvegliare i dormienti” (R., p. 239). Non si può dire ci manchino gli esempi di questo abbandono di obiettivi politici in favore di scopi morali o pratici.
Tutto ciò provoca indirettamente una certa atrofia, paralisi del campo politico, un sentimento di impotenza e di paura; che non è naturalmente l’ambiente ottimale per agire e decidere in modo rapido ed efficiente. Del resto l’obiettivo di questi <<contro movimenti>> non è conquistare il potere, ma precisamente “contenerlo ed inibirlo”. I qualche modo paralizzarlo. 

La deriva e deformazione, ma nei termini di una estremizzazione, di questa dinamica ambivalente è il “populismo”, che radicalizza ognuno dei termini citati, restituendo l’immagine di un popolo omogeneo e coeso, puro e sano, cui si contrapporrebbe una sfera organizzata della rappresentanza completamente marcia e degradata. Questa immagine, che ha il suo antesignano in Marat, incarna una ridicolizzazione della <<democrazia di sorveglianza>>; istituisce uno stile di “derisione pubblica” (R, p. 251). 

Dunque per Rosanvallon, tre sono le dimensioni costitutive essenziali della scena contemporanea:
- il governo elettorale-rappresentativo (attraversato da tensioni strutturali);
- l’attività contro-democratica (che andrebbe consolidata e in parte istituzionalizzata);
- il lavoro del “politico” (che dovrebbe costruire senso, produrre un mondo leggibile, simbolizzare il potere e verificare le diversità).  

In questa scena occorre operare. 

Il lavoro del politico, in particolare, che è forse la dimensione più carente in questo momento è descritto da Rosanvallon come l’attività riflessiva e deliberativa che diventa luogo nel quale vengono elaborate le regole capaci di fondare un mondo comune. Sono elementi essenziali la determinazione dei principi di giustizia, arbitrato quindi tra gli interessi dei diversi gruppi ed articolazione tra pubblico e privato. Naturalmente uno dei primi nodi di tale attività è garantire la leggibilità e visibilità. Prendere posizione, e gettare ponti, anche nel conflitto tra rappresentanza e democrazia. Cioè tra la tensione ad allargare la sovranità e quella a restringerla. Ad intendere la democrazia formale come mera protettrice delle libertà individuali o come effettiva sovranità del popolo. Si tratta di tensioni entro le quali occorre prendere posizione.
Si muove in questo spazio la questione della <<democrazia partecipativa>, con la sua tendenza alla “discesa verso il locale” e della <<democrazia deliberativa>> (Habermas, Manin, Cohen, Elster) con il suo rischio di scivolare verso un ingenuo consensualismo.
Un cantiere che l’autore considera promettente, per evitare sia l’arroccamento nella <<aristocrazia di fatto>>, sia gli scivolamenti nel <<populismo>>, nel <<locale>> o nel <<consensualismo>>, è l’organizzazione dell’universo <<contro-democratico>>. Occorre a questo fine ricostruire un senso autentico del politico.  

Occorre dunque “superare la frammentazione e lo sbriciolamento attraverso la ricostruzione di della visione di un mondo comune. Sentimento di impotenza e crisi di senso, infatti, si sono mutuamente nutriti”.
Per questo, non diversamente da Fabrizio Barca, ad esempio, anche per Rosanvallon “il problema principale oggi è il vuoto di senso e non il vuoto della volontà” (R. p 283). 

Il lavoro da fare è rivolto:
- a produrre un mondo leggibile, operando una dimensione fondamentalmente cognitiva del politico, che aiuta la cittadinanza a rappresentarsi, costituendosi. A mettersi di fronte alle proprie responsabilità, ad affrontare i problemi. Ad aiutare gli individui ad orientarsi.
- A simbolizzare il potere collettivo, trasformando un “popolo introvabile” in una comunità viva.
- A verificare le diversità sociali, “chiarendo il sistema delle interazioni reali che formano le differenze e le divisioni” (R., p. 288).

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