Nel Frankfurter Allgemeine Wirtschaft del 11
novembre, Olli Rehn, politico finlandese, ex calciatore, e dal 2010 Commissario
Europeo per gli Affari Economici e Monetari, come dall'ottobre 2011 Vicepresidente
della Commissione Europea, ha scritto un lungo articolo per presentare all’opinione
pubblica tedesca l’imminente (domani) apertura della procedura di valutazione
per eccesso di sbilanciamento della bilancia commerciale.
Come sappiamo,
infatti, la Germania ha dal 2002 un progressivo surplus nelle partite correnti
che è cresciuto, portandosi oltre il 6% dall’inizio della crisi. Questa
posizione macroeconomica porta a sottrarre domanda sia agli altri paesi dell’Europa
(noi in particolare), sia agli USA (che, infatti, hanno vibratamente protestato).
Nel suo articolo
Rehn spiega che:
. nessuno vuole
criticare il successo delle aziende tedesche nella competizione globale;
. nessuno
invidia la competitività della Germania come paese;
. lo scopo è di
evitare sviluppi che possano minacciare la sostenibilità nel tempo di questi
risultati;
. questo è nell’interesse
della Germania.
Quattro
giustificazioni che illuminano in modo eloquente i punti sensibili dell’opinione
pubblica tedesca. Per chiarire questo punto, il Commissario Europeo riassume la
situazione nel seguente modo:
1. nel corso del processo di integrazione europeo la
Germania ha costantemente rafforzato la propria competitività, usando (insieme
agli altri paesi dell’Europa centrale ed orientale) il mercato unico europeo;
2. infatti il surplus commerciale elevato non ha
portato ad un apprezzamento del tasso di cambio (dal punto di vista tedesco), poiché
è stato bilanciato dai deficit commerciali simmetrici degli altri paesi dell’area
euro;
3. inoltre l’integrazione dei mercati finanziari e la
convergenza dei tassi di interesse hanno facilitato il finanziamento dei flussi
commerciali.
Il secondo punto
diventerà il punto di attacco finale della giustificazione del Commissario,
infatti il normale funzionamento economico porterebbe una moneta ad apprezzarsi,
se l’area economica che la rappresenta esporta più di quanto importa, ma questo
nel tempo tende a riequilibrare i flussi in quanto la moneta apprezzata rende i
prodotti del paese meno competitivi. La Germania, in altre parole, ha potuto
vendere i propri prodotti in una moneta che condivideva con paesi più deboli (che
esportavano meno), guadagnando competitività indirettamente. Una competitività
che era il simmetrico della minore competitività dei paesi che esportavano meno
(in quel caso, infatti, la dinamica moneta-esportazioni avrebbe funzionato al
contrario).
Tornando all’articolo,
l’area Euro, che è una grande economia aperta, insomma, ha funzionato bene per
la Germania. Rehn ricorda ai lettori tedeschi che “un elevato avanzo delle
partite correnti significa che il reddito [che serve a comprare i prodotti
tedeschi] non è prodotto [solo] in Germania, ma anche all’estero”. Per la
precisione, secondo le stime di Bruxelles, un terzo del surplus tedesco si
spiega con il reddito che si riceve dall’estero (che “è collocato”, in un paese
straniero; probabilmente questo passaggio indica implicitamente il target cui
punta la regolazione europea).
Ora, questa
situazione, nella quale il 7% di sbilancio delle partite correnti è in parte
derivante da un reddito non tedesco, non
è auspicabile dal punto di vista tedesco. Infatti gli investimenti in
Germania sono in calo “da un lungo periodo”, sono scesi da 21,5% del PIL del
2000, al 17,6% (in Cina sono superiori al 50%); dato che è “significativamente
inferiore rispetto ad altri paesi della zona euro”. Le ragioni sono, per Rehn, molteplici:
l’internazionalizzazione e il risparmio per la pensione dei cittadini tedeschi
ce invecchiano; ma anche il fallimento nell’investire produttivamente (dalle
banche, direttamente ed indirettamente, in Germania o altrove) questi risparmi.
Che sono stati, infatti, “pompati come prestiti in attività e bolle immobiliari”
(in genere si cita la Spagna, ed il settore immobiliare, anche se Rehn non lo
fa). Dunque l’errore “di valutazione dei rischi” ha generato il crollo
catastrofico nei paesi periferici [quelli che si erano giovati di trasferimenti
speculativi che hanno tenuto, a loro volta, alta la loro inflazione] e alla
perdita delle banche tedesche [come è ovvio].
