Nel 1971, l’importante economista ungherese-britannico
Nicholas Kaldor,
scrisse un articolo
dal titolo “Effetti dinamici del mercato comune”. In esso qualifica come “errore
pericoloso” pensare, come in effetti si farà, che l’Unione Monetaria possa
precedere l’Unione Politica. Kaldor specifica che proprio l’idea, in quella
occasione pubblicizzata, che “possa essere agente di fermentazione dell’unione
politica” è un errore grave. Al contrario di creare le condizioni “per non
poter fare a meno” dell’Unione Politica la
renderà impossibile.
Secondo le sue parole, “la creazione di una unione
monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali saranno tali da
generare pressioni che conducono ad una rottura dell’intero sistema”.
Questo avvertimento, dopo il fallimento politico clamoroso
dei referendum sulla Costituzione Europea in Francia ed Olanda, che indica con
assoluta chiarezza come già nel 2005 (ed a maggior ragione oggi che la crisi e
l’Euro hanno scavato fossati) l’opinione pubblica europea non fosse pronta al
passo, non può essere ignorato.
Ma Kaldor scriveva molto di più: in un sistema nel quale vige
insufficiente integrazione economica “alcuni paesi
tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei
confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti
deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni
inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle
condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala
crescente.”
Sembrerebbe, ad un primo sguardo, una buona cosa; ma se non è presente un
Governo politico comune, con piena integrazione fiscale, questo significa che
alcuni paesi forti “costringono” i deboli ad indebitarsi (si intende, si tratta
di debito privato, di natura bancaria) in assenza di una autentica solidarietà.
Al momento di uno shock esterno (ad esempio una crisi mondiale che porti ad una
restrizione del credito), che interrompa i flussi finanziari, si verificherebbe
ciò che è successo: il richiamo dei crediti per via di austerità.
Se vogliamo una conferma si può rileggere questa intervista a Paul De Grauwe:
“Nella zona euro le politiche monetarie sono centralizzate, ma il resto
delle misure macroeconomiche rimangono nelle mani dei governi nazionali,
producendo dinamiche peculiari e senza costrizioni per l'esistenza di una
moneta unica. Come risultato, la dinamica dei <booms and bust> non può
convergere a livello della zona euro, ma, al contrario, l'esistenza di
un'unione monetaria ne amplifica l'ampiezza a livello nazionale, perché il
tasso d'interesse è uguale per tutti i paesi membri. Ed è un tasso troppo basso per i paesi che registrano
l'espansione e troppo alto per i paesi in recessione: quando Spagna, Irlanda e
Grecia hanno incominciato a registrare alti tassi di crescita, anche
l'inflazione ha chiaramente seguito il passo. Tuttavia, restando lo stesso il
tasso d'interesse nominale deciso dalla BCE, il tasso d'interesse reale era,
per quei paesi, eccessivamente basso, aggravando l'arresto e le conseguenze
dell'esplosione della bolla creditizia alimentata dall'afflusso dei capitali
dal nord Europa. L'opposto è accaduto per i paesi con bassa crescita o in
recessione. L'Unione
monetaria ed un solo tasso d'interesse, quindi, amplificano questi effetti
distorsivi per le economie nazionali.”
In questo contesto si sono creati massicci cumuli di crediti
e debiti (che alcuni si ostinano a vedere su un registro moralistico), e qui subentra “l'atteggiamento
delle nazioni creditrici, in particolare nell'Europa settentrionale, che hanno chiarito che rivogliono indietro i
loro soldi dalle banche dei paesi dell'Europa meridionale, dove hanno
massicciamente investito, nel minor tempo possibile. Questi paesi, la Germania
in primis, hanno il potere politico dalla loro, e hanno imposto il modello
economico dell'austerità e si stanno battendo per la sua prosecuzione.”
Ma non anticipiamo troppo, per Kaldor in sostanza ciò che si
progettava negli anni settanta e si realizzerà negli anni novanta, è una
<<casa divisa in se stessa>> (che, come è noto, per la Bibbia non
può che crollare): “L’Unione monetaria e il
controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di
perseguire autonome politiche di piena occupazione – di intervenire per compensare le
cadute del livello della produzione e dell’occupazione – eccetto che non
beneficiando dell’appoggio di un forte Governo comunitario in grado di
preservare i suoi cittadini dalle conseguenze peggiori.”
