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domenica 17 novembre 2013

Paul Krugman, “Stagnazione secolare, miniere di carbone, bolle e Larry Summers”


Radicale articolo di Paul Krugman, premio nobel e tra i più importanti economisti contemporanei, che fa un astuto elogio della presentazione di Larry Summers (che sarebbe nominalmente un suo avversario disciplinare) che scherzosamente chiama Barone Rosso, al seminario del FMI di ottobre, esplicitando in modo molto deciso le conseguenze.
Summers e Krugman muovono entrambi dalla consapevolezza che l’economia mondiale è in un momento in cui la politica monetaria è neutralizzata da tassi prossimi allo zero (che, dunque sono negativi in termini reali), ma è inefficace. La cosiddetta “trappola della liquidità” (un modello di funzionamento nelle crisi teorizzato da Keynes) fa sì che nessuno utilizzi i soldi (una montagna sempre crescente di “denaro” creato dal nulla dalle banche centrali) per consumi o investimenti. In queste condizioni le normali regole non funzionano e “la virtù della prudenza diventa follia”, il risparmio fa infatti male all’economia perché riduce i consumi che a loro volta inibiscono gli investimenti.
In queste condizioni –dice Krugman- il <<naturale tasso di interesse>> (ovvero quello che determina un livello di risparmio e di investimenti corrispondente alla piena occupazione) è negativo. Ci torniamo. 

Krugman ricorda che questa circostanza è quella in cui una guerra con gli alieni sarebbe la benvenuta, perché costringerebbe ad assumere milioni di persone nell’esercito e dare ordini di acquisto di armi anti-alieni a tutte le fabbriche disponibili. Come afferma la presentazione al FMI, in queste condizioni la spesa è sempre buona, quella produttiva è meglio, quella improduttiva meglio di niente. Per Summers, per la precisione (è uno dei due punti dove la sua posizione politica conservatrice emerge) questo vale solo per la spesa privata e non per quella pubblica. E vale anche se fosse inefficiente (a meno che non determini cattive abitudini che poi si trascinerebbero sui momenti buoni). Secondo il secondo esempio, se improvvisamente si decidesse di vendere a credito a tutti gli americani occhiali “Google glass”, con l’idea che ciò alzerebbe la produttività, e poi si verificasse che sono buttati, si avrebbe comunque il vantaggio di avere anni di occupazione usando soldi che comunque restavano inoperosi.  

Ma qui inizia il bello: Krugman afferma che Summers ha presentato a questo punto un’idea radicale. Che dire se la stagnazione non fosse stata temporanea ma naturale e di lungo periodo? L’espansione economica del 2003-7 è stata infatti guidata da una bolla. Lo stesso alla fine degli anni ’90, ancora lo stesso negli anni dell’espansione di Reagan (una bolla nel settore immobiliare commerciale e nelle casse di risparmio). Allora la politica monetaria non è troppo allentata solo ora; lo è stata sempre. Ma c’è un grosso problema in questa interpretazione: dove è l’inflazione?
Secondo la teoria, se il denaro scorre in modo eccessivo, e si genera un’espansione non giustificata dai rendimenti, dovrebbe aversi un surriscaldamento dei prezzi e dunque l’inflazione. Come è possibile conciliare ripetute bolle con assenza di pressioni inflazionistiche?
La risposta radicale che propone Summers, e Krugman avvalla, è che “potremmo essere un’economia che ha bisogno delle bolle solo per ottenere qualcosa che sia vicino alla piena occupazione. Che cioè in assenza di bolle l’economia ha un <<naturale tasso di interesse>> negativo. E questa non è stato vero solo nella crisi finanziaria del 2008; probabilmente è stato vero, anche se forse con un progressivo aumento di gravità, dal 1980”.
Un modo che Krugman propone per dimostrarlo è guardare il debito delle famiglie dal 1950.


