Alcuni
interventi sulla stampa inglese sulla crisi vista dalla Francia: The Telegraph,
con un pezzo
di Henry Samuel, ed Evans-Pritchard nel suo blog,
sulla stessa testata, ritornano sulla crisi francese che accelera e sulle difficoltà
della Presidenza Hollande che non sembra riuscire a contrastarla efficacemente.
Samuel sostiene che
la credibilità di François Hollande è “ridotta a brandelli”, dopo la brutta
figura di non essere riuscito a mantenere la promessa di “invertire la
tendenza” sulla disoccupazione entro la fine dell'anno. Malgrado la popolarità
ai minimi, il Presidente socialista aveva scelto infatti di sfidare le
previsioni del FMI, della Commissione e praticamente di tutti, su una possibile
inversione di tendenza della disoccupazione francese entro la fine del 2013.
Chiese, anzi di “essere giudicato da questo”, in una intervista durante
l’estate.
Nella notte di
Giovedì, i dati del Ministero del Lavoro hanno però mostrato che la scommessa è
persa. Anzi, il numero dei disoccupati risulta cresciuto di 17.800 unità nel
mese di novembre, portandosi a 3,29 milioni. Il numero dei disoccupati ora
rappresenta oltre il 10,5 % della popolazione attiva - pericolosamente vicino ad
un livello record.
A marzo peraltro
ci saranno le elezioni comunali, ed a maggio le europee, eventuali sconfitte in
entrambe le occasioni potrebbero –secondo Samuel- far cadere il governo e costringere
a sciogliere il Parlamento.
Le dichiarazioni
ufficiali del Governo, sia di Michel Sapin, Ministro del Lavoro, sia dello
stesso Hollande ostentano però ottimismo valorizzando, per dare motivi di
speranza, alcuni dati comprensivi di posti a tempo parziale e a breve termine,
oltre che i dati ancora non noti di dicembre. La situazione sarebbe, cioè,
<in via di guarigione>; ma in privato il giornalista inglese sostiene che
il governo “sia abbattuto”. Inoltre per i critici mente, molti posti di lavoro
sarebbero “artificiali” (sovvenzioni statali dirette ed indirette). Si tratta di
voci critiche che, comprensibilmente, vengono soprattutto da destra: Jean-Francois
Copé, il leader dell'opposizione principale, Marine Le Pen, leader del partito
di estrema destra Fronte Nazionale, e MEDEF, il più grande sindacato dei datori
di lavoro in Francia, che chiedono le “riforme strutturali” e una maggiore
competitività delle imprese, come passi necessari per creare più posti di
lavoro “naturali”.
Tuttavia sembra
che anche i sindacati dei lavoratori abbiano obiettato che le cifre erano
ingannevoli.
Anche le
previsioni per il 2014 di INSEE, l'Agenzia di Stato indipendente dicono che la
disoccupazione continuerà ad aumentare fino alla metà del prossimo anno. La
cosa è resa più difficile da sopportare dal confronto con il successo
dell'economia tedesca ed i forti segnali di ripresa in Gran Bretagna.
Tra l’altro
arrivano comunque nodi complessi al pettine; il Fiscal Compact impone alla
Francia di ridurre di 50 miliardi in tre anni la spesa pubblica, o di alzare
significativamente il PIL. La prossima settimana aumenterà l'IVA.
In questo
contesto complesso, Evans-Pritchard racconta di un nuovo e sorprendente libro
di François Heisbourg - La Fin du Rêve Européen (“La fine del
sogno europeo”) – nel quale il membro influente dell’establishment francese sostiene
che il “cancro euro” deve essere tagliato per salvare il resto del progetto UE,
prima che sia troppo tardi. Con le sue parole: “.. Il sogno ha creato un incubo. Dobbiamo affrontare la realtà che l'Unione europea è ora minacciata dall’Euro.
