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martedì 12 novembre 2013

Olli Rehn, “Che cosa hanno a che fare con l'Euro le eccedenze commerciali”

 

Nel Frankfurter Allgemeine Wirtschaft del 11 novembre, Olli Rehn, politico finlandese, ex calciatore, e dal 2010 Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari, come dall'ottobre 2011 Vicepresidente della Commissione Europea, ha scritto un lungo articolo per presentare all’opinione pubblica tedesca l’imminente (domani) apertura della procedura di valutazione per eccesso di sbilanciamento della bilancia commerciale.  

Come sappiamo, infatti, la Germania ha dal 2002 un progressivo surplus nelle partite correnti che è cresciuto, portandosi oltre il 6% dall’inizio della crisi. Questa posizione macroeconomica porta a sottrarre domanda sia agli altri paesi dell’Europa (noi in particolare), sia agli USA (che, infatti, hanno vibratamente protestato).

Nel suo articolo Rehn spiega che:
. nessuno vuole criticare il successo delle aziende tedesche nella competizione globale;
. nessuno invidia la competitività della Germania come paese;
. lo scopo è di evitare sviluppi che possano minacciare la sostenibilità nel tempo di questi risultati;
. questo è nell’interesse della Germania. 

Quattro giustificazioni che illuminano in modo eloquente i punti sensibili dell’opinione pubblica tedesca. Per chiarire questo punto, il Commissario Europeo riassume la situazione nel seguente modo:
1.      nel corso del processo di integrazione europeo la Germania ha costantemente rafforzato la propria competitività, usando (insieme agli altri paesi dell’Europa centrale ed orientale) il mercato unico europeo;
2.      infatti il surplus commerciale elevato non ha portato ad un apprezzamento del tasso di cambio (dal punto di vista tedesco), poiché è stato bilanciato dai deficit commerciali simmetrici degli altri paesi dell’area euro;
3.      inoltre l’integrazione dei mercati finanziari e la convergenza dei tassi di interesse hanno facilitato il finanziamento dei flussi commerciali.  

Il secondo punto diventerà il punto di attacco finale della giustificazione del Commissario, infatti il normale funzionamento economico porterebbe una moneta ad apprezzarsi, se l’area economica che la rappresenta esporta più di quanto importa, ma questo nel tempo tende a riequilibrare i flussi in quanto la moneta apprezzata rende i prodotti del paese meno competitivi. La Germania, in altre parole, ha potuto vendere i propri prodotti in una moneta che condivideva con paesi più deboli (che esportavano meno), guadagnando competitività indirettamente. Una competitività che era il simmetrico della minore competitività dei paesi che esportavano meno (in quel caso, infatti, la dinamica moneta-esportazioni avrebbe funzionato al contrario).
 

Tornando all’articolo, l’area Euro, che è una grande economia aperta, insomma, ha funzionato bene per la Germania. Rehn ricorda ai lettori tedeschi che “un elevato avanzo delle partite correnti significa che il reddito [che serve a comprare i prodotti tedeschi] non è prodotto [solo] in Germania, ma anche all’estero”. Per la precisione, secondo le stime di Bruxelles, un terzo del surplus tedesco si spiega con il reddito che si riceve dall’estero (che “è collocato”, in un paese straniero; probabilmente questo passaggio indica implicitamente il target cui punta la regolazione europea).
 

