Negli ultimi
giorni abbiamo riportato diverse autorevoli riflessioni sulla crisi politica
che tutte le democrazie occidentali,
con diverse modalità e accentuazioni, attraversano da molti anni e che sono in
via di progressiva accelerazione; senza voler svolgere un discorso schematico
questa dinamica irresistibile appare in relazione con la distribuzione delle
risorse economiche progressivamente sempre più ineguale nella società e con il
degrado progressivo della capacità economica della classe media lavoratrice.
Chiamo “classe
media lavoratrice”, nell’occidente industrializzato, quell’insieme di cittadini
in età attiva connessi direttamente od indirettamente con la produzione di beni
e dei servizi che trae dal suo lavoro un livello di reddito compreso tra il
quarto-quinto decile della distribuzione complessiva dei redditi ed il
settimo-ottavo. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che sopra a questa
fascia, nel primo 20% dei redditi sono concentrati i “lavoratori della
conoscenza” (in particolare nella finanza) i CEO, o i direttivi nelle medie e
grandi imprese, e i percettori di reddito da capitale. Cioè in sostanza i
possessori o gestori di capitali. Nella fascia inferiore troviamo i
marginalizzati e perdenti, i lavoratori manuali poco scolarizzati o in settori
perdenti perché più esposti alla competizione internazionale. Raccontano questa
stratificazione autori come Mishel,
con riferimento agli Stati Uniti, che ci mostra come dal finire degli anni
settanta il reddito del lavoratore mediano (quello posto al termine del quinto
decile) è rimasto stagnante, mentre la produttività si moltiplicava e il potere
di acquisto calava. In questi dati abbiamo visto come l’1% dei dipendenti e gli
altri percettori di reddito nel 10% superiore siano cresciuti, dal 1971 al 2007,
del 156%, mentre gli altri del 45%. I divari si registrano, in termini di
crescita percentuale, sia tra il top ed il lavoratore mediano e sia tra questo
e quello più in basso (decimo percentile). Quest’ultimo divario è stato
presente negli anni ottanta, non si è verificato solo nel decennio 1990-2000
(Clinton governa gli USA dal 1994 al 2001). Più in dettaglio, la crescita della
disuguaglianza 50/100 (cioè quella tra il salario mediano e quello di fondo) è
stata guidata principalmente dai periodi di disoccupazione e dall’erosione del
salario minimo che è connessa. Invece, per Mishel, la continua crescita del
divario tra percettori alti di reddito (da salario e capitale) e quello medio è
dovuta alle politiche di laissez-faire (atti di omissione di regolazione) tra
cui la globalizzazione, la deregolamentazione, le privatizzazioni, che hanno
eroso la sindacalizzazione e indebolito gli standard di lavoro. Il divario tra
i percettori di altissima fascia — l'1 % — e tutti gli altri percettori,
compresi gli altri percettori del 90° percentile, riflette infine l'escalation
dei compensi dei CEO e degli altri manager e la crescita di compensazione nel
settore finanziario.
Allargando lo
sguardo, racconta una storia simile anche Milanovic,
della Banca Mondiale, che mostra come negli
ultimi quaranta anni la crescita del reddito si sia concentrata sul vertice
e la base della distribuzione, rappresentata dalla crescita della nuova classe
media cinese ed indiana e dalla classe dei super-ricchi. In mezzo, per quaranta
anni, i redditi sono rimasti stagnanti.
Giova riportare anche
la reazione di Stiglitz
a queste informazioni, questa
tendenza –per quanto vasta- non è universale, né inevitabile. La
diseguaglianza è, infatti, il prodotto di forze e scelte politiche e non di
determinanti macroeconomiche. Non è vero che è un sottoprodotto inevitabile
della globalizzazione, della libera circolazione della manodopera, del
capitale, dei beni e servizi e del cambiamento tecnologico che favorirebbero i
lavoratori più qualificati e istruiti. Questa tesi consolatoria e disfattista
non considera che non è successo ovunque.
Ciò che è successo in particolare in America è sostanzialmente che mentre il
Prodotto Interno Lordo è quadruplicato negli ultimi quaranta anni e raddoppiato
negli ultimi venticinque, ma tutti i benefici sono andati verso l’alto.
Stiglitz mette in evidenza come questa ineguaglianza
inizi ad espandersi 30 anni fa, contemporaneamente alla diminuzione delle tasse
per i ricchi e all’allentamento delle norme nel settore finanziario. Per
Stiglitz, questa non è una coincidenza.
