Jan-Werner Müller è uno storico che insegna Teoria Politica alla Princeton University, questo libro è il risultato di dieci anni di ricerca rivolti a ricostruire le complesse vicende del pensiero politico europeo nel novecento, guardando in particolare alle teorie ed ai pensatori che si sono mostrati politicamente fecondi. Cioè in grado di influenzare il corso degli eventi. Lo sforzo è di individuare quei punti, e quei temi, in cui idee strutturate hanno inserito i propri input nel corso delle azioni. E quelle <<figure infiltrate>>, come filosofi-statisti, esperti di diritto pubblico, costituzionalisti, persone vicine a partiti e movimenti politici, e <<venditori di idee di seconda mano>> (come furono definiti da Hayek) che hanno aiutato a tradurre nella democrazia di massa gli input di legittimazione e le giustificazioni costruite nei laboratori del pensiero politico “alto”.
Come vedremo tra breve, dopo la prima guerra mondiale, con la fine del mondo tradizionale e l’irruzione delle masse nell’arena politica si determina, secondo Müller, una “più vasta e più esplicita” legittimazione popolare. Con essa compare la necessità di esprimere chiaramente programmi e promuoverli attivamente. Nei primi venti anni del secolo i sistemi politici si confrontano con questo “allargamento”, nei successivi con la restrizione totalitaria (nelle tre versioni italiana, tedesca e russa); nei venticinque che seguono l’immane distruzione materiale, morale e politica della seconda guerra si confrontano con lo sforzo di ricostruire e proteggere la società (anche da se stessa), mentre nell’ultimo quarto di secolo crisi e transizioni si ripresentano sulla scena.
Nel corso dell’ampia ricostruzione si incontrano efficaci descrizioni di personalità come Max Weber, Ataturk, Lenin, Stalin, Carl Schmitt, Wiliam James, Harold Lasky, G.D.H. Cole, Richard Bernstein, Antonio Gramsci, Lukacs, Bloch, Sorel, Mussolini, Gentile, Hitler, Rosemberg, Mounier, Maritain, Dossetti, Von Hayek, Nagy, Kaldor, Guy Debord, Johannes Agnoli, Herbert Marcuse, Jurgen Habermas, Raniero Panzieri, Toni Negri, Samuel Huntington, Niklas Luhmann, Michel Foucault, Oakeshott. Si tratta quindi di uno straordinario affresco, pur nella sua concreta sintesi; è chiaro che non potremo dare conto di tutte queste figure e svolte, perché significherebbe riprodurre il libro. Quel che si può osservare è il quadro generale.
Per iniziare la nostra lettura si deve partire dal disfacimento del primo liberalismo che veniva dall’ottocento e che viene descritto da Müller come un lungo e lento processo, enormemente accelerato dalla prima guerra mondiale. Un processo che portò alla formazione di Stati Nazione, con forti problemi interni di omogeneità demografica, ed alla transizione allo “Stato di massa” acutamente percepito dai più sensibili interpreti del momento (e ben preannunciata da Max Weber, che muore nel 1920). Si tratta di una profonda trasformazione che prese la strada di una serie di ripetuti tentativi in occidente e del “grande esperimento” russo (per usare il termine proposto da Schumpeter, nel corso di un gustoso litigio con lo stesso Weber a Vienna). I tentativi prendono il via dai “pluralisti” inglesi, dalla socialdemocrazia tedesca, dalla “Vienna Rossa”, dal concetto di guadagnare l’egemonia di Gramsci, fino al successo della Svezia. Segnano questa fase: il processo di espansione del diritto di voto e la conseguente irruzione di una “massa fusa” nell’arena politica; lo scioglimento delle autocrazie e le riorganizzazioni dei sistemi statuali.
