Nel 2010, Marco
Revelli, uno dei più sensibili scienziati politici italiani, scrive questo
piccolo libricino edito da Einaudi, nel quale individua tendenze e punto di
rottura che i successivi due anni e mezzo di recrudescenza della crisi si sono
impegnati a confermare ampiamente. Il testo si apre e chiude sulle descrizioni,
a Ponticelli ed Opera, di “mobilitazioni rancorose” contro i più deboli e gli
estranei. Si riconosce in questi episodi un progressivo arretramento dei
<<sentimenti morali>> del paese, un abbassamento, una sottrazione. Un
fenomeno diffuso che Revelli fa risalire alla liquefazione della grande
fabbrica, alla vertigine di un profondo spaesamento e all’abbandono a se stessi
degli <autosfruttati>, di quegli ex-salariati, prodotto più maturo del
postfordismo, che sono stati (più che essersi) riciclati nel lavoro autonomo
subalterno (al sottorapporto con il mercato), costretti a correre nella “gabbia
dello scoiattolo” vorticosamente, per stare sempre allo stesso punto, “con un
occhio al fido bancario sempre precario ed un altro al mercato sempre incerto”
(R., p.23). Quindi il “tessuto frastagliato” del piccolo commercio, alle prese
con la sfida rappresentata dalla grande distribuzione, e quello che resta di un
ceto impiegatizio assottigliato dalla ritirata dello stato e dal terziario di
impresa che porta esternalizzazione e precarizzazione. Individui che “presi
tutti insieme, offrono l’immagine di una moltitudine, eterogenea ma seriale,
che muove su un terreno rarefatto, in una sorta di vuoto che assomiglia al cavo
di un cratere, dopo un’esplosione distruttiva”.
Queste sono le fonti del rancore. Di un paese che sembra passato attraverso un “laminatoio
sociale”. Una trasformazione senza riflessione.
Il rancore nasce
da questa disillusione, dalla distanza fragorosa tra la rappresentazione
opulenta (che veniva propagandata fino a singoli anni fa) e la realtà dell’esperienza.
Ma anche, e soprattutto dalla mancanza di un linguaggio comune, che rende
ognuno solo di fronte all’immagine di un fallimento percepito come individuale
(quando è sociale); questa situazione <<mette al lavoro>> emozioni
immediate, senza mediazione culturale. Emozioni negative in grado di creare un immediato
senso di “comunità” (anche se effimero). Autori come Zizek o Sloterdjik
sottolineano in questo pattern la centralità della dimensione vittimistica. Del
<<popolo di vittime>> (Zizek). Si tratta di un effetto, oltre che
della disgregazione sociale, della rottura delle <<banche dell’ira>>
(Sloterdjik), quelle strutture che permettevano di stoccare il risentimento,
differendo la soddisfazione. Il cristianesimo e il socialismo. Queste banche, “hanno
ridotto la loro capacità di raccogliere risparmio ed erogare credito” (R.,p.
41).
Ciò porta alla
moltiplicazione dei “broker locali”, dunque tribalismi territoriali,
disseminazione di opposizioni sconnesse.
Queste tendenze distruttive
e desocializzanti si muovono nel contesto di un enorme spostamento di potere
sociale, che ha visto negli ultimi anni l’8% della ricchezza distribuita
spostarsi dai salari ai profitti. E questi transitare opacamente in risparmi
gestiti da un sistema finanziario (diretto ed “ombra”) internazionale. Alla
fine prendere la via di qualche paradiso fiscale, di qualche complicato
strumento, di qualche improbabile investimento dall’altra parte del globo. Il calo
della quota di ricchezza distribuita per il lavoro si è accompagnata, dunque,
alla distrazione di risorse dagli investimenti.
Questo è il
contesto in cui la perdita del “lavoro solido” ha lasciato sul terreno una
classe media impoverita, prigioniera dell’invidia e della lotta di qualche
<<penultimo>> nei microconflitti territoriali che costellano le
cronache.
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