Si vede una fase di stabilità dal 1960 al 1985, dopo si vede un rapido ed inesorabile aumento con l’indicatore che passa da 0,4 a 0,95, per poi calare dopo la crisi al livello del 2005 (0,85). Invece di avere forti pressioni inflazionistiche, alti tassi di interesse o entrambi, però non si vede nulla di ciò in questo periodo.
La spiegazione possibile è che i tassi che si sarebbero generati per effetto della forza di mercato sarebbero stati negativi, se non avessimo avuto questa crescita del debito (cioè se non ci fossero stati consumi non coperti da redditi delle famiglie). In altre parole, la potrei mettere così: se non si indebitavano le famiglie –invogliate da bolle speculative sempre diverse – per sollevare l’economia sarebbe stato necessario aumentare molto gli investimenti delle imprese e per questo i tassi avrebbero raggiunto valori negativi. I valori negativi, infatti, stimolano l’impiego del denaro risparmiato, che altrimenti si volatilizza (lo stesso effetto che fa l‘inflazione). Dunque il gioco in questi anni è stato a somma zero: o i lavoratori, in cui redditi erano diventati insufficienti, si indebitavano alzando i consumi, o sarebbe stato necessario indurre tassi negativi (o stabilmente vicini allo zero) per costringere i capitali a diventare produttivi per non erodersi. Uno dei due doveva perdere.
Ma torniamo a Krugman: “in altre parole si può sostenere che la nostra economia è stata indotta a stare nella trappola della liquidità per un certo numero di anni, e che ha evitato la trappola solo al prezzo di successive bolle”. Allora la trappola della liquidità non è uno stato eccezionale, ma “la nuova normalità”.  

Come si spiega ciò? Se l’orizzonte plausibile è il “secolare ristagno” (Alvin Hansen), potrebbe essere causato fondamentalmente da motivi demografici. Infatti tra il 1965 ed il 1980 la forza lavoro è cresciuta del 2,5 all’anno (a causa dei baby boom e dell’ingresso delle donne nel lavoro). Ma ora crescerà dell’0,2 fino al 2025, e potrebbe calare ancora. Ciò ridurrà la domanda di investimenti (un esempio simile è il Giappone e la sua lunga stagnazione con demografia calante e la popolazione più anziana del mondo).  

Se questa ipotesi di Summers e Krugman è fondata ci sono conseguenze radicali. Se non ci si aspetta una “normalità” dopo la crisi le nozioni convenzionali di prudenza sono sciocche. E controproducenti.
Lo stesso avviene per lo sforzo di disciplinare la finanza (infatti anche allocazioni inefficienti di risorse, prestiti imprudenti, investimenti speculativi, etc… sarebbero comunque denaro impiegato che altrimenti resterebbe inutile), come dice Summers. Mostrandosi ancora una volta conservatore. La sorpresa è Krugman che dice “potrebbe avere ragione”.  

In altre parole, per uscire dalla crisi e rimettere al lavoro persone e impianti, dovremmo arrivare permanentemente ad un tasso nominale negativo (cioè a determinare che i depositi perdono valore nel tempo), perché è quello che il mercato vuole. E’ l’unico punto di equilibrio in grado di riattivare la circolazione e dunque gli investimenti e l’occupazione. Un modo per arrivarci, per Krugman, sarebbe eliminare la carta moneta e “pagare” tassi negativi sui depositi (cioè ridurli nel tempo, una proposta che ricorre spesso nelle crisi severe). Oppure spingere l’inflazione in alto alla prima occasione e tenercela. Attuare, cioè, qualcosa come la politica dell’Abenomics 2013.
Ciò, dice Krugman con ragione, indignerà molti: come si fa a suggerire di non essere virtuosi e prudenti, o addirittura di espropriare i virtuosi e prudenti risparmiatori, tramite inflazione o tassi negativi? “è una tirannia”! 

Ma nella trappola della liquidità il risparmio “è una virtù privata ma un vizio sociale”. In un’economia in stagnazione secolare la norma è questa. Un tasso positivo è semplicemente una cosa che il mercato non produce. Se il volume complessivo dei beni e servizi prodotti è stagnante o in calo i tassi non possono che esserlo.
Infine Krugman ci ricorda che in questo contesto preoccuparsi del debito pubblico è ancora più stupido. Il servizio del debito non ha alcun costo “in realtà ha un costo negativo”.  

Insomma, quello di Summers (o di Krugman?) è un manifesto molto radicale. Dalle conseguenze profonde. Uno di quei rovesciamenti di prospettiva che, se accettati, costringono a rivedere tutte le assunzioni e le pratiche connesse.

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