Il primo
illustra le condizioni strutturali macroeconomiche della crisi europea, “Europe’s Macro Muddle (Wonkish)”, continuando la polemica
aperta dal Tesoro americano sull’avanzo primario della Germania; il secondo evoca la ventennale
stagnazione giapponese per illustrare la trappola della deflazione sul piano
sociale e politico; il terzo racconta il nostro spaesamento.
Mi pare una
tri-lettura interessante, e la vorrei dunque brevemente ripercorrere:
. Paul Krugman
riprende, con qualche grafico, il tema centrale all’attenzione internazionale
contemporanea; siamo in presenza, e contemporaneamente, di una violenta crisi
nel Sud Europa –ormai rimasta unica area di crisi mondiale - i cui numeri sono
noti (per restare a noi, abbiamo perso il 9% del PIL, il 25% delle industrie e
ca. 1,5 milioni di lavoratori), mentre la Germania mantiene un surplus di
bilancia commerciale pari a quello Cinese e al 7%, e mentre il Sud Europa
scivola verso la deflazione. Il nobel americano ci ricorda che le tre crisi
sono legate (“aspetti della stessa storia”), in effetti “abbiamo una enorme
contrazione fiscale forzata in una parte dell'Europa, non del tutto compensato
da una politica monetaria complessiva o da espansione fiscale altrove”. Il
concetto è semplice: se in Italia (o Spagna) lo Stato alza le tasse e riduce le
spese, toglie denaro dalle “tasche degli italiani” (come si usava dire una
volta), ciò induce le nostre imprese a ridurre la produzione e per questo
licenziare i lavoratori (quando non falliscono direttamente); una simile
politica, in una economia aperta, potrebbe essere compensata da un’espansione
dei consumi altrove, se in Germania le “tasche dei tedeschi” si gonfiassero,
potrebbero comprare un poco di vino italiano. Allora chi viene licenziato da
una azienda che fa panettoni (posto che non piacciano ai tedeschi) sarebbe
assunto da una che fa vino. Ma se anche in Germania si ha una contrazione
bisognerebbe solo vendere agli USA ed alla Cina/Brasile. Questo ci dice due
cose: che gli USA si irritano, e che siamo concorrenti dei tedeschi in questo
obiettivo.
Ma i tedeschi
sono in vantaggio, perché lo dice l’ultima parte dell’articolo di Krugman: tra
la fine degli anni novanta e il 2007 la Germania ha introdotto politiche
rivolte alla competitività (lo fece la SPD), essenzialmente di contenimento
fiscale e del lavoro accompagnata da ridotta inflazione interna. Ciò provocò
una fase di difficoltà, ma incrementò di alcuni punti percentuali la competitività
relativa rispetto a noi (in parte per effetto del differenziale nei prezzi
interni, a causa di molti anni di inflazione inferiore, in parte per la
riduzione del costo del lavoro, in parte per l’innovazione industriale).
Tuttavia Krugman ci ricorda un particolare importante: questa regolazione così efficace (anche se dolorosa) è stata accompagnata da una politica monetaria molto espansiva in un contesto simile a livello internazionale, cosa “che ha provocato una inflazione piuttosto elevata nell’Europa meridionale”. Come è noto ciò ha portato al boom immobiliare in Spagna (causa di molti dei suoi attuali problemi) ed a investimenti sbagliati un poco ovunque. Questo differenziale di inflazione oggi genera un vantaggio per l’industria tedesca (il punto è che i fattori produttivi costano meno in Germania in presenza della stessa moneta).

Tuttavia Krugman ci ricorda un particolare importante: questa regolazione così efficace (anche se dolorosa) è stata accompagnata da una politica monetaria molto espansiva in un contesto simile a livello internazionale, cosa “che ha provocato una inflazione piuttosto elevata nell’Europa meridionale”. Come è noto ciò ha portato al boom immobiliare in Spagna (causa di molti dei suoi attuali problemi) ed a investimenti sbagliati un poco ovunque. Questo differenziale di inflazione oggi genera un vantaggio per l’industria tedesca (il punto è che i fattori produttivi costano meno in Germania in presenza della stessa moneta).
Oggi, dunque, “con
poca o nessuna pressione inflazionistica in Germania, l'intero onere di
adeguamento all'interno dell'Europa cade sulla deflazione in periferia, che è
estremamente costosa e peggiora il problema del debito”.
Il paradosso è
che quando “la Germania chiede perché altri paesi non possono fare quello che
ha fatto”, dimentica sia che non tutti possono contemporaneamente avere eccedenze
commerciali, sia che sta chiedendo l’impossibile:
insiste che gli altri paesi replichino il suo successo “negando però loro il
tipo di ambiente esterno che lo ha reso possibile”.
