Radicale articolo
di Paul Krugman, premio nobel e tra i più importanti economisti contemporanei,
che fa un astuto elogio della presentazione di Larry Summers (che sarebbe
nominalmente un suo avversario disciplinare) che scherzosamente chiama Barone
Rosso, al seminario del FMI di ottobre, esplicitando in modo molto deciso
le conseguenze.
Summers e
Krugman muovono entrambi dalla consapevolezza che l’economia mondiale è in un
momento in cui la politica monetaria è neutralizzata da tassi prossimi allo
zero (che, dunque sono negativi in termini reali), ma è inefficace. La cosiddetta
“trappola della liquidità” (un modello di funzionamento nelle crisi teorizzato
da Keynes) fa sì che nessuno utilizzi i soldi (una montagna sempre crescente di
“denaro” creato dal nulla dalle banche centrali) per consumi o investimenti. In
queste condizioni le normali regole non funzionano e “la virtù della prudenza
diventa follia”, il risparmio fa infatti male all’economia perché riduce i
consumi che a loro volta inibiscono gli investimenti.
In queste
condizioni –dice Krugman- il <<naturale tasso di interesse>>
(ovvero quello che determina un livello di risparmio e di investimenti
corrispondente alla piena occupazione) è negativo. Ci torniamo.
Krugman ricorda
che questa circostanza è quella in cui una guerra con gli alieni sarebbe la
benvenuta, perché costringerebbe ad assumere milioni di persone nell’esercito e
dare ordini di acquisto di armi anti-alieni a tutte le fabbriche disponibili. Come
afferma la presentazione al FMI, in queste condizioni la spesa è sempre buona,
quella produttiva è meglio, quella improduttiva meglio di niente. Per Summers,
per la precisione (è uno dei due punti dove la sua posizione politica
conservatrice emerge) questo vale solo per la spesa privata e non per quella
pubblica. E vale anche se fosse inefficiente (a meno che non determini cattive
abitudini che poi si trascinerebbero sui momenti buoni). Secondo il secondo
esempio, se improvvisamente si decidesse di vendere a credito a tutti gli
americani occhiali “Google glass”, con l’idea che ciò alzerebbe la
produttività, e poi si verificasse che sono buttati, si avrebbe comunque il
vantaggio di avere anni di occupazione usando soldi che comunque restavano
inoperosi.
Ma qui inizia il
bello: Krugman afferma che Summers ha presentato a questo punto un’idea
radicale. Che dire se la stagnazione non fosse stata temporanea ma naturale e di lungo periodo? L’espansione
economica del 2003-7 è stata infatti guidata da una bolla. Lo stesso alla fine
degli anni ’90, ancora lo stesso negli anni dell’espansione di Reagan (una
bolla nel settore immobiliare commerciale e nelle casse di risparmio). Allora la
politica monetaria non è troppo allentata solo ora; lo è stata sempre. Ma c’è un grosso problema in questa
interpretazione: dove è l’inflazione?
Secondo la
teoria, se il denaro scorre in modo eccessivo, e si genera un’espansione non
giustificata dai rendimenti, dovrebbe aversi un surriscaldamento dei prezzi e
dunque l’inflazione. Come è possibile conciliare ripetute bolle con assenza di
pressioni inflazionistiche?
La risposta
radicale che propone Summers, e Krugman avvalla, è che “potremmo essere un’economia
che ha bisogno delle bolle solo per ottenere qualcosa che sia vicino alla piena
occupazione. Che cioè in assenza di bolle l’economia ha un <<naturale
tasso di interesse>> negativo. E questa non è stato vero solo nella crisi
finanziaria del 2008; probabilmente è stato vero, anche se forse con un
progressivo aumento di gravità, dal 1980”.
Un modo che
Krugman propone per dimostrarlo è guardare il debito delle famiglie dal 1950.
Si vede una fase
di stabilità dal 1960 al 1985, dopo si vede un rapido ed inesorabile aumento
con l’indicatore che passa da 0,4 a 0,95, per poi calare dopo la crisi al
livello del 2005 (0,85). Invece di avere forti pressioni inflazionistiche, alti
tassi di interesse o entrambi, però non si vede nulla di ciò in questo periodo.
