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lunedì 18 novembre 2013

Sull’articolo di Timoty Garton Ash, “L’assalto dei nazionalisti in Europa”


Dopo un assaggio di ottimismo (nel pezzo di Carlo Altomonte), ora uno di realismo e pessimismo dell’intelligenza; Timoty Garton Ash, dalle colonne di La Repubblica, richiama la nostra attenzione sulle debolezze estreme della politica Europea e il contesto dei partiti nazionalisti che presumibilmente tracimeranno gli argini nelle elezioni di metà 2014. La Germania è, infatti, impegnata in una difficilissima trattativa tra SPD e CDU tutta concentrata su temi interni (il salario minimo garantito, la politica energetica, la questione della doppia cittadinanza) mentre il tema della crisi europea e dell’Euro è relegata al margine. È notizia di oggi che sarebbe stato raggiunto un accordo per rigettare la “messa in comune” del debito (gli “Eurobond”) richiesta da Francia, Italia e Spagna. D’altra parte ci sono preoccupazioni sulla verifica della base della SPD (mentre malumori si sentono anche in quella della CDU) che potrebbero far saltare l’accordo, costringendo la Germania ad altri mesi di convulse trattative (i numeri, e i fatti politici, dicono che sono possibili solo un’alleanza tra SPD e CDU, o una tra CDU e Verdi) o –nella peggiore ipotesi- a tornare al voto.
La Francia sta attraversando una fase di difficoltà politica, con un Presidente Hollande che fatica ad imporsi ed è altamente impopolare e debole.  

Di noi credo sia sufficientemente superfluo parlare. In queste condizioni Ash definisce “ridicolo” il sogno che queste élite riescano a dare risposte efficaci (e che soprattutto siano riconosciute tali) ai problemi dell’Europa e della costruzione istituzionale nella quale hanno investito le ultime due generazioni.
Ma il quadro è vivacizzato da “una straordinaria varietà di pertiti di protesta nazionalisti”. Abbiamo l’Indipendence Party britannico, la Allianz fur Deutschland (che ha sfiorato il clamoroso ingresso nel Bundestag alle ultime elezioni), i neofascisti di Alba Dorata in Grecia, lo Jobbik ungherese, il Fronte Nazionale francese (accreditato di grande crescita e leadership), i nazionalisti catalani, il Movimento 5 Stelle italiano, Vlaams in Belgio, i Finlandesi Finnici, il Partito Popolare danese, i Partiti per la Libertà in Austria ed Olanda. Alcuni di questi partiti in queste settimane stanno cercando di federarsi, comunque sono accreditati di un risultato tra il 10 ed il 25%. Soffia nelle loro vele lo scontento delle classi popolari e della borghesia dei decili inferiori (nella distribuzione del reddito), la paura della disoccupazione o la sua effettiva sofferenza, lo sconcerto per la cieca austerity, e per l’indifferenza burocratica di Bruxelles.
Nel conflitto fondamentale, potenzialmente polarizzante, tra il risparmio e l’accumulazione sotto forma finanziaria (che tende ad affluire in alto e richiama protezione a gran voce, in questo esprimendo il timore per l’inflazione e per ogni spesa, passibile di creare potenziale minaccia indiretta alla sostenibilità della restituzione dei crediti) e la remunerazione del lavoro (che tende ad inaridirsi in basso, man mano ci si allontana dai “lavori della conoscenza” e “dell’informazione”, privilegiati dalla generale dematerializzazione dell’assetto riproduttivo della società contemporaneo), queste posizioni tendono ad essere viste come risposte credibili. Abbiamo visto qualche settimana fa lo scontro-dibattito tra Jurgen Habermas (portatore di un pensiero cosmopolita ostinato) e Wolfgang Streeck (“da sinistra” proponente di un ritrarsi dietro le cortine protettive dello Stato Nazione). Questo conflitto (o meglio, la sua raggiunta centralità) è il portato ultimo della globalizzazione liberista, cioè dell’interpretazione liberista e libertaria della facoltà di scambiare senza freni nazionali capitali e merci sui mercati. Questa impostazione, come è ovvio e previsto, mette in contatto tra di loro mercati, risparmiatori e lavoratori diversi, costringendo gli uni e gli altri ad aumentare la propria efficienza nel senso della capacità di sopraffare la controparte. Si tratta di una meccanica che genera polarizzazione ed ineguaglianza verso l’alto e distribuzione più livellata verso il basso. Lo dico in un altro modo: non è essenziale (o meglio, lo è meno) in questo “ambiente”, se si possiedono o meno mezzi di produzione mentre lo diventa se si è posizionati entro i “flussi” dominanti o nelle “sacche” intermedie. Purtroppo la grandissima maggioranza della società occidentale è nelle “sacche” e resta intrappolata entro esse insieme ai suoi stabilimenti, beni mobili o immobili, carriere e speranze. Il tema ha ampia trattazione sociologica ed economica. Per restare alla prima si deve ricordare Sennett, Bauman, Beck, Crouch, Habermas; la seconda Fitoussi, Rajan, Stiglitz, Krugman, per restare ad alcuni.
Come, del resto, si vede bene dalle ricerche della Banca Mondiale, ed in particolare di Branko Milanovic, e dalla controversia con Stiglitz sul tema, negli ultimi decenni il reddito è cresciuto nell’ultimo percentile (il più ricco) e in quelle medio-bassi (che rappresentano l’irruzione di alcune centinaia di milioni di persone, in Cina ed India in particolare, nel livello 5-9.000,00 $/anno di reddito) a scapito di quelle medio-alte (cioè della piccola borghesia e dei lavoratori occidentali).
In questo spostamento epocale, dalle straordinarie e ancora poco valutate conseguenze, una retorica della difesa entro le mura dello Stato Nazione (per quanto possa risultare velleitaria) è assolutamente forte. 

Ash, pur senza richiamare questo sfondo, ipotizza un ampio successo dei partiti nazionalisti europei alle elezioni. Ma prevede anche difficoltà da parte loro (dato che il loro carattere è di difesa ognuno del proprio egoismo nazionale, e l’elemento comune è solo negativo) di formare azioni politiche coese. In queste condizioni pronostica una “grande coalizione” di fatto, anche nel Parlamento Europeo. Dunque un deciso passo verso il baratro (una “grande coalizione”, come naturale, apre autostrade di protesta a chi rimane fuori, libero di cavalcare ogni paura e scontento), nel quale però potrebbe mobilitarsi la reazione di “una giovane generazione europea alla difesa di conquiste date per scontate”.  

Questa chiusa dell’articolo di Ash, potrebbe essere considerata una forma di “ottimismo della volontà”, a fare da contrappunto al “pessimismo dell’intelligenza”.  

Di volontà oggi abbiamo bisogno. Ed anche di una “nuova generazione”, perché quella vecchia –che informa di sé le élite europee che vengono dal compromesso del dopoguerra del quale ci ha parlato in modo eloquente Werner-Muller nella sua ampia ed interessante ricostruzione- ci sta portando rapidamente e visibilmente a concludere il cerchio della Storia da dove aveva preso le mosse: dal totalitarismo. 

La situazione, pur non essendo completamente seria, non potrebbe essere più grave.

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