In altre parole
il Commissario evoca la vulgata tradizionale, secondo la quale dalla formazione
dell’Euro i flussi finanziari, tramite il sistema Target2 che collega le piazze
finanziarie europee, hanno preso una direzione nord-sud, impiegando i risparmi
tedeschi nel sud Europa (dove trovavano occasioni migliori di investimento)
provocando surriscaldamento (e quindi alla lunga perdita di competitività relativa)
e bolle speculative. Questo meccanismo (che la crisi ha interrotto
repentinamente) ha provocato parte del vantaggio di competitività tedesco e insieme
la tendenza a ridurre gli investimenti (dato che drenava risparmio).
Il Commissario comunque
continua, ricordando ai suoi lettori tedeschi che la regola sui “fallimenti macroeconomici”
(introdotta nel 2006), che esprime il target del 6% come tetto per il surplus
di partite correnti, è solo parte dell’apprendimento dalla crisi in corso.
Dunque preannuncia che “questa settimana” la Commissione dovrà decidere se è
necessaria un’analisi approfondita sulla Germania. “Tale prova non deve essere
un tabù”, ma deve servire a individuare ed affrontare problemi potenziali. Tramite
un’analisi aperta, senza alcun automatismo.
Si tratta in
effetti solo di mettere a punto eventuali raccomandazioni, come nell’anno sono
state formulate per Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi,
Svezia e Spagna. Tutti paesi che si sono impegnati, su raccomandazione della
Commissione, per la riforma.
Nel merito in
Germania si tratterebbe sostanzialmente, anticipa Rehn, di eliminare le
strozzature per la crescita della domanda. Tra queste sono citate:
-
La crescita
salariale nazionale (ad esempio abbassando la pressione fiscale per i bassi
livelli di reddito);
-
Maggiori investimenti
pubblici e privati, che sono un bene sia per la domanda a breve termine sia per
la produttività a lungo termine;
-
L’aumento della
concorrenza nel settore dei servizi (tra cui nell’artigianato, nell’edilizia e
nelle professioni).
Insomma, “liberare
queste forze per la crescita è nell’interesse della Germania” sapendo che lo
stesso motore può azionare anche la crescita in Europa. Il che non significa
che automaticamente una maggiore domanda interna tedesca porti all’aumento
delle esportazioni nei paesi periferici ma solo che potrebbe contribuire a
superare la crisi, se questi non allentano le loro riforme strutturali. In
questo passaggio cruciale, Olli Rehn solleva, evidentemente, il punto temuto
dall’opinione pubblica tedesca: che questa discussione sia un altro modo per
dire alla virtuosa Germania di farsi carico degli allegri paesi del sud (se non
attraverso il credito, comprando i loro prodotti), in modo che possano
continuare a festeggiare.
Ricorda che già
ora, per effetto della crisi, questi stanno esportando di più e che questo
genera uno sbilanciamento complessivo (globalmente insostenibile e che si sta
avvicinando al 3%) della bilancia commerciale europea.
Qui il
Commissario cala il suo asso: ciò “può portare l’Euro verso l’alto”. Cioè può
portare ad un apprezzamento della moneta comune che, ovviamente, farebbe male
alle esportazioni di tutti.
Dunque una
domanda più forte in Germania potrebbe “attenuare queste pressioni al rialzo
[dell’Euro] e soddisfare le imprese orientate alle esportazioni in periferia ad
avere un prezzo competitivo nei mercati mondiali”. Lo spostamento di attenzione
che viene esercitato è insomma dall’esportazione verso la Germania (che
potrebbe essere vista come un aiuto immeritato dalla sensibile opinione
pubblica tedesca) a quella verso il resto del mondo. Ed il meccanismo da tenere
di mira diventa il controllo del valore della moneta comune.
In conclusione, per
il Commissario europeo “tutti i paesi della zona euro devono agire insieme”, in
particolare la Germania (che deve aumentare gli investimenti) e la Francia (che
deve continuare le sue “riforme strutturali”), ai fini di favorire la crescita,
l’occupazione ed il benessere in Europa.
Uno scambio
politico?

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