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giovedì 28 novembre 2013

Riflettendo sulla crisi politica


Negli ultimi giorni abbiamo riportato diverse autorevoli riflessioni sulla crisi politica che tutte le democrazie occidentali, con diverse modalità e accentuazioni, attraversano da molti anni e che sono in via di progressiva accelerazione; senza voler svolgere un discorso schematico questa dinamica irresistibile appare in relazione con la distribuzione delle risorse economiche progressivamente sempre più ineguale nella società e con il degrado progressivo della capacità economica della classe media lavoratrice.

Chiamo “classe media lavoratrice”, nell’occidente industrializzato, quell’insieme di cittadini in età attiva connessi direttamente od indirettamente con la produzione di beni e dei servizi che trae dal suo lavoro un livello di reddito compreso tra il quarto-quinto decile della distribuzione complessiva dei redditi ed il settimo-ottavo. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che sopra a questa fascia, nel primo 20% dei redditi sono concentrati i “lavoratori della conoscenza” (in particolare nella finanza) i CEO, o i direttivi nelle medie e grandi imprese, e i percettori di reddito da capitale. Cioè in sostanza i possessori o gestori di capitali. Nella fascia inferiore troviamo i marginalizzati e perdenti, i lavoratori manuali poco scolarizzati o in settori perdenti perché più esposti alla competizione internazionale. Raccontano questa stratificazione autori come Mishel, con riferimento agli Stati Uniti, che ci mostra come dal finire degli anni settanta il reddito del lavoratore mediano (quello posto al termine del quinto decile) è rimasto stagnante, mentre la produttività si moltiplicava e il potere di acquisto calava. In questi dati abbiamo visto come l’1% dei dipendenti e gli altri percettori di reddito nel 10% superiore siano cresciuti, dal 1971 al 2007, del 156%, mentre gli altri del 45%. I divari si registrano, in termini di crescita percentuale, sia tra il top ed il lavoratore mediano e sia tra questo e quello più in basso (decimo percentile). Quest’ultimo divario è stato presente negli anni ottanta, non si è verificato solo nel decennio 1990-2000 (Clinton governa gli USA dal 1994 al 2001). Più in dettaglio, la crescita della disuguaglianza 50/100 (cioè quella tra il salario mediano e quello di fondo) è stata guidata principalmente dai periodi di disoccupazione e dall’erosione del salario minimo che è connessa. Invece, per Mishel, la continua crescita del divario tra percettori alti di reddito (da salario e capitale) e quello medio è dovuta alle politiche di laissez-faire (atti di omissione di regolazione) tra cui la globalizzazione, la deregolamentazione, le privatizzazioni, che hanno eroso la sindacalizzazione e indebolito gli standard di lavoro. Il divario tra i percettori di altissima fascia — l'1 % — e tutti gli altri percettori, compresi gli altri percettori del 90° percentile, riflette infine l'escalation dei compensi dei CEO e degli altri manager e la crescita di compensazione nel settore finanziario. 

Allargando lo sguardo, racconta una storia simile anche Milanovic, della Banca Mondiale, che mostra come negli ultimi quaranta anni la crescita del reddito si sia concentrata sul vertice e la base della distribuzione, rappresentata dalla crescita della nuova classe media cinese ed indiana e dalla classe dei super-ricchi. In mezzo, per quaranta anni, i redditi sono rimasti stagnanti.



Giova riportare anche la reazione di Stiglitz a queste informazioni, questa tendenza –per quanto vasta- non è universale, né inevitabile. La diseguaglianza è, infatti, il prodotto di forze e scelte politiche e non di determinanti macroeconomiche. Non è vero che è un sottoprodotto inevitabile della globalizzazione, della libera circolazione della manodopera, del capitale, dei beni e servizi e del cambiamento tecnologico che favorirebbero i lavoratori più qualificati e istruiti. Questa tesi consolatoria e disfattista non considera che non è successo ovunque. Ciò che è successo in particolare in America è sostanzialmente che mentre il Prodotto Interno Lordo è quadruplicato negli ultimi quaranta anni e raddoppiato negli ultimi venticinque, ma tutti i benefici sono andati verso l’alto.


Questo ha devastanti conseguenze macroeconomiche (nelle quali siamo interamente dentro in questo momento). L’anno scorso, ricorda Stiglitz, l’1% degli americani ha portato a casa il 22% del reddito complessivo della nazione e lo 0,1 la metà di questo. Più dettagliatamente al primo 1% sono andati il 95% degli incrementi di reddito. In altre parole il PIL cresce solo per il primo 1%. Il fatto che reddito mediano (quello rispetto al quale la metà della popolazione guadagna di più e la metà di meno) sia fermo da venticinque anni produce un semplice effetto: questo individuo rappresentativo guadagna oggi meno di 40 anni fa (in termini di potere di acquisto), per la precisione il 40% in meno. Naturalmente se ne accorge bene.  È contro questa ineguaglianza, ed i suoi effetti, che si esprime anche il recente documento emesso da Papa Francesco.
Stiglitz mette in evidenza come questa ineguaglianza inizi ad espandersi 30 anni fa, contemporaneamente alla diminuzione delle tasse per i ricchi e all’allentamento delle norme nel settore finanziario. Per Stiglitz, questa non è una coincidenza. Questa redistribuzione verso l’alto ha peggiorato gli investimenti collettivi in: infrastrutture, istruzione, assistenza sanitaria e sicurezza (tra l’altro scaricando ulteriori costi per la sostituzione dei servizi, o per la riduzione della qualità della vita sulla metà inferiore della piramide sociale). Ciò corrode il sistema politico ed il governo democratico.

