Cinque giorni, per una mobilitazione
sono un tempo breve, ma il movimento nasce da semi gettati e già germogliati da
tempo. Si tratta di temi e immagini del movimento che bloccò la Sicilia nel 2012,
con 120 presidi fra porti, autostrade, zone industriali, e centri storici. I
marchi sono “Movimento dei Forconi”, “Forza d’Urto” e “Associazione Italiana
Autotrasportatori Siciliani”. In quel caso dietro agli appelli ed i toni di un meridionalismo
generico le rivendicazioni erano tipicamente di categoria: caro-carburante,
accise sull’energia, strumenti compensativi per l’agricoltura, investimenti
sulle infrastrutture, zona franca per le merci, riduzione delle tariffe aeree,
intervento sulle cartelle esattoriali. Peraltro queste proteste del 2012 in
Sicilia godettero dell’appoggio di alcuni sindaci e di ca. il 40% della
popolazione locale (secondo il Censis), alcuni suoi esponenti, in seguito, si
presentarono alle elezioni regionali ottenendo risultati di poco superiori all’1%.
Altra radice, il tentativo di blocco
dell’autotrasporto “Bisonte servaggio” del 2012, quando ci fu anche un morto,
un camionista travolto da una collega tedesca che aveva perso la pazienza.
Mariano Ferro, già leader di “Forza d’Urto”,
ed in precedenza militante appartenente al Movimento per le Autonomie, esprime
tuttora una delle leadership e dispone del sito internet http://www.iforconi.it/.
Nel 2013 alla protesta si sono aggiunte diverse organizzazioni di categoria del
mondo dell'agricoltura e dell'autotrasporto, associazioni civiche locali,
gruppi ambientalisti, i Cobas del latte, i “Liberi Imprenditori
Federalisti Europei” di Lucio Chiavegato, in Veneto e coordinatori del
movimento nel Nord Italia, il “Movimento Autonomo degli Autotrasportatori” di
Augusto Zaccardelli, che si occupa invece del Sud, e altre sigle come “Azione Rurale
Veneto”, “Associazione Autotrasportatori Liberi” e “Comitati Riuniti degli
Agricoltori”, i “Comitati per la giusta forca”. Insomma una selva di sigle che
si muovono da Nord (soprattutto Torino) al centro (Latina) e al sud (Sicilia).
Nella mobilitazione di dicembre 2013, il
“Coordinamento Nazionale 9 dicembre 2013”, guidato da Danilo Calvani e Mariano
Ferro, ha chiesto (con le usuali modalità fatte di presidi e blocchi contemporaneamente
in diverse città e regioni, piccole violenze per impedire la circolazione o
imporre la serrata) le dimissioni del Governo Letta e del Presidente della
Repubblica Napolitano, lo scioglimento delle camere, la costituzione di un governo provvisorio presieduto dalle Forze dell'Ordine e l'indizione di nuove
elezioni.
Si
tratta di richieste chiaramente eversive. Sulle quali,
peraltro, sembra di individuare divergenze tra leader come Ferro e Zunino (contadino
del nord, autore di recenti dichiarazioni antisemite alquanto demenziali), o
Calvani (famoso per la Jaguar con cui si fa portare in giro) che dichiara di
voler solo <togliere il cancro al paese>, o i “Comitati per la Giusta
Forca” che hanno promosso una lista di proscrizione di funzionari delle Entrate
e di Equitalia, forte di quasi 400 nomi, con invito a “colpirli” (forse per
imitare il blog di Grillo).
La protesta (ieri sembra siano partiti
100 trattori diretti a Roma da Latina) si esercita peraltro anche contro
Grillo, colpevole di essere ormai “parte del sistema” (in quanto ha fatto
eleggere rappresentanti che “prendono lo stipendio”).
Al di là di Linee
Programmatiche confuse, comunicati stampa che vanno dalla Merkel a
Bildenberg, ad un sito Facebook
con 75.000 “mi piace” (Grillo
ne ha 1.400.000, Renzi
512.000, Berlusconi
570.000), manca un’analisi meno che sommaria della situazione oltre la
rappresentazione noi-loro, della metafora del <cancro> (cioè di un corpo
sano al quale cresce una escrescenza aliena, da rimuovere chirurgicamente per
tornare a star bene), della ricerca (tra destra e sinistra) della “unità del
popolo” (si suppone “organico”).
Per convincercene vediamo meglio il
Programma di Ferro (allo stato forse l’unico disponibile almeno in un
articolato di una pagina):
-
Trasparenza (con toni e argomenti simili
a quelli del M5S);
-
Equità sociale (ricondotta solo alla
lotta ai privilegi dei politici, con reinvestimento dei proventi di questa all’istruzione);
-
Contrasto al sistema clientelare (sburocratizzazione,
nomine, legislazione anti corruzione, segretezza del voto, superamento del
precariato –stranamente non sotto “equità sociale”, ma “sistema clientelare”- subappalti);
-
Rilancio economia (una singolare
revisione delle norme comunitarie che penalizzerebbero la pesca e l’agroalimentare,
una “moneta complementare”, e il reddito minimo, la costituzione di nuove
banche locali, la “promozione fiscale della partecipazione dei lavoratori agli
utili aziendali”, la formazione professionale, l’integrazione tra turismo,
intrattenimento, arte, cultura, istruzione etc.., la riconversione dei grandi
centri commerciali, e la promozione dell’autonomia energetica);
-
L’equità fiscale (non tassabilità ed
impignorabilità della prima casa e dei mezzi di lavoro, abolizione dei sistemi
di riscossione e richiamo di questa ai Comuni tutelando i contribuenti in
difficoltà economica, Commissione di Inchiesta sullo spreco di denaro pubblico,
detraibilità di tutte le spese effettuate e dunque tassazione del solo
risparmio);
-
Valorizzazione del pubblico impiego
(adeguamento livelli contributivi con “moneta complementare”, ridefinizione
organici);
-
Ripristino della vera democrazia
(tramite tecnologie informatiche);
-
Tutela del territorio e prevenzione
rischio sismico ed idrogeologico;
-
Bonifica ambientale e riciclo/valorizzazione
dei rifiuti;
-
Revoca costruzione MUOS;
-
Valorizzazione del patrimonio
immobiliare pubblico;
-
Valorizzazione dei giovani laureati,
ricercatori ed inventori;
-
Tutela della salute (ancora contro l’ingerenza
politica e gli sprechi).
Una lista complessa e confusa, con
qualche idea già sentita, qualcuna di cui si potrebbe discutere e tante
generiche o pericolose.
Perché questo insieme di banalità e
confusione, quasi improvvisamente diventa un fenomeno sociale che fa dire a
Radio Vaticana, all’Arcivescovo di Torino e Vicepresidente della CEI, Monsignor
Cesare Nosiglia (non certo un ragazzino impressionabile) che “il malcontento che
si esprime nel movimento dei ‘Forconi’ rappresenta un fenomeno da non
sottovalutare, perchè sappiamo bene che si parte sempre così e poi non si sa
dove si arriva”?
Perché un sondaggio realizzato per Matrix da IPR
Marketing ha riportato che il 59% degli interpellati appoggia i forconi (ma non
condivide la violenza)?
E’
difficile rispondere a questa domanda, certo ci sono i nuovi poveri “non
professionali” di cui parla Cardaci,
c’è la crisi delle soluzioni collettive ai rischi individuali di cui non si
stanca di parlare Bauman,
della crisi del contratto sociale assicurativo di cui parla Beck,
ma come mai si riesce a passare dall’angoscia individuale all’azione collettiva?
Che
tempo cresce qui?

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