Il professore
dell’Università Bocconi, Carlo Alberto Carnevale Maffè, ha rilasciato una
breve, ma molto densa, intervista
ad Affari Italiani, nella quale dice
che il 25 maggio 2014 sarà una data crinale, da quel giorno potrebbero non
esserci i numeri per governare il Parlamento Europeo. Contemporaneamente calerà
la “mannaia” del Fiscal Compact (quindi la Francia dovrà iniziare a risparmiare
50 Mld. all’anno, noi poco meno).
Ovviamente, su
questo dare torto al professore della Bocconi è veramente arduo, i numeri dell’economia
saranno simili a quelli di oggi: stagnazione
o giù di lì. Se tutto va bene; perché la “droga monetaria” (che evita
scelte più difficili, sulle quali potremmo essere in disaccordo) della FED e del Giappone, per allora saranno cessate. Allora
si vedrà chi se ne giovava, oltre la Turchia, l’India e altri paesi più o meno
ex-semiperiferici (magari avremo sorprese).
Maffè, partendo
da qui, fa un interessante esercizio di pessimismo della ragione, e descrive
uno scenario in cui l’Europa, nella paralisi dello scontro tra Parlamento e
Commissione, inasprito dallo stallo politico profetizzato, inizia una “lunga
serie di spettacolari avvitamenti pirotecnici, lunghe convulsioni istituzionali
che dureranno per molti anni”. Nel frattempo l’Italia <contafrottole>
(cui viene fondamentalmente imputato un “assetto istituzionale distorsivo e
profondamente corrotto”), resterà periferica a non scegliere, “per paura, per
carenza di legittimazione e di leadership, per lacerante conflitto di interessi
di una élite politica chiusa nella propria difesa e disconnessa dalla Nazione”.
E dunque la Francia sceglierà; è infatti, per Maffè, l’unico paese ad avere “il
peso, gli interessi ed il coraggio per fare le rivoluzioni”. Sul paese
transalpino il professore spende le parole più interessanti dell’intervista. Sarebbe
Parigi ad aver voluto l’Europa Franco-Tedesca che viene qualificata come “buorocratica,
illuminista e post-napoleonica” e costruita sul mito di un “Codice Civile
Europeo”, armonizzante sul modello dei regolamenti e direttive imposte alle
provincie.
C’è del vero,
assolutamente, in questa descrizione (nella quale naturalmente la passione per
la normalizzazione e la regolamentazione è condivisa con i tedeschi, con le
loro minuziose normative tecniche continuamente aggiornate), ma varrebbe
richiamare anche l’altro asse del progetto di uniformazione: la concorrenza economica. Il potere
disciplinante dei flussi finanziari ed economici, nel quadro di una carenza di
solidarietà e di politica (presenti nelle “riforme Delors”, ma poi “dimenticati
per strada”) e di un fondamentale sospetto per la democrazia popolare. Ci
torniamo.
Maffè continua l’analisi
raggiungendo il punto più profondo di pessimismo (in realtà la sua radice): la
Francia, come tutta l’Europa, non regge il ritmo del “passo doppio” Tedesco perché
non tiene più il suo ruolo geopolitico. Perdendo il suo potenziale resta quindi
condannata (“con una popolazione sempre più vecchia ed un welfare sempre più
insostenibile”) a diventare una periferia.
Ad essere ridotta, di nuovo, ad una semplice area di libero scambio
commerciale. E ciò “inesorabilmente”.
L’Euro, che potrebbe cadere nel 2014, non è
altro che il comodo schermo di questi problemi, anche se superato (come Maffè
credo auspichi) resteranno.
L’intervento,
dunque, esprime un compatto ed
interessante punto di vista: l’Europa è un progetto sbagliato, perché corre
troppo avanti rispetto ai Popoli ed alle Nazioni, che non sono pronte ad una
vera unità; questo progetto di unificazione dall’alto ha natura burocratica ed
illuminista, ed è stato voluto dalle élite politiche; queste élite non sono in
grado di lasciarlo, perché sconnesse dalla Nazione e perché prigioniere di “conflitti
di interesse”; l’Euro non è che la punta di questo iceberg contro il quale il
transatlantico che ci porta sta andando a sbattere; con la decisiva azione
della Francia andiamo incontro ad una nuova frammentazione ed alla riduzione
dell’Europa ad una sola “area di libero scambio” (come quella americana, con
Canada e Messico; a quella asiatica, etc.); dunque a diventare una periferia.
Ascoltando
queste analisi mi sento sempre lacerato, da una parte condivido diverse
affermazioni: l’Europa è un programma burocratico costrittivo, la costruzione
del popolo europeo è stato lasciato indietro (“Cavour direbbe: ora facciamo gli
Europei”), e lo stesso progetto di Unità zoppica e si inceppa sia sulla
mancanza di pragmatismo e realismo dei tedeschi sia sul portato del “clima
dei tempi” (l’opinione pubblica non è più passiva come nell’ottocento). Il legame
delle élite con questo progetto, di interesse, certo, ma anche di identità ed
affettivo, rende difficile rivoluzionarlo e potrebbe alla fine perderlo. L’Euro
è solo l’emergenza, ma il problema è politico e istituzionale. Infine, la
Francia è decisiva.
