Un interessante Articolo
su Liberation di Thomas Piketty, Professore di Economia a Parigi e Direttore
del EHESS; viene messo in evidenza il rapporto tra la crisi europea e l’institutional
building che genera soluzioni disfunzionali.
L’Europa sembra,
infatti, bloccata in uno stato di “stagnazione e diffidenza”, e non ha ancora
recuperato il livello di attività del 2007, mentre gli Stati Uniti stanno crescendo,
il Giappone è sulla strada. Il nostro debito pubblico, inferiore a quello di
tutto il mondo ricco, sembra che ci schiacci inesorabilmente. Ma, secondo le
parole dell’autore: “L'ironia non si ferma qui. Il nostro modello sociale
è il migliore del mondo, e abbiamo tutte le ragioni per unirsi per difenderlo,
migliorarlo e promuoverlo. Totale attività (immobili e attività
finanziarie, al netto di eventuali passività) detenute dagli europei è la più
alta del mondo, molto più avanti degli Stati Uniti e del Giappone, molto più
avanti della Cina. Contrariamente alla credenza popolare, quello che gli
europei hanno nel mondo è molto superiore a quello che il mondo ha in Europa”.
In altre parole,
siamo nelle condizioni migliori di tutti i nostri potenziali partner e
concorrenti. Perché non riusciamo a superare la crisi? La risposta di Piketty è
che il motivo principale è politico: “Siamo governati da piccoli paesi che
hanno esacerbato la concorrenza tra di loro, … con istituzioni pubbliche assolutamente
inadeguate e disfunzionali”.
In una moneta
unica che non funziona, e non può funzionare con 17 debiti pubblici diversi e
27 politiche fiscali non coordinate, dobbiamo procedere sulla strada dell’unificazione
dei debiti pubblici e dell’unione di bilancio e fiscale. Ma per far questo
bisogna “rivedere radicalmente l'architettura politica dell'Europa”. La mia
posizione, su questo modo di porre la cosa è che o si procede rapidamente su
questa strada, al massimo nel corso del 2014, o qualcosa si romperà e inizierà
la disgregazione, che potrebbe essere molto rapida. Purtroppo, presa la strada
della disgregazione è difficile mantenere la calma e non ricadere nella guerra
commerciale dichiarata (diciamo da “guerra fredda” a “guerra calda”).
Per Piketty, e
su questo non si può che dargli ragione, “il cuore del problema è il Consiglio
dei Capi di Stato - e le sue variazioni a livello ministeriale (Consiglio dei
ministri delle Finanze, Eurogroup, ecc.), che finge di credere di poter
prendere il posto della Camera Parlamentare come sovrano in Europa”. L’idea
implicita sarebbe di essere una sorta di “Camera che rappresenta gli Stati”, a
fianco del Parlamento europeo che rappresenta direttamente i cittadini.
Si tratterebbe
di una “doppia sovranità”. Un’idea simile (ma di segno radicalmente diverso) è promossa
da Habermas in “Saggio
sulla Costituzione dell’Europa”. Per il filosofo tedesco la scelta
di fondo che abbiamo davanti -in questo bivio fondamentale della storia
Europea- sembra essere, insomma, tra l’articolazione di una “democrazia transnazionale”, da una
parte, ed il “federalismo esecutivo
postdemocratico”, dall’altra. Cioè tra la completa estensione dentro
l’Unione Europea della logica delle organizzazioni sovranazionali, che da tempo
solleva il timore di distruggere il nesso tra diritti fondamentali e democrazia
(oggi assicurata solo entro gli Stati Nazionali) e l’estensione della
pratica democratica oltre i confini nazionali. Il punto è che i diritti (e con
essi la democrazia) rischiano di essere espropriati dai poteri esecutivi resisi
autonomi.
La soluzione che
Habermas cerca quindi di articolare è quella di una “divisione di sovranità”
fra Cittadini dell’Unione Europea (che quindi devono esprimersi nell’arena
Europea ed eleggere loro rappresentanti capaci di azione ed efficacia) e i
Popoli d’Europa (rappresentati dagli Stati tramite i loro Governi). I cittadini
si troverebbero, in un certo senso, ad essere divisi in due personae (tre quando sarà operativo il livello
cosmopolitico). Nei termini della costruzione istituzionale Europea, si
tratterebbe, insomma, di ribilanciare
i tre Organi dando maggiore ruolo al Parlamento Europeo e con la Commissione a
far da cerniera con il Consiglio (cfr, H. p. 72).
