Intervista
a Evans-Pritchard, su L’antidiplomatico. Il giornalista economico inglese, che
spesso ha una voce molto critica verso l’Euro e la costruzione europea,
dichiara che ciò che serve oggi è “uno shock economico sul modello
dell'Abenomics”. In altre parole che Italia, Spagna, Grecia e Portogallo,
insieme alla Francia “devono smettere di fare finta di non avere un interesse
in comune da tutelare”.
Il cambiamento è
sia necessario ed urgentissimo, sia possibile perché questi paesi insieme hanno
“i voti necessari per forzarlo”, cioè per
produrlo anche contro la Germania. Anche se Pritchard non lo sottolinea,
tuttavia è abbastanza vero che questo sarebbe l’equivalente di una offensiva
militare in una guerra, dunque ci vuole coraggio; ma tuttavia da tempo la
situazione è tale e non si può restare sempre in posizione passiva, pena la
sconfitta.
Del resto,
secondo quanto ricorda il giornalista, “la BCE oggi non sta rispettando gli
obblighi previsti dai Trattati e non solo per il target del 2%, dato che nei Trattati
non si parla solo d'inflazione, ma anche di crescita e di occupazione”. Se non
li sta rispettando è essenzialmente per la ferma opposizione del rappresentante
tedesco, e dei suoi alleati.
Siamo tanto
lontani dall’obiettivo del 2% (peraltro di per sé insufficiente) che oggi
l’inflazione media, nella rilevazione di ottobre è allo 0,8%; si tratta di un
autentico disastro per l'andamento della traiettoria di lungo periodo del
debito. Dunque la diagnosi è semplice e chiara: “senza un cambio di strategia forte, l'Italia sarà al collasso nel 2014” . Il paese ha,
infatti, un avanzo primario del 2.5% del PIL e ciononostante il suo debito
continua ad aumentare.
Ci sono molte
spiegazioni ed interpretazioni di questo fatto, alcune di natura morale (il
degrado della politica, la corruzione dilagante, gli sprechi della funzione
pubblica, etc…) che però mancano il bersaglio; le cose non stanno così, “il
dramma dell'Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è
costretta per la sua partecipazione alla zona euro”.
Allora se questa
è la situazione, va risolta con decisione e tempestività: la politica è fatta di scelte e di coraggio.
Si tratta, peraltro,
di una situazione nota da anni, ma fino ad oggi non si è agito per paura che si
dissolvesse il fragile consenso politico dell'Euro in Germania. In effetti
questo è un tema grave e presente; tuttavia ormai deve cedere la strada ad una
minaccia più grande. Dunque per Pritchard bisogna ragionare diversamente,
ponendo la questione in termini decisi: “se
Berlino non dovesse accettare le nuove politiche, può anche uscire dal sistema”.
Infatti il ritorno di Spagna, Italia e Francia ad una valuta debole è quello di
cui i paesi latini hanno disperatamente bisogno. Se fosse fatto, secondo il
giornalista inglese, non bisogna temere reazioni gravi, perché “la minaccia tedesca è un bluff ed i paesi
dell'Europa meridionale devono smascherarlo. L'ora del confronto è arrivato”.
L’intervistatore
a questo punto giustamente chiede come mai non venga presa in considerazione
questa risposta, ed Evans-Pritchard richiama un interessante episodio: “recentemente
ho avuto modo di incontrare a Londra il primo ministro italiano Enrico Letta ed
abbiamo parlato proprio di questo. Alla mia domanda sul perché non si facesse
promotore di un cartello con gli altri paesi dell'Europa in difficoltà per
forzare questo cambiamento, il premier italiano mi ha risposto che secondo lui
sarà Angela Merkel a mutare atteggiamento nel prossimo mandato e venire
incontro alle esigenze del sud”. Oltre ad essere una probabilissima illusione
(come si può vedere dall’Accordo di Grande Coalizione), si tratta di un approccio assolutamente deludente,
ma anche di un episodio illuminante. Il punto lo identifica in modo secondo me
corretto: “Enrico Letta, come anche
Hollande in Francia, come la maggior parte delle élite europee, è un fervido
credente del progetto di integrazione europea e non riesce ad accettare che
l'attuale situazione sia un completo disastro. Questo atteggiamento non gli
permette di comprendere le ragioni per cui l'Euro sia divenuto così
disfunzionale per i paesi membri.”