La spiegazione
possibile è che i tassi che si sarebbero generati per effetto della forza di
mercato sarebbero stati negativi, se non avessimo avuto questa crescita del
debito (cioè se non ci fossero stati consumi non coperti da redditi delle
famiglie). In altre parole, la potrei mettere così: se non si indebitavano le
famiglie –invogliate da bolle speculative sempre diverse – per sollevare l’economia
sarebbe stato necessario aumentare molto gli investimenti delle imprese e per
questo i tassi avrebbero raggiunto valori negativi. I valori negativi, infatti,
stimolano l’impiego del denaro risparmiato, che altrimenti si volatilizza (lo stesso
effetto che fa l‘inflazione). Dunque il gioco in questi anni è stato a somma
zero: o i lavoratori, in cui redditi erano diventati insufficienti, si
indebitavano alzando i consumi, o sarebbe stato necessario indurre tassi
negativi (o stabilmente vicini allo zero) per costringere i capitali a
diventare produttivi per non erodersi. Uno dei due doveva perdere.
Ma torniamo a
Krugman: “in altre parole si può sostenere che la nostra economia è stata
indotta a stare nella trappola della liquidità per un certo numero di anni, e
che ha evitato la trappola solo al prezzo di successive bolle”. Allora la
trappola della liquidità non è uno stato eccezionale, ma “la nuova normalità”.
Come si spiega
ciò? Se l’orizzonte plausibile è il “secolare ristagno” (Alvin Hansen),
potrebbe essere causato fondamentalmente da motivi demografici. Infatti tra il
1965 ed il 1980 la forza lavoro è cresciuta del 2,5 all’anno (a causa dei baby
boom e dell’ingresso delle donne nel lavoro). Ma ora crescerà dell’0,2 fino al
2025, e potrebbe calare ancora. Ciò ridurrà la domanda di investimenti (un
esempio simile è il Giappone e la sua lunga stagnazione con demografia calante
e la popolazione più anziana del mondo).
Se questa
ipotesi di Summers e Krugman è fondata ci sono conseguenze radicali. Se non ci
si aspetta una “normalità” dopo la crisi le nozioni convenzionali di prudenza
sono sciocche. E controproducenti.
Lo stesso
avviene per lo sforzo di disciplinare la finanza (infatti anche allocazioni
inefficienti di risorse, prestiti imprudenti, investimenti speculativi, etc…
sarebbero comunque denaro impiegato che altrimenti resterebbe inutile), come dice
Summers. Mostrandosi ancora una volta conservatore. La sorpresa è Krugman che
dice “potrebbe avere ragione”.
In altre parole,
per uscire dalla crisi e rimettere al lavoro persone e impianti, dovremmo
arrivare permanentemente ad un tasso nominale negativo (cioè a determinare che
i depositi perdono valore nel tempo), perché è quello che il mercato vuole. E’
l’unico punto di equilibrio in grado di riattivare la circolazione e dunque gli
investimenti e l’occupazione. Un modo per arrivarci, per Krugman, sarebbe
eliminare la carta moneta e “pagare” tassi negativi sui depositi (cioè ridurli
nel tempo, una proposta che ricorre spesso nelle crisi severe). Oppure spingere
l’inflazione in alto alla prima occasione e tenercela. Attuare, cioè, qualcosa
come la politica dell’Abenomics 2013.
Ciò, dice
Krugman con ragione, indignerà molti: come si fa a suggerire di non essere virtuosi
e prudenti, o addirittura di espropriare i virtuosi e prudenti risparmiatori,
tramite inflazione o tassi negativi? “è una tirannia”!
Ma nella
trappola della liquidità il risparmio “è
una virtù privata ma un vizio sociale”. In un’economia in stagnazione
secolare la norma è questa. Un tasso positivo è semplicemente una cosa che il
mercato non produce. Se il volume complessivo dei beni e servizi prodotti è
stagnante o in calo i tassi non possono che esserlo.
Infine Krugman
ci ricorda che in questo contesto preoccuparsi del debito pubblico è ancora più
stupido. Il servizio del debito non ha alcun costo “in realtà ha un costo
negativo”.
Insomma, quello
di Summers (o di Krugman?) è un manifesto molto radicale. Dalle conseguenze
profonde. Uno di quei rovesciamenti di prospettiva che, se accettati,
costringono a rivedere tutte le assunzioni e le pratiche connesse.

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