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sabato 28 dicembre 2013

L’analisi di Kaldor sulla Moneta Unica: profezie in bottiglia


Nel 1971, l’importante economista ungherese-britannico Nicholas Kaldor, scrisse un articolo dal titolo “Effetti dinamici del mercato comune”. In esso qualifica come “errore pericoloso” pensare, come in effetti si farà, che l’Unione Monetaria possa precedere l’Unione Politica. Kaldor specifica che proprio l’idea, in quella occasione pubblicizzata, che “possa essere agente di fermentazione dell’unione politica” è un errore grave. Al contrario di creare le condizioni “per non poter fare a meno” dell’Unione Politica la renderà impossibile.

Secondo le sue parole, “la creazione di una unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali saranno tali da generare pressioni che conducono ad una rottura dell’intero sistema”.
Questo avvertimento, dopo il fallimento politico clamoroso dei referendum sulla Costituzione Europea in Francia ed Olanda, che indica con assoluta chiarezza come già nel 2005 (ed a maggior ragione oggi che la crisi e l’Euro hanno scavato fossati) l’opinione pubblica europea non fosse pronta al passo, non può essere ignorato.
Ma Kaldor scriveva molto di più: in un sistema nel quale vige insufficiente integrazione economica “alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente.”
Sembrerebbe, ad un primo sguardo, una buona cosa; ma se non è presente un Governo politico comune, con piena integrazione fiscale, questo significa che alcuni paesi forti “costringono” i deboli ad indebitarsi (si intende, si tratta di debito privato, di natura bancaria) in assenza di una autentica solidarietà. Al momento di uno shock esterno (ad esempio una crisi mondiale che porti ad una restrizione del credito), che interrompa i flussi finanziari, si verificherebbe ciò che è successo: il richiamo dei crediti per via di austerità.

Se vogliamo una conferma si può rileggere questa intervista a Paul De Grauwe:
“Nella zona euro le politiche monetarie sono centralizzate, ma il resto delle misure macroeconomiche rimangono nelle mani dei governi nazionali, producendo dinamiche peculiari e senza costrizioni per l'esistenza di una moneta unica. Come risultato, la dinamica dei <booms and bust> non può convergere a livello della zona euro, ma, al contrario, l'esistenza di un'unione monetaria ne amplifica l'ampiezza a livello nazionale, perché il tasso d'interesse è uguale per tutti i paesi membri. Ed è un tasso troppo basso per i paesi che registrano l'espansione e troppo alto per i paesi in recessione: quando Spagna, Irlanda e Grecia hanno incominciato a registrare alti tassi di crescita, anche l'inflazione ha chiaramente seguito il passo. Tuttavia, restando lo stesso il tasso d'interesse nominale deciso dalla BCE, il tasso d'interesse reale era, per quei paesi, eccessivamente basso, aggravando l'arresto e le conseguenze dell'esplosione della bolla creditizia alimentata dall'afflusso dei capitali dal nord Europa. L'opposto è accaduto per i paesi con bassa crescita o in recessione. L'Unione monetaria ed un solo tasso d'interesse, quindi, amplificano questi effetti distorsivi per le economie nazionali.”
In questo contesto si sono creati massicci cumuli di crediti e debiti (che alcuni si ostinano a vedere su un registro moralistico), e qui subentra “l'atteggiamento delle nazioni creditrici, in particolare nell'Europa settentrionale, che hanno chiarito che rivogliono indietro i loro soldi dalle banche dei paesi dell'Europa meridionale, dove hanno massicciamente investito, nel minor tempo possibile. Questi paesi, la Germania in primis, hanno il potere politico dalla loro, e hanno imposto il modello economico dell'austerità e si stanno battendo per la sua prosecuzione.”