Dopo la prima guerra avviene una generale “ritirata dall’universalismo” (Keynes) per un senso di diffusa stanchezza; ne sono espressione soprattutto le posizioni di Schmitt e Sorel che ispirano, soprattutto il secondo, le svolte autoritarie e totalitarie degli anni venti e trenta. Il fascismo in Italia individua quindi una originale risposta ai dilemmi del tempo, una sorta di partito-stato di tipo radicalmente nuovo; il nazismo in Germania, invece, determina un dualismo tra uno Stato burocratizzato ed un Partito di tipo feudale. Tentano di razionalizzare questa fase Giovanni Gentile in Italia e Rosemberg in Germania.
Finalmente il crollo dei totalitarismi, avvenuto per via di una sconfitta militare, e quindi, nei loro propri termini attraverso una confutazione di fatto, avvia la grande impresa della ricostruzione. Si tratta di uno sforzo rivolto sia alle strutture materiali sia a quelle morali e simboliche. Frutto di questa fase, che vede i Cristiano-Democratici italiani e tedeschi al centro della scena, è la costruzione dello Stato del Welfare e della Comunità Europea. Si tratta di una costruzione oggetto di quella che è probabilmente la parte più interessante del testo; vengono descritte strutture rivolte a controllare e limitare i pericoli della democrazia, cioè il pericolo del consenso verso i demagoghi che si trasformano in dittatori. Il “problema del male”, in altre parole, è al centro della prima fase della riflessione. Sono espressione centrale della soluzione i cristiano-democratici, influenzati dal “personalismo” e capaci di costruire coese élite sovranazionali; di dare vita ad una tecnocrazia che, insieme alla tecnica della costituzionalizzazione, punta a “mettere al sicuro” la dinamica politica. Nel lungo dopoguerra troviamo, per così dire lateralmente, anche la tensione del modello sovietico nel post-stalinismo, con le crisi Ungherese e Cecoslovacca e l’elaborazione teorica (che, però, è anche un gruppo di pressione ed una lobby) neo-liberale (La società Mont-Pelerin, di Von Hayek in Inghilterra, e la “Scuola di Friburgo”, in Germania).
Sarà la fase della contestazione, post ’68 a condurre, quindi, verso la dissoluzione dell’assetto del dopoguerra che termina con il crollo sovietico, per il fallimento del tentativo di Gorbacev.
Dopo l’89 abbiamo il trionfo dell’antipolitica e la prevalenza della posizione neo-liberale, che diventa egemonica. Per l’autore si tratta di un rinnovamento delle energie utopiche ed insieme di una soluzione alla crisi di governabilità che stava diventando evidente.
Da ultimo, troviamo l’avvicinamento all’oggi, l’antipolitica, i partiti di massa sempre meno influenti, la crisi dell’Unione Europea.
Se questo è, in grande sintesi, il vasto programma del libro, per ripercorrerne almeno alcune dei temi si può richiamare la prima transizione, illustrata <<dal primo liberalismo ottocentesco alla “vita di massa” della metà del secolo scorso>>. I vecchi liberali ne sono totalmente spiazzati e disorientati; nell’<<alta marea>> del liberalismo, in quella che Zweig chiamò <<l’età d’oro della sicurezza>>, tutto sembrava infatti pacificamente ricondotto alla Ragione. Lo spirito del tempo si nutriva di ottimismo e fiducia nel mondo, definitivamente avviato verso maggiori libertà e <<genuino cosmopolitismo>>. Tra il 1871 (guerra franco-prussiana) ed il 1914 c’erano stati quaranta anni di pace che rappresentavano il record storico. L’idea era che questa sicurezza (per alcuni) fosse determinata dagli scambi e dall’interdipendenza. Il contesto economico vedeva infatti all’opera la prima ondata della globalizzazione. Un ambiente nel quale la libertà di movimento di cose e persone attraverso i confini, e l’autodeterminazione, poggiava sulla fede nel progresso (in particolare scientifico). Autodeterminazione individuale e collettiva erano, anzi, lette come pienamente compatibili.