Gli attuali sforzi per salvarlo sono un pericolo ulteriore per l'Unione”.
Secondo l’autore
“non c'è niente di peggio che dover affrontare le mattine senza sole (Matins
blêmes) di una crisi senza fine”, ma non aiuta negare la realtà -come per lungo
tempo, per impostazione predefinita, è stato fatto dai responsabili delle
istituzioni dell'Unione-. Heisbourg sostiene che un giorno bisognerà rilanciare
comunque l’Euro, ma “solo dopo aver
stabilito le necessarie basi federaliste, e solo tra un'avanguardia disposta ad
accettare tutte le implicazioni di una moneta federale”.
Questa chiamata
a “mettere l'Euro a dormire” per il bene dell'Europa è una svolta per Evans-Pritchard; infatti queste parole si sono già sentite spesso, ma da AfD il Partito anti-Euro
Tedesco che ha sfiorato l’ingresso del Bundestag.
Il libro Heisbourg è “una sfida a testa alta per la Dottrina Merkel (in gran parte retorica, contraddetta dalle azioni della Germania), che un collasso dell'UEM susciterebbe tutti i vecchi demoni del 20° secolo.” In effetti una disintegrazione disordinata dell’euro, con conseguente portato di accuse e rancori, potrebbe portare a risultati disastrosi, se arrivasse al seguito di “anni di crisi purulenta” (cioè proseguendo il corso attuale). Ma succederà solo se non si fa niente. Per Pritchard “è giunto il momento che qualcuno dall'interno delle élite europee contesti questa sentimentale retorica e l'uso improprio della storia per quello che è”.
Il libro Heisbourg è “una sfida a testa alta per la Dottrina Merkel (in gran parte retorica, contraddetta dalle azioni della Germania), che un collasso dell'UEM susciterebbe tutti i vecchi demoni del 20° secolo.” In effetti una disintegrazione disordinata dell’euro, con conseguente portato di accuse e rancori, potrebbe portare a risultati disastrosi, se arrivasse al seguito di “anni di crisi purulenta” (cioè proseguendo il corso attuale). Ma succederà solo se non si fa niente. Per Pritchard “è giunto il momento che qualcuno dall'interno delle élite europee contesti questa sentimentale retorica e l'uso improprio della storia per quello che è”.
Ora, il Prof
Heisbourg è certamente “un insider, tutto un altro paio di maniche dal Front National
di Marine Le Pen, che ora è in testa ai sondaggi francesi con la posizione di
uccidere l'UEM e ripristinare il franco francese”. Egli è un prodotto del Quai
d'Orsay, un fervente federalista europeo ed un campione di lunga data dell'UEM; attualmente
è Presidente della “molto blue-chip" International Institute for Strategic
Studies (IISS).
Quando nel libro
il professore dice che i leader europei hanno perso di vista le priorità, nel
pensare che è il sistema europeo che deve essere sconvolto e rimodellato per le
esigenze dell’Euro, presenta la cosa come se si trattasse della ripresa di una posizione pre-copernicana (con il sole che gira intorno alla terra): “Non si può creare
una Federazione per salvare una moneta. Il
denaro deve essere al servizio della struttura politica, non il contrario”.
Nelle condizioni
attuali, invece, la struttura politica non è predisposta per “il grande balzo
in avanti”, per realizzare “un superstato federale dell'UE”, – l’unica cosa che
potrebbe rendere l'unione monetaria sostenibile nel corso del tempo -;oggi questo
sogno è “pura fantasia”.
Infatti i
tentativi di creare un “demos europeo” hanno ovviamente fallito. Anzi, le
nazioni si stanno ulteriormente allontanando. Come controprova il
professore francese propone di immaginare un referendum su tale concentrazione
di potere nelle istituzioni dell'UE; nelle condizioni attuali è ovvio che
fallirebbe quasi ovunque.
Il problema è molto semplice, ed inaggirabile, “L'integrazione
ha raggiunto i limiti di legittimità”.