Senza la creazione di “un Governo e di un Parlamento della
Comunità che si assumano la responsabilità almeno della maggior parte della
spesa attualmente finanziata dai governi nazionali e [che] la finanzi
attraverso tasse equamente ripartite tra i membri comunitari”, la cosa non può funzionare. Infatti, gli squilibri prima descritti, con
la restrizione creditizia generata dal richiamo di credito che richiama De
Grauwe, sarebbero tollerabili (non senza sofferenza) “Con un sistema integrato di questo tipo [nel quale] le aree più ricche
finanziano in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un
declino delle esportazioni sono automaticamente alleggerite pagando meno e
ricevendo di più dalla Fisco centrale”. Cioè, detto in altro modo dallo stesso
Kaldor, “Le tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione [prima
descritte] sono così tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale
costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire
automaticamente aiuto a quelle in deficit.”
Ma andiamo al cuore
dell’idea di Kaldor: uno potrebbe immaginare che aree economiche diverse,
se messe in un’area di libera circolazione di merci e capitali (e di
lavoratori), con una moneta unica, tenderebbero “naturalmente” ad armonizzarsi.
Magari, così a caso, questo <uno> potrebbe essere a capo dei rispettivi
Stati nel momento cruciale.
Non funziona così. Per ragioni che Kaldor qualifica
onestamente come “non pienamente comprese”, in presenza di differenziali
significativi di produttività, per l’effetto che Myrdal chiamò di “causazione
circolare e cumulativa”, i tassi di aumento dei salari si distribuiscono
secondo una dispersione molto meno forte di quella della produttività. Quindi
la variazione dei salari monetari non riesce a compensare automaticamente la
differenza che si crea nei tassi di incremento della produttività. Per questo
motivo “il tasso di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende
ad uno stato di equilibrio uniforme ma, al contrario, tende a cristallizzarsi
in un numero limitato di aree ad elevata crescita il cui successo ha l’effetto di inibire lo sviluppo di altre aree”.
Con le parole di Kaldor: “la dispersione nei tassi di aumento dei
salari tra le diverse aree tende sempre ad essere considerevolmente più piccola
di quella relativa alle variazioni della produttività. E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un
sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio
competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori”.
Lo svantaggio quindi si
approfondirà progressivamente; in termini tecnici “i <salari
efficienti> (calcolati come rapporto tra salari monetari e produttività)
tenderanno, nel corso naturale degli eventi, a diminuire nel primo gruppo di paesi
rispetto al secondo – anche nella situazione in cui nei due gruppi i salari
monetari tendono contemporaneamente a crescere in termini assoluti.” E’
esattamente quel che è successo tra Italia e Germania dal 1996 al 2008.
Naturalmente, “Proprio in ragione degli incrementi dei
differenziali di produttività, i costi comparati di produzione nelle aree a
maggior crescita tendono a diminuire nel tempo, rispetto a quelli delle aree a
minor crescita ed aumentano di
conseguenza il vantaggio competitivo delle prime.”
Non credo che sia necessario commentare molto tutto questo,
penseranno gli storici a capire perché sapendo perfettamente questo (Kaldor era
consulente del Governo Inglese) i Capi di Stato dei paesi aderenti (ed in
particolare i nostri) abbiano deciso di
ignorare il rischio. Per concludere tornerei all’attualità ed a De Grauwe,
il rischio che abbiamo ora di fronte –data l’assoluta insostenibilità della
situazione, e la sua evidenza- “è l'implosione politica.
Senza un cambiamento di rotta immediato e deciso in grado di dare una risposta
concreta soprattutto al livello insostenibile di disoccupazione, le possibilità
di una dissoluzione [dell’aree Euro, e forse dell’intera Unione Europea] potrebbero
aumentare rapidamente”.
Vogliamo buttare anche il bambino, con l’acqua sporca?
Occorre decidere, ora, prima delle elezioni
europee se si crede all’Unione Politica (malgrado i referendum contrari e le
straordinarie resistenze) o se, più credibilmente, bisogna smantellare d’Euro
ordinatamente. Incidentalmente bisogna anche decidere se crediamo ancora nella
democrazia (ma questo sembra essere un
altro discorso).
Restare in mezzo al guado significa affogare.
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