Ma bisogna notare una cosa, senza la quale tutto ciò che succede dopo è poco comprensibile: “l’espressione <<autodeterminazione collettiva>> aveva un significato alquanto limitato: lo Stato, se davvero svolgeva un ruolo determinante, doveva essere al servizio della società, la quale, a sua volta, poteva esprimere al meglio i propri bisogni e desideri all’interno di parlamenti popolati da gentiluomini con un preciso senso del bene comune.” (M, p. 9) Ovviamente in questo contesto il diritto ad esprimersi politicamente era limitato a strati sociali molto limitati. Il diritto di voto era cioè limitato a pochi abbienti istruiti. Si presumeva, peraltro, che si sarebbe allargato molto progressivamente; sostanzialmente man mano che cresceva la ricchezza e l’istruzione. Nella mentalità del tempo a chi non avesse entrambi era impensabile affidare scelte di governo, pena distruggere tutto.
Sfortunatamente per i liberali tradizionalisti non tutti erano disponibili ad attendere; di qui le lotte per il suffragio universale che infiammarono l’Europa tra la fine del XIX e la prima parte del XX secolo. La lotta, cioè, per sganciare il voto dal reddito.
In conseguenza di tale lotta, si definì una crisi globale di rappresentanza politica. Una crisi che fu gestita dalle élite dell’epoca con graduali concessioni (es. quella di Giolitti ai contadini, giudicati a torto controllabili).
La prima guerra mondiale interviene a rompere tutti questi equilibri (e quello dei grandi imperi autocratici) e determina la repentina immissione della <<vita di massa>> nella scena. Nuovi gruppi sociali fanno irruzione nella vita politica, non potendo più essere lasciati a margine dopo essere stati mandati a morire nelle trincee (ed addestrati alle armi, come si vedrà tragicamente in Italia attraverso il fenomeno dello “squadrismo”). Al termine del conflitto l’Europa fu comunque riorganizzata in Stati nazione con rilevanti minoranze al loro interno e numerosi problemi irrisolti.
In questo contesto nasce, tra i gruppi dirigenti europei, una crescente crisi di fiducia che genera quella che Keynes chiamerà un “ritirata dall’universalismo per stanchezza”. Lo spirito del tempo espone infatti a due sfide contemporanee e connesse: l’irrompere della democrazia di massa e la cattura dell’individuo nella <<gabbia di acciaio>> di Weber (M, p. 35). Il rischio, acutamente percepito da Max Weber, è che l’espansione irruente delle richieste delle masse, alle quali lo Stato deve dare risposta, porti necessariamente ad un “nuovo feudalesimo”; nel quale funzionari pubblici sempre più potenti, nella loro capacità discrezionale di disporre di risorse sempre più ingenti, restino in posizione centrale. È lo sviluppo della burocrazia e della demagogia, cavalli gemelli nello Stato democratico “di massa”. Per Weber le vie di fuga per l’individuo sono solo due: l’estetismo (il carisma) o l’etica della fratellanza (l’utopia di una “vita riconciliata” nella quale i valori e gli individui convergano in unità). Quindi la “comunità organica” (gemeinschaft), che è uno dei grandi miti del secolo. I termini del dilemma del secolo sono posti.
In questo contesto prende forma una proposta: il grande esperimento russo. Il <<partito di tipo nuovo>> di Lenin, un’istituzione carismatica che riecheggia, in alcuni elementi del programma ideologico (“Stato e Rivoluzione”, rinviante al modello della Comune di Parigi), la comunità organica. Si tratterebbe, dunque, nei termini di Weber (che infatti guarda con interesse e perplessità i primi passi) una via carismatica all'etica della fratellanza. Una strada peraltro presto abbandonata (M, p. 47); nel consolidarsi dell’esperimento già lo stesso Lenin deve infatti ricorrere “agli specialisti” nel contesto del “comunismo di guerra” e poi della stabilizzazione. Dall'abbandono del progetto nascono allora due problemi gemelli: la burocratizzazione e la sopraggiunta inutilità del “partito carismatico”. Di qui la repressione di chi continuava ad attardarsi sul vecchio programma e voleva la “democrazia dei soviet”.