In questo contesto,
anche per il membro influente dell’establishment francese, come per molti suoi
omologhi spagnoli, italiani e greci, quelle intrusioni della UE nel
funzionamento democratico, i “ditkat” ai Parlamenti, le forzature, le “Lettere”,
che una volta erano tutto sommato tollerate come semplici episodi “spiacevoli”
sono diventate “insostenibili”.
Uno degli
episodi che, per Pritchard, sembrano aver colpito l’autore è il ruolo della
Germania nella crisi libica. Come ricorderemo la Francia assunse un ruolo
rilevante e la Germania rifiutò di prestare anche solo aerei da trasporto. E
questo anche dopo che l'intervento era stato approvato dal Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite e della Lega Araba. Questa decisione di
allinearsi sulle posizioni della Russia e della Cina, per Joschka Fischer è
stato “un errore scandaloso”, che la potrebbe portare su una “posizione molto
precaria”.
La Libia è stato
un episodio, ma non sembra molto diversa la posizione sulla Siria. In sostanza
l’asse con la Francia scricchiola e, come dice Coughlin, sembra che la
posizione di base della Germania sia ormai pro-Mosca.
Da questi
posizionamenti diplomatici si potrebbe concludere (anche se trarre questa
conseguenza sarebbe eccessivo e prematuro) “che la Germania non è più un
alleato della Francia in alcun modo significativo né in difesa e politica
estera (o addirittura nel commercio)”. Se
così fosse l'Unione Europea è già morta, un guscio vuoto.
Ovviamente, come
si capisce, il Prof Heisbourg non accetta l’ultima pretesa della “Banda dei
Cinque” che l’Eurolandia ha girato l'angolo, o che le politiche di crisi hanno “iniziato a produrre risultati.” Anche la composizione del quintetto è peraltro rivelatrice:
Rehn, Dijsselbloem, Asmussen, Regling, e Hoyer - un finlandese, un olandese,
tre tedeschi-, cioè le voci dei creditori. Come l’autore rimarca, non
sarebbe il caso di trovare un solo latino, “anche se solo per spettacolo?”
Questo è il nodo
economico centrale: Heisbourg lo chiama un “cancro in remissione”. Cioè il
tentativo di ridurre il debito attraverso l'austerità fiscale - senza lasciare
che la crescita eroda il suo peso nel corso del tempo tramite l’inflazione, all'Americana -. Coerentemente con questa posizione “vogliamo i nostri soldi,
tutti e subito”, e quindi senza lo stimolo monetario che li diluirebbe, è stata in
effetti la “scelta fatale” presa dai creditori contro i debitori. In base
a questa posizione, fintamente morale, in realtà puramente di interesse
unilaterale, i rapporti di debito crescono e precipitano verso un punto di “rottura
non lineare”.
Non lineare perché
la depressione e la disoccupazione di massa nell’Europa meridionale non è un
equilibrio stabile. Anche se i cittadini hanno mostrato finora la “pazienza degli angeli”,
resistendo ai riflessi del 1930; cioè anche se non ci sono stati ancora dei colpi
di stato, per l’autore è probabile un ritorno al terrorismo degli “anni di
piombo” in Italia, o anche al caos degli studenti del 1968.
Si tratta di
prospettive sinistre. Per l’autore, in effetti, niente può essere dato per
scontato. Una delle cose su cui attira l’attenzione è il rischio di “contraccolpo
ideologico”, analogamente a quanto
successo dopo la prima guerra mondiale (nella quale furono poste le premesse
per la seconda, come rimarcato da Keynes, a causa di rancori e vendette
reciproche contenute nei Trattati e nelle Riparazioni di Guerra), per le
diverse narrazioni, crudemente divergenti, che stanno emergendo tra i Paesi “creditori”
e quelli in “deficit”. Reciprocamente si sospettano tradimenti e imbrogli;
le peggiori motivazioni sono imputate, e le leggende nere prendono
piede. Egli paragona questa situazione all'emergere della teoria Dolchstoß
(pugnalata-alla-schiena) che aprì la strada ad Hitler in Germania.
