Pagine

mercoledì 4 dicembre 2013

Due pagine sul mutamento sociale e politico a partire da Berselli e Rosanvallon


Vorrei provare a leggere insieme due pagine, tratte da due analisi del momento presente sicuramente distanti sotto molti profili.
Il primo è da l’ultimo libro di Edmondo Berselli, editorialista e direttore della rivista <Il Mulino> morto nel 2010. Si tratta di un libro amaro e, a suo modo, coraggioso, che non teme di dire cose anche controcorrente. Verso la fine scrive: “già, dove sarebbe l'Italia senza il <<suo>> modello di economia sociale di mercato, cioè senza la sua storia produttiva e industriale fatta di aiuti pubblici e statalizzazioni? Può apparire cinico asserirlo, ma il Paese sembra essere rimasto in piedi proprio grazie alla sua malattia. Il sistema delle clientele nell'Italia bianca e <poliarchica> delle correnti democristiane, e il blocco delle cooperative nelle regioni rosse, hanno sostenuto l'assetto sociale ed economico durante gli anni settanta; la generale sindacalizzazione della forza lavoro ha fatto da mastice in una società dilaniata dal conflitto politico e spaventata dal terrorismo. Non si può parlare di un modello, ma certamente di una formula di persistenza. Si potrebbe anzi sostenere che la <formula Italia>, l'Italia del <bipartitismo imperfetto>, è crollata allorché aveva esaurito la sua funzione. Nei primi anni Novanta il sistema si è sfaldato: le organizzazioni, anche malate, che avevano sorretto la crescita si sono afflosciate.
E' possibile che questo processo rappresenti qualcosa di generalizzato nella realtà della globalizzazione. Per esempio, la caduta della SPD alle elezioni del 2009, in cui i socialdemocratici sono scesi al loro risultato minimo in sessant'anni, costituisce il sintomo di un disfacimento politico. Si stanno disgregando le strutture che avevano retto la società del Novecento. Ma se questo è vero, quali saranno le modalità per uscire dalla crisi economica? In quali condizioni ci troveremo dopo la fine della grande tempesta? In quale modello, dentro quale organizzazione sociale, su quale ritmo di crescita? E soprattutto, con quali prospettive di recuperare un sentiero di sviluppo?” Edmondo Berselli, L'economia giusta, Einaudi 2010, p. 84-5.

La seconda pagina apre il libro di Rosanvallon, di un anno successivo, sull’ineguaglianza: “La democrazia afferma la propria vitalità, in quanto regime, nel momento in cui si deteriora come forma di società. In quanto sovrani, i cittadini hanno continuato ad accrescere la loro capacità d'intervento e a moltiplicare la loro presenza. Ormai non si accontentano più di far sentire in modo intermittente le loro voci, alle urne. Esercitano un potere di sorveglianza e di controllo in modo sempre più attivo. Assumono le forme contigue di minoranze attive o di comunità sperimentali, dando vita ad un'opinione pubblica diffusa per fare pressione su chi li governa ed esprimere le loro aspettative ed le loro esasperazioni. La vivacità stessa delle critiche che rivolgono al sistema rappresentativo dà la misura della loro determinazione a far vivere l'ideale democratico. E' una caratteristica dell'epoca. L'aspirazione a un allargamento delle libertà e all'instaurazione di poteri sottomessi alla volontà generale ha fatto vacillare i despoti ovunque, modificando l'aspetto del mondo. Ma questo popolo politico, che impone in modo sempre più forte la propria cifra, socialmente fa sempre meno corpo. La cittadinanza politica progredisce mentre regredisce la cittadinanza sociale. Questa lacerazione della democrazia è il fenomeno principale del nostro tempo, portatore delle più terribili minacce. Infatti, se dovesse persistere tale situazione, il regime democratico stesso potrebbe infine vacillare.
La crescita delle diseguaglianze è al contempo l'indizio e il motore di questa lacerazione. E' il tarlo latente che produce una decomposizione silenziosa del legame sociale e, simultaneamente, della solidarietà.” Pierre Rosanvallon, La società della disuguaglianza, Castelvecchi, 2013, p. 17