Tra le due guerre proliferarono comunque gli esperimenti politici per sfuggire a queste alternative, la burocratizzazione o la leaderizzazione carismatica, troviamo: “i pluralisti” inglesi di Wiliam James, Harold Lasky e H.G. Cole (M, p. 67), che vedevano lo Stato come elemento debole di coordinamento di gruppi autoregolamentati; Bernstein ed il ritorno allo Stato come mezzo essenziale della politica, ma in chiave riformista; gli Austro-marxisti, con tutta la loro tragica indecisione; la posizione di Antonio Gramsci, volta alla conquista della cultura (“organizzazione, disciplina, presa di possesso della personalità”) per acquistare centralità nella dinamica sociale; il felice esperimento svedese di compromesso sociale pienamente stabile (M, p. 85).
Si sviluppa anche la burocratizzazione dell’esperimento russo, tramite lo stalinismo sul quale l’autore si interroga, proponendo al fine una interpretazione “banditesca” (si tratterebbe di eliminazione dei testimoni in una logica da clan malavitoso). (M, p. 112-9). Il fallimento della collettivizzazione e la necessità di trovare capri espiatori, insieme alla logica del potere individuale e di gruppi sempre più ristretti, portò infatti ai <<processi concettuali>> (Lukàcs) nei quali tutta la vecchia guardia della rivoluzione ed i quadri dell’esercito “rosso” furono eliminati. La “piena concordanza di vedute”, fu ottenuta quindi “al cimitero” (come disse Stalin) e nella logica della punizione e del terrore, ma anche della chiamata di correo nei confronti dei complici. Secondo Müller, “la logica non era più quella del partito come forza carismatica impersonale che dettava la corretta linea politica da seguire; la logica, a quel punto, era quella di una banda o una famiglia di criminali, costretti a rendere complici quante più persone possibile” (M, p. 113).
Un'uscita da questi dilemmi si ha, alfine, con l’innovazione (non teorica) dei “soggetti fascisti”. Una radicale opposizione all’illuminismo che vede (con Sorel) la “lotta” come fine e la pace come decadenza (“la violenza salverà il mondo dalla barbarie”, Sorel). Si tratta in effetti di una via di uscita dal dilemma individuale determinato dall’uomo burocratico, fondata su una particolare versione della soluzione estetica vista da Weber. Il centro della moralità diventa “la gloria” (M, p. 137). Paradossalmente questa estetica di liberazione dell’individuo eroico si rovescia nello “Stato totale” dell’”attualismo” di Giovanni Gentile. Nella fusione di Stato ed Individuo. Un’altra non-idea (come felicemente si esprime l’autore) fascista è il “corporativismo” (che già Weber aveva bollato come <<vane speranze di dilettanti>>) la cui vera funzione non è organizzare la società, ma farla finita con la democrazia rappresentativa.
Questione diversa è posta dal nazismo, nel quale vige il principio organizzativo dei “due stati”. Da una parte lo Stato burocratico ordinario, dall’altra (ed arbitrariamente sovrapposto) lo Stato nazista discrezionale, in cui vige il principio del mobile compromesso di potere tra gerarchi. Il “caos-concreto”. Il mito è quello del “popolo organico”, che si ritrova ad essere sconfitto per eccesso di spazio (M. p. 172) ed incapacità di integrazione.
Dopo la sconfitta (che è anche una confutazione, nei loro propri termini) dei nazismi e fascismi, si pone il problema della ricostruzione materiale, morale e simbolica del dopoguerra. Nel contesto della “scoperta” dei crimini nazisti, il problema dell’epoca diventa quello “del male” (o della sua “banalità”, come ricorda Hanna Arendt).
La percezione centrale è, cioè, che il totalitarismo ha creato una profonda frattura nella storia dell’occidente. Dopo Auschwitz non è più possibile immaginare un futuro progressivo ed una piena razionalizzazione. Nel lavoro di scavo della “mentalità autoritaria”, che impegna la Arendt e Adorno tra gli altri, è l’avvento della “massa” ad essere imputato di aver isolato l’uomo dalle sue relazioni sociali, ad aver spinto per la sua “atomizzazione e individualizzazione” (Arendt, Le origini del totalitarismo, p.446).
