Dal Blog del
prof. Alberto Bagnai, Goofynomics, riassumo i contenuti, come sempre con libera lettura, di un bel Post
che riprende il testo di un intervento ad un Convegno presso il Parlamento
Europeo. Obiettivo del discorso è illustrare le ragioni per le quali, secondo
il prof. Bagnai, l’Euro è un progetto che andrebbe abbandonato, proprio per
salvare l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo dovrebbe, quindi, riprendere il
pallino dell’azione e sfiduciare la Commissione Europea. Dallo scontro
istituzionale che ne seguirebbe sarebbe posta la questione centrale della sovranità.
Io condivido l’assoluta
necessità di riprendere il discorso costituzionale dal punto della
determinazione del “sovrano”, che non può essere democraticamente
irresponsabile, pena uscire dalla logica seguita dall’occidente negli ultimi
tre secoli.
Riprenderemo a
tempo debito tale spunto, ora mi sembra meritevole di osservazione quanto
scrive Bagnai: per il professore di Pescara, che ha saputo per il suo coraggio
guadagnare una centralità obiettiva nel dibattito sull’Euro in Italia, gli
squilibri che viviamo derivano dalla distribuzione del reddito –la cosiddetta ineguaglianza
crescente- e quindi ha origine nel debito privato, che è servito a continuare a
consumare (e quindi a produrre) in assenza di sufficiente reddito.
Questi consumi,
necessari a comprare le merci delle economie “esteroflesse”
del “core” (Germania, Paesi Bassi, Svezia, etc.), sono stati sostenuti dal
credito facile che veniva dalla stessa fonte (cioè dal risparmio disponibile, non
speso in patria per salari o investimenti).
Secondo le mie parole, il modello può essere ricostruito così: prima comprimo
i salari, mentre cresce la produttività (cioè non restituisco l’incremento di
produttività, innalzando quel che una volta si chiamava “saggio di sfruttamento”)
per effetto dell’ultimo ciclo di investimenti fatto; quindi, ovviamente, l’economia
inizia a generare un maggiore surplus di risparmi che cercano impieghi
vantaggiosi; per la legge dei rendimenti marginali decrescenti sono mediamente
più vantaggiosi gli investimenti nei paesi meno sviluppati, ma normalmente sono
anche più rischiosi; l’Euro, e la Unione Europea li rende, però, parimenti
rischiosi agli occhi del mercato (effetto rappresentato dall’eguale –o vicino- tasso
di interesse); dunque il cerchio è stato quadrato, investo lì e non in patria
(infatti, come vedremo, dopo la nascita dell’Euro e le Riforme Hartz gli
investimenti in Germania sono calati al minimo, e l’espansione creditizia con l’estero
è quintuplicata); con i crediti che metto a disposizione facilmente alle banche
locali, spingo i consumi locali (ricordate le banche che vi chiamavano per
offrirvi soldi, fidi, mutui?); questo fa salire l’inflazione locale, mentre la
mia (del “core”) resta ferma; gradualmente le mie merci (BMW, Mercedes,
lavatrici, etc…) costano sempre di meno in senso relativo (ricordate cosa era
comprare una Mercedes negli anni ottanta?) e le vendo sempre di più, “catturando”
la domanda locale (ad esempio delle Alfa Romeo).
Quando il
sistema si ferma, siamo ormai intrecciati in una danza mortale.
Ora, come
giustamente sottolinea il prof. Bagnai, tutto questo è nascosto sotto una
cortina fumogena che farebbe l’invidia di una “corazzata tascabile” dell’ultima
guerra. Una cortina fatta di alcuni attraenti discorsi:
-
Il debito pubblico
insostenibile dei Piigs;
-
Lo Stato
Sprecone e dissoluto dei Piigs;
-
La competitività
da raggiungere necessariamente comprimendo i costi del lavoro, come hanno già
fatto i “virtuosi” tedeschi;
Partendo dal
primo racconto, bisogna ricordare che il
nostro debito è altamente
sostenibile, come in tempi non recenti ha scritto Bagnai nel suo blog.
Secondo alcune stime è il più sostenibile dell’eurozona.
Ricordo anche
che la nostra spesa corrente, secondo
un dato molto più noto, è inferiore a quella di Francia, Finlandia, Austria,
Belgio, Germania (si), Svizzera, per rapporto al PIL.
Varrebbe la pena
anche rivedere che la compressione dei
costi del lavoro produce gli effetti descritti sopra, ed è la causa
primaria dell’eccesso di debito. Come scrivono anche economisti di destra come Rajan.
Dunque (per utilizzare una frase ad effetto molto amata da Milton Friedman) <questo,
lungi dall’essere la soluzione è il problema>. La cosa è ben mostrata da Mishel.
Che commenta un grafico molto istruttivo, usato anche da Bagnai.
