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giovedì 26 dicembre 2013

Chi è Marat?


Pierre Rosanvallon, in un libro che abbiamo già letto, La politica nell’età della sfiducia, tratteggia una mutazione strutturale che la democrazia contemporanea sta subendo. Le tre dimensioni che la democrazia ha sempre compreso, in quanto regime politico instabile per natura, del governo “elettorale-rappresentativo”, dell’attività contro-democratica autorganizzata, e del lavoro del politico, il primo ed il terzo sono soggetti ad un continuo screditamento ad opera del secondo.
Stiamo entrando a grandi passi e rapidamente nel tempo dominato dalla “contro-politica”, una vera forma politica che si estrinseca nella “sfiducia organizzata” rispetto alla democrazia della legittimità elettorale, una forma politica disseminata nei “poteri indiretti” che non ambiscono a diventare “potere diretto”, ma a controllarlo e limitarlo. Una sorta di “contrafforte”.

Si tratta della prevalenza della figura della <sorveglianza> “la vigilanza del popolo-controllore, costantemente attivo, celebrata come il migliore antidoto alla tendenza del potere di corrompersi, di farsi quella che Mirabeau chiamava <aristocrazia di fatto>. Un delle figure esemplari è quella di Marat, che viene magistralmente tratteggiata da Rosanvallon in questo modo: “Marat, che ha aderito all’ideale rivoluzionario della sorveglianza e ne è stato uno dei messaggeri. Nel suo Chaines de l’esclavage, pubblicato nel 1774, pone questa preoccupazione al centro della sua visione. <per restare libero- scrive- bisogna avere sempre gli occhi aperti sul governo; bisogna spiare i suoi passi, opporsi ai suoi attacchi, reprimere le sue perversioni> (p.4421) L’obiettivo dell’azione politica, sottolinea, è di esercitare un controllo continuo sugli atti degli uomini giunti al potere. Anche quando sono scelti da voi, sorvegliarli ininterrottamente è un dovere per tutti>. Ma l’Ami du people, che egli pubblica a partire dal 1789, andrà ben presto oltre questi primi obiettivi, che il saggio Alain un secolo e mezzo dopo avrebbe approvato.
Marat in effetti prende brutalmente le distanze dal potere: ben presto arriva a immaginarlo solo sotto le sembianze di un macabro e implacabile strumento per cospirare e complottare. Ai suoi occhi, per definizione ogni governo diventa dispotico, potere inesorabilmente tirannico, arsenale machiavellico. Con Marat, è stato giustamente osservato, <l’attività politica del cittadino si perde anima e corpo nel controllo>. Di qui la passività politica che paradossalmente ne deriva: il potere a forza di essere vilipeso e denunciato finisce per costituirsi come una fortezza che si considera impossibile da conquistare; si è eretto a potenza inaccessibile, radicalmente estraneo ai cittadini. Per Marat il potere è in fondo paradossalmente inteso sotto le sembianze di una tirannia invincibile; non si ritiene che possa divenire democratico.” (R., p. 250)

La critica e la sorveglianza si muta, per via di radicalizzazione, in impolitica, in rifiuto di confrontarsi con i problemi legati all’organizzazione di un mondo comune; la volontà di rendere alla luce si rovescia nell’oscurare, nel rendere passivo, nel impedire la leggibilità. La passione politica diventa forza vocata alla distruzione dell’azione collettiva, in favore della vaga idealizzazione di un luogo “altro” e “sano” (necessario, per creare il punto di leva dal quale denunciare come “insana” l’azione politica tutta). Questo “corpo” è il “popolo”, che è implicitamente rappresentato come unitario, senza divisioni, omogeneo.


Secondo Rosanvallon, oggi, questa modalità della im-politica si afferma perché “l’idea di alternativa si è erosa” e la “percezione stessa della radicalità ha cambiato natura. Essa ormai ha abbandonato la prospettiva di un grande avvenire, immaginandosi invece con le modalità di una voce morale inflessibilmente preposta a stigmatizzare i potenti o a risvegliare i dormienti. La radicalità oggi è semplicemente il dito quotidiano che denuncia, il coltello che gira in permanenza le piaghe del mondo e non più il cannone che cerca di prendere d’assalto la cittadella del potere al termine di una battaglia decisiva”. (R. p.239)

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