Questa idea dissemina i suoi effetti in più direzioni: da una parte genera un richiamo della cultura “alta”, come scudo e protezione, e della “tecnica” (come ostacolo alla demagogia ed al populismo); dall’altra invita alla soggettivazione ed all’azzeramento, proposto dall’esistenzialismo e poi dal “personalismo”.
Ma Müller ci ricorda anche un altro sfondo: nel dopoguerra l’Europa non è più padrona del suo destino, inizia infatti il “secolo brevissimo” americano. Ciò mette in sordina l’ideale dell’autodeterminazione e contribuisce a spingere per una forma di democrazia “estremamente limitata e profondamente segnata dalla sfiducia nella sovranità del popolo, anzi persino nella tradizionale sovranità dei parlamenti” (M, p. 180).
È un nuovo genere di democrazia, che costruisce un equilibrio diverso tra democrazia e principi liberali, imperniato sul “costituzionalismo”. Un ordinamento “post-post-liberale”, dotato di un insieme di istituzioni e motivazioni chiaramente antitotalitarie. Si trattava della coesistenza di istituzioni semiliberali con altre non-liberali ed una retorica antiliberale. Espressione di questa impostazione sono i partiti cristiano-democratici, la cui “innegabile opacità” era funzionale ad un disimpegno dei cittadini dalla politica e, contemporaneamente, alla ricerca di una integrazione europea sovranazionale, in chiave antipopolare ed elitaria.
Il movimento cristiano-democratico nasce nel dopoguerra sia contro il tradizionalismo politico-religioso (movimento che parte in reazione alla rivoluzione francese nel XIX secolo) sia contro il socialismo ed il liberalismo. L’espressione culturale e politica del nuovo movimento è nel “personalismo” di Mounier e successivamente di Maritain. In particolare nel secondo permane un forte scetticismo nei confronti dello Stato e della stessa sovranità (che sarebbe di Dio). L’influenza del tomista francese si fece sentire su intellettuali determinanti nella vita politica italiana come Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, che operarono secondo un concetto di “persona” che la vedeva sempre immersa in “comunità sociali” (al plurale), fondata sul lavoro e precedente il mercato. Espressione di questo clima è l’art. 3 della Costituzione Italiana (“in perfetto linguaggio personalista”, p. 194). Il blocco sociale che porta questo ambiente politico al potere è l’alleanza elettorale tra la classe media e i contadini (insieme al collante anticomunista).
Col tempo, però, i partiti cattolici diventeranno di massa e “pigliatutto”. In questa trasformazione in Italia la Democrazia Cristiana prende, di fatto, a modello organizzativo il Partito Fascista; “a tutti gli effetti un Partito di Stato, o almeno un partito che aveva colonizzato ampi settori statali, rimanendo costantemente al potere al fine di tenere lontani i comunisti […] avvalendosi abbondantemente della politica clientelare. La parola Libertas, che compare nel simbolo del partito, indicava in primo luogo libertà dal comunismo e libertà di saccheggiare lo Stato” (M, p. 196). Una deriva esattamente prevista da Dossetti, che infatti, si ritirerà.
Il successo dei partiti cattolici nella politica europea determinò anche un altro risultato: la formazione di un gruppo sovranazionale di élite, che si considerava illuminato, strettamente interconnesso e solidale. Questo gruppo condivideva una cultura mitteleuropea (“se volevano potevano parlare tedesco tra loro”) e non considerava “la sovranità popolare né un valore in sé né una condizione indispensabile per dare valore alla politica” (M, p. 199). Al contrario essa “era un elemento da temere”. Dunque, coerentemente, questi uomini di Stato consideravano l’Europa unita dall’umanesimo cristiano e dallo spirito di solidarietà che ne deriva, e “credevano in un’entità sovranazionale intesa come una realtà creata da élite di pianificatori e funzionari ben introdotti e di alta levatura, capaci di condurre quel genere di diplomazia anticipata dall’opera di Keynes dopo la prima guerra mondiale e affossata in modo così spettacolare negli anni tra le due guerre.” Scrisse Jean Monnet <<non stiamo unendo degli Stati: stiamo unendo dei popoli>>; in realtà si stavano unendo uomini politici e funzionari.