L’idea
alternativa, portata avanti dalle élite nazionali, di spostare tutta la
sovranità sul livello dei Governi, neutralizzando in una sola mossa i
Parlamenti nazionali (tramite il “vincolo esterno”) e quello Europeo
(assorbendo la quota di sovranità da esso rappresentata) “non funziona e non
funzionerà mai per un semplice motivo: non
possiamo organizzare una democrazia parlamentare senza pubblico e
contraddittorio, con un rappresentante per paese”.
Il punto è
cruciale, e vale la pena soffermarcisi: per Piketty, “un tale corpo porta
naturalmente a uno scontro di egoismi nazionali e di impotenza collettiva”. Si
tratta della dinamica che deriva dalla struttura della situazione, non dalle persone:
“il Merkhollande non funziona meglio del Merkozy”. La divisione del lavoro dovrebbe essere diversa: mentre il
Consiglio è utile per stabilire regole generali o negoziare modifiche dei
Trattati, al contrario per la gestione quotidiana di una vera Unione Fiscale e
di Bilancio, o per votare per il livello che deve restare sovrano del deficit
pubblico e per adattarsi alle condizioni mutevoli (dal momento in cui il debito
fosse mutualizzato, ognuno non potrebbe continuare a scegliere il suo deficit da
solo) oppure per fissare la base democratica e l'aliquota d'imposta che deve
essere messa in comune (iniziando con le imposte sul reddito d'impresa, ora
massicciamente aggirate dalle multinazionali), abbiamo bisogno di una vera e
propria condivisione del budget sotto il controllo del Parlamento europeo.
E qui la
proposta di Pitekky si discosta da quella di Habermas: per l’economista
francese, invece di dare maggior ruolo al Parlamento Europeo, bisognerebbe
creare una Camera con gli esistenti Parlamenti nazionali. La descrive così: “il [modo] più naturale
sarebbe quella di costruire i Parlamenti nazionali - per esempio, portando i
membri delle commissioni delle finanze del Bundestag, l'Assemblea Nazionale,
ecc, che potrebbe sedersi insieme una settimana al mese per prendere decisioni
comuni .. Così, ogni paese sarebbe rappresentato da 30 o 40 persone, non
uno”. Una delle conseguenze più importanti di questa costruzione
istituzionale (messo in evidenza opportunamente anche da Habermas) è che i voti
non sarebbero riconducibili a scontri nazionali: ma ad una logica politica, di
interesse di gruppo ed espressione di culture politiche contrapposte. Si
verificherebbe, col tempo che i membri PS spesso voterebbero in modo
transnazionale con la SPD, la CDU con l'UMP. E soprattutto le discussioni
sarebbero pubbliche e il contraddittorio condotto con argomenti pubblici.
La contrario l’Unanimità
di facciata dei Consigli dei Capi di Stato, annunciati regolarmente alle 04:00 salvano
sempre l'Europa all’uscita, “prima che ci si renda conto il giorno seguente che
non sanno cosa hanno deciso”.
Sembrerebbe una
soluzione logica (come quella, probabilmente più semplice, di dare un ruolo
agli organi dell’esistente Parlamento Europeo, anziché creare un’ulteriore
istituzione di secondo grado), ma il problema al fondo di ogni possibile
soluzione è che i governi esistenti “sembrano essere legati a questo sistema”. Vi
è, infatti, un ampio consenso, dai socialisti liberali tedeschi ai francesi a
pensare che il potere politico europeo deve rimanere con il Consiglio dei Capi
di Stato.
Perché questa riluttanza?
La spiegazione
ufficiale è che i francesi non vogliono il Federalismo, e sarebbe suicida
impegnarsi in una modifica del Trattato. “Ma si tratta di un argomento strano:
dal momento in cui si è scelto non più di 20 anni fa di condividere la nostra
sovranità monetaria, e di legarsi con norme estremamente meticolose sui
disavanzi pubblici (come la soglia del 0,5% e le sanzioni automatiche previste
dal nuovo Trattato del Fiscal Compact), siamo entrati in un sistema federale”.
La domanda che
pone Piketty è semplice: “vogliamo andare sempre più nel federalismo
tecnocratico, o siamo finalmente pronti a costruire il federalismo democratico?”
Si tratta della stessa
domanda che pone Habermas in Germania, ed è l’unica che conta. L’alternativa è
quella proposta da Streeck.

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