Pierre Rosanvallon, in un libro che
abbiamo già letto, La politica nell’età
della sfiducia, tratteggia una mutazione strutturale che la democrazia
contemporanea sta subendo. Le tre dimensioni che la democrazia ha sempre
compreso, in quanto regime politico instabile per natura, del governo
“elettorale-rappresentativo”, dell’attività contro-democratica autorganizzata,
e del lavoro del politico, il primo ed il terzo sono soggetti ad un continuo
screditamento ad opera del secondo.
Stiamo entrando a grandi passi e
rapidamente nel tempo dominato dalla “contro-politica”, una vera forma politica
che si estrinseca nella “sfiducia organizzata” rispetto alla democrazia della
legittimità elettorale, una forma politica disseminata nei “poteri indiretti” che
non ambiscono a diventare “potere diretto”, ma a controllarlo e limitarlo. Una
sorta di “contrafforte”.
Si
tratta della prevalenza della figura della <sorveglianza> “la vigilanza
del popolo-controllore, costantemente attivo, celebrata come il migliore
antidoto alla tendenza del potere di corrompersi, di farsi quella che Mirabeau
chiamava <aristocrazia di fatto>. Un delle figure esemplari è quella di
Marat, che viene magistralmente tratteggiata da Rosanvallon in questo modo: “Marat,
che ha aderito all’ideale rivoluzionario della sorveglianza e ne è stato uno
dei messaggeri. Nel suo Chaines de
l’esclavage, pubblicato nel 1774, pone questa preoccupazione al centro
della sua visione. <per restare libero- scrive- bisogna avere sempre gli
occhi aperti sul governo; bisogna spiare i suoi passi, opporsi ai suoi
attacchi, reprimere le sue perversioni> (p.4421) L’obiettivo dell’azione
politica, sottolinea, è di esercitare un controllo continuo sugli atti degli
uomini giunti al potere. Anche quando sono scelti da voi, sorvegliarli
ininterrottamente è un dovere per tutti>. Ma l’Ami du people, che egli pubblica a partire dal 1789, andrà ben
presto oltre questi primi obiettivi, che il saggio Alain un secolo e mezzo dopo
avrebbe approvato.
Marat in effetti prende brutalmente le
distanze dal potere: ben presto arriva a immaginarlo solo sotto le sembianze di
un macabro e implacabile strumento per cospirare e complottare. Ai suoi occhi,
per definizione ogni governo diventa dispotico, potere inesorabilmente
tirannico, arsenale machiavellico. Con Marat, è stato giustamente osservato,
<l’attività politica del cittadino si perde anima e corpo nel controllo>.
Di qui la passività politica che paradossalmente ne deriva: il potere a forza
di essere vilipeso e denunciato finisce per costituirsi come una fortezza che
si considera impossibile da conquistare; si è eretto a potenza inaccessibile,
radicalmente estraneo ai cittadini. Per Marat il potere è in fondo
paradossalmente inteso sotto le sembianze di una tirannia invincibile; non si
ritiene che possa divenire democratico.” (R., p. 250)
La critica e la sorveglianza si muta,
per via di radicalizzazione, in impolitica, in rifiuto di confrontarsi con i
problemi legati all’organizzazione di un mondo comune; la volontà di rendere
alla luce si rovescia nell’oscurare, nel rendere passivo, nel impedire la
leggibilità. La passione politica diventa forza vocata alla distruzione
dell’azione collettiva, in favore della vaga idealizzazione di un luogo “altro”
e “sano” (necessario, per creare il punto di leva dal quale denunciare come
“insana” l’azione politica tutta). Questo “corpo” è il “popolo”, che è
implicitamente rappresentato come unitario, senza divisioni, omogeneo.
Secondo Rosanvallon, oggi, questa
modalità della im-politica si afferma perché “l’idea di alternativa si è erosa”
e la “percezione stessa della radicalità ha cambiato natura. Essa ormai ha
abbandonato la prospettiva di un grande avvenire, immaginandosi invece con le
modalità di una voce morale inflessibilmente preposta a stigmatizzare i potenti
o a risvegliare i dormienti. La radicalità oggi è semplicemente il dito
quotidiano che denuncia, il coltello che gira in permanenza le piaghe del mondo
e non più il cannone che cerca di prendere d’assalto la cittadella del potere
al termine di una battaglia decisiva”. (R. p.239)


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