Oppure, secondo,
un altro esempio storico –questa volta con il disfacimento dell’Unione
Sovietica- l’autore segnala che il corso attuale, se non viene corretto,
porterà a “crisi seriali che terminano in un esaurimento nervoso e una disgregazione
incontrollata dell'Euro con tutte le sue conseguenze”, come si ricorda un
epilogo consumatosi in un trimestre e che ha preso quasi tutti di sorpresa.
In conclusione,
i leader europei hanno davanti la scelta di un generale sopraffatto in
combattimento: resistere e combattere fino all’ultimo uomo, o cercare di
rompere l’accerchiamento e ritirarsi, salvando l’esercito per un altro giorno;
persa la battaglia ma non la guerra? In proposito produce il terzo esempio
storico con l’ordinata ritirata francese sotto Joffre prima della Marna, nel
1914, una prodezza di recupero morale che gli alti comandi del Kaiser pensavano
impossibile.
Arrivando quindi
alla proposta il prof. Heisbourg
propone una completa rottura dell'Euro ed il conseguente ritorno alle valute
nazionali. Secondo le sue parole: “O l'euro esiste nella sua interezza, o
non esiste affatto.” Respinge, quindi, l’ipotesi di una divisione
Nord-Sud, (proposta da parte di Hans-Olaf Henkel ex-capo della BDI con un “nucleo
creditore” al nord ed un “euro residuo” per il blocco latino e la Francia), che
consentirebbe agli Stati più deboli di svalutare e sostenere i loro contratti di debito in euro (cosa che è poi il
nodo).
La rottura,
invece, deve essere preparata in totale
segretezza da un pugno di funzionari a Berlino e Parigi, con tutti gli altri tenuti all'oscuro
(evidentemente inclusa l’Italia). L’operazione sarebbe effettuata alla velocità della luce per un lungo
weekend, sul modello della soppressione brasiliana del Cruzerio nel 1994,
compito eseguito con efficienza militare.
Il “taglio
finale” (della gola) deve essere un atto congiunto franco-tedesco, al fine di “evitare
la catastrofe di una situazione in cui la Germania è vista come responsabile”. Per
l’autore, solo su questa base il progetto UE può essere ancora tenuto
insieme. Tutti gli altri dovranno accettare il fatto compiuto. In
sostanza si tratterebbe di un atto Extra-legale. Un vero e proprio “atto di
forza”.
Sarebbero naturalmente
imposti controlli sui capitali e le Banche Centrali Nazionali dovrebbero essere
autorizzare a emettere moneta fiduciaria (cioè creare moneta dal nulla, con un
Quantitative Easing sul modello USA e Giapponese per attutire lo shock). Le
valute dovrebbero “galleggiare per un pò” prima di essere di nuovo legate in un
revival del “serpente” monetario degli anni novanta.
Evans-Pritchard a questo punto ricorda una diversa versione di “exit strategy” in lingua francese: presentata
da un gruppo di “sovranisti” all'Observatoire de l'Europe. Fissare nuovi tassi
di cambio fino a quando la polvere si deposita, usando una formula che tiene
conto dei differenziali di inflazione e saldi commerciali accumulati dal lancio
dell'UEM. In questo modo le svalutazioni / rivalutazioni sarebbero fissate
contro una nuova unità ECU che riflette il peso medio del vecchio Euro (non
ancorato sul nuovo D-mark). Il vantaggio è che debito pubblico di ogni Stato
sarebbe riconvertito nella valuta locale (come in Argentina). Ma il debito
estero privato sarebbe risolto nei confronti dell'ECU, un compromesso che condivide le perdite tra gli Stati deboli e forti.
