Vorrei provare a
leggere insieme due pagine, tratte da due analisi del momento presente
sicuramente distanti sotto molti profili.
Il primo è da
l’ultimo libro di Edmondo Berselli, editorialista e direttore della rivista
<Il Mulino> morto nel 2010. Si tratta di un libro amaro e, a suo modo,
coraggioso, che non teme di dire cose anche controcorrente. Verso la fine
scrive: “già, dove sarebbe l'Italia senza il <<suo>> modello di
economia sociale di mercato, cioè senza la sua storia produttiva e industriale
fatta di aiuti pubblici e statalizzazioni? Può apparire cinico asserirlo, ma il
Paese sembra essere rimasto in piedi proprio grazie alla sua malattia. Il
sistema delle clientele nell'Italia bianca e <poliarchica> delle correnti
democristiane, e il blocco delle cooperative nelle regioni rosse, hanno
sostenuto l'assetto sociale ed economico durante gli anni settanta; la generale
sindacalizzazione della forza lavoro ha fatto da mastice in una società
dilaniata dal conflitto politico e spaventata dal terrorismo. Non si può
parlare di un modello, ma certamente di una formula di persistenza. Si potrebbe
anzi sostenere che la <formula Italia>, l'Italia del <bipartitismo
imperfetto>, è crollata allorché aveva esaurito la sua funzione. Nei primi
anni Novanta il sistema si è sfaldato: le organizzazioni, anche malate, che
avevano sorretto la crescita si sono afflosciate.
E' possibile che
questo processo rappresenti qualcosa di generalizzato nella realtà della
globalizzazione. Per esempio, la caduta della SPD alle elezioni del 2009, in cui i
socialdemocratici sono scesi al loro risultato minimo in sessant'anni,
costituisce il sintomo di un disfacimento politico. Si stanno disgregando le
strutture che avevano retto la società del Novecento. Ma se questo è vero,
quali saranno le modalità per uscire dalla crisi economica? In quali condizioni
ci troveremo dopo la fine della grande tempesta? In quale modello, dentro quale
organizzazione sociale, su quale ritmo di crescita? E soprattutto, con quali
prospettive di recuperare un sentiero di sviluppo?” Edmondo Berselli, L'economia giusta, Einaudi 2010, p.
84-5.
La seconda
pagina apre il libro di Rosanvallon, di un anno successivo, sull’ineguaglianza:
“La democrazia afferma la propria vitalità,
in quanto regime, nel momento in cui si deteriora come forma di società. In
quanto sovrani, i cittadini hanno continuato ad accrescere la loro capacità
d'intervento e a moltiplicare la loro presenza. Ormai non si accontentano più
di far sentire in modo intermittente le loro voci, alle urne. Esercitano un
potere di sorveglianza e di controllo in modo sempre più attivo. Assumono le
forme contigue di minoranze attive o di comunità sperimentali, dando vita ad
un'opinione pubblica diffusa per fare pressione su chi li governa ed esprimere
le loro aspettative ed le loro esasperazioni. La vivacità stessa delle critiche
che rivolgono al sistema rappresentativo dà la misura della loro determinazione
a far vivere l'ideale democratico. E' una
caratteristica dell'epoca. L'aspirazione a un allargamento delle libertà e
all'instaurazione di poteri sottomessi alla volontà generale ha fatto vacillare
i despoti ovunque, modificando l'aspetto del mondo. Ma questo popolo politico,
che impone in modo sempre più forte la propria cifra, socialmente fa sempre
meno corpo. La cittadinanza politica
progredisce mentre regredisce la cittadinanza sociale. Questa lacerazione della democrazia è il fenomeno principale del nostro
tempo, portatore delle più terribili minacce. Infatti, se dovesse
persistere tale situazione, il regime democratico stesso potrebbe infine
vacillare.
La crescita
delle diseguaglianze è al contempo l'indizio e il motore di questa lacerazione.
E' il tarlo latente che produce una decomposizione silenziosa del legame
sociale e, simultaneamente, della solidarietà.” Pierre Rosanvallon, La società della disuguaglianza,
Castelvecchi, 2013, p. 17
Dunque qui sono
a confronto due posizioni, due diverse ispirazioni, anche due diverse
conclusioni (il libro di Berselli chiude con un invito alla parsimonia); ma anche
la stessa incertezza per il futuro, che si presenta aperto, e la stessa visione
del sistema che si è sfaldato. Si trattava di un sistema per certi versi
confortevole, per altri soffocante. Organizzazioni “casa-fabbrica”, vere
istituzioni intermedie totalizzanti, nelle quali almeno due generazioni hanno
passato la loro vita. Che facevano da “mastice” alla società, generando quel
grado di uniformità e riconoscibilità necessario per avere stabili “attese di
comportamento” sulle quali costruire risposte e politiche. Dunque si trattava
di un ambiente sociale nel quale potevano essere immaginate, e comunicate,
risposte politiche.