Si tratta anche dell’effetto dell’eccessiva finanziarizzazione e della governance aziendale (con compensi sempre crescenti per i top-manager), insieme a straordinarie innovazioni che permettono di arricchirsi non aumentando la torta (producendo ricchezza), ma “manipolando il sistema per cogliere una fetta più grande”. Questa globalizzazione asimmetrica ha chiesto pedaggio su tutto il pianeta. Il capitale reso più mobile impone agli operai di fare unilaterali concessioni salariali ed ai governi di fare concessioni fiscali (pena la fuga, praticamente in tempo reale). Il risultato complessivo è una “fuga verso il basso” che minaccia salari e condizioni di lavoro. Per Stiglitz, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione questo monito, stiamo entrando in un mondo diviso tra quei paesi che non fanno nulla e quelli che vedono il problema della ineguaglianza. Chi avrà successo nella creazione di prosperità condivisa – l’unica veramente sostenibile- eviterà di creare delle società divise con ricchi arroccati in comunità chiuse.  
Una società fatta di enclavi sorvegliate e bidonville disperate. Per gli altri il “medioevo” attende.
Lo stesso monito ci viene dal Papa, con ben maggiore autorevolezza. 
Questo “medioevo” ormai in parte ci circonda. Vediamo ovunque crescere la frammentazione, aumentare il degrado dello spirito civico e del senso comune, gli scoppi improvvisi di ira e del rancore di cui ci parla Revelli, lo sfilacciamento di cui ci parla Bonomi, le trappole ed il degrado della personalità descritte da Beck, da Bauman, da Sennett.


Tutto questo precipita letteralmente nello sfilacciamento della cultura politica, nella prevalenza della sfiducia e della <<postdemocrazia>> denunciato da Crouch. Nel venire a maturazione di quelle lunghe tendenze di cui ci ha parlato Werner-Muller e Rosanvallon. Nella prevalenza della <<democrazia del rifiuto>>, <<della sorveglianza>> su quella <<del progetto>>. Nella mancanza di speranza e di visione, di politica, che nasce dal disincanto verso le promesse della tecnica, dallo spiazzamento economico con il quale abbiamo avviato questo breve discorso e dalla rottura sociologica che ne è immagine ed effetto (magari anche, in parte, causa). 

Questa crisi, multiforme e potentissima, impatta in particolare in Italia, ma non solo, con il sistema dei partiti. Con una crisi verticale della loro credibilità che sembra terminale e della quale ci ha parlato con forza Revelli, ma anche lo stesso Rosanvallon (sia pure con riferimento alla Francia).  

Il timore che mi pare di poter registrare è che di fronte a questa situazione, la reazione semplificatoria, lo sforzo cioè di saltare i livelli intermedi accedendo direttamente alla decisionalità di un presunto ed illusorio “soggetto libero”, diventi prevalente. Questa reazione è parte del problema, non della soluzione. Avvertono in questa direzione sia Cacciari sia Lazar.
Quel che occorrerebbe, al contrario, è riprendere il lungo e faticoso lavoro del politico; descritto da Rosanvallon come l’attività riflessiva e deliberativa che diventa “luogo” nel quale vengono elaborate le regole capaci di fondare un mondo comune, di costruirlo. In questo lavoro è elemento essenziale la determinazione dei principi di giustizia, l’arbitrato quindi tra gli interessi dei diversi gruppi e l’articolazione del confine tra pubblico e privato. Naturalmente uno dei primi nodi di tale attività è garantire la leggibilità e visibilità del nuovo assetto sociale, geopolitico ed economico nel quale si presenta la situazione. Quindi “prendere posizione”, e “gettare ponti”, anche nel conflitto tra rappresentanza e democrazia.  

Il lavoro da fare, in altre parole, deve essere rivolto:
a produrre un mondo leggibile, operando in quella dimensione fondamentalmente cognitiva del politico, che aiuta la cittadinanza a rappresentarsi, costituendosi di cui parla anche Barca. A mettersi tutti insieme di fronte alle proprie responsabilità, ad affrontare i problemi. Ad aiutare gli individui ad orientarsi.
A simbolizzare il potere collettivo, trasformando un “popolo introvabile” in una comunità viva e solidale.
A verificare le diversità sociali, “chiarendo il sistema delle interazioni reali che formano le differenze e le divisioni” (Rosanvallon, p. 288). 

Questo “lavoro” va fatto alle diversa scale, nella società locale come nell’arena politica nazionale. Nel “risiko” europeo, come in quello mondiale. Nello scontro “alle mani” con le tecnostrutture che, autonomizzandosi, tendono a passare da servitori a padroni dell’uomo e della società. Nella ostinata battaglia con la finanza e per recuperare la direzione del nostro destino.

E’ un lavoro “di lunga lena”, per il quale non esistono scorciatoie. Va messo in cammino.

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