Quel che
comunque si ricava dalla lettura, tramite Evans-Pritchard, del libro francese è
che il progetto è fallito; precisamente il punto di svolta è stato il “NO”
francese ed olandese alla Costituzione Europea del 2005. Da allora “è apparso
chiaro che i cittadini non avrebbero accettato la struttura superstato dell’UE
necessaria per far funzionare l'UEM”. I referendum del 2005 hanno
cambiato tutto. Dunque la crisi del 2010 non è la causa, essa è molo più
profonda.
Ma, secondo
Evans, al di là dei dettagli, la stessa conversione del prof. Heisbourg, da
sostenitore dell’Euro ad “euroscettico” è rivelatrice. Essa “dice molto
circa le correnti al lavoro in ambienti politici francesi, ed espone le crepe
sotto la facciata del Progetto Egemonia. Una volta che il set Quai d'Orsay
comincia a rompere il tabù, vuol dire che potremmo avvicinarci ad un punto di
svolta politico”.
Anche chi ancora
scommette sulla ripresa dell’Europa (malgrado tutto) dovrebbe ricordare una
cosa: il divario Nord-Sud che è alla radice dei problemi dell'UEM non sarà
chiuso neppure da un ritorno ad una crescita tollerabile; perché quel giorno la
Germania chiederà alla BCE di aumentare i tassi di interesse per paura “dell’inflazione”
(che diluisce il debito e dunque la danneggia, in quanto creditrice). La
crisi cambierà forma ma non andrà via. Avremo crescita del PIL e degli
oneri sul debito. La situazione aritmetica resterà identico, ed identiche le
richieste di rapido rientro, “riforme strutturali” e consolidamenti. “L'unione monetaria rimane disfunzionale con
la crescita o senza crescita”.
Dunque, per
Evans-Pritchard il Prof Heisbourg ha ragione: il ritardo non ha più alcuna
utilità per l'Europa. Meglio tagliare in fretta.
Accellera,
dunque la crisi anche in Francia, e si va consumando il patrimonio politico di
cui l’establishment pro-Euro può disporre. Frammenti si staccano dal quadro.
Due elementi
spiccano in questa ampia ricostruzione: l’asse tra la Germania e la Francia,
che ha costruito il grande progetto europeo è ormai contro i reciproci
interessi. In mezzo tra i due partner si è messo sostanzialmente il denaro. L’enorme
flusso di crediti bancari facili, che per oltre dieci anni si è riversato dalla
“morigerata” Germania, verso le “cicale” del sud, in cerca di migliori
rendimenti ora ricatta entrambi i gruppi dirigenti.
Vuole tornare in patria senza danni. Questo è il
nodo che anche il professore francese non può più evitare di vedere. Per
ritornare intatto, in condizioni di crisi da sovraindebitamento, è disponibile
a farci pagare tutto il prezzo senza sconti. Disoccupazione, distruzione dei
patrimoni locali, deflazione, tensioni
sociali, instabilità politica.
Per non far
vedere questa cruda realtà, la nasconde sotto un velo di moralismo (che ha
naturalmente profonde radici), e di ostentato ottimismo di facciata. Purtroppo
in ogni occasione possibile riemerge la realtà dello scontro di interessi, e di
volontà nazionali ed il deficit dell’unica strada che potrebbe riaprire la
partita: la democrazia.
Anche per chi è
affezionato (come del resto quasi tutti) al progetto di una Europa unita,
pacifica e democratica, questa realtà è ormai troppo dissonante. Dietro la
bella facciata si nasconde il vecchio gioco della politica di potenza. Condotto
con la meccanica della forza, dei sotterfugi, dei tradimenti e delle finzioni. Con
le armi della diplomazia “coperta”, che è “guerra con altri mezzi”.
E’ forse ora di
sollevare il velo, guardare la situazione per come è, condurre una franca
discussione pubblica e decidere.

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