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martedì 31 dicembre 2013

Bradford De Long “lo strano caso dell’ineguaglianza americana”


Bradford De Long è un economista keynesiano americano tra i più importanti, professore a Berkley ed animatore di frequenti dibattiti e molto attivo anche in rete (su twitter). Ritorna, come di frequente, sul tema centrale dell’ineguaglianza con questo breve post su Project Syndacate.
Inizia con una frase ad effetto molto interessante: “a meno che qualcosa vada storto inaspettatamente nel 2014, il livello di PIL reale pro capite negli Stati Uniti uguaglierà e supererà il livello del 2007. Questa non è una buona notizia”.


In che senso? Se il PIL pro capite sale non è una buona notizia?

De Long, per spiegarlo, ricorda che durante i due cicli economici (crescita-crisi) che hanno preceduto la crisi del 2007 il PIL pro capite americano è cresciuto ad un ritmo medio annuo del 2%. Che è la media dell’ultimo secolo.
Dunque dal 2007 ad oggi più o meno si è perso il 14% della crescita del PIL. Vale a dire che se non ci fosse stata la crisi non saremmo al livello del 2007, ma del 14% più in alto (meglio non parlare dell’Italia che non lo ha ancora recuperato). Quel che è grave, e motiva la frase iniziale, è che non c’è alcun segno che si possa recuperare il vecchio sentiero di crescita. Joseph Stiglitz, in un recente post, segnala che abbiamo evitato una Grande Depressione (negli USA, con il QE) solo per precipitare nel “Grande Malessere”, cioè nella relativa stagnazione (che per alcuni altri economisti è “secolare”).
Restiamo su De Long, questo deficit di crescita potenziale (cioè quel che abbiamo perso con la crisi del 2008, ad oggi) ammonta a circa 9.000,00 dollari pro capite. Negli USA, in Europa e Giappone ovviamente di più, dato che “stanno facendo molto peggio”. Con le parole di Bradford: “ciò significa 9.000 dollari a persona all'anno in beni di consumo durevoli, merci non acquistate, vacanze non godute, investimenti non fatti, e così via. Entro la fine del 2014, il cumulato pro capite di rifiuti dalla crisi e le sue conseguenze sarà totale circa $ 60.000”. Al tasso di sconto reale del 6%, applicato per i redditi da capitale si arriva a 150.000 $ pro capite, se si considera il tasso a trenta anni all’1,6% del Tesoro degli Stati Uniti, si arriva a ben 550.000,00 $ pro capite persi. Se aggiungiamo le spese sostenute in sovvenzioni per i disoccupati ed il mancato reddito, ed il danno fatto al futuro percorso di crescita composto, le perdite raggiungono i 3,5-10 anni di produzione totale. Una perdita maggiore di quella subita durante la Grande Depressione in proporzione, ed in termini assoluti enormemente di più (dato che il PIL pro-capite è 5,5 volte più grande ed in assoluto 16 volte più grande).
Dunque gli storici futuri vedranno questi anni come il più grande disastro economico della Storia Americana.

A questo punto l’analista lascia spazio al cittadino De Long, che si chiede una cosa in fondo molto semplice: “Uno potrebbe pensare che un tale disastro macroeconomico – il furto alla famiglia media americana di ¼ dei suoi 36 mila dollari all'anno in beni e servizi utili, e che minaccia di tenere gli americani più poveri di quello che potrebbero essere stati per decenni, se non di più - concentrerà le menti dei responsabili politici”. Si potrebbe, cioè, pensare che i leader americani siano impegnati in modo parossistico a trovare formule politiche volte a riportare l'economia al suo percorso di crescita pre-2008: “a mettere le persone di nuovo al lavoro, a garantire la pulizia dei mutui subprime, a ripristinare la capacità di assunzione del rischio dei mercati finanziari, e ad aumentare gli investimenti”.