Ma non anticipiamo troppo, per Kaldor in sostanza ciò che si progettava negli anni settanta e si realizzerà negli anni novanta, è una <<casa divisa in se stessa>> (che, come è noto, per la Bibbia non può che crollare): “L’Unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di perseguire autonome politiche di piena occupazione – di intervenire per compensare le cadute del livello della produzione e dell’occupazione – eccetto che non beneficiando dell’appoggio di un forte Governo comunitario in grado di preservare i suoi cittadini dalle conseguenze peggiori.”
Senza la creazione di “un Governo e di un Parlamento della Comunità che si assumano la responsabilità almeno della maggior parte della spesa attualmente finanziata dai governi nazionali e [che] la finanzi attraverso tasse equamente ripartite tra i membri comunitari”, la cosa non può funzionare. Infatti, gli squilibri prima descritti, con la restrizione creditizia generata dal richiamo di credito che richiama De Grauwe, sarebbero tollerabili (non senza sofferenza) “Con un sistema integrato di questo tipo [nel quale] le aree più ricche finanziano in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un declino delle esportazioni sono automaticamente alleggerite pagando meno e ricevendo di più dalla Fisco centrale”. Cioè, detto in altro modo dallo stesso Kaldor, “Le tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione [prima descritte] sono così tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire automaticamente aiuto a quelle in deficit.”

Ma andiamo al cuore dell’idea di Kaldor: uno potrebbe immaginare che aree economiche diverse, se messe in un’area di libera circolazione di merci e capitali (e di lavoratori), con una moneta unica, tenderebbero “naturalmente” ad armonizzarsi. Magari, così a caso, questo <uno> potrebbe essere a capo dei rispettivi Stati nel momento cruciale.
Non funziona così. Per ragioni che Kaldor qualifica onestamente come “non pienamente comprese”, in presenza di differenziali significativi di produttività, per l’effetto che Myrdal chiamò di “causazione circolare e cumulativa”, i tassi di aumento dei salari si distribuiscono secondo una dispersione molto meno forte di quella della produttività. Quindi la variazione dei salari monetari non riesce a compensare automaticamente la differenza che si crea nei tassi di incremento della produttività. Per questo motivo “il tasso di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende ad uno stato di equilibrio uniforme ma, al contrario, tende a cristallizzarsi in un numero limitato di aree ad elevata crescita il cui successo ha l’effetto di inibire lo sviluppo di altre aree”.
Con le parole di Kaldor: “la dispersione nei tassi di aumento dei salari tra le diverse aree tende sempre ad essere considerevolmente più piccola di quella relativa alle variazioni della produttività. E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori”. 

Lo svantaggio quindi si approfondirà progressivamente; in termini tecnici “i <salari efficienti> (calcolati come rapporto tra salari monetari e produttività) tenderanno, nel corso naturale degli eventi, a diminuire nel primo gruppo di paesi rispetto al secondo – anche nella situazione in cui nei due gruppi i salari monetari tendono contemporaneamente a crescere in termini assoluti.” E’ esattamente quel che è successo tra Italia e Germania dal 1996 al 2008.
Naturalmente, “Proprio in ragione degli incrementi dei differenziali di produttività, i costi comparati di produzione nelle aree a maggior crescita tendono a diminuire nel tempo, rispetto a quelli delle aree a minor crescita ed aumentano di conseguenza il vantaggio competitivo delle prime.”


Non credo che sia necessario commentare molto tutto questo, penseranno gli storici a capire perché sapendo perfettamente questo (Kaldor era consulente del Governo Inglese) i Capi di Stato dei paesi aderenti (ed in particolare i nostri) abbiano deciso di ignorare il rischio. Per concludere tornerei all’attualità ed a De Grauwe, il rischio che abbiamo ora di fronte –data l’assoluta insostenibilità della situazione, e la sua evidenza- “è l'implosione politica. Senza un cambiamento di rotta immediato e deciso in grado di dare una risposta concreta soprattutto al livello insostenibile di disoccupazione, le possibilità di una dissoluzione [dell’aree Euro, e forse dell’intera Unione Europea] potrebbero aumentare rapidamente”.

Vogliamo buttare anche il bambino, con l’acqua sporca? Occorre decidere, ora, prima delle elezioni europee se si crede all’Unione Politica (malgrado i referendum contrari e le straordinarie resistenze) o se, più credibilmente, bisogna smantellare d’Euro ordinatamente. Incidentalmente bisogna anche decidere se crediamo ancora nella democrazia (ma questo sembra essere un altro discorso).


Restare in mezzo al guado significa affogare.


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