Bradford De Long
è un economista keynesiano americano tra i più importanti, professore a Berkley
ed animatore di frequenti dibattiti e molto attivo anche in rete (su twitter). Ritorna,
come di frequente, sul tema centrale dell’ineguaglianza
con questo breve post
su Project Syndacate.
Inizia con una
frase ad effetto molto interessante: “a meno che qualcosa vada storto
inaspettatamente nel 2014, il livello di PIL reale pro capite negli Stati Uniti uguaglierà e supererà il livello del
2007. Questa non è una buona notizia”.
In che senso? Se
il PIL pro capite sale non è una buona notizia?
De Long, per
spiegarlo, ricorda che durante i due cicli economici (crescita-crisi) che hanno
preceduto la crisi del 2007 il PIL pro capite americano è cresciuto ad un ritmo
medio annuo del 2%. Che è la media dell’ultimo secolo.
Dunque dal 2007
ad oggi più o meno si è perso il 14% della crescita del PIL. Vale a dire che se
non ci fosse stata la crisi non saremmo al livello del 2007, ma del 14% più in
alto (meglio non parlare dell’Italia che non lo ha ancora recuperato). Quel che
è grave, e motiva la frase iniziale, è che non c’è alcun segno che si possa
recuperare il vecchio sentiero di crescita. Joseph Stiglitz, in un recente post,
segnala che abbiamo evitato una Grande Depressione (negli USA, con il QE) solo
per precipitare nel “Grande Malessere”, cioè nella relativa stagnazione (che
per alcuni altri economisti è “secolare”).
Restiamo su De
Long, questo deficit di crescita potenziale (cioè quel che abbiamo perso con la
crisi del 2008, ad oggi) ammonta a circa 9.000,00 dollari pro capite. Negli
USA, in Europa e Giappone ovviamente di più, dato che “stanno facendo molto
peggio”. Con le parole di Bradford: “ciò significa 9.000 dollari a persona
all'anno in beni di consumo durevoli, merci non acquistate, vacanze non godute,
investimenti non fatti, e così via. Entro la fine del 2014, il cumulato pro
capite di rifiuti dalla crisi e le sue conseguenze sarà totale circa $
60.000”. Al tasso di sconto reale del 6%, applicato per i redditi da capitale
si arriva a 150.000 $ pro capite, se si considera il tasso a trenta anni all’1,6%
del Tesoro degli Stati Uniti, si arriva a ben 550.000,00 $ pro capite persi. Se
aggiungiamo le spese sostenute in sovvenzioni per i disoccupati ed il mancato
reddito, ed il danno fatto al futuro percorso di crescita composto, le perdite
raggiungono i 3,5-10 anni di produzione totale. Una perdita maggiore di quella
subita durante la Grande Depressione in proporzione, ed in termini assoluti
enormemente di più (dato che il PIL pro-capite è 5,5 volte più grande ed in
assoluto 16 volte più grande).
Dunque gli storici futuri vedranno questi anni come
il più grande disastro economico della Storia Americana.
A questo punto l’analista
lascia spazio al cittadino De Long, che si chiede una cosa in fondo molto semplice: “Uno potrebbe pensare che un tale disastro
macroeconomico – il furto alla famiglia media americana di ¼ dei suoi 36 mila
dollari all'anno in beni e servizi utili, e che minaccia di tenere gli
americani più poveri di quello che potrebbero essere stati per decenni, se non
di più - concentrerà le menti dei responsabili politici”. Si potrebbe,
cioè, pensare che i leader americani siano impegnati in modo parossistico a
trovare formule politiche volte a riportare l'economia al suo percorso di
crescita pre-2008: “a mettere le persone di nuovo al lavoro, a garantire la pulizia
dei mutui subprime, a ripristinare la capacità di assunzione del rischio dei
mercati finanziari, e ad aumentare gli investimenti”.
Invece no. Anche
negli Stati Uniti la spesa pubblica è calata, dopo il primo stimolo, e il
governo è impegnato in serrate discussioni con chi la vuole ancora ridurre, e
viene aumentare l’austerità. Basta vedere alcuni dei Post di Paul Krugman per
sincerarsene. Ad esempio questo.
