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lunedì 25 novembre 2013

Circa Roberto Saviano “Nella terra dei fuochi”

Roberto Saviano, scrittore notissimo per le sue battaglie contro le mafie campane, esce, dopo un prolungato silenzio di riflessione, con un lungo articolo per La Repubblica in cui sostiene che siamo di fronte ad un suicidio. L’eliminazione dell’agricoltura campana da parte degli stessi agricoltori che dovrebbero, che hanno per secoli, avere cura della terra. Da parte di chi su questa terra ci è nato e cresciuto.
Nell’analisi di Saviano troviamo l’incontro tra interessi a ridurre i costi di produzione, per sostenere una concorrenza sempre più spietata ed una competitività sempre più difficile, da parte dei produttori di rifiuti con quelli dei prestatori di servizi senza scrupoli, disponibili a far girare “le bolle” (che non sono una parte anatomica, ma una certificazione che accompagna il rifiuto) per fornire un servizio richiesto, ed essere a loro modo competitivi, e soprattutto gli agricoltori. Questi ultimi invece di curare la terra la vendono. Schiacciati dalla competizione internazionale e dalla grande distribuzione, che cerca di ridurre al minimo il costo del prodotto secondo il famoso “Modello Wall Mart”, pressati dalla concorrenza dei vicini, gli agricoltori sono andati in cerca in questi ultimi anni di sempre più creative fonti di reddito ausiliare (l’agriturismo, le energie rinnovabili, la didattica, …). Da tempo ne hanno scoperta un’altra più interessante, che ha fatto cadere la barriera: “l’agricoltura smette di essere la fonte primaria di guadagno per i coltivatori diretti che spesso cedono o affittano una parte delle loro terre alle imprese, o più spesso a loro intermediari, per lo sversamento illecito dei rifiuti”. Integrano il reddito e vanno avanti. Fingono di credere che quei rifiuti non siano pericolosi. Ma questo è solo l’avvio di una spirale, infatti i rifiuti avvelenano (anche l’immaginazione) e riducono il valore dei campi vicini, anzi di tutta la piana campana. In conseguenza i prodotti valgono di meno, e gli agricoltori diventano ancora più deboli. Ormai, del resto, non possono neppure più andare in fabbrica, come i loro padri e nonni.
 
Saviano, a questo punto, indica le responsabilità: oltre a quelle dei carnefici/vittime, quelle della borghesia napoletana e casertana, che si è sempre girata dall’altra parte, che ha evitato di prendere parte, che qualche volta si è prestata (con qualche “colletto bianco”). Ma anche quella della politica, e ne indica qui due: Bassolino e Cosentino. Rispettivamente il primo Presidente della Regione Campania per due legislature, del PD, e il secondo influente parlamentare capo dell’opposizione e poi uno dei king maker della nuova giunta regionale campana, politico di FI, poi PDL. Ricorda la piena assoluzione del primo nei processi a suo carico, giustamente rimarcando che l’innocenza giudiziaria non libera dalla responsabilità politica. Dimentica di caratterizzare il ruolo del secondo (dato che spende una intera colonna per il primo).
 
Poi arriva la parte più interessante, Saviano correttamente indica la necessità di procedere ad una operazione di conoscenza, indica la necessità di “uscire definitivamente –anche linguisticamente prima che nei fatti – da una logica della emergenza”, specifica che bisogna procedere a perimetrare e distinguere: tra zone compromesse totalmente, ed altre dove si può intervenire con spese minori; tra zone libere e sane, e zone da contenere. Altrimenti “tutto viene dato per spacciato”, e questo aggiunge danno al danno. Implementa cioè quella logica del degrado che ha portato al danno; costringe altri alla <compromissione di sopravvivenza>. Infatti “non tutte le aree sono state sfruttate nello stesso modo, non tutte hanno lo stesso grado di inquinamento. Non tutte presentano tracce delle medesime sostanze e non tutte nella stessa quantità”.
Se non si fa questo -ha ragione Saviano- assisteremo ad un circuito inverso: i prodotti campani saranno espulsi dalla grande distribuzione, entreranno nel circuito criminale che li collocherà negli stessi scaffali dopo un “giro di bolla” ed una miscelazione. Si tratta dello stesso know how, solo che questa volta sarà dal sud al nord, e di arance e fragole invece che di rifiuti.
 