Invece no. Anche negli Stati Uniti la spesa pubblica è calata, dopo il primo stimolo, e il governo è impegnato in serrate discussioni con chi la vuole ancora ridurre, e viene aumentare l’austerità. Basta vedere alcuni dei Post di Paul Krugman per sincerarsene. Ad esempio questo.
Per De Long, la ragione è elementare: una parte importante del motivo è che, nella parte superiore della distribuzione dei redditi, non c'è crisi. “Secondo le migliori stime, la quota di reddito top 10% dell'America probabilmente ha superato il 50% nel 2012 per la prima volta in assoluto, e la quota di reddito che è andata al top 1%, del 22%, è stata superata solo nel 2007, 2006 e 1928. I redditi del top 10%  in America sono i due terzi superiori a quelli dei loro omologhi 20 anni fa, mentre i redditi dei top 1% sono più che raddoppiati”.

Anche a causa di questa floridezza coloro che rientrano negli strati superiori si considerano benefattori per l'economia statunitense: ogni volta che comprano. E in effetti, per De Long, lo sono. Ma, “solo coloro che trascorrono più tempo a parlare con i macroeconomisti competenti di quanto è sano”, hanno percezione di un fatto molto semplice. Questa distribuzione non è ottimale. Se l’economia fosse “ribilanciata” alla piena occupazione, potrebbe produrre molta più ricchezza.  
Così l'assenza di disagio tra il top 10% e il suo top 1%, rende comprensibile l’assenza di pressione politica per le misure necessarie a far tornare l'economia al suo percorso di crescita pre-2008.

Tuttavia, per tutti gli altri, cioè per il 90% della popolazione degli Stati Uniti, dice De Long “non c'è stato alcun salto di quota del reddito rispetto a dieci o 20 anni fa per compensare quello che oggi sembra essere un decennio perduto in modo permanente. Al contrario, la parte inferiore - il 90% - ha continuato a perdere terreno.”
La cosa è ancora più distorsiva, per effetto di tre meccanismi molto semplici (che De Long lascia impliciti):
-    -  La propensione ai consumi di chi guadagna multipli di milioni di dollari all’anno sono molto diversi, per quantità e qualità, di quelli che guadagnano 30.000 dollari all’anno. I primi spingono sulla finanza strutturata e tendono ad andare in paradisi fiscali a “girare”, oppure, per una quota molto piccola in senso relativo vengono spesi in beni di lusso e servizi alle persone. Tra i beni di lusso ci sono autentiche “bolle” speculative, come i quadri d’arte e le bottiglie di vino, che praticamente equivalgono a bruciare i soldi nel caminetto per vedere il bel colore che fa.
-     -   La forza relativa del risparmio investito in prodotti finanziari opachi ed all’estero, sottrae risorse fiscali allo Stato, e dunque agli investimenti pubblici in sanità ed istruzione che rappresentano l’unica strada per recuperare il gap esistenziale che un cittadino povero ha alla nascita rispetto ad uno ricco. Questa stessa forza tiene sotto pressione i sistemi decisionali pubblici affinché non introduca sistemi di controllo e di responsabilità.
-    -  L’attrazione, rappresentata da rendimenti elevati, a rischi apparentemente bassi di questo sistema finanziario, aspira come una pompa risorse anche dal sistema privato di produzione, riducendo gli investimenti sotto il livello che sarebbe necessario. Dunque danneggiando l’innovazione e la crescita della produttività. Con essa la crescita economica futura.

In effetti, tornano all’autore, bisogna considerare che la storia parte da lontano, è da quando la disuguaglianza di reddito ha cominciato a crescere nel 1980 e 1990, che si aspettava di vedere una reazione politica. La politica democratica, avrebbero dovuto controllare il crescente potere di pochi sui molti; soprattutto da quando è diventato evidente che le promesse di fornire piena occupazione e crescente - e sempre più condivisa – prosperità restano evidentemente tradite.
 Dopo tutto, ricorda De Long, “all'inizio del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna, la crescente disuguaglianza causata dalla rivoluzione industriale aveva dato luogo a movimenti per la regolamentazione del governo negli interessi delle classi medie lavoratrici, e per un riequilibrio dei redditi reali dei ricchi proprietari terrieri. Allo stesso modo, la Grande Depressione aveva prodotto un'enorme pressione politica per la riforma e il cambiamento”.

La domanda finale è in effetti quella centrale: “perché non è possibile avviare movimenti simili oggi in America?” 

Questa domanda rende visibile che gli americani (ed anche gli Europei) dovrebbero essere “più preoccupati oggi per la qualità della loro democrazia di quanto lo sono sull'ineguaglianza dei loro redditi”.

Molto giusto Bradford De Long!



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