Come conseguenza di ciò fu seguito un percorso indiretto per assicurare legittimità al progetto di unificazione. Invece di chiedere ai cittadini l’autorizzazione a procedere, si puntò su misure di carattere tecnocratico ed amministrativo, per ottenere <<risultati concreti>> che avrebbero in seguito convinto con il loro successo. Una <<integrazione europea furtiva>>.
Tra chi si oppose a questa “furtività” troviamo, e da allora, Jurgen Habermas.
Tra chi si oppose a questa “furtività” troviamo, e da allora, Jurgen Habermas.
Gli anni successivi vedono la crescita della politica del consenso, insieme ad una sorta di “eutanasia della politica” caratterizzata, tra l’altro, da una “euforica adesione alla tecnocrazia o, in altre parole, allo stahlhartes gehause di Weber, la <<scatola solida come l’acciaio>> che sembrava racchiudere davvero sicurezza e stabilità” (M, p. 204). Dunque prende velocità la nuova età del consumismo e il welfare state (che, naturalmente, richiede allocazione e programmazione e dunque rafforza l’affidamento ai tecnici ed alle burocrazie amministrativamente autoprogrammate). Altro elemento è il costituzionalismo, con l’introduzione ovunque delle Corti Costituzionali che sono chiamate a proteggere il nuovo assetto nel suo complesso, fornendo tutela ai diritti civili anche in opposizione ai parlamenti.
Parte essenziale del nuovo ethos costituzionalista, oltre il giusnaturalismo, era dunque l’integrazione europea e la sfiducia nella sovranità popolare. Ci fu un consapevole affidamento (Sentenze Corte Europea di Giustizia del 1963 e 1964) ad organismi sovranazionali o tecnocratici, al fine di <<mettere al sicuro>> l’assetto liberal-democratico dal rischio dell’autoritarismo.
In questo clima, nel deserto ideologico generato coscientemente dalla volontà di sopire e governare delle élite, una carovana si mette in marcia: si tratta dei liberali conservatori, raccolti intorno alla figura di Friedrich von Hayek e, con rilevanti differenze, alla “Scuola di Friburgo”. Il primo fonda, peraltro con ingenti finanziamenti dal mondo della grande industria e capitale, la “Società Mont Pelerin”; una <<non-organizzazione>> che era in realtà è una sorta di “reparto d’assalto estremamente elitario nella lotta delle idee, perfettamente equipaggiato per sostenere combattimenti intellettuali corpo a corpo su quel <<discutibile terreno compreso tra l’economia e la politica>>”. (M, p. 215). Hayek lavorò esattamente a reclutare ed addestrare (secondo le sue stesse parole) un <<esercito di combattenti per la libertà>> scelti tra i <<venditori di idee di seconda mano>>, docenti, giornalisti, funzionari, che giudicava giustamente essenziali per orientare l’opinione pubblica. Tra gli aderenti: Karl Popper, Milton Friedman, Luigi Einaudi, Bruno Leoni, Walter Lippman, Ludwig Von Mises, Michel Polanyi.
Altro bastione del pensiero liberale è la “Scuola di Friburgo”, che in polemica con il “lassez faire” di Hayek (giudicato <<paleoliberista>>), tenta un compromesso con il pensiero sociale cristiano. Per Ropke e Rustov lo Stato doveva regolamentare rigidamente il mercato ed in particolare operare attivamente per spezzare i monopoli, per proteggere –e se del caso creare- la competizione economica. Inoltre, dovevano impegnarsi nella “vitalsituation” cioè nell’<<interventismo liberale>>, volto a migliorare la situazione concreta dei singoli individui. Questa forma di neoliberismo rappresentava, insomma, uno strano compromesso non privo di elementi paternalisti e dotato di numerosi elementi sociali. Ad esempio il concetto di gesellschaftspolitik, <<politica della società>>, secondo il quale lo Stato doveva plasmare la società in nome della libertà; oppure quello, ben più noto, di <<economia sociale di mercato>>, che prevedeva lavoratori ed imprenditori in concorrenza entro una struttura garantita dallo Stato. Una formula di compromesso disegnata per trovare l’accordo sia dei liberali, come dei cattolici ed i cristiano-democratici tedeschi.
