Pagine

mercoledì 25 dicembre 2013

Thomas Piketty, Cambiare l’Europa per superare la crisi


Un interessante Articolo su Liberation di Thomas Piketty, Professore di Economia a Parigi e Direttore del EHESS; viene messo in evidenza il rapporto tra la crisi europea e l’institutional building che genera soluzioni disfunzionali.

L’Europa sembra, infatti, bloccata in uno stato di “stagnazione e diffidenza”, e non ha ancora recuperato il livello di attività del 2007, mentre gli Stati Uniti stanno crescendo, il Giappone è sulla strada. Il nostro debito pubblico, inferiore a quello di tutto il mondo ricco, sembra che ci schiacci inesorabilmente. Ma, secondo le parole dell’autore: “L'ironia non si ferma qui. Il nostro modello sociale è il migliore del mondo, e abbiamo tutte le ragioni per unirsi per difenderlo, migliorarlo e promuoverlo. Totale attività (immobili e attività finanziarie, al netto di eventuali passività) detenute dagli europei è la più alta del mondo, molto più avanti degli Stati Uniti e del Giappone, molto più avanti della Cina. Contrariamente alla credenza popolare, quello che gli europei hanno nel mondo è molto superiore a quello che il mondo ha in Europa”.
In altre parole, siamo nelle condizioni migliori di tutti i nostri potenziali partner e concorrenti. Perché non riusciamo a superare la crisi? La risposta di Piketty è che il motivo principale è politico: “Siamo governati da piccoli paesi che hanno esacerbato la concorrenza tra di loro, … con istituzioni pubbliche assolutamente inadeguate e disfunzionali”. 
In una moneta unica che non funziona, e non può funzionare con 17 debiti pubblici diversi e 27 politiche fiscali non coordinate, dobbiamo procedere sulla strada dell’unificazione dei debiti pubblici e dell’unione di bilancio e fiscale. Ma per far questo bisogna “rivedere radicalmente l'architettura politica dell'Europa”. La mia posizione, su questo modo di porre la cosa è che o si procede rapidamente su questa strada, al massimo nel corso del 2014, o qualcosa si romperà e inizierà la disgregazione, che potrebbe essere molto rapida. Purtroppo, presa la strada della disgregazione è difficile mantenere la calma e non ricadere nella guerra commerciale dichiarata (diciamo da “guerra fredda” a “guerra calda”).
Per Piketty, e su questo non si può che dargli ragione, “il cuore del problema è il Consiglio dei Capi di Stato - e le sue variazioni a livello ministeriale (Consiglio dei ministri delle Finanze, Eurogroup, ecc.), che finge di credere di poter prendere il posto della Camera Parlamentare come sovrano in Europa”. L’idea implicita sarebbe di essere una sorta di “Camera che rappresenta gli Stati”, a fianco del Parlamento europeo che rappresenta direttamente i cittadini. 
Si tratterebbe di una “doppia sovranità”. Un’idea simile (ma di segno radicalmente diverso) è promossa da Habermas in “Saggio sulla Costituzione dell’Europa. Per il filosofo tedesco la scelta di fondo che abbiamo davanti -in questo bivio fondamentale della storia Europea- sembra essere, insomma, tra l’articolazione di una “democrazia transnazionale”, da una parte, ed il “federalismo esecutivo postdemocratico”, dall’altra. Cioè tra la completa estensione dentro l’Unione Europea della logica delle organizzazioni sovranazionali, che da tempo solleva il timore di distruggere il nesso tra diritti fondamentali e democrazia (oggi assicurata solo entro gli Stati Nazionali) e l’estensione della pratica democratica oltre i confini nazionali. Il punto è che i diritti (e con essi la democrazia) rischiano di essere espropriati dai poteri esecutivi resisi autonomi.
La soluzione che Habermas cerca quindi di articolare è quella di una “divisione di sovranità” fra Cittadini dell’Unione Europea (che quindi devono esprimersi nell’arena Europea ed eleggere loro rappresentanti capaci di azione ed efficacia) e i Popoli d’Europa (rappresentati dagli Stati tramite i loro Governi). I cittadini si troverebbero, in un certo senso, ad essere divisi in due personae (tre quando sarà operativo il livello cosmopolitico). Nei termini della costruzione istituzionale Europea, si tratterebbe, insomma, di ribilanciare i tre Organi dando maggiore ruolo al Parlamento Europeo e con la Commissione a far da cerniera con il Consiglio (cfr, H. p. 72).

