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lunedì 11 novembre 2013

Krugman, Fubini e Diamanti: Crisi e alternative

Oggi sono presenti tre articoli che si parlano tra di loro: un post di Paul Krugman sul blog del New York Times, un articolo di Fubini su Affari e Finanza di La Repubblica e un articolo di Diamanti sullo stesso giornale.

Il primo illustra le condizioni strutturali macroeconomiche della crisi europea, “Europe’s Macro Muddle (Wonkish)”, continuando la polemica aperta dal Tesoro americano sull’avanzo primario della Germania; il secondo evoca la ventennale stagnazione giapponese per illustrare la trappola della deflazione sul piano sociale e politico; il terzo racconta il nostro spaesamento.

Mi pare una tri-lettura interessante, e la vorrei dunque brevemente ripercorrere:
. Paul Krugman riprende, con qualche grafico, il tema centrale all’attenzione internazionale contemporanea; siamo in presenza, e contemporaneamente, di una violenta crisi nel Sud Europa –ormai rimasta unica area di crisi mondiale - i cui numeri sono noti (per restare a noi, abbiamo perso il 9% del PIL, il 25% delle industrie e ca. 1,5 milioni di lavoratori), mentre la Germania mantiene un surplus di bilancia commerciale pari a quello Cinese e al 7%, e mentre il Sud Europa scivola verso la deflazione. Il nobel americano ci ricorda che le tre crisi sono legate (“aspetti della stessa storia”), in effetti “abbiamo una enorme contrazione fiscale forzata in una parte dell'Europa, non del tutto compensato da una politica monetaria complessiva o da espansione fiscale altrove”. Il concetto è semplice: se in Italia (o Spagna) lo Stato alza le tasse e riduce le spese, toglie denaro dalle “tasche degli italiani” (come si usava dire una volta), ciò induce le nostre imprese a ridurre la produzione e per questo licenziare i lavoratori (quando non falliscono direttamente); una simile politica, in una economia aperta, potrebbe essere compensata da un’espansione dei consumi altrove, se in Germania le “tasche dei tedeschi” si gonfiassero, potrebbero comprare un poco di vino italiano. Allora chi viene licenziato da una azienda che fa panettoni (posto che non piacciano ai tedeschi) sarebbe assunto da una che fa vino. Ma se anche in Germania si ha una contrazione bisognerebbe solo vendere agli USA ed alla Cina/Brasile. Questo ci dice due cose: che gli USA si irritano, e che siamo concorrenti dei tedeschi in questo obiettivo.
Ma i tedeschi sono in vantaggio, perché lo dice l’ultima parte dell’articolo di Krugman: tra la fine degli anni novanta e il 2007 la Germania ha introdotto politiche rivolte alla competitività (lo fece la SPD), essenzialmente di contenimento fiscale e del lavoro accompagnata da ridotta inflazione interna. Ciò provocò una fase di difficoltà, ma incrementò di alcuni punti percentuali la competitività relativa rispetto a noi (in parte per effetto del differenziale nei prezzi interni, a causa di molti anni di inflazione inferiore, in parte per la riduzione del costo del lavoro, in parte per l’innovazione industriale).

Tuttavia Krugman ci ricorda un particolare importante: questa regolazione così efficace (anche se dolorosa) è stata accompagnata da una politica monetaria molto espansiva in un contesto simile a livello internazionale, cosa “che ha provocato una inflazione piuttosto elevata nell’Europa meridionale”. Come è noto ciò ha portato al boom immobiliare in Spagna (causa di molti dei suoi attuali problemi) ed a investimenti sbagliati un poco ovunque. Questo differenziale di inflazione oggi genera un vantaggio per l’industria tedesca (il punto è che i fattori produttivi costano meno in Germania in presenza della stessa moneta).
Oggi, dunque, “con poca o nessuna pressione inflazionistica in Germania, l'intero onere di adeguamento all'interno dell'Europa cade sulla deflazione in periferia, che è estremamente costosa e peggiora il problema del debito”.
Il paradosso è che quando “la Germania chiede perché altri paesi non possono fare quello che ha fatto”, dimentica sia che non tutti possono contemporaneamente avere eccedenze commerciali, sia  che sta chiedendo l’impossibile: insiste che gli altri paesi replichino il suo successo “negando però loro il tipo di ambiente esterno che lo ha reso possibile”.
 

