Dopo un assaggio
di ottimismo (nel pezzo di Carlo
Altomonte), ora uno di realismo e pessimismo dell’intelligenza; Timoty
Garton Ash, dalle colonne
di La Repubblica, richiama la nostra attenzione sulle debolezze estreme
della politica Europea e il contesto dei partiti nazionalisti che presumibilmente
tracimeranno gli argini nelle elezioni di metà 2014. La Germania è, infatti,
impegnata in una difficilissima trattativa tra SPD e CDU tutta concentrata su
temi interni (il salario minimo garantito, la politica energetica, la questione
della doppia cittadinanza) mentre il tema della crisi europea e dell’Euro è
relegata al margine. È notizia di oggi che sarebbe stato raggiunto un accordo
per rigettare la “messa in comune” del debito (gli “Eurobond”) richiesta da
Francia, Italia e Spagna. D’altra parte ci sono preoccupazioni sulla verifica
della base della SPD (mentre malumori si sentono anche in quella della CDU) che
potrebbero far saltare l’accordo, costringendo la Germania ad altri mesi di
convulse trattative (i numeri, e i fatti politici, dicono che sono possibili
solo un’alleanza tra SPD e CDU, o una tra CDU e Verdi) o –nella peggiore
ipotesi- a tornare al voto.
La Francia sta
attraversando una fase di difficoltà politica, con un Presidente Hollande che fatica
ad imporsi ed è altamente impopolare e debole.
Di noi credo sia
sufficientemente superfluo parlare. In queste condizioni Ash definisce “ridicolo”
il sogno che queste élite riescano a dare risposte efficaci (e che soprattutto siano riconosciute tali)
ai problemi dell’Europa e della costruzione istituzionale nella quale hanno
investito le ultime due generazioni.
Ma il quadro è
vivacizzato da “una straordinaria varietà di pertiti di protesta nazionalisti”.
Abbiamo l’Indipendence Party britannico, la Allianz fur Deutschland (che ha
sfiorato il clamoroso ingresso nel Bundestag alle ultime elezioni), i
neofascisti di Alba Dorata in Grecia, lo Jobbik ungherese, il Fronte Nazionale
francese (accreditato di grande crescita e leadership), i nazionalisti
catalani, il Movimento 5 Stelle italiano, Vlaams in Belgio, i Finlandesi
Finnici, il Partito Popolare danese, i Partiti per la Libertà in Austria ed
Olanda. Alcuni di questi partiti in queste settimane stanno cercando di
federarsi, comunque sono accreditati di un risultato tra il 10 ed il 25%. Soffia
nelle loro vele lo scontento delle classi popolari e della borghesia dei decili
inferiori (nella distribuzione del reddito), la paura della disoccupazione o la
sua effettiva sofferenza, lo sconcerto per la cieca austerity, e per l’indifferenza
burocratica di Bruxelles.
Nel conflitto fondamentale, potenzialmente
polarizzante, tra il risparmio e l’accumulazione
sotto forma finanziaria (che tende ad affluire in alto e richiama protezione a
gran voce, in questo esprimendo il timore per l’inflazione e per ogni spesa,
passibile di creare potenziale minaccia indiretta alla sostenibilità della
restituzione dei crediti) e la
remunerazione del lavoro (che tende ad inaridirsi in basso, man mano ci si
allontana dai “lavori della conoscenza” e “dell’informazione”, privilegiati
dalla generale dematerializzazione dell’assetto riproduttivo della società
contemporaneo), queste posizioni tendono ad essere viste come risposte
credibili. Abbiamo visto qualche settimana fa lo scontro-dibattito tra Jurgen
Habermas (portatore di un pensiero cosmopolita ostinato) e Wolfgang
Streeck (“da sinistra” proponente di un ritrarsi dietro le cortine
protettive dello Stato Nazione). Questo conflitto (o meglio, la sua raggiunta
centralità) è il portato ultimo della globalizzazione liberista, cioè dell’interpretazione
liberista e libertaria della facoltà di scambiare senza freni nazionali
capitali e merci sui mercati. Questa impostazione, come è ovvio e previsto,
mette in contatto tra di loro mercati, risparmiatori e lavoratori diversi,
costringendo gli uni e gli altri ad aumentare la propria efficienza nel senso
della capacità di sopraffare la controparte. Si tratta di una meccanica che
genera polarizzazione ed ineguaglianza verso l’alto e distribuzione più
livellata verso il basso. Lo dico in un altro modo: non è essenziale (o meglio,
lo è meno) in questo “ambiente”, se si possiedono o meno mezzi di produzione
mentre lo diventa se si è posizionati entro i “flussi” dominanti o nelle “sacche”
intermedie. Purtroppo la grandissima maggioranza della società occidentale è
nelle “sacche” e resta intrappolata entro esse insieme ai suoi stabilimenti,
beni mobili o immobili, carriere e speranze. Il tema ha ampia trattazione
sociologica ed economica. Per restare alla prima si deve ricordare Sennett,
Bauman,
Beck,
Crouch,
Habermas;
la seconda Fitoussi,
Rajan,
Stiglitz,
Krugman,
per restare ad alcuni.
Come, del resto,
si vede bene dalle ricerche della Banca Mondiale, ed in particolare di Branko
Milanovic, e dalla controversia con Stiglitz
sul tema, negli ultimi decenni il reddito è cresciuto nell’ultimo percentile
(il più ricco) e in quelle medio-bassi (che rappresentano l’irruzione di alcune
centinaia di milioni di persone, in Cina ed India in particolare, nel livello
5-9.000,00 $/anno di reddito) a scapito di quelle medio-alte (cioè della
piccola borghesia e dei lavoratori occidentali).
In questo
spostamento epocale, dalle straordinarie e ancora poco valutate conseguenze,
una retorica della difesa entro le mura dello Stato Nazione (per quanto possa
risultare velleitaria) è assolutamente forte.
Ash, pur senza
richiamare questo sfondo, ipotizza un ampio successo dei partiti nazionalisti
europei alle elezioni. Ma prevede anche difficoltà da parte loro (dato che il loro
carattere è di difesa ognuno del proprio egoismo nazionale, e l’elemento comune
è solo negativo) di formare azioni politiche coese. In queste condizioni pronostica
una “grande coalizione” di fatto, anche nel Parlamento Europeo. Dunque un
deciso passo verso il baratro (una “grande coalizione”, come naturale, apre
autostrade di protesta a chi rimane fuori, libero di cavalcare ogni paura e
scontento), nel quale però potrebbe mobilitarsi la reazione di “una giovane
generazione europea alla difesa di conquiste date per scontate”.
Questa chiusa
dell’articolo di Ash, potrebbe essere considerata una forma di “ottimismo della
volontà”, a fare da contrappunto al “pessimismo dell’intelligenza”.
Di volontà oggi
abbiamo bisogno. Ed anche di una “nuova generazione”, perché quella vecchia –che
informa di sé le élite europee che vengono dal compromesso del dopoguerra del
quale ci ha parlato in modo eloquente Werner-Muller
nella sua ampia ed interessante ricostruzione- ci sta portando rapidamente e
visibilmente a concludere il cerchio della Storia da dove aveva preso le mosse:
dal totalitarismo.
La situazione,
pur non essendo completamente seria, non potrebbe essere più grave.
Nessun commento:
Posta un commento