Su gradita segnalazione via twitter di mio fratello Stefano, riporto l’articolo che MartinWolf, uno dei più importanti economisti contemporanei, ha scritto su Financial Times sul tema al centro dell’attuale attenzione, il richiamo del Tesoro americano alla Germania. Wolf, acuto commentatore dei fenomeni della globalizzazione, come vedremo tra qualche settimana, sottolinea la reazione piccata della Germania (di Schauble) alla critica americana. Questa dimostra, a suo parere, che i tedeschi accusano il colpo.
Malgrado l’indignazione si tratta di una lettura corretta dei fatti, e coraggiosa dato che nessuno dei partner della Germania ha avuto il coraggio di esprimersi (non ha “osato”, come dice Wolf). L’avanzo “di conto corrente” della Germania, durante la crisi finanziaria dell’area Euro, effettivamente “ostacola il riequilibrio” e crea una tendenza deflazionistica sia nell’area sia nell’economia mondiale. Le stesse preoccupazioni cominciano ad arrivare dal Fondo Monetario Internazionale, sino a pochi anni fa alfiere della libera competizione e di ricette puntate sull’esportazione competitiva (ma per i paesi piccoli ed emergenti).
Un portavoce del Ministero delle Finanze tedesco ha risposto a queste critiche affermando che il paese "contribuisce significativamente alla crescita globale attraverso le esportazioni e le importazioni di componenti per prodotti finiti". Per Wolf questa reazione è “tanto prevedibile quanto sbagliata”, l’avanzo (previsto da FMI nella misura di 215 Miliardi di dollari quest’anno, un valore equivalente a quello cinese) è, invece, un grosso problema. In particolare per il futuro.
Infatti l’esportazione non riflette solo competitività, ma genera degli effetti a grappolo quando è in eccesso rispetto alle importazioni; in questo caso si determina l’importazione della domanda che non è generata internamente. In altre parole, si sfrutta la domanda degli altri paesi, sottraendone la risposta (e quindi la produzione) alle economie locali.
Essendo questo uno dei problemi più dibattuti da secoli, non mancano le risposte (da Ricardo in poi, anzi da un secolo prima); tuttavia Wolf attira la nostra attenzione su un particolare: se la domanda globale è vivace i “vantaggi comparati” possono portare arricchimento per tutti, allora “il denaro preso in prestito dai paesi in disavanzo [se un paese importa più che esportare avrà un saldo monetario negativo, dovendo comprare più che vendere, che deve compensare prendendo a prestito denaro –o vendendo assett-] è investito in attività che successivamente generare il servizio dei debiti [cioè produttive almeno degli interessi sul debito e della sua restituzione]”. Questa è la teoria, la pratica è che non accade spesso. In parte perché il credito facile genera la tendenza ad investire in attività poco produttive (è un problema recentemente osservato, ad esempio da Rajan, il credito facile ed abbondante, insieme all’idea che il rischio fosse sotto controllo ha indotto una allocazione molto inefficiente delle risorse, in effetti distruggendole. E’ uno dei motori della crisi attuale). Ma in parte anche perché nelle condizioni attuali (con i tassi di interesse a breve termine vicini allo zero ed una domanda cronicamente carente in tutto il mondo), per Wolf l’importazione di domanda dal paese in surplus “è una politica <<impoverisci il vicino>>. Quindi aggrava la debolezza economica globale” (in quanto il vicino dell’Europa è tutto il mondo per la sua dimensione relativa).
Si tratta di un effetto che si vede chiaramente dai numeri: il PIL dell’eurozona, ci ricorda Wolf, era nel secondo trimestre 2013 al -3,1% rispetto al 2008 e -1,1% rispetto al 2011. I paesi del nord (del “nucleo”) con economie meritevoli di credito (che quindi lo attraggono) sottrae domanda non ne aggiunge, quindi non stupisce che sia stia scivolando verso la deflazione. L’inflazione è al 0,8% e scenderà con una domanda così debole. Ciò induce due rischi: di cadere in una trappola deflattiva di tipo Giapponese (la seconda economia del mondo ha impiegato quasi venti anni prima di uscirne, forse), e di ostacolare i necessari aggiustamenti di competitività. In realtà se i paesi colpiti dagli effetti negativi non voluti di questa politica saranno costretti ad “accettare a titolo definitivo la deflazione” avremo due risultati altamente pericolosi: l’inevitabile disoccupazione “ultra-elevata” e l’incremento del debito (come è ormai evidente).