Tutto questo si è sfaldato.
Probabilmente,
lo dicono a loro modo sia Berselli che Rosanvallon, a causa della drastica
restrizione dello spazio economico della classe media, di quell’ampia sezione
centrale della società che ne dava il tono e la forma. Questa erosione, che ha
proceduto inesorabilmente per trenta anni, come viene mostrato da tante indagini,
ha sottratto le risorse utilizzabili per alimentare questi “corpi”. La
frammentazione che ne è seguita ha provocato una radicale caduta di
legittimità.
E’ questa
caduta, io credo, che apre alla ripresa della vitalità dal basso delle forme di
sorveglianza, di controllo, a tutte quelle forme di mobilitazioni individuale e
solitaria, di “framing” molecolare, di cui lo stesso Rosanvallon parla
diffusamente in La
politica nell’era della sfiducia.
Ma, appunto, “la
democrazia si vitalizza ma la società di deteriora”. Sembra proprio che il
segno del tempo sia scegliere tra “cittadinanza politica” e “cittadinanza
sociale”. Che, cioè, se si è cittadini politicamente riconoscibili si debba
giocare da soli la propria partita e non si possa più giocare in squadre
grandi, nelle squadre storiche. Il
radicalismo, l’essere alla frontiera del cambiamento (o, meglio, l’essere
riconosciuto come tale), oggi significa rifiutare i quadri di senso e
protestare il proprio diritto ad esercitare il controllo esterno, la
sorveglianza non partecipante. Questo “chiamarsi fuori” (esemplare, in Italia,
è il “Movimento 5 Stelle”, straordinario fenomeno che raccoglie, quasi con le
modalità di un franchising, tutte le istanze di protesta, scontento, rifiuto,
dislocamento che trova nella società già formate o che si possono aggregare su
temi per lo più locali, o generici; ma le raccoglie alla fine per “non fare”
nelle istituzioni. Per posizionarsi nella posizione “dell’apriscatole”, non in
quello del costruttore; e le raccoglie con un attitudine di “collezionista
distratto”, senza alcuna coerenza e connessione).
La tesi di
Rosanvallon è che tutto questo dipende dalla disuguaglianza, “indizio e motore
di questa lacerazione. Tarlo latente che produce una decomposizione silenziosa
del legame sociale e, simultaneamente, della solidarietà”, come abbiamo letto.
Questa
ineguaglianza non è stata sempre costante, non è proprio del tutto vero che
<<i poveri li avrete sempre con voi>> (Giovanni 12.1); almeno non
nella stessa misura. Infatti l’1% più ricco della popolazione francese nel 1913
aveva il 53% del patrimonio della nazione, mentre nel 1984 era sceso al 20%,
oggi è risalito al 24% (ma il primo 10% ne ha il 62%).
Oggi, dunque
viviamo in una società nella quale le disuguaglianze crescono e sono
generalmente condannate in teoria (secondo una inchiesta francese dal 90% della
popolazione), ma accettate in pratica (da una metà della popolazione, in quanto
necessaria per il dinamismo, e da quasi tutti nella condizione che siano
riconosciuti i meriti individuali). Anche da questa lettura si vede il segno
individuale dello “spirito del tempo”. Che deplora un fenomeno, ma rifiuta di
attivarsi per superarlo se pensa di
conseguirne un beneficio personale. Rosanvallon lo qualifica come un
“sentimento torbido”, che induce a percorsi di fuga dallo stress e dalla
frustrazione in capri espiatori e sentimenti magici.
La pulsione
verso l’uguaglianza, che aveva mosso le due rivoluzioni gemelle (libertà ed
uguaglianza essendo per il pensiero rivoluzionario settecentesco giustamente connesse
e inseparabili) non è più, per l’isolato individuo contemporaneo (vicino solo a
qualche “prossimo”, magari episodico) “il motore di un’intelligibilità, di
un’attivazione del mondo” non ha più “capacità rivoluzionaria”. Una delle
conseguenze è che la vita democratica è “tirata verso il basso”, “risucchiata
dai demoni dell’identità e dell’omogeneità”.
Mi pare un
avvertimento su cui riflettere.
Se vuoi restare in contatto:
Se vuoi restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli
su Facebook: alessandro.visalli.9
e su Linkedin: alessandro-visalli
Nessun commento:
Posta un commento