Questa redistribuzione verso l’alto ha peggiorato gli investimenti collettivi
in: infrastrutture, istruzione, assistenza sanitaria e sicurezza (tra l’altro
scaricando ulteriori costi per la sostituzione dei servizi, o per la riduzione
della qualità della vita sulla metà inferiore della piramide sociale). Ciò
corrode il sistema politico ed il governo democratico.
Si tratta anche dell’effetto dell’eccessiva
finanziarizzazione e della governance aziendale (con compensi sempre crescenti
per i top-manager), insieme a straordinarie innovazioni che permettono di
arricchirsi non aumentando la torta (producendo ricchezza), ma “manipolando il
sistema per cogliere una fetta più grande”. Questa globalizzazione asimmetrica ha chiesto pedaggio su tutto il
pianeta. Il capitale reso più mobile impone agli operai di fare unilaterali
concessioni salariali ed ai governi di fare concessioni fiscali (pena la fuga,
praticamente in tempo reale). Il risultato complessivo è una “fuga verso il
basso” che minaccia salari e condizioni di lavoro. Per Stiglitz, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione
questo monito, stiamo entrando in un mondo diviso tra quei paesi che non
fanno nulla e quelli che vedono il problema della ineguaglianza. Chi avrà
successo nella creazione di prosperità condivisa – l’unica veramente
sostenibile- eviterà di creare delle società divise con ricchi arroccati in
comunità chiuse.
Una società fatta di enclavi sorvegliate e bidonville
disperate. Per gli altri il “medioevo” attende.
Lo stesso monito ci viene dal Papa, con ben maggiore
autorevolezza.
Questo “medioevo” ormai in parte ci circonda. Vediamo ovunque
crescere la frammentazione, aumentare il degrado dello spirito civico e del
senso comune, gli scoppi improvvisi di ira e del rancore di cui ci parla Revelli, lo
sfilacciamento di cui ci parla Bonomi, le
trappole ed il degrado della personalità descritte da Beck, da Bauman, da Sennett.
Questa crisi, multiforme e potentissima, impatta in
particolare in Italia, ma non solo, con
il sistema dei partiti. Con una crisi verticale della loro credibilità che
sembra terminale e della quale ci ha parlato con forza Revelli, ma anche
lo stesso Rosanvallon (sia pure con riferimento alla Francia).
Il timore che mi pare di poter registrare è che di
fronte a questa situazione, la reazione semplificatoria, lo sforzo cioè di
saltare i livelli intermedi accedendo direttamente alla decisionalità di un presunto
ed illusorio “soggetto libero”, diventi prevalente. Questa reazione è parte del
problema, non della soluzione. Avvertono in questa direzione sia Cacciari sia Lazar.
Quel che occorrerebbe, al contrario,
è riprendere il lungo e faticoso lavoro del politico; descritto da Rosanvallon
come l’attività riflessiva e deliberativa che diventa “luogo” nel quale vengono
elaborate le regole capaci di fondare un mondo comune, di costruirlo. In questo
lavoro è elemento essenziale la determinazione dei principi di giustizia, l’arbitrato
quindi tra gli interessi dei diversi gruppi e l’articolazione del confine tra
pubblico e privato. Naturalmente uno dei primi nodi di tale attività è
garantire la leggibilità e visibilità del
nuovo assetto sociale, geopolitico ed economico nel quale si presenta la
situazione. Quindi “prendere posizione”, e “gettare ponti”, anche nel conflitto
tra rappresentanza e democrazia.
Il lavoro da fare, in altre parole, deve
essere rivolto:
- a produrre un mondo leggibile, operando in quella dimensione
fondamentalmente cognitiva del politico, che aiuta la cittadinanza a
rappresentarsi, costituendosi di cui parla anche Barca. A mettersi
tutti insieme di fronte alle proprie responsabilità, ad affrontare i problemi.
Ad aiutare gli individui ad orientarsi.
- A simbolizzare il potere collettivo, trasformando un “popolo
introvabile” in una comunità viva e solidale.
- A verificare le diversità sociali, “chiarendo il sistema delle
interazioni reali che formano le differenze e le divisioni” (Rosanvallon, p.
288).
Questo “lavoro” va fatto alle diversa scale, nella
società locale come nell’arena politica nazionale. Nel “risiko” europeo, come
in quello mondiale. Nello scontro “alle mani” con le tecnostrutture che, autonomizzandosi,
tendono a passare da servitori a padroni dell’uomo e della società. Nella ostinata
battaglia con la finanza e per recuperare la direzione del nostro destino.
E’ un lavoro “di lunga lena”, per il quale non
esistono scorciatoie. Va messo in cammino.




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