Ma dall’altra
vorrei andare più in profondità: quale è il “conflitto di interesse”? Quali
sono le élite? Cosa è una Nazione? Perché il welfare non è “sostenibile”, ed in
che senso? È vero che la popolazione invecchia, è un destino, siamo i soli? Quale
è la <questione sociale> e quale è la <questione democratica> che
abbiamo davanti?
Questo è un
post, non un trattato, dunque queste domande le tratterò in modo leggero:
-
Il “conflitto
di interesse” principale che vedo è
quello tra la conservazione a qualsiasi costo del valore dei propri risparmi e
capitali, nell’attuale sbilanciatissima distribuzione (cfr. dibattito sulla ineguaglianza),
e la soluzione della compressione radicale del reddito tramite strumenti
monetari, fiscali, e tramite la stessa competizione. Solo in seconda battuta,
esiste il conflitto di interesse personale di qualche centinaio di persone, le
cui carriere e credibilità sono legate inesorabilmente al progetto. Non si
potrebbe spiegare come, altrimenti, centinaia di milioni di persone restino
legate da poche centinaia.
-
Le “élite”
sono dunque principalmente quelle economiche e sociali, i cui interessi
fondamentali sono interpretati e protetti da quelle politiche. Nessuno può
reggere altrimenti. Qui, in altre parole, è all’opera un fondamentale “conflitto
distributivo”, che è alla radice della radice (se vogliamo usare queste
metafore organiche). Si tratta di interessi a corto raggio, egoisti,
disconnessi dalla “Nazione” e impermeabili a qualsiasi discorso di solidarietà.
-
La “Nazione”
è un’ovvia astrazione. Molto pericolosa. Come il professore mi può certamente
insegnare, l’immagine di una “nazione” omogenea e singolare, è la radice del
populismo e del totalitarismo. In realtà non esiste. Quel che si può contare,
identificare e nominare sono innumerevoli differenze, fratture, somiglianze
settoriali, interessi, racconti. Questo dato di fatto indica che alla
rappresentazione di un’unità organica, cui si opporrebbero élite politiche
antropologicamente diverse, come marziani sulla terra, potrebbe essere opposta
la rappresentazione di una divisione di interesse transnazionale che sostiene
lo status quo. Anche questa è una semplificazione da interrogare e da tenere,
per così dire, “sospesa” nel suo status di ipotesi di lavoro, ma avrebbe il
pregio di aprire domande diverse.
-
Il welfare è insostenibile, solo nel quadro dato dell’attuale distribuzione, e
solo nell’ipotesi che l’assetto fiscale resti questo: sostanzialmente
interamente poggiante sul lavoro. Viceversa sarebbe certo da modernizzare e
ripensare, anche profondamente, il
suo legame con innumerevoli “corpi intermedi” che lo burocratizzano,
frapponendosi tra lo Stato ed il cittadino. Si tratta di una grande cosa da
rimettere in questione. Ma la funzione sociale, la garanzia di stabilità e la
promessa di dignità che esso rappresenta non è un retaggio del passato; è l’unica
speranza di futuro per la democrazia.
-
Del resto, è
molto discutibile che la popolazione
invecchi, nel senso che non è un fenomeno europeo, ma mondiale. È legato
con lo sviluppo ed il benessere. Ne è l’inevitabile, ed assolutamente
desiderabile, portato. L’Europa non è alla frontiera di tale trasformazione, o
meglio non lo è in prospettiva. Sicuramente la Cina è messa molto peggio ed
anche gli USA non hanno molto di cui stare tranquilli. In sostanza la partita è
aperta, ed i flussi migratori possono fare la differenza. Da questo punto di
vista andrebbe guardata con occhi diversi l’immigrazione dal nord Africa (area
dove la popolazione è molto giovane) e promossa in modo deciso la rapita integrazione.
L’insieme di
queste questioni legge in modo parzialmente diverso il nodo che il prof. Maffè
correttamente illustra: l’iceberg è molto profondo, ma soprattutto ci riguarda. È fatto della stessa
materia di cui siamo fatti noi. In effetti è stato costruito con i nostri
materiali, li hanno forniti le nostre élite politiche ed economiche. E’ stato
per anni un comodo Alias, al quale
far dire, come alla marionetta di un ventriloquo, ciò che in casa era difficile
pronunciare.
Per questo ha
parlato un linguaggio più vero, a suo modo; ha detto le parole senza vestirle
di troppa retorica. Di più (molto di più) ha agito senza parlare. Cioè senza
usare il linguaggio della politica (che, per sua natura, costringe all’universalismo
e non può aggirare la questione della fondazione democratica delle norme).
Rimettere in
questione questo comodo strumento significa ri-porre la <<questione
democratica>>, ma attraverso questa anche la <<questione
sociale>>.
Se non vogliamo
assistere alla fine della democrazia popolare, questa è la questione. Serve un
nuovo “patto sociale” oppure saremo condannati a crescente instabilità,
polarizzazione, degrado della cultura politica. A rivedere gli anni venti e
trenta.

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