L’idea alternativa, portata avanti dalle élite nazionali, di spostare tutta la sovranità sul livello dei Governi, neutralizzando in una sola mossa i Parlamenti nazionali (tramite il “vincolo esterno”) e quello Europeo (assorbendo la quota di sovranità da esso rappresentata) “non funziona e non funzionerà mai per un semplice motivo: non possiamo organizzare una democrazia parlamentare senza pubblico e contraddittorio, con un rappresentante per paese”. 
Il punto è cruciale, e vale la pena soffermarcisi: per Piketty, “un tale corpo porta naturalmente a uno scontro di egoismi nazionali e di impotenza collettiva”. Si tratta della dinamica che deriva dalla struttura della situazione, non dalle persone: “il Merkhollande non funziona meglio del Merkozy”. La divisione del lavoro dovrebbe essere diversa: mentre il Consiglio è utile per stabilire regole generali o negoziare modifiche dei Trattati, al contrario per la gestione quotidiana di una vera Unione Fiscale e di Bilancio, o per votare per il livello che deve restare sovrano del deficit pubblico e per adattarsi alle condizioni mutevoli (dal momento in cui il debito fosse mutualizzato, ognuno non potrebbe continuare a scegliere il suo deficit da solo) oppure per fissare la base democratica e l'aliquota d'imposta che deve essere messa in comune (iniziando con le imposte sul reddito d'impresa, ora massicciamente aggirate dalle multinazionali), abbiamo bisogno di una vera e propria condivisione del budget sotto il controllo del Parlamento europeo. 

E qui la proposta di Pitekky si discosta da quella di Habermas: per l’economista francese, invece di dare maggior ruolo al Parlamento Europeo, bisognerebbe creare una Camera con gli esistenti Parlamenti nazionali.  La descrive così: “il [modo] più naturale sarebbe quella di costruire i Parlamenti nazionali - per esempio, portando i membri delle commissioni delle finanze del Bundestag, l'Assemblea Nazionale, ecc, che potrebbe sedersi insieme una settimana al mese per prendere decisioni comuni .. Così, ogni paese sarebbe rappresentato da 30 o 40 persone, non uno”. Una delle conseguenze più importanti di questa costruzione istituzionale (messo in evidenza opportunamente anche da Habermas) è che i voti non sarebbero riconducibili a scontri nazionali: ma ad una logica politica, di interesse di gruppo ed espressione di culture politiche contrapposte. Si verificherebbe, col tempo che i membri PS spesso voterebbero in modo transnazionale con la SPD, la CDU con l'UMP. E soprattutto le discussioni sarebbero pubbliche e il contraddittorio condotto con argomenti pubblici. 
La contrario l’Unanimità di facciata dei Consigli dei Capi di Stato, annunciati regolarmente alle 04:00 salvano sempre l'Europa all’uscita, “prima che ci si renda conto il giorno seguente che non sanno cosa hanno deciso”. 

Sembrerebbe una soluzione logica (come quella, probabilmente più semplice, di dare un ruolo agli organi dell’esistente Parlamento Europeo, anziché creare un’ulteriore istituzione di secondo grado), ma il problema al fondo di ogni possibile soluzione è che i governi esistenti “sembrano essere legati a questo sistema”. Vi è, infatti, un ampio consenso, dai socialisti liberali tedeschi ai francesi a pensare che il potere politico europeo deve rimanere con il Consiglio dei Capi di Stato. 
Perché questa riluttanza? 
La spiegazione ufficiale è che i francesi non vogliono il Federalismo, e sarebbe suicida impegnarsi in una modifica del Trattato. “Ma si tratta di un argomento strano: dal momento in cui si è scelto non più di 20 anni fa di condividere la nostra sovranità monetaria, e di legarsi con norme estremamente meticolose sui disavanzi pubblici (come la soglia del 0,5% e le sanzioni automatiche previste dal nuovo Trattato del Fiscal Compact), siamo entrati in un sistema federale”. 

La domanda che pone Piketty è semplice: “vogliamo andare sempre più nel federalismo tecnocratico, o siamo finalmente pronti a costruire il federalismo democratico?”

Si tratta della stessa domanda che pone Habermas in Germania, ed è l’unica che conta. L’alternativa è quella proposta da Streeck.


Nessun commento:

Posta un commento