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lunedì 30 dicembre 2013

La crisi arriva in Finlandia?


La Finlandia ha un PIL di 180 Miliardi di Euro nel 2010 ed è la tredicesima economia Europea e presenta un’economia industriale avanzata: come tutti i paesi simili due terzi del PIL nazionale proviene dal settore del terziario.

L'industria è prevalentemente manifatturiera (ed incide per il 34% del PIL). Quella finlandese è un’economia molto forte, specialmente se rapportata al suo numero di abitanti: è una delle nazioni con il reddito pro capite più alto al mondo. Dopo la pesante crisi che colpì il paese alla fine degli anni ottanta, dovuta al generale clima di recessione ed alla fine dell’URSS, alla quale è stata sempre legata, più per necessità che per scelta, nel 1995 la Finlandia ha aderito all’Unione Europea, riallineandosi ai livelli di sviluppo degli altri paesi europei. Oggi la ricchezza netta delle famiglie finlandesi  è vicina alla media dell'Unione Europea. Il paese conta un numero di piccole e medie imprese relativamente basso e, nelle regioni isolate, l’economia locale è legata per lo più ai servizi nel settore pubblico, alle produzioni forestali e, in misura minore, a quelle agricole. Qualche altro dato qui.
In questo paese del Nord, che è stato spesso visto come un’isola felice, ricca e dal welfare generoso, sembra, da un reportage di Giulia Tarozzi, che il vento stia cambiando: la crescita del primo trimestre 2013 è stato negativo (-0,1%), poco ma per il secondo anno consecutivo. Il paese è tecnicamente in recessione.
Se si va a vedere da cosa dipende questo risultato iniziano le cose interessanti (per così dire): si tratta del crollo delle commesse dall’estero (carta, macchinari e navi) causato essenzialmente dalla crisi dei suoi clienti. Si tratta del rovescio di una politica basata solo sull’austerità e senza misure di sostegno della crescita.
Se l’Italia riduce le sue importazioni, evidentemente qualcuno deve ridurre le sue esportazioni (pesano ca. 750 milioni di Euro). Quando la cosa interessa l’intera Europa del Sud (un’area di oltre 120 milioni di abitanti) non può che generare problemi. Che probabilmente saranno accelerati dall incipiente crisi della Turchia, dell’India , del Brasile e di altri paesi emergenti colpiti dagli effetti dell’interruzione americana del QE (il cosiddetto “tapering”) annunciato di recente dalla FED.
Secondo i dati raccolti dalla Yle (televisione locale) l’economia rallenta a causa della fragilità intrinseca di un paese che si basa essenzialmente sulle esportazioni (o meglio, che ha visto i momenti di crescita legati a tale sbilanciamento).

Dall’inizio della crisi Europea, e poi in particolare dalla sua recrudescenza nel 2011 e seg., le esportazioni sono state avvicinate e poi raggiunte e superate dalle importazioni. Il grafico esprime il dato in termini di euro/abitante.
La cosa è aggravata dalla difficoltà di alcuni settori chiave ed innovativi (quindi con componenti ad alto salario ed effetto moltiplicatore) come la Nokia. Tutto ciò nel contesto di un Paese che ha pressione fiscale molto alta e stipendi generalmente più alti della media europea. Quindi particolare difficoltà ad attrarre imprese estere.
Il governo del Premier Katainen, in questa situazione da mesi vede scendere la fiducia della gente: ormai “solo un cittadino su quattro ritiene che il governo abbia fatto bene sino a oggi”. La ragione principale sta proprio nell’andamento debole dell’economia finlandese.

In precedenza, durante la crisi di metà anni novanta (provocata da una bolla immobiliare e da deregolazione finanziaria) la situazione, assai grave con la disoccupazione al 18% e il PIL ad un misero -13%, fu salvata da una decisa svalutazione del 30% e da politiche industriali molto decise che puntarono su un settore trainante ed innovativo come l’Information Technology (settore che passò dal 6,5% del PIL al 23% in dieci anni). La Nokia si trasformò da media azienda a multinazionale.
Purtroppo per Helsinki ora è più difficile, i vincoli della moneta e quelli dell’austerità imposta dagli amici tedeschi lasciano la politica economica con poche armi. La crisi vede la Nokia dimezzare i propri impiegati e il settore dell’elettronica passare da 61.500 dipendenti nel 2008 ai 46.000 del marzo 2013.

Queste sono le ragioni delle dichiarazioni molto dure del Ministro delle Finanze Jutta Urpilainen a al quotidiano 'Kauppalehti': «La Finlandia si impegna a essere un membro della zona Euro e stimiamo che l'Euro sia benefico per la Finlandia. Tuttavia la Finlandia non aderirà all'euro a qualsiasi prezzo e siamo pronti a tutti gli scenari, compreso quello di abbandonare la moneta unica europea». 

Pare che solo noi (e qualche altro paese “reprobo” del Sud) escludiamo anche solo di parlarne.


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