In questo profondo dilemma e trappola si cala l’avvertimento di Federico Fubini, “Sindrome giapponese in versione tricolore”, che ricorda come in Italia i salari siano ormai depressi dalla crisi “in certi casi a livello da Asia del sud-est”. Come “essere giovani, donna ed avere un posto fisso nel mezzogiorno, con salario versato senza ritardi e per intero, significa essere un’eccezione statistica”. Ricorda che l’indice di inflazione è stato negativo dello 0,3% ad ottobre, rispetto a settembre, malgrado l’incremento dell’IVA. Cosa significa questo? La deflazione è la più pericolosa delle trappole economiche, esattamente al contrario della inflazione quando i prezzi calano le persone rinviano le spese (perché comprare oggi un cappotto, quando penso che tra tre mesi costerà di meno? E perché comprarlo tra tre mesi quando penso che tra un anno avrò un altro sconto?), le imprese produttive non investono perché sanno che gli impianti per produrre cappotti, che oggi comprano, produrranno un bene che dovrà essere venduto a prezzo progressivamente inferiore. La cosa strana è che “nella psicologia del paese il declino dei prezzi non è avvertito come una minaccia. Gli italiani  sono cresciuti temendo e odiando il suo opposto, l’inflazione, che negli anni ’70 distruggeva i patrimoni familiari, investiti in titoli di Stato il cui rendimento era inferiore al carovita” (cosa che riduceva il debito pubblico).
Ora, il punto è che in questa tragedia il paese è tranquillo. Certo c’è il risparmio dei padri che tiene a galla i figli disoccupati o sottoccupati, e indubbiamente le pensioni dei nonni aiutano a pagare l’affitto. Ma c’è altro: come in Giappone c’è un “blocco elettorale” a cui la deflazione, ed il torpore economico che ne consegue, piace. Si tratta degli anziani e dei renditieri a reddito fisso (e i dipendenti al sicuro). Tutte queste categorie, senza colpa da parte loro, in effetti ci guadagnano se si trovano oggi camicie a 10,00 euro e ristoranti a 8,00. Con i loro redditi comprano più beni.
Noi abbiamo un’età “mediana” di 44,2 anni (siamo la terza nazione più anziana del mondo), e 18 milioni di pensioni (tra le quali 11 sono sotto i 1.000,00 euro e in medi 533,00).
In effetti questo genera quel che Fubini chiama felicemente “una tensione fra due campi di forza”; da una parte troviamo chi apprezza il calo dei prezzi, e non è molto preoccupato della stagnazione perché i suoi redditi sono al sicuro, e desidera soprattutto proteggere il patrimonio (per quanto piccolo, ad esempio la casa). Dall’altra le imprese e i lavoratori non sicuri (o i disoccupati e sottoccupati), che pagherebbero il prezzo di prelievi su case e patrimoni in cambio di più dinamismo e competitività (ad esempio riducendo il cuneo fiscale), e più inflazione che favorisce  investimenti e consumi (le due cose essendo strettamente legate).
Purtroppo Fubini ci ricorda che “chi più avversa la deflazione non è maggioranza alle urne. Il sondaggio Fabrizio Masia di Emg stima che la propensione al voto nella fascia 18-34 anni sia al 60%, quella oltre i 55 oltre il 72%. I pensionati hanno la propensione al voto più alta, al 73%, gli studenti ed i disoccupati la più bassa al 60 e 64%”. 

Il terzo articolo di Ilvio Diamanti “L’Italia degli spaesati”, ricorda che l’Italia sta perdendo “radici ed identità”, non sa più a chi credere. Diamanti ci sottopone una valanga di numeri, dai quali si vede come la fiducia degli italiani nelle cornici territoriali (il riconoscimento nell’Europa, sceso al 33%; nell’Italia, al 23%; nella regione di appartenenza, al 26%; nel Comune, al 15%), nelle istituzioni (lo Stato è al 15%, poco meglio la UE, che però ha perso 20 punti in dieci anni); nelle figure politiche ed istituzionali (il Presidente della Repubblica cala a poco più del 50%). Solo Papa Francesco sembra essere stimato da tutti (90%). Un poco troppo poco.  

 

Di fronte a scelte strutturali e dilemmi tanto forti, come quelle ricordate da Krugman e Fubini, abbiamo insomma un “capitale politico” degradato e consunto. Una situazione di grandissimo pericolo. Nella quale avremmo bisogno di recuperare il coraggio dei nostri giorni migliori e chiamare a raccolta tutte le nostre energie.
La strada dell’ignavia, del “tirare a campare”, dell’accontentarsi ci porterà verso un (altro) ventennio perduto e forse (quando saremmo troppo stanchi) verso l’avventura.  

Noi siamo un grande paese, da sempre; dovremmo trovare la forza di rimetterci in marcia. Sarà un lungo cammino, ma non abbiamo altra scelta.

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