Daniel
Gros è un economista tedesco laureato in Italia e con un dottorato nel tempio
del liberismo, l’Università di Chicago, è attualmente il Direttore del Centro
Per gli Studi delle Politiche Europee (CEPS) a Bruxelles, ha lavorato per il
FMI e per la Commissione Europea, e prima per il Ministro delle Finanze
Francese, in
questo intervento si chiede se la Germania possa essere ritenuta davvero
responsabile dello stato “pietoso” in cui è l’economia mondiale. Tutti
ricorderanno l’attacco del Tesoro
Americano allo sbilanciamento delle partite correnti tedesco e la forte
discussione che ne seguì. Nei giorni e settimane successive ci sono stati
interventi di: Romano
Prodi e Evans Pritchard, Martin
Wolf, un importante intervento sulla stampa tedesca di Olli
Rehn, l’interessante analisi di Spence,
l’intervento di
Posen, quello di Flassbeck
e Munchau, l’attacco di Attali.
Ma
l’economista tedesco ricorda alcuni fatti, che in effetti disturbano questa
rappresentazione “a colpevole unico”: la Germania rappresenta l’1% della
popolazione del globo, ha il 5% del suo PIL; su scala europea (nella quale l’allarme
è “molto più giustificato, secondo Gross) ha il 30% del PIL con una produzione
che corrisponde al 25% di quello della UE. In conclusione, “la Germania è
importante ma non dominante”.
In
realtà Gros individua subito la risposta alla questione: “il paese rappresenta
solo la punta di un iceberg teutonico”, infatti se si allarga lo sguardo a
tutti i paesi di lingua tedesca del Nord Europa si vede che hanno tutti un surplus
di partite correnti. I Paesi Bassi, la Svizzera, la Svezia e la Norvegia hanno
un surplus commerciale maggiore, in proporzione, a quello tedesco. Insieme fa
ca. 250 Miliardi di Euro all’anno. La Germania da sola poco di meno.
Un’altra
cosa da notare è che questo surplus va avanti da molto più tempo, mentre dieci
anni fa la Germania era in leggero deficit di partite correnti il loro era
identico. Cumulativamente è superiore a quello accumulato dalla Cina.
Ora
Gros fa la domanda chiave, per capire il punto: “Questi paesi sono tutti colpevoli di politiche mercantilistiche? Hanno
tutti optato per una svalutazione competitiva dei salari?”
In
effetti si tratta di un gruppo molto eterogenei, alcuni come i Paesi Bassi sono
nell’Euro, altri sono collegati (Svizzera) altri no (Svezia).
Il
problema è dunque molto più ampio, e dipende da molti fattori abbastanza
strutturali e di lungo periodo; tra l’altro c’è un altro elemento da
considerare: i paesi del Sud Europa non sono più quelli che assorbono il
surplus del Nord (non sono più in deficit, ma in leggero surplus), quelli che
subiscono la pressione della forza di esportazione Europea sono i paesi
anglosassoni.
Ma
ricapitoliamo un attimo: un sistema economico risponde alle esigenze dei propri
cittadini producendo beni ed erogando servizi che sono pagati dai profitti
totali (da lavoro e capitale), o dai debiti accesi; se la produzione è
inferiore al consumo si ha un deficit che deve essere saldato con accensione di
debiti (o ricavi da capitale per investimenti all’estero). Ovviamente i consumi
eccedenti sono soddisfatti da produttori, di beni e servizi, residenti all’estero
e pagati con riserve o con debiti. Dato che si sta parlando di somme aggregate
la questione è molto intrecciata, ci sono scambi anche dove i saldi sono zero.
Ma dove ci sono squilibri nelle “partite correnti”
(che uniscono i flussi di beni, di servizi e derivanti da redditi e
trasferimenti finanziari) significa che un paese si sta indebitando. Se c’è un
attivo sta accumulando riserve o riducendo i debiti. Inoltre sta perdendo PIL
potenziale, perché c’è una domanda interna alla quale si dà risposta dall’estero,
a favore di imprese, industrie e lavoratori esteri e a danno di quelli interni
(che perdono “quote di mercato”). In termini più semplici: se compro una BMW
dalla “fabbrica
più bella del mondo”, non compro una Alfa Romeo dalle fabbriche italiane
della FIAT.
Allora,
guardando i flussi generali, dice Gros, si vede che l’Europa complessivamente è
in surplus e quei paesi che sono in deficit sono soprattutto quelli anglosassoni
“quasi tutti i paesi anglofoni, infatti, riportano (già da tempo) un deficit di
conto corrente. Sommandoli insieme, il totale dei deficit commerciali di Stati
Uniti, Regno Unito e dei principali paesi del Commonwealth ammonta a oltre 800
miliardi dollari, ovvero circa il 60% del totale dei disavanzi con l'estero a
livello globale”. Quindi il Nord Europa ha ca. 500 Mld di surplus, l’Europa nel
suo complesso poco di più, e i paesi anglofoni 800 Mld di deficit,
probabilmente 2-3 punti di PIL potenziale all’anno perso. Milioni di posti di
lavoro.
In
questa situazione si chiede Gros “a chi conviene che la Germania importi di
più?”. Cioè che alzi il tenore di vita dei suoi cittadini e/o aumenti gli
investimenti infrastrutturali e strutturali? Guardando le importazioni tedesche
attuali, si vede che il 10% viene dl sud Europa e ben il 40% dai paesi del
Nord. In altre parole, come è noto da molte analisi, le economie del Nord
Europa sono molto intrecciate in catene di valore e di produzione (molte filiere
produttive sono transnazionali). Da questo dato discendono molte conseguenze
(anche politiche), ma Gros ne evidenzia una in particolare: una domanda
crescente in Germania avvantaggerebbe soprattutto i paesi dei Nord Europa (che
hanno già un tasso di disoccupazione basso) e gli altri paesi in surplus (cioè
con economie molto “esteroflesse”) come Russia (per i prodotti energetici),
Cina (per i beni a basso-medio valore aggiunto), e Giappone. Pochi vantaggi a
Spagna e Grecia.
La
conclusione di Gros è che lo sguardo va allargato a tutti i paesi del Nord, e
anche la procedura europea avviata “per squilibri eccessivi” (i Trattati dicono
che un surplus superiore al 6% va ridotto) andrebbe allargata se si vogliono ottenere dei risultati.
Un
altro modo, che Gros non indica, sarebbe l’Euro del Nord (facendo coincidere,
in tal modo l’Area Valutaria, con l’integrazione economica e l’omogeneità
politica che in parte ne promana), che potrebbe generare un aggiustamento per
via di cambio.
La
valuta del Nord si apprezzerebbe rispetto a quella del Sud (l’Euro 2),
favorendo le esportazioni di quest’ultimo (la cui industria “guadagnerebbe
quote di mercato”) a danno delle industrie del nord soprattutto in caso di
mancata espansione della domanda interna (anche se l’aumento differenziale del
potere di acquisto comunque agirebbe verso una espansione selettiva dei consumi
anche a redditi invariati). Il PIL del Sud crescerebbe più velocemente
riassorbendo la disoccupazione. Certo andrebbe anche a vantaggio dei paesi
attuali esportatori, ma questa è una curiosa obiezione (bisognerebbe forse alzare
di nuovo le barriere?) o, in altre parole, un prezzo da pagare per avere un’economia
aperta.
Comunque
un altro discorso.


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