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mercoledì 1 gennaio 2014

Carlo Alberto Carnevale Maffè, “Fuochi d’artificio nella polveriera Europa”


Il professore dell’Università Bocconi, Carlo Alberto Carnevale Maffè, ha rilasciato una breve, ma molto densa, intervista ad Affari Italiani, nella quale dice che il 25 maggio 2014 sarà una data crinale, da quel giorno potrebbero non esserci i numeri per governare il Parlamento Europeo. Contemporaneamente calerà la “mannaia” del Fiscal Compact (quindi la Francia dovrà iniziare a risparmiare 50 Mld. all’anno, noi poco meno).
Ovviamente, su questo dare torto al professore della Bocconi è veramente arduo, i numeri dell’economia saranno simili a quelli di oggi: stagnazione o giù di lì. Se tutto va bene; perché la “droga monetaria” (che evita scelte più difficili, sulle quali potremmo essere in disaccordo) della FED  e del Giappone, per allora saranno cessate. Allora si vedrà chi se ne giovava, oltre la Turchia, l’India e altri paesi più o meno ex-semiperiferici (magari avremo sorprese).

Maffè, partendo da qui, fa un interessante esercizio di pessimismo della ragione, e descrive uno scenario in cui l’Europa, nella paralisi dello scontro tra Parlamento e Commissione, inasprito dallo stallo politico profetizzato, inizia una “lunga serie di spettacolari avvitamenti pirotecnici, lunghe convulsioni istituzionali che dureranno per molti anni”. Nel frattempo l’Italia <contafrottole> (cui viene fondamentalmente imputato un “assetto istituzionale distorsivo e profondamente corrotto”), resterà periferica a non scegliere, “per paura, per carenza di legittimazione e di leadership, per lacerante conflitto di interessi di una élite politica chiusa nella propria difesa e disconnessa dalla Nazione”.
E dunque la Francia sceglierà; è infatti, per Maffè, l’unico paese ad avere “il peso, gli interessi ed il coraggio per fare le rivoluzioni”. Sul paese transalpino il professore spende le parole più interessanti dell’intervista. Sarebbe Parigi ad aver voluto l’Europa Franco-Tedesca che viene qualificata come “buorocratica, illuminista e post-napoleonica” e costruita sul mito di un “Codice Civile Europeo”, armonizzante sul modello dei regolamenti e direttive imposte alle provincie.
C’è del vero, assolutamente, in questa descrizione (nella quale naturalmente la passione per la normalizzazione e la regolamentazione è condivisa con i tedeschi, con le loro minuziose normative tecniche continuamente aggiornate), ma varrebbe richiamare anche l’altro asse del progetto di uniformazione: la concorrenza economica. Il potere disciplinante dei flussi finanziari ed economici, nel quadro di una carenza di solidarietà e di politica (presenti nelle “riforme Delors”, ma poi “dimenticati per strada”) e di un fondamentale sospetto per la democrazia popolare. Ci torniamo.
Maffè continua l’analisi raggiungendo il punto più profondo di pessimismo (in realtà la sua radice): la Francia, come tutta l’Europa, non regge il ritmo del “passo doppio” Tedesco perché non tiene più il suo ruolo geopolitico. Perdendo il suo potenziale resta quindi condannata (“con una popolazione sempre più vecchia ed un welfare sempre più insostenibile”) a diventare una periferia.  Ad essere ridotta, di nuovo, ad una semplice area di libero scambio commerciale. E ciò “inesorabilmente”.
L’Euro, che potrebbe cadere nel 2014, non è altro che il comodo schermo di questi problemi, anche se superato (come Maffè credo auspichi) resteranno.


L’intervento, dunque, esprime un compatto ed interessante punto di vista: l’Europa è un progetto sbagliato, perché corre troppo avanti rispetto ai Popoli ed alle Nazioni, che non sono pronte ad una vera unità; questo progetto di unificazione dall’alto ha natura burocratica ed illuminista, ed è stato voluto dalle élite politiche; queste élite non sono in grado di lasciarlo, perché sconnesse dalla Nazione e perché prigioniere di “conflitti di interesse”; l’Euro non è che la punta di questo iceberg contro il quale il transatlantico che ci porta sta andando a sbattere; con la decisiva azione della Francia andiamo incontro ad una nuova frammentazione ed alla riduzione dell’Europa ad una sola “area di libero scambio” (come quella americana, con Canada e Messico; a quella asiatica, etc.); dunque a diventare una periferia.

Ascoltando queste analisi mi sento sempre lacerato, da una parte condivido diverse affermazioni: l’Europa è un programma burocratico costrittivo, la costruzione del popolo europeo è stato lasciato indietro (“Cavour direbbe: ora facciamo gli Europei”), e lo stesso progetto di Unità zoppica e si inceppa sia sulla mancanza di pragmatismo e realismo dei tedeschi sia sul portato del “clima dei tempi” (l’opinione pubblica non è più passiva come nell’ottocento). Il legame delle élite con questo progetto, di interesse, certo, ma anche di identità ed affettivo, rende difficile rivoluzionarlo e potrebbe alla fine perderlo. L’Euro è solo l’emergenza, ma il problema è politico e istituzionale. Infine, la Francia è decisiva.
Ma dall’altra vorrei andare più in profondità: quale è il “conflitto di interesse”? Quali sono le élite? Cosa è una Nazione? Perché il welfare non è “sostenibile”, ed in che senso? È vero che la popolazione invecchia, è un destino, siamo i soli? Quale è la <questione sociale> e quale è la <questione democratica> che abbiamo davanti?

