Nell’analisi di
Saviano troviamo l’incontro tra interessi
a ridurre i costi di produzione, per sostenere una concorrenza sempre più
spietata ed una competitività sempre più difficile, da parte dei produttori di rifiuti con quelli dei prestatori di servizi senza scrupoli,
disponibili a far girare “le bolle” (che non sono una parte anatomica, ma una
certificazione che accompagna il rifiuto) per fornire un servizio richiesto, ed
essere a loro modo competitivi, e soprattutto gli agricoltori. Questi ultimi invece di curare la terra la
vendono. Schiacciati dalla competizione internazionale e dalla grande
distribuzione, che cerca di ridurre al minimo il costo del prodotto secondo il
famoso “Modello Wall Mart”, pressati dalla concorrenza dei vicini, gli
agricoltori sono andati in cerca in questi ultimi anni di sempre più creative
fonti di reddito ausiliare (l’agriturismo, le energie rinnovabili, la
didattica, …). Da tempo ne hanno scoperta un’altra più interessante, che ha
fatto cadere la barriera: “l’agricoltura smette di essere la fonte primaria di
guadagno per i coltivatori diretti che spesso cedono o affittano una parte
delle loro terre alle imprese, o più spesso a loro intermediari, per lo
sversamento illecito dei rifiuti”. Integrano il reddito e vanno avanti. Fingono
di credere che quei rifiuti non siano pericolosi. Ma questo è solo l’avvio di
una spirale, infatti i rifiuti avvelenano (anche l’immaginazione) e riducono il
valore dei campi vicini, anzi di tutta la piana campana. In conseguenza i prodotti
valgono di meno, e gli agricoltori diventano ancora più deboli. Ormai, del
resto, non possono neppure più andare in fabbrica, come i loro padri e nonni.
Saviano, a
questo punto, indica le responsabilità: oltre a quelle dei carnefici/vittime,
quelle della borghesia napoletana e casertana, che si è sempre girata dall’altra
parte, che ha evitato di prendere parte, che qualche volta si è prestata (con
qualche “colletto bianco”). Ma anche quella della politica, e ne indica qui due:
Bassolino e Cosentino. Rispettivamente il primo Presidente della Regione Campania per
due legislature, del PD, e il secondo influente parlamentare capo dell’opposizione e poi
uno dei king maker della nuova giunta regionale campana, politico di FI, poi PDL. Ricorda la
piena assoluzione del primo nei processi a suo carico, giustamente rimarcando
che l’innocenza giudiziaria non libera dalla responsabilità politica. Dimentica
di caratterizzare il ruolo del secondo (dato che spende una intera colonna per il
primo).
Poi arriva la
parte più interessante, Saviano correttamente indica la necessità di procedere
ad una operazione di conoscenza, indica la necessità di “uscire definitivamente
–anche linguisticamente prima che nei fatti – da una logica della emergenza”,
specifica che bisogna procedere a perimetrare e distinguere: tra zone
compromesse totalmente, ed altre dove si può intervenire con spese minori; tra
zone libere e sane, e zone da contenere. Altrimenti “tutto viene dato per
spacciato”, e questo aggiunge danno al danno. Implementa cioè quella logica del
degrado che ha portato al danno; costringe altri alla <compromissione di
sopravvivenza>. Infatti “non tutte le aree sono state sfruttate nello stesso
modo, non tutte hanno lo stesso grado di inquinamento. Non tutte presentano
tracce delle medesime sostanze e non tutte nella stessa quantità”.
Se non si fa
questo -ha ragione Saviano- assisteremo ad un circuito inverso: i prodotti campani saranno espulsi
dalla grande distribuzione, entreranno nel circuito criminale che li collocherà
negli stessi scaffali dopo un “giro di bolla” ed una miscelazione. Si tratta
dello stesso know how, solo che questa volta sarà dal sud al nord, e di arance
e fragole invece che di rifiuti.
Fin qui l’articolo
di Roberto Saviano, devo dire che lo condivido in pieno (e non sempre mi è capitato).
Bisognerebbe mettere al bando la parola <<bonifica>> con
riferimento al territorio vasto. Usare questo termine fa di tutta erba un
fascio e fa immaginare, ai pochi ben informati, colonne di camion che portano
la terra al nord –nei pochi impianti esistenti di soil-washing (lavaggio del
suolo) o di adsorbimento termico- con migliaia di nuovi lavoratori socialmente
utili da assumere, e nuovi carrozzoni da guidare.
Grazie, abbiamo
già visto, già subito, già dato.