 
Fin qui l’articolo di Roberto Saviano, devo dire che lo condivido in pieno (e non sempre mi è capitato). Bisognerebbe mettere al bando la parola <<bonifica>> con riferimento al territorio vasto. Usare questo termine fa di tutta erba un fascio e fa immaginare, ai pochi ben informati, colonne di camion che portano la terra al nord –nei pochi impianti esistenti di soil-washing (lavaggio del suolo) o di adsorbimento termico- con migliaia di nuovi lavoratori socialmente utili da assumere, e nuovi carrozzoni da guidare.
Grazie, abbiamo già visto, già subito, già dato.
 
Ciò che serve è invece la <<messa in sicurezza>>; abbiamo bisogno di assicurare che le sostanze inquinanti siano isolate, che siano bloccate, che non entrino in contatto con l’uomo e gli animali. Poi, secondo i tempi e le risorse necessarie (perché neppure possiamo prendere tutte le risorse per gli asili, o per gli insegnanti di sostegno, o per l’assistenza agli anziani e spenderla per muovere terra), le aree confinate, protette, saranno <<bonificate>>. Secondo la legge che c’è (ed è ottima) e secondo le procedure e istituzioni ordinarie.
Dunque, e torno a Saviano, bisogna procedere alla conoscenza, alle analisi, alla conseguente perimetrazione delle aree compromesse, al divieto di produzione agricola dove necessario. Ma il divieto di produzione mette gli agricoltori nelle massime condizioni di debolezza (nelle quali non gli resterà che scegliere tra “affittare” il suolo di nuovo o coltivare di nascosto) e quindi occorre determinare un uso del suolo non pericoloso. Disponibili sono gli utilizzi per bioenergie (Saviano cita il bioetanolo), ma potrebbe anche essere fotovoltaico (nelle corrette proporzioni). L’importante è che il suolo sia utilizzato, che produca reddito e che non determini altre forme di assistenzialismo e dipendenza (generando “professionisti dell’inquinamento”).
 
Vorrei aggiungere, in fine, due considerazioni: la natura è il più efficace bonificatore che esista, il suolo e i microrganismi che lo abitano ha enormi capacità di autodepurazione. Bisogna dargli il tempo, e si può aiutare con le appropriate tecniche biologiche e le appropriate culture. Tra le due possibili modalità di bonifica, anche considerando il valore della piana campana e del suo suolo (che sin dall’antichità era il più fertile del mondo conosciuto), tra l’asportazione e la bioremedetion bisogna scegliere la seconda. Capisco che i camion e le macchine di movimento terra resteranno senza lavoro, mi spiace per le migliaia di lavoratori che non avranno in dotazione una bella pala, ma in questo modo, almeno questo giro, i soliti ben noti resteranno disoccupati.
 
La seconda considerazione, non me ne voglia Saviano, è che ci sono colpe e colpe. Quella di Bassolino è enorme, non scusabile e non redimibile, ma è molto diffusa e merita una riflessione meno moralistica. In un breve post del 2011, per Il Sole 24 Ore, parlando della pressione della piazza sulla nuova Giunta di Napoli, scrissi “una delle caratteristiche (non solo) del bassolinismo è stata la spesa pubblica concepita come fonte da spremere senza considerazione (o troppo secondaria considerazione) per le ragioni dell'efficienza e del senso delle proporzioni.
un <deficit spending> tutto orientato a dare risposta ad una (obiettivamente difficilmente sostenibile, ed anche umanamente comprensibile, ma non giustificabile) pressione sul sistema decisionale da parte di forze orientate solo ad avere soddisfazione immediata dei loro bisogni.
tale risposta è stata storicamente, e non solo in Campania, erogata tramite meccanismi clientelari che sono semplicemente nella natura delle cose fatte attraverso gli uomini (intendo dire che quando si fa qualcosa lo si fa attraverso organizzazioni, e queste sono fatte di uomini che hanno le loro debolezze e difetti. inoltre le organizzazioni tendono ad un trattamento amministrativo delle procedure, e in questo non è difficile far passare parzialità)…. provo a dirlo in altro modo: il bassolinismo (non da solo) ha la colpa di non essere partito dai servizi ma dalla domanda sociale. e alla fine di aver usato i servizi per soddisfare la domanda.”
 
E' una responsabilità politica gravissima. Ma quella di Cosentino, a quanto si legge da atti giudiziari che non hanno ancora concluso il loro corso, sembra ben altra.
 
 

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