Questo è un post, non un trattato, dunque queste domande le tratterò in modo leggero:
-           Il “conflitto di interesse” principale che vedo è quello tra la conservazione a qualsiasi costo del valore dei propri risparmi e capitali, nell’attuale sbilanciatissima distribuzione (cfr. dibattito sulla ineguaglianza), e la soluzione della compressione radicale del reddito tramite strumenti monetari, fiscali, e tramite la stessa competizione. Solo in seconda battuta, esiste il conflitto di interesse personale di qualche centinaio di persone, le cui carriere e credibilità sono legate inesorabilmente al progetto. Non si potrebbe spiegare come, altrimenti, centinaia di milioni di persone restino legate da poche centinaia.
-          Le “élite” sono dunque principalmente quelle economiche e sociali, i cui interessi fondamentali sono interpretati e protetti da quelle politiche. Nessuno può reggere altrimenti. Qui, in altre parole, è all’opera un fondamentale “conflitto distributivo”, che è alla radice della radice (se vogliamo usare queste metafore organiche). Si tratta di interessi a corto raggio, egoisti, disconnessi dalla “Nazione” e impermeabili a qualsiasi discorso di solidarietà.
-          La “Nazione” è un’ovvia astrazione. Molto pericolosa. Come il professore mi può certamente insegnare, l’immagine di una “nazione” omogenea e singolare, è la radice del populismo e del totalitarismo. In realtà non esiste. Quel che si può contare, identificare e nominare sono innumerevoli differenze, fratture, somiglianze settoriali, interessi, racconti. Questo dato di fatto indica che alla rappresentazione di un’unità organica, cui si opporrebbero élite politiche antropologicamente diverse, come marziani sulla terra, potrebbe essere opposta la rappresentazione di una divisione di interesse transnazionale che sostiene lo status quo. Anche questa è una semplificazione da interrogare e da tenere, per così dire, “sospesa” nel suo status di ipotesi di lavoro, ma avrebbe il pregio di aprire domande diverse.
-          Il welfare è insostenibile, solo nel quadro dato dell’attuale distribuzione, e solo nell’ipotesi che l’assetto fiscale resti questo: sostanzialmente interamente poggiante sul lavoro. Viceversa sarebbe certo da modernizzare e ripensare, anche profondamente, il suo legame con innumerevoli “corpi intermedi” che lo burocratizzano, frapponendosi tra lo Stato ed il cittadino. Si tratta di una grande cosa da rimettere in questione. Ma la funzione sociale, la garanzia di stabilità e la promessa di dignità che esso rappresenta non è un retaggio del passato; è l’unica speranza di futuro per la democrazia.
-          Del resto, è molto discutibile che la popolazione invecchi, nel senso che non è un fenomeno europeo, ma mondiale. È legato con lo sviluppo ed il benessere. Ne è l’inevitabile, ed assolutamente desiderabile, portato. L’Europa non è alla frontiera di tale trasformazione, o meglio non lo è in prospettiva. Sicuramente la Cina è messa molto peggio ed anche gli USA non hanno molto di cui stare tranquilli. In sostanza la partita è aperta, ed i flussi migratori possono fare la differenza. Da questo punto di vista andrebbe guardata con occhi diversi l’immigrazione dal nord Africa (area dove la popolazione è molto giovane) e promossa in modo deciso la rapita integrazione.

L’insieme di queste questioni legge in modo parzialmente diverso il nodo che il prof. Maffè correttamente illustra: l’iceberg è molto profondo, ma soprattutto ci riguarda. È fatto della stessa materia di cui siamo fatti noi. In effetti è stato costruito con i nostri materiali, li hanno forniti le nostre élite politiche ed economiche. E’ stato per anni un comodo Alias, al quale far dire, come alla marionetta di un ventriloquo, ciò che in casa era difficile pronunciare.
Per questo ha parlato un linguaggio più vero, a suo modo; ha detto le parole senza vestirle di troppa retorica. Di più (molto di più) ha agito senza parlare. Cioè senza usare il linguaggio della politica (che, per sua natura, costringe all’universalismo e non può aggirare la questione della fondazione democratica delle norme).

Rimettere in questione questo comodo strumento significa ri-porre la <<questione democratica>>, ma attraverso questa anche la <<questione sociale>>.


Se non vogliamo assistere alla fine della democrazia popolare, questa è la questione. Serve un nuovo “patto sociale” oppure saremo condannati a crescente instabilità, polarizzazione, degrado della cultura politica. A rivedere gli anni venti e trenta.

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