La lezione è che
dopo periodi lunghi di scostamento tra salari e saggio di produttività, con
conseguente indebitamento privato, ci sono sempre state gravi turbolente (è
successo negli anni trenta ed ora). Il grafico
è molto chiaro: la produttività significa, infatti, più prodotti a parità
di input; dunque se sale più dei salari nella aggregazione generale, significa
che sono prodotti nel complesso più beni di quelli che possono essere comprati
con i redditi correnti; allora, per non far fermare gli impianti –o calare i
prezzi, che è un modo per ottenere lo stesso risultato in più tempo- bisogna
che intervengano i crediti; ma per ogni credito c’è un debito (il risparmio mio
o di qualcun altro); dunque salgono i debiti privati, fino a che non diventano
troppi; allora si attiva un “momento
Minsky” (v. 1.1), e parte la crisi finanziaria.
Per non far
fermare tutto, una parte dei debiti viene, allora, trasferita sui bilanci
pubblici, che si deteriorano.
L’idea felice
tedesca è stata di utilizzare questo meccanismo a suo favore (cioè dei suoi
produttori ed industriali dediti alle esportazioni, e delle sue imprese
finanziarie, non certo dei suoi lavoratori)
risparmiando, prestando e vendendo. Quello che Bagnai chiama una “politica
mercantilista”.
Una politica
furba, ma miope ed instabile.
La compressione del mercato interno, infatti, se aumenta il rendimento del
capitale (naturalmente fino a che si continua a vendere il prodotto e non si
entra in crisi da sovrapproduzione), genera anche
una dipendenza dall’estero, che può interrompersi di colpo se c’è una crisi mondiale
(o se i destinatari della cortese attenzione si
proteggono).
Nel grafico,
presente nell’articolo di Bagnai, e pubblicato dal Washington Post, si vede la
crescita (fatto 100 il 4Q del 2007) di USA, Giappone ed Europa, vale a dire il
60% del PIL mondiale, che scende fino al 2009 insieme (ca. del 4%), per poi
risalire fino al 2010; a quel punto le strade si biforcano perché l’Europa
prende, solitaria, la discesa; ha scelto la strada sbagliata al bivio, l’austerità.
Giustamente, a
questo punto Bagnai, evidenzia come anche per i paesi forti ci siano dei danni
in questa situazione, anche se meno visibili (o meno immediati):
-
l’interruzione
dei segnali di prezzo del cambio, che darebbe la flessibilità dello stesso
rispetto alle altre monete, infatti, impedisce di notare che i prestiti sono
male allocati. Normalmente se un paese pratica politiche troppo espansive,
rispetto al volume di beni e servizi che produce, attira troppi capitali ma si indebita e questo viene registrato
dal cambio, la sua svalutazione relativa segnala agli investitori che si devono
fermare. Quindi se i segnali sono spenti i prestiti risultano alla fine
eccessivi, ed il prestatore rischia di restare “incagliato”. È quel che è successo alle Banche Tedesche.
Poverine, ora ci dicono che abbiamo fatto male a chiedere i prestiti e li
rivogliono subito. Secondo una bella ed appropriata immagine di Goofynomics, è
come se un adultero rimproverasse la sua partner di essere una poco di buono
per aver accettato le sue offerte. Un classico, in effetti, ma non proprio un
bell’esempio.
-
Naturalmente ci
sono altre due implicazioni: se ho prestato troppo all’estero, ho prestato poco
in patria. E questo spinge a ridurre gli investimenti produttivi. Prima o
poi lo pago con una riduzione di produttività per obsolescenza. La lunghezza
dei cicli di ammortamento magari oggi lo nasconde, ma si vedrà tra poco. La Germania
infatti investe meno di tutti.
Ora, come giustamente mette bene in evidenza il
prof. Bagnai, i nodi stanno arrivando al pettine. Ed anche i tedeschi (es. Sinn)
iniziano a valutare costosa la situazione.
I piani di scontro sono molteplici: gli imminenti “stress
test” delle banche (nel quale alcune fonti tedesche, come Weidmann,
vorrebbero includere i Titoli di Stato con differenziali di rischio, mentre la
BCE resiste); il processo di creazione dell’Unione
Bancaria; la controversa proposta dei “Contractual
Arrangemet”; sullo sfondo le questioni della mutualizzazione
del debito (seccamente rifiutata da Berlino); la sottostante questione
della sovranità.
Bisogna allora riprendere in mano il cantiere della
costruzione istituzionale, sottraendolo alla logica spietata delle tecnocrazie
economiche ed alla meccanica delle Banche Centrali, il “dominus” in questa situazione, appena circondate dal coro in
contrappunto delle Cancellerie Nazionali.
O si procede in questa direzione o aspettano “tempi
interessanti”.




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