Per De Long, la
ragione è elementare: una parte importante del motivo è che, nella parte superiore della distribuzione
dei redditi, non c'è crisi. “Secondo le migliori
stime, la quota di reddito top 10% dell'America probabilmente ha
superato il 50% nel 2012 per la prima
volta in assoluto, e la quota di reddito che è andata al top 1%, del 22%, è
stata superata solo nel 2007, 2006 e 1928. I redditi del top 10% in America sono i due terzi superiori a quelli
dei loro omologhi 20 anni fa, mentre i redditi dei top 1% sono più che
raddoppiati”.
Anche a causa di
questa floridezza coloro che rientrano negli strati superiori si considerano benefattori
per l'economia statunitense: ogni volta che comprano. E in effetti, per De
Long, lo sono. Ma, “solo coloro
che trascorrono più tempo a parlare con i macroeconomisti competenti di quanto
è sano”, hanno percezione di un fatto molto semplice. Questa distribuzione non
è ottimale. Se l’economia fosse “ribilanciata” alla piena occupazione, potrebbe
produrre molta più ricchezza.
Così l'assenza
di disagio tra il top 10% e il suo top 1%, rende comprensibile l’assenza di pressione
politica per le misure necessarie a far tornare l'economia al suo percorso di
crescita pre-2008.
Tuttavia, per tutti gli altri, cioè per il 90%
della popolazione degli Stati Uniti, dice De Long “non c'è stato alcun salto di
quota del reddito rispetto a dieci o 20 anni fa per compensare quello che oggi
sembra essere un decennio perduto in modo permanente. Al contrario, la
parte inferiore - il 90% - ha continuato a perdere terreno.”
La cosa è ancora
più distorsiva, per effetto di tre meccanismi molto semplici (che De Long
lascia impliciti):
- - La propensione ai consumi di chi guadagna multipli di milioni di dollari all’anno
sono molto diversi, per quantità e qualità, di quelli che guadagnano 30.000
dollari all’anno. I primi spingono sulla finanza strutturata e tendono ad
andare in paradisi fiscali a “girare”, oppure, per una quota molto piccola in
senso relativo vengono spesi in beni di lusso e servizi alle persone. Tra i
beni di lusso ci sono autentiche “bolle” speculative, come i quadri d’arte e le
bottiglie di vino, che praticamente equivalgono a bruciare i soldi nel
caminetto per vedere il bel colore che fa.
- - La forza relativa del risparmio investito in prodotti finanziari opachi ed all’estero,
sottrae risorse fiscali allo Stato, e dunque agli investimenti pubblici in
sanità ed istruzione che rappresentano l’unica strada per recuperare il gap
esistenziale che un cittadino povero ha alla nascita rispetto ad uno ricco.
Questa stessa forza tiene sotto pressione i sistemi decisionali pubblici affinché
non introduca sistemi di controllo e di responsabilità.
- - L’attrazione,
rappresentata da rendimenti elevati, a rischi apparentemente bassi di questo
sistema finanziario, aspira come una pompa risorse anche dal sistema privato di
produzione, riducendo gli investimenti sotto il livello che sarebbe necessario.
Dunque danneggiando l’innovazione e la crescita della produttività. Con essa la
crescita economica futura.
In effetti,
tornano all’autore, bisogna considerare che la storia parte da lontano, è da
quando la disuguaglianza di reddito ha cominciato a crescere nel 1980 e 1990, che
si aspettava di vedere una reazione politica. La politica democratica, avrebbero
dovuto controllare il crescente potere di pochi sui molti; soprattutto da
quando è diventato evidente che le promesse di fornire piena occupazione e crescente
- e sempre più condivisa – prosperità restano evidentemente tradite.
Dopo
tutto, ricorda De Long, “all'inizio del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna,
la crescente disuguaglianza causata dalla rivoluzione industriale aveva dato
luogo a movimenti per la regolamentazione del governo negli interessi delle
classi medie lavoratrici, e per un riequilibrio dei redditi reali dei ricchi
proprietari terrieri. Allo stesso modo, la Grande Depressione aveva
prodotto un'enorme pressione politica per la riforma e il cambiamento”.
La domanda
finale è in effetti quella centrale: “perché
non è possibile avviare movimenti simili oggi in America?”
Questa domanda
rende visibile che gli americani (ed anche gli Europei) dovrebbero essere “più
preoccupati oggi per la qualità della loro democrazia di quanto lo sono sull'ineguaglianza
dei loro redditi”.
Molto giusto Bradford De Long!

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