In questo
profondo dilemma e trappola si cala l’avvertimento di Federico Fubini, “Sindrome giapponese in versione tricolore”,
che ricorda come in Italia i salari siano ormai depressi dalla crisi “in certi
casi a livello da Asia del sud-est”. Come “essere giovani, donna ed avere un
posto fisso nel mezzogiorno, con salario versato senza ritardi e per intero,
significa essere un’eccezione statistica”. Ricorda che l’indice di inflazione è
stato negativo dello 0,3% ad ottobre, rispetto a settembre, malgrado l’incremento
dell’IVA. Cosa significa questo? La deflazione è la più pericolosa delle
trappole economiche, esattamente al contrario della inflazione quando i prezzi
calano le persone rinviano le spese (perché comprare oggi un cappotto, quando penso
che tra tre mesi costerà di meno? E perché comprarlo tra tre mesi quando penso
che tra un anno avrò un altro sconto?), le imprese produttive non investono perché
sanno che gli impianti per produrre cappotti, che oggi comprano, produrranno un
bene che dovrà essere venduto a prezzo progressivamente inferiore. La cosa
strana è che “nella psicologia del paese il declino dei prezzi non è avvertito
come una minaccia. Gli italiani sono
cresciuti temendo e odiando il suo opposto, l’inflazione, che negli anni ’70 distruggeva
i patrimoni familiari, investiti in titoli di Stato il cui rendimento era
inferiore al carovita” (cosa che riduceva il debito pubblico).
Ora, il punto è
che in questa tragedia il paese è tranquillo. Certo c’è il risparmio dei padri
che tiene a galla i figli disoccupati o sottoccupati, e indubbiamente le
pensioni dei nonni aiutano a pagare l’affitto. Ma c’è altro: come in Giappone c’è
un “blocco elettorale” a cui la deflazione, ed il torpore economico che ne
consegue, piace. Si tratta degli anziani e dei renditieri a reddito fisso (e i
dipendenti al sicuro). Tutte queste categorie, senza colpa da parte loro, in
effetti ci guadagnano se si trovano oggi camicie a 10,00 euro e ristoranti a
8,00. Con i loro redditi comprano più beni.
Noi abbiamo un’età
“mediana” di 44,2 anni (siamo la terza nazione più anziana del mondo), e 18
milioni di pensioni (tra le quali 11 sono sotto i 1.000,00 euro e in medi 533,00).
In effetti
questo genera quel che Fubini chiama felicemente “una tensione fra due campi di
forza”; da una parte troviamo chi apprezza il calo dei prezzi, e non è molto
preoccupato della stagnazione perché i suoi redditi sono al sicuro, e desidera
soprattutto proteggere il patrimonio (per quanto piccolo, ad esempio la casa).
Dall’altra le imprese e i lavoratori non sicuri (o i disoccupati e
sottoccupati), che pagherebbero il prezzo di prelievi su case e patrimoni in
cambio di più dinamismo e competitività (ad esempio riducendo il cuneo
fiscale), e più inflazione che favorisce investimenti e consumi (le due cose essendo
strettamente legate).
Purtroppo Fubini
ci ricorda che “chi più avversa la deflazione non è maggioranza alle urne. Il sondaggio
Fabrizio Masia di Emg stima che la propensione al voto nella fascia 18-34 anni
sia al 60%, quella oltre i 55 oltre il 72%. I pensionati hanno la propensione al
voto più alta, al 73%, gli studenti ed i disoccupati la più bassa al 60 e 64%”.
Il terzo
articolo di Ilvio Diamanti “L’Italia degli spaesati”, ricorda che l’Italia sta
perdendo “radici ed identità”, non sa più a chi credere. Diamanti ci sottopone
una valanga di numeri, dai quali si vede come la fiducia degli italiani nelle
cornici territoriali (il riconoscimento nell’Europa, sceso al 33%; nell’Italia,
al 23%; nella regione di appartenenza, al 26%; nel Comune, al 15%), nelle
istituzioni (lo Stato è al 15%, poco meglio la UE, che però ha perso 20 punti
in dieci anni); nelle figure politiche ed istituzionali (il Presidente della
Repubblica cala a poco più del 50%). Solo Papa Francesco sembra essere stimato
da tutti (90%). Un poco troppo poco.
Di fronte a
scelte strutturali e dilemmi tanto forti, come quelle ricordate da Krugman e
Fubini, abbiamo insomma un “capitale politico” degradato e consunto. Una
situazione di grandissimo pericolo. Nella quale avremmo bisogno di recuperare
il coraggio dei nostri giorni migliori e chiamare a raccolta tutte le nostre
energie.
La strada dell’ignavia,
del “tirare a campare”, dell’accontentarsi ci porterà verso un (altro)
ventennio perduto e forse (quando saremmo troppo stanchi) verso l’avventura.
Noi siamo un
grande paese, da sempre; dovremmo trovare la forza di rimetterci in marcia.
Sarà un lungo cammino, ma non abbiamo altra scelta.

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