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domenica 29 dicembre 2013

Alberto Bagnai, “Lezioni dalla crisi”


Dal Blog del prof. Alberto Bagnai, Goofynomics, riassumo i contenuti, come sempre con libera lettura, di un bel Post che riprende il testo di un intervento ad un Convegno presso il Parlamento Europeo. Obiettivo del discorso è illustrare le ragioni per le quali, secondo il prof. Bagnai, l’Euro è un progetto che andrebbe abbandonato, proprio per salvare l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo dovrebbe, quindi, riprendere il pallino dell’azione e sfiduciare la Commissione Europea. Dallo scontro istituzionale che ne seguirebbe sarebbe posta la questione centrale della sovranità.

Io condivido l’assoluta necessità di riprendere il discorso costituzionale dal punto della determinazione del “sovrano”, che non può essere democraticamente irresponsabile, pena uscire dalla logica seguita dall’occidente negli ultimi tre secoli.

Riprenderemo a tempo debito tale spunto, ora mi sembra meritevole di osservazione quanto scrive Bagnai: per il professore di Pescara, che ha saputo per il suo coraggio guadagnare una centralità obiettiva nel dibattito sull’Euro in Italia, gli squilibri che viviamo derivano dalla distribuzione del reddito –la cosiddetta ineguaglianza crescente- e quindi ha origine nel debito privato, che è servito a continuare a consumare (e quindi a produrre) in assenza di sufficiente reddito.
Questi consumi, necessari a comprare le merci delle economie “esteroflesse” del “core” (Germania, Paesi Bassi, Svezia, etc.), sono stati sostenuti dal credito facile che veniva dalla stessa fonte (cioè dal risparmio disponibile, non speso in patria per salari o investimenti).
Secondo le mie parole, il modello può essere ricostruito così: prima comprimo i salari, mentre cresce la produttività (cioè non restituisco l’incremento di produttività, innalzando quel che una volta si chiamava “saggio di sfruttamento”) per effetto dell’ultimo ciclo di investimenti fatto; quindi, ovviamente, l’economia inizia a generare un maggiore surplus di risparmi che cercano impieghi vantaggiosi; per la legge dei rendimenti marginali decrescenti sono mediamente più vantaggiosi gli investimenti nei paesi meno sviluppati, ma normalmente sono anche più rischiosi; l’Euro, e la Unione Europea li rende, però, parimenti rischiosi agli occhi del mercato (effetto rappresentato dall’eguale –o vicino- tasso di interesse); dunque il cerchio è stato quadrato, investo lì e non in patria (infatti, come vedremo, dopo la nascita dell’Euro e le Riforme Hartz gli investimenti in Germania sono calati al minimo, e l’espansione creditizia con l’estero è quintuplicata); con i crediti che metto a disposizione facilmente alle banche locali, spingo i consumi locali (ricordate le banche che vi chiamavano per offrirvi soldi, fidi, mutui?); questo fa salire l’inflazione locale, mentre la mia (del “core”) resta ferma; gradualmente le mie merci (BMW, Mercedes, lavatrici, etc…) costano sempre di meno in senso relativo (ricordate cosa era comprare una Mercedes negli anni ottanta?) e le vendo sempre di più, “catturando” la domanda locale (ad esempio delle Alfa Romeo).
Quando il sistema si ferma, siamo ormai intrecciati in una danza mortale.

Ora, come giustamente sottolinea il prof. Bagnai, tutto questo è nascosto sotto una cortina fumogena che farebbe l’invidia di una “corazzata tascabile” dell’ultima guerra. Una cortina fatta di alcuni attraenti discorsi:
-          Il debito pubblico insostenibile dei Piigs;
-          Lo Stato Sprecone e dissoluto dei Piigs;
-          La competitività da raggiungere necessariamente comprimendo i costi del lavoro, come hanno già fatto i “virtuosi” tedeschi;

Partendo dal primo racconto, bisogna ricordare che il nostro debito è altamente sostenibile, come in tempi non recenti ha scritto Bagnai nel suo blog. Secondo alcune stime è il più sostenibile dell’eurozona.
Ricordo anche che la nostra spesa corrente, secondo un dato molto più noto, è inferiore a quella di Francia, Finlandia, Austria, Belgio, Germania (si), Svizzera, per rapporto al PIL.
 Varrebbe la pena anche rivedere che la compressione dei costi del lavoro produce gli effetti descritti sopra, ed è la causa primaria dell’eccesso di debito. Come scrivono anche economisti di destra come Rajan. Dunque (per utilizzare una frase ad effetto molto amata da Milton Friedman) <questo, lungi dall’essere la soluzione è il problema>. La cosa è ben mostrata da Mishel. Che commenta un grafico molto istruttivo, usato anche da Bagnai.