Sono le politiche perseguite sotto la direzione tedesca ad essere state determinanti per ottenere questo risultato, l’austerità fiscale ha in altre parole “distrutto la domanda a tutto tondo”. Wolf ricorda in proposito un recente documento della Commissione Europea, firmato da Jan in’t Velt nel quale Veld “sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite cumulative pari a 18% del PIL annuo in Grecia, 9,7%, in Spagna, 9.1% in Francia, 8,4% in Irlanda e anche 8.1% in Germania, tra il 2011 e il 2013. Inevitabilmente, la politica monetaria trova quasi impossibile compensarle”.
Il punto è questo: prima della crisi (e quindi in teoria) si sarebbe potuto lavorare e compensare tali politiche restrittive tramite l’espansione del credito (come è accaduto in Spagna). Ma oggi si sta lavorando con un sistema bancario debole, un debito che schiaccia i paesi in deflazione ed un’avversione all’indebitamento nei paesi creditori (Germania). Se la BCE avviasse un “allentamento quantitativo” su larga scala (sul modello della FED o della Banca del Giappone) avremmo oggi come risultato probabile un abbassamento del valore dell’euro rispetto alle altre monete. Ma questo aggraverebbe solo la tendenza alle esportazioni dell’eurozona, e della Germania in primis incrementando il danno per la domanda mondiale. Per il FMI parliamo di una eccedenza complessiva dell’area Euro del 3,3% tra il 2008 ed il 2015, e potrebbe essere una previsione ottimistica, se i numeri sulla disoccupazione seguono l’attuale trend.
Questa è, insomma, per Wolf una “politica <<inpoversici il vicino>> per tutto il mondo. Dunque gli Stati Uniti hanno tutto il diritto di lamentarsi, esattamente come gli altri lo avevano per i fallimenti nella regolazione della finanza che hanno provocato il “momento Minsky” nel 2008. Tra l’altro la chiusa dell’articolo di Wolf è la parte più energica ed interessante, infatti ci ricorda che la prosperità, per la zona Euro complessivamente, non è raggiungibile per questa via indicata dal mercantilismo tedesco: la crescita guidata dalle esportazioni della prima area economica del mondo è impossibile per la sua grandezza relativa. Non c’è abbastanza domanda da catturare.
Dunque all’Europa resta una sola strada, raggiungere un equilibrio interno che metta al lavoro i suoi fattori produttivi e non ne lasci a casa così tanti.
Per questa strada, come mostra l’Economic Outlook del FMI, i piccoli risultati sino ad ora ottenuti (incrementi marginali di produttività e riequilibrio parziale delle bilance commerciali) sono stati precisamente determinati dalla riduzione dell’occupazione e dal collasso delal domanda interna (si tratta, per così dire, di effetti matematici). Ma questi “successi” sono allora solo un’altra faccia della medaglia delle crisi economiche e della crescente disoccupazione. Persino in queste condizioni il FMI non prevede il miglioramento delle condizioni debitorie nette. In altre parole “la vulnerabilità continuerà”.
Dalla sintesi di Wolf: che abbiamo dunque? Insorgenza di deflazione, disoccupazione di massa, fragili equilibri interni ed eccessiva dipendenza dalla domanda esterna. Si tratta di quattro patologie che, tuttavia, sono considerate “accettabili, desiderabili, anche morali – anzi un successo”.
La spiegazione di questa assurdità è che abbiamo all’opera dei potenti miti:
“La crisi è dovuta a comportamenti fiscali illeciti, anziché ad irresponsabili flussi di credito transfrontalieri” (tramite il sistema Target2 della UE, per cui le banche tedesche hanno erogato credito facile ai paesi del sud e poi lo hanno richiamato all’inizio della crisi, quando il flusso si è invertito);
“la politica fiscale non ha alcun ruolo nella gestione della domanda” (un dogma liberista della prima ora);
“gli acquisti dei titoli di stato da parte delle banche centrali sono una via per l’iperinflazione” (tesi che ha portato alla separazione delle Banche Centrali dai Governi, e costretto questi ultimi a finanziarsi sul mercato, soggiacendo a tutte le profezie auto-avverantesi ed ai picchi di irrazionalità degli stessi);
“la competitività determina eccedenze esterne, non l’equilibrio tra offerta e domanda insufficiente” .
Questi miti “non sono innocui”, né per la zona Euro né per il mondo. “Al contrario, rischiano di intrappolare i paesi più deboli in depressioni semipermanenti e portare, alla fine, ad una agonizzante rottura dell’unione monetaria stessa”. L’esito sarebbe che il progetto europeo sarebbe alla fine una strada “non per la prosperità ma per la miseria”, “non per la società ma per il dolore”.
“Questa quindi è una storia tragica”.
Come dargli torto.
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