Contemporaneamente, nell’Est europeo, troviamo processi e tensioni di fuga dalla dominazione sovietica che vedono via via, la Iugoslavia di Tito (che guadagna una sua relativa autonomia), l’Ungheria di Nagy, con il suo tragico esito, la Cecoslovacchia di Dubcek. Sino a questo momento, quel che Nagy aveva definito <<lo spirito bonapartista di una dittatura minoritaria>> prevaleva.
A partire dalla fine degli anni sessanta, in occidente, si muove invece la contestazione per lo più giovanile. Si punta ad una rivoluzione della vita quotidiana e dei valori estetici e morali della società. Figure esemplari, descritte da Müller, sono Guy Debord ed il suo “situazionismo” e l’antiparlamentarismo di Johannes Agnoli. Ma anche la posizione di Herbert Marcuse per una soggettività libera ed, in Italia, Raniero Panzieri ed i suoi allievi operaisti, Mario Tronti con la fabbrica sociale e Toni Negri con l’”Autonomia” con la sua azione diretta e la scelta dello Stato come nemico, che scivola nel terrorismo. Quindi il femminismo e l'ambientalismo (M, p. 280). Un ambiente complesso che nel suo passare determina, secondo l’autore, un vero e proprio “cambiamento di civiltà”.
Queste tensioni, alfine precipitano in un “crollo nervoso”, nel riflusso di quello che Samuel Huntington chiamerà, con Crozier, in un Rapporto del 1975, la <<marea democratica>> (M, p. 286) da loro descritta come “troppe persone che vogliono troppe cose dai governi”. Ne è espressione, sul piano della lotta delle idee, la polemica ed opposizione tra la teorizzazione implicitamente tecnocratica di Niklas Luhmann (ed esplicitamente conservatrice) e la posizione di Jurgen Habermas, con la sua tensione a rendere possibile comunque la protezione del “mondo della vita”, da una parte, e della società civile dall’altra (dalle costrizioni sistemiche dell’economia e dell’amministrazione). Uno scontro che porterà, anche per il filosofo tedesco, ad assumere al fine posizioni di compromesso, esemplificate nella sua ultima opera di respiro teorico, Fatti e Norme (M, p. 291). Altre posizioni sono quella di Rosanvallon, figura originariamente ruotante intorno al sindacato non comunista, e concentrata sullo sforzo di valorizzare l’autogestione estesa anche all’economia, e i “nuovi filosofi” Glucksmann e Henry Levy e naturalmente Foucault.
Ciò che emerge in questa fase finale è la tensione della socialdemocrazia, che viene messa sotto pressione da liberalismo, dall’emergere del discorso postmoderno, dall’ambientalismo e dal femminismo. Nel 1985 Habermas diagnostica la <<nuova confusione>> e l’esaurimento delle energie utopistiche (in particolare di quelle incentrate sul lavoro). Si trattava dell’erosione della fiducia nella possibilità di auto-trasformazione collettiva e su larga scala della società, sia nel linguaggio tecnocratico sia in quello della trasformazione sociale. Quell’ideale, identificato con il progetto incompiuto dell’illuminismo, era sotto attacco da parte di coloro che giudicavano invece raggiunti tutti i credibili ed auspicabili obiettivi di emancipazione e dunque l'illuminismo come un progetto da arrestare nel suo futuro sviluppo (anzi da far arretrare). D’altra parte il progetto della modernità era attaccato anche dal pensiero anti-illuminista, ma a suo modo emancipatorio, di un Foucault o di un Derrida; dal tentativo cioè di enucleare un pensiero anti-disciplinare, interrotto dalla morte prematura del filosofo francese, ma che avrà una curiosa disseminazione nell'altro campo politico.
