La Finlandia ha
un PIL di 180 Miliardi di Euro nel 2010 ed è la tredicesima economia Europea e presenta
un’economia industriale avanzata:
come tutti i paesi simili due terzi del PIL nazionale proviene dal settore
del terziario.
L'industria è prevalentemente
manifatturiera (ed incide
per il 34% del PIL). Quella finlandese è un’economia molto forte, specialmente
se rapportata al suo numero di abitanti: è una delle nazioni con il reddito
pro capite più alto al mondo. Dopo la pesante crisi che colpì il paese alla
fine degli anni ottanta, dovuta al generale clima di recessione ed alla fine
dell’URSS, alla quale è stata sempre legata, più per necessità che per scelta,
nel 1995 la Finlandia ha aderito all’Unione
Europea, riallineandosi ai livelli di sviluppo degli altri paesi
europei. Oggi la ricchezza netta delle famiglie finlandesi è vicina alla media dell'Unione Europea. Il paese
conta un numero di piccole e medie
imprese relativamente basso e, nelle regioni isolate, l’economia
locale è legata per lo più ai servizi nel settore pubblico, alle produzioni
forestali e, in misura minore, a quelle agricole. Qualche altro dato qui.
In questo paese
del Nord, che è stato spesso visto come un’isola felice, ricca e dal welfare
generoso, sembra, da un
reportage di Giulia Tarozzi, che il vento stia cambiando: la crescita del
primo trimestre 2013 è stato negativo (-0,1%), poco ma per il secondo anno
consecutivo. Il paese è tecnicamente in recessione.
Se si va a
vedere da cosa dipende questo risultato iniziano le cose interessanti (per così
dire): si tratta del crollo delle commesse dall’estero (carta, macchinari e
navi) causato essenzialmente dalla crisi dei suoi clienti. Si tratta del
rovescio di una politica basata solo sull’austerità e senza misure di sostegno
della crescita.
Se l’Italia
riduce le sue importazioni, evidentemente qualcuno deve ridurre le sue
esportazioni (pesano ca. 750 milioni di Euro). Quando la cosa interessa l’intera
Europa del Sud (un’area di oltre 120 milioni di abitanti) non può che generare
problemi. Che probabilmente saranno accelerati dall incipiente crisi della
Turchia, dell’India , del Brasile e di altri paesi emergenti colpiti dagli
effetti dell’interruzione americana del QE (il cosiddetto “tapering”)
annunciato di recente dalla FED.
Secondo i dati
raccolti dalla Yle (televisione locale) l’economia rallenta a causa della
fragilità intrinseca di un paese che si basa essenzialmente sulle esportazioni
(o meglio, che ha visto i momenti di crescita legati a tale sbilanciamento).
Dall’inizio
della crisi Europea, e poi in particolare dalla sua recrudescenza nel 2011 e
seg., le esportazioni sono state avvicinate e poi raggiunte e superate dalle
importazioni. Il grafico esprime il dato in termini di euro/abitante.
La cosa è
aggravata dalla difficoltà di alcuni settori chiave ed innovativi (quindi con
componenti ad alto salario ed effetto moltiplicatore) come la Nokia. Tutto ciò
nel contesto di un Paese che ha pressione fiscale molto alta e stipendi
generalmente più alti della media europea. Quindi particolare difficoltà ad
attrarre imprese estere.
Il governo del
Premier Katainen, in questa situazione da mesi vede scendere la fiducia
della gente: ormai “solo un cittadino su quattro ritiene che il governo abbia
fatto bene sino a oggi”. La ragione principale sta proprio nell’andamento
debole dell’economia finlandese.
In precedenza,
durante la crisi di metà anni novanta (provocata da una bolla immobiliare e da
deregolazione finanziaria) la situazione, assai grave con la disoccupazione al
18% e il PIL ad un misero -13%, fu salvata da una decisa svalutazione del 30% e
da politiche industriali molto decise che puntarono su un settore trainante ed
innovativo come l’Information Technology (settore che passò dal 6,5% del PIL al
23% in dieci anni). La Nokia si trasformò da media azienda a multinazionale.
Purtroppo per Helsinki
ora è più difficile, i vincoli della moneta e quelli dell’austerità imposta
dagli amici tedeschi lasciano la politica economica con poche armi. La crisi
vede la Nokia dimezzare i propri impiegati e il settore dell’elettronica
passare da 61.500 dipendenti nel 2008 ai 46.000 del marzo 2013.
Queste sono le
ragioni delle dichiarazioni molto dure del Ministro delle Finanze Jutta
Urpilainen a al quotidiano 'Kauppalehti': «La Finlandia si
impegna a essere un membro della zona Euro e stimiamo che l'Euro sia
benefico per la Finlandia. Tuttavia la
Finlandia non aderirà all'euro a qualsiasi prezzo e siamo pronti a tutti
gli scenari, compreso quello di
abbandonare la moneta unica europea».
Pare che solo
noi (e qualche altro paese “reprobo” del Sud) escludiamo anche solo di
parlarne.


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