Ciò che serve è
invece la <<messa in sicurezza>>; abbiamo bisogno di assicurare che le
sostanze inquinanti siano isolate, che siano bloccate, che non entrino in
contatto con l’uomo e gli animali. Poi, secondo i tempi e le risorse necessarie
(perché neppure possiamo prendere tutte le risorse per gli asili, o per gli
insegnanti di sostegno, o per l’assistenza agli anziani e spenderla per muovere
terra), le aree confinate, protette, saranno <<bonificate>>.
Secondo la legge che c’è (ed è ottima) e secondo le procedure e istituzioni
ordinarie.
Dunque, e torno a
Saviano, bisogna procedere alla conoscenza, alle analisi, alla conseguente perimetrazione
delle aree compromesse, al divieto di produzione agricola dove necessario. Ma
il divieto di produzione mette gli agricoltori nelle massime condizioni di
debolezza (nelle quali non gli resterà che scegliere tra “affittare” il suolo
di nuovo o coltivare di nascosto) e quindi occorre determinare un uso del suolo
non pericoloso. Disponibili sono gli utilizzi per bioenergie (Saviano cita il
bioetanolo), ma potrebbe anche essere fotovoltaico (nelle corrette proporzioni).
L’importante è che il suolo sia utilizzato, che produca reddito e che non
determini altre forme di assistenzialismo e dipendenza (generando “professionisti
dell’inquinamento”).
Vorrei
aggiungere, in fine, due considerazioni: la natura è il più efficace
bonificatore che esista, il suolo e i microrganismi che lo abitano ha enormi
capacità di autodepurazione. Bisogna dargli il tempo, e si può aiutare con le
appropriate tecniche biologiche e le appropriate culture. Tra le due possibili
modalità di bonifica, anche considerando il valore della piana campana e del
suo suolo (che sin dall’antichità era il più fertile del mondo conosciuto), tra
l’asportazione e la bioremedetion bisogna scegliere la seconda. Capisco che i
camion e le macchine di movimento terra resteranno senza lavoro, mi spiace per
le migliaia di lavoratori che non avranno in dotazione una bella pala, ma in
questo modo, almeno questo giro, i soliti ben noti resteranno disoccupati.
La seconda
considerazione, non me ne voglia Saviano, è che ci sono colpe e colpe. Quella
di Bassolino è enorme, non scusabile e non redimibile, ma è molto diffusa e
merita una riflessione meno moralistica. In un breve
post del 2011, per Il Sole 24 Ore, parlando della pressione della piazza
sulla nuova Giunta di Napoli, scrissi “una delle caratteristiche (non solo)
del bassolinismo è stata la spesa pubblica concepita come fonte da
spremere senza considerazione (o troppo secondaria considerazione) per le
ragioni dell'efficienza e del senso delle proporzioni.
un <deficit spending> tutto orientato a dare risposta ad una (obiettivamente difficilmente sostenibile, ed anche umanamente comprensibile, ma non giustificabile) pressione sul sistema decisionale da parte di forze orientate solo ad avere soddisfazione immediata dei loro bisogni.
tale risposta è stata storicamente, e non solo in Campania, erogata tramite meccanismi clientelari che sono semplicemente nella natura delle cose fatte attraverso gli uomini (intendo dire che quando si fa qualcosa lo si fa attraverso organizzazioni, e queste sono fatte di uomini che hanno le loro debolezze e difetti. inoltre le organizzazioni tendono ad un trattamento amministrativo delle procedure, e in questo non è difficile far passare parzialità)…. provo a dirlo in altro modo: il bassolinismo (non da solo) ha la colpa di non essere partito dai servizi ma dalla domanda sociale. e alla fine di aver usato i servizi per soddisfare la domanda.”
un <deficit spending> tutto orientato a dare risposta ad una (obiettivamente difficilmente sostenibile, ed anche umanamente comprensibile, ma non giustificabile) pressione sul sistema decisionale da parte di forze orientate solo ad avere soddisfazione immediata dei loro bisogni.
tale risposta è stata storicamente, e non solo in Campania, erogata tramite meccanismi clientelari che sono semplicemente nella natura delle cose fatte attraverso gli uomini (intendo dire che quando si fa qualcosa lo si fa attraverso organizzazioni, e queste sono fatte di uomini che hanno le loro debolezze e difetti. inoltre le organizzazioni tendono ad un trattamento amministrativo delle procedure, e in questo non è difficile far passare parzialità)…. provo a dirlo in altro modo: il bassolinismo (non da solo) ha la colpa di non essere partito dai servizi ma dalla domanda sociale. e alla fine di aver usato i servizi per soddisfare la domanda.”
E' una responsabilità politica gravissima. Ma quella di Cosentino, a quanto si legge da atti giudiziari che non
hanno ancora concluso il loro corso, sembra ben altra.


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