Nell’est abbiamo il tentativo di Gorbacev ed il suo fallimento, con la disgregazione dell’impero sovietico e la cessazione della confrontazione di potenza tra i blocchi.
Dopo il 1980 abbiamo lo sfondamento degli argini (peraltro erosi e claudicanti già da diversi anni, considerando come spartiacque le elezioni e le politiche di Reagan e della Thatcher) da parte delle idee (e anche gli uomini, a volte) di “Mont Pelerin”. Una sorta di rinnovamento delle energie utopiche che punta a trovare una soluzione alla crisi di governabilità attraverso un nuovo assetto. Sono descritte da Müller in questo contesto le posizioni di Oakeshott (M. p. 315), per il quale allo Stato come casa di cura andava contrapposta la visione di uno Stato forte, ma che lascia che i cittadini vivano i loro <<viaggi>>. Si tratta, per il teorico Tory, di dare l’assalto alla politica postbellica del consenso e all’idea di poter imbrigliare il potere dello Stato per ottenere una auto-trasformazione della società. Secondo le sue parole, espresse in una lettera a Popper: “la politica che ho in mente è la politica della conversazione, contrapposta alla politica di argomentazione. Non credo che la ragione sia l’unico legame che unisce gli uomini, non perché gli uomini siano a volte irragionevoli ma perché c’è qualcos’altro di molto più forte che li unisce, per esempio una civiltà comune (qualora essa esista) e usi comuni di comportamento (qualora essi esistano), nessuno dei quali è razionale, discutibile o comune a tutti gli uomini. Non c’è niente, credo, di comune a tutti gli uomini” (M, p. 317). La trasformazione sotto la politica neoliberale (o neoconservatrice) produsse dunque il tentativo di introdurre la <<logica di mercato>> al posto della pianificazione delle risorse, ma non molta riduzione della spesa pubblica, ed lo sforzo di aumentare il controllo delle burocrazie tramite enti di vigilanza, che spesso peraltro ne creavano altra. Quando le energie utopiche del Thatcherismo si esaurirono (una forma di antipolitica che vedeva uno stato forte impegnato a lasciar correre le loro avventure agli azionisti liberisti, senza altre negoziazioni rilevanti in corso), per Müller resta visibile e quasi intatto l’assetto costituzionale del dopoguerra, compreso lo Stato del Welfare.
La lettura di questo quadro complesso, in un libro chiuso al novecento è quindi di un’Europa non più soggetta alle costrizioni imposte dalla situazione internazionale (che si era determinata nel secondo dopoguerra) nella quale i partiti di massa, ed i parlamenti, diventano sempre meno influenti e si scivola in una situazione <<postdemocratica>> (Colin Crouch), sostanzialmente per esaurimento della spinta propulsiva delle utopie trasformative.
Il 1989 è l’anno sul quale si conclude la ricostruzione del testo. In questo anno cade l’Unione Sovietica e avviene Piazza Tienanmen, oltre alla fatwa contro Salman Rushdie. Un anno mirabilis nel quale cessa anche il marxismo, non come teoria o metodo ma come linguaggio franco dell’opposizione. Come koiné ideologica, anche perché alcuni dei suoi problemi pratici storici erano cessati. Tuttavia anche il particolare liberalismo “realmente esistente”, che vede trionfare la sua posizione sulla <<democrazia popolare>>, è “afflitto da una grave carenza di molti degli ideali democratici formulati nel corso del XX secolo” (M, p. 340).
La conclusione del testo vede il futuro aperto, d’altra parte nessuna idea o valore può garantire alla democrazia la certezza del proprio avvenire, perché essa è “l’incertezza istituzionalizzata” (Claude Lefort). Da un libro che è sostanzialmente di Storia (delle teorie politiche) non ci si può aspettare di altro.
La Storia è infatti aperta, e dobbiamo farla.
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