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sabato 23 novembre 2013

Marco Revelli, Poveri, noi


Nel 2010, Marco Revelli, uno dei più sensibili scienziati politici italiani, scrive questo piccolo libricino edito da Einaudi, nel quale individua tendenze e punto di rottura che i successivi due anni e mezzo di recrudescenza della crisi si sono impegnati a confermare ampiamente. Il testo si apre e chiude sulle descrizioni, a Ponticelli ed Opera, di “mobilitazioni rancorose” contro i più deboli e gli estranei. Si riconosce in questi episodi un progressivo arretramento dei <<sentimenti morali>> del paese, un abbassamento, una sottrazione. Un fenomeno diffuso che Revelli fa risalire alla liquefazione della grande fabbrica, alla vertigine di un profondo spaesamento e all’abbandono a se stessi degli <autosfruttati>, di quegli ex-salariati, prodotto più maturo del postfordismo, che sono stati (più che essersi) riciclati nel lavoro autonomo subalterno (al sottorapporto con il mercato), costretti a correre nella “gabbia dello scoiattolo” vorticosamente, per stare sempre allo stesso punto, “con un occhio al fido bancario sempre precario ed un altro al mercato sempre incerto” (R., p.23). Quindi il “tessuto frastagliato” del piccolo commercio, alle prese con la sfida rappresentata dalla grande distribuzione, e quello che resta di un ceto impiegatizio assottigliato dalla ritirata dello stato e dal terziario di impresa che porta esternalizzazione e precarizzazione. Individui che “presi tutti insieme, offrono l’immagine di una moltitudine, eterogenea ma seriale, che muove su un terreno rarefatto, in una sorta di vuoto che assomiglia al cavo di un cratere, dopo un’esplosione distruttiva”.
Queste sono le fonti del rancore. Di un paese che sembra passato attraverso un “laminatoio sociale”. Una trasformazione senza riflessione.  

Il rancore nasce da questa disillusione, dalla distanza fragorosa tra la rappresentazione opulenta (che veniva propagandata fino a singoli anni fa) e la realtà dell’esperienza. Ma anche, e soprattutto dalla mancanza di un linguaggio comune, che rende ognuno solo di fronte all’immagine di un fallimento percepito come individuale (quando è sociale); questa situazione <<mette al lavoro>> emozioni immediate, senza mediazione culturale. Emozioni negative in grado di creare un immediato senso di “comunità” (anche se effimero). Autori come Zizek o Sloterdjik sottolineano in questo pattern la centralità della dimensione vittimistica. Del <<popolo di vittime>> (Zizek). Si tratta di un effetto, oltre che della disgregazione sociale, della rottura delle <<banche dell’ira>> (Sloterdjik), quelle strutture che permettevano di stoccare il risentimento, differendo la soddisfazione. Il cristianesimo e il socialismo. Queste banche, “hanno ridotto la loro capacità di raccogliere risparmio ed erogare credito” (R.,p. 41).
Ciò porta alla moltiplicazione dei “broker locali”, dunque tribalismi territoriali, disseminazione di opposizioni sconnesse.
Queste tendenze distruttive e desocializzanti si muovono nel contesto di un enorme spostamento di potere sociale, che ha visto negli ultimi anni l’8% della ricchezza distribuita spostarsi dai salari ai profitti. E questi transitare opacamente in risparmi gestiti da un sistema finanziario (diretto ed “ombra”) internazionale. Alla fine prendere la via di qualche paradiso fiscale, di qualche complicato strumento, di qualche improbabile investimento dall’altra parte del globo. Il calo della quota di ricchezza distribuita per il lavoro si è accompagnata, dunque, alla distrazione di risorse dagli investimenti. 

Questo è il contesto in cui la perdita del “lavoro solido” ha lasciato sul terreno una classe media impoverita, prigioniera dell’invidia e della lotta di qualche <<penultimo>> nei microconflitti territoriali che costellano le cronache.

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