Ora, questa situazione, nella quale il 7% di sbilancio delle partite correnti è in parte derivante da un reddito non tedesco, non è auspicabile dal punto di vista tedesco. Infatti gli investimenti in Germania sono in calo “da un lungo periodo”, sono scesi da 21,5% del PIL del 2000, al 17,6% (in Cina sono superiori al 50%); dato che è “significativamente inferiore rispetto ad altri paesi della zona euro”. Le ragioni sono, per Rehn, molteplici: l’internazionalizzazione e il risparmio per la pensione dei cittadini tedeschi ce invecchiano; ma anche il fallimento nell’investire produttivamente (dalle banche, direttamente ed indirettamente, in Germania o altrove) questi risparmi. Che sono stati, infatti, “pompati come prestiti in attività e bolle immobiliari” (in genere si cita la Spagna, ed il settore immobiliare, anche se Rehn non lo fa). Dunque l’errore “di valutazione dei rischi” ha generato il crollo catastrofico nei paesi periferici [quelli che si erano giovati di trasferimenti speculativi che hanno tenuto, a loro volta, alta la loro inflazione] e alla perdita delle banche tedesche [come è ovvio].
In altre parole il Commissario evoca la vulgata tradizionale, secondo la quale dalla formazione dell’Euro i flussi finanziari, tramite il sistema Target2 che collega le piazze finanziarie europee, hanno preso una direzione nord-sud, impiegando i risparmi tedeschi nel sud Europa (dove trovavano occasioni migliori di investimento) provocando surriscaldamento (e quindi alla lunga perdita di competitività relativa) e bolle speculative. Questo meccanismo (che la crisi ha interrotto repentinamente) ha provocato parte del vantaggio di competitività tedesco e insieme la tendenza a ridurre gli investimenti (dato che drenava risparmio).
 

Il Commissario comunque continua, ricordando ai suoi lettori tedeschi che la regola sui “fallimenti macroeconomici” (introdotta nel 2006), che esprime il target del 6% come tetto per il surplus di partite correnti, è solo parte dell’apprendimento dalla crisi in corso. Dunque preannuncia che “questa settimana” la Commissione dovrà decidere se è necessaria un’analisi approfondita sulla Germania. “Tale prova non deve essere un tabù”, ma deve servire a individuare ed affrontare problemi potenziali. Tramite un’analisi aperta, senza alcun automatismo.
Si tratta in effetti solo di mettere a punto eventuali raccomandazioni, come nell’anno sono state formulate per Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi, Svezia e Spagna. Tutti paesi che si sono impegnati, su raccomandazione della Commissione, per la riforma.
 

Nel merito in Germania si tratterebbe sostanzialmente, anticipa Rehn, di eliminare le strozzature per la crescita della domanda. Tra queste sono citate:
-          La crescita salariale nazionale (ad esempio abbassando la pressione fiscale per i bassi livelli di reddito);
-          Maggiori investimenti pubblici e privati, che sono un bene sia per la domanda a breve termine sia per la produttività a lungo termine;
-          L’aumento della concorrenza nel settore dei servizi (tra cui nell’artigianato, nell’edilizia e nelle professioni).  

Insomma, “liberare queste forze per la crescita è nell’interesse della Germania” sapendo che lo stesso motore può azionare anche la crescita in Europa. Il che non significa che automaticamente una maggiore domanda interna tedesca porti all’aumento delle esportazioni nei paesi periferici ma solo che potrebbe contribuire a superare la crisi, se questi non allentano le loro riforme strutturali. In questo passaggio cruciale, Olli Rehn solleva, evidentemente, il punto temuto dall’opinione pubblica tedesca: che questa discussione sia un altro modo per dire alla virtuosa Germania di farsi carico degli allegri paesi del sud (se non attraverso il credito, comprando i loro prodotti), in modo che possano continuare a festeggiare.
Ricorda che già ora, per effetto della crisi, questi stanno esportando di più e che questo genera uno sbilanciamento complessivo (globalmente insostenibile e che si sta avvicinando al 3%) della bilancia commerciale europea.
Qui il Commissario cala il suo asso: ciò “può portare l’Euro verso l’alto”. Cioè può portare ad un apprezzamento della moneta comune che, ovviamente, farebbe male alle esportazioni di tutti.
Dunque una domanda più forte in Germania potrebbe “attenuare queste pressioni al rialzo [dell’Euro] e soddisfare le imprese orientate alle esportazioni in periferia ad avere un prezzo competitivo nei mercati mondiali”. Lo spostamento di attenzione che viene esercitato è insomma dall’esportazione verso la Germania (che potrebbe essere vista come un aiuto immeritato dalla sensibile opinione pubblica tedesca) a quella verso il resto del mondo. Ed il meccanismo da tenere di mira diventa il controllo del valore della moneta comune. 
 

In conclusione, per il Commissario europeo “tutti i paesi della zona euro devono agire insieme”, in particolare la Germania (che deve aumentare gli investimenti) e la Francia (che deve continuare le sue “riforme strutturali”), ai fini di favorire la crescita, l’occupazione ed il benessere in Europa.  

Uno scambio politico?

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