Dunque qui sono a confronto due posizioni, due diverse ispirazioni, anche due diverse conclusioni (il libro di Berselli chiude con un invito alla parsimonia); ma anche la stessa incertezza per il futuro, che si presenta aperto, e la stessa visione del sistema che si è sfaldato. Si trattava di un sistema per certi versi confortevole, per altri soffocante. Organizzazioni “casa-fabbrica”, vere istituzioni intermedie totalizzanti, nelle quali almeno due generazioni hanno passato la loro vita. Che facevano da “mastice” alla società, generando quel grado di uniformità e riconoscibilità necessario per avere stabili “attese di comportamento” sulle quali costruire risposte e politiche. Dunque si trattava di un ambiente sociale nel quale potevano essere immaginate, e comunicate, risposte politiche.
Tutto questo si è sfaldato.
Probabilmente, lo dicono a loro modo sia Berselli che Rosanvallon, a causa della drastica restrizione dello spazio economico della classe media, di quell’ampia sezione centrale della società che ne dava il tono e la forma. Questa erosione, che ha proceduto inesorabilmente per trenta anni, come viene mostrato da tante indagini, ha sottratto le risorse utilizzabili per alimentare questi “corpi”. La frammentazione che ne è seguita ha provocato una radicale caduta di legittimità.
E’ questa caduta, io credo, che apre alla ripresa della vitalità dal basso delle forme di sorveglianza, di controllo, a tutte quelle forme di mobilitazioni individuale e solitaria, di “framing” molecolare, di cui lo stesso Rosanvallon parla diffusamente in La politica nell’era della sfiducia.
Ma, appunto, “la democrazia si vitalizza ma la società di deteriora”. Sembra proprio che il segno del tempo sia scegliere tra “cittadinanza politica” e “cittadinanza sociale”. Che, cioè, se si è cittadini politicamente riconoscibili si debba giocare da soli la propria partita e non si possa più giocare in squadre grandi, nelle squadre storiche. Il radicalismo, l’essere alla frontiera del cambiamento (o, meglio, l’essere riconosciuto come tale), oggi significa rifiutare i quadri di senso e protestare il proprio diritto ad esercitare il controllo esterno, la sorveglianza non partecipante. Questo “chiamarsi fuori” (esemplare, in Italia, è il “Movimento 5 Stelle”, straordinario fenomeno che raccoglie, quasi con le modalità di un franchising, tutte le istanze di protesta, scontento, rifiuto, dislocamento che trova nella società già formate o che si possono aggregare su temi per lo più locali, o generici; ma le raccoglie alla fine per “non fare” nelle istituzioni. Per posizionarsi nella posizione “dell’apriscatole”, non in quello del costruttore; e le raccoglie con un attitudine di “collezionista distratto”, senza alcuna coerenza e connessione).

La tesi di Rosanvallon è che tutto questo dipende dalla disuguaglianza, “indizio e motore di questa lacerazione. Tarlo latente che produce una decomposizione silenziosa del legame sociale e, simultaneamente, della solidarietà”, come abbiamo letto.

Questa ineguaglianza non è stata sempre costante, non è proprio del tutto vero che <<i poveri li avrete sempre con voi>> (Giovanni 12.1); almeno non nella stessa misura. Infatti l’1% più ricco della popolazione francese nel 1913 aveva il 53% del patrimonio della nazione, mentre nel 1984 era sceso al 20%, oggi è risalito al 24% (ma il primo 10% ne ha il 62%).
Oggi, dunque viviamo in una società nella quale le disuguaglianze crescono e sono generalmente condannate in teoria (secondo una inchiesta francese dal 90% della popolazione), ma accettate in pratica (da una metà della popolazione, in quanto necessaria per il dinamismo, e da quasi tutti nella condizione che siano riconosciuti i meriti individuali). Anche da questa lettura si vede il segno individuale dello “spirito del tempo”. Che deplora un fenomeno, ma rifiuta di attivarsi per superarlo se pensa di conseguirne un beneficio personale. Rosanvallon lo qualifica come un “sentimento torbido”, che induce a percorsi di fuga dallo stress e dalla frustrazione in capri espiatori e sentimenti magici.

La pulsione verso l’uguaglianza, che aveva mosso le due rivoluzioni gemelle (libertà ed uguaglianza essendo per il pensiero rivoluzionario settecentesco giustamente connesse e inseparabili) non è più, per l’isolato individuo contemporaneo (vicino solo a qualche “prossimo”, magari episodico) “il motore di un’intelligibilità, di un’attivazione del mondo” non ha più “capacità rivoluzionaria”. Una delle conseguenze è che la vita democratica è “tirata verso il basso”, “risucchiata dai demoni dell’identità e dell’omogeneità”.


Mi pare un avvertimento su cui riflettere.


Se vuoi restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli 
su Facebook: alessandro.visalli.9 
e su Linkedin: alessandro-visalli

Nessun commento:

Posta un commento