La lezione è che dopo periodi lunghi di scostamento tra salari e saggio di produttività, con conseguente indebitamento privato, ci sono sempre state gravi turbolente (è successo negli anni trenta ed ora). Il grafico è molto chiaro: la produttività significa, infatti, più prodotti a parità di input; dunque se sale più dei salari nella aggregazione generale, significa che sono prodotti nel complesso più beni di quelli che possono essere comprati con i redditi correnti; allora, per non far fermare gli impianti –o calare i prezzi, che è un modo per ottenere lo stesso risultato in più tempo- bisogna che intervengano i crediti; ma per ogni credito c’è un debito (il risparmio mio o di qualcun altro); dunque salgono i debiti privati, fino a che non diventano troppi; allora si attiva un “momento Minsky” (v. 1.1), e parte la crisi finanziaria.

Per non far fermare tutto, una parte dei debiti viene, allora, trasferita sui bilanci pubblici, che si deteriorano.

L’idea felice tedesca è stata di utilizzare questo meccanismo a suo favore (cioè dei suoi produttori ed industriali dediti alle esportazioni, e delle sue imprese finanziarie, non certo dei suoi lavoratori) risparmiando, prestando e vendendo. Quello che Bagnai chiama una “politica mercantilista”.

Una politica furba, ma miope ed instabile. La compressione del mercato interno, infatti, se aumenta il rendimento del capitale (naturalmente fino a che si continua a vendere il prodotto e non si entra in crisi da sovrapproduzione), genera anche una dipendenza dall’estero, che può interrompersi di colpo se c’è una crisi mondiale (o se i destinatari della cortese attenzione si proteggono).

Nel grafico, presente nell’articolo di Bagnai, e pubblicato dal Washington Post, si vede la crescita (fatto 100 il 4Q del 2007) di USA, Giappone ed Europa, vale a dire il 60% del PIL mondiale, che scende fino al 2009 insieme (ca. del 4%), per poi risalire fino al 2010; a quel punto le strade si biforcano perché l’Europa prende, solitaria, la discesa; ha scelto la strada sbagliata al bivio, l’austerità.

Giustamente, a questo punto Bagnai, evidenzia come anche per i paesi forti ci siano dei danni in questa situazione, anche se meno visibili (o meno immediati):
-          l’interruzione dei segnali di prezzo del cambio, che darebbe la flessibilità dello stesso rispetto alle altre monete, infatti, impedisce di notare che i prestiti sono male allocati. Normalmente se un paese pratica politiche troppo espansive, rispetto al volume di beni e servizi che produce, attira troppi capitali ma si indebita e questo viene registrato dal cambio, la sua svalutazione relativa segnala agli investitori che si devono fermare. Quindi se i segnali sono spenti i prestiti risultano alla fine eccessivi, ed il prestatore rischia di restare “incagliato”. È quel che è successo alle Banche Tedesche. Poverine, ora ci dicono che abbiamo fatto male a chiedere i prestiti e li rivogliono subito. Secondo una bella ed appropriata immagine di Goofynomics, è come se un adultero rimproverasse la sua partner di essere una poco di buono per aver accettato le sue offerte. Un classico, in effetti, ma non proprio un bell’esempio.
-          Naturalmente ci sono altre due implicazioni: se ho prestato troppo all’estero, ho prestato poco in patria. E questo spinge a ridurre gli investimenti produttivi. Prima o poi lo pago con una riduzione di produttività per obsolescenza. La lunghezza dei cicli di ammortamento magari oggi lo nasconde, ma si vedrà tra poco. La Germania infatti investe meno di tutti. 


Ora, come giustamente mette bene in evidenza il prof. Bagnai, i nodi stanno arrivando al pettine. Ed anche i tedeschi (es. Sinn) iniziano a valutare costosa la situazione.

I piani di scontro sono molteplici: gli imminenti “stress test” delle banche (nel quale alcune fonti tedesche, come Weidmann, vorrebbero includere i Titoli di Stato con differenziali di rischio, mentre la BCE resiste); il processo di creazione dell’Unione Bancaria; la controversa proposta dei “Contractual Arrangemet”; sullo sfondo le questioni della mutualizzazione del debito (seccamente rifiutata da Berlino); la sottostante questione della sovranità.

Bisogna allora riprendere in mano il cantiere della costruzione istituzionale, sottraendolo alla logica spietata delle tecnocrazie economiche ed alla meccanica delle Banche Centrali, il “dominus” in questa situazione, appena circondate dal coro in contrappunto delle Cancellerie Nazionali.

O si procede in questa direzione o aspettano “tempi interessanti”.


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