Dunque l’unica
strada rimasta sarebbe prendere atto del fallimento di una politica decennale e
di intere reputazioni politiche ad essa connesse. Quindi, normalmente, davanti
a questa scelta vengono usate due considerazioni: si genererebbe un’enorme
inflazione, e il cambio non potrebbe reggere alla concorrenza dei giganti sulla
scena mondiale.
A queste
obiezioni Pritchard risponde con molta decisione, per lui “si tratta, in
entrambi casi, del contrario esatto della
realtà. L'Euro è un'autentica maledizione per le esportazioni, che
dipendono dai prezzi e dal tasso di cambio. I paesi europei sopravvalutati a
causa della moneta unica hanno perso una quota importante del loro mercato
globale a discapito della Cina. Con Pechino che tiene lo yaun sottovalutato e
con una moneta enormemente sopravvalutata, [quindi] molte aree dove l'industria
italiana eccelle sono inevitabilmente in crisi. Una crisi che dipende dal tasso
di cambio.” Questa risposta, nella congiuntura attuale, è sicuramente molto
forte.
Alla seconda
obiezione, per quel che riguarda l'inflazione, risponde che ovviamente dipende
molto dalle circostanze in cui si svolgerebbe la transizione: “qualora l'Italia
dovesse procedere ad un collasso disordinato e caotico dell'euro, il paese
potrebbe perdere nella prima fase il controllo dei prezzi. Ma oggi quest'ultimi
sono già fuori controllo. Nei paesi dell'Europa meridionale è in corso una
grave crisi di deflazione che rischia di riproporre il <decennio perso>
del Giappone con contorni inquietanti per quel riguarda l'andamento debito/Pil.
In Italia è passato dal 120% al 133% in due anni: si tratta di una trappola che sta portando il paese al
collasso. Il problema da combattere oggi è la deflazione e non
l'inflazione.” Anche questo è un buon argomento.
Naturalmente se
dovesse lasciare l'Euro (e dunque la BCE, ripristinando la sovranità monetaria
e il potere della Banca d’Italia), “l'Italia dovrebbe optare per un grande
stimolo monetario da parte della Banca d'Italia, una svalutazione ed una
politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione garantirebbe al paese una
transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo.” In altre parole,
occorrerebbe fare in casa ciò che stiamo chiedendo inutilmente alla BCE da
anni.
Né ci sarebbero
da temere ulteriori ritorsioni economiche della Germania; perché è comunque nei
loro interessi gestire l'eventuale uscita di un paese membro nel modo più
lineare, regolare e tranquillo possibile. “Nel caso di un deprezzamento fuori
controllo della Lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le
banche ed assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia
sarebbero a rischio fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non
potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe [dunque]
interesse primordiale della Bundesbank acquisire sui mercati valutari
internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo”.
Se questo è lo
scenario immaginato, l’attore che può far propendere la bilancia nella
direzione della forzatura (ed eventuale rottura) resta solo la Francia, come
ricorda Evans-Pritchard, “con la disoccupazione che cresce a livelli non più
controllabili, Hollande, che ha posto come suo obiettivo primario della sua
presidenza quello dell'occupazione, ha perso ogni credibilità e sta arrivando
al limite di sopportazione con l'Europa. Quello che sta accadendo oggi alla
Francia è l'esatta riproposizione delle dinamiche economiche che il paese ha
vissuto dal 1934 al 1936, quando con il Gold Standard il paese si trovava in
una situazione di deflazione, disoccupazione di massa e non aveva gli strumenti
per ripartire. I dati sono arrivati ad un livello insostenibile nella
presidenza Laval nel 1935 ed hanno determinato un cambiamento politico
rivoluzionario nel 1936: la vittoria del Fronte Popolare. La Francia di oggi è
in una situazione simile al 1935, con i dati economici che continuano a
peggiorare di mese in mese, ed una svolta come quella del 1936 si avvicina. Basta
vedere la tensione dei movimenti di protesta in Bretagna o i risultati
crescenti del Fronte Nazionale per comprenderlo.” L’idea sarebbe che il Fronte
Nazionale non prenderà il potere, ma la sua pressione costringerà gli altri
partiti, soprattutto la destra Gaullista, a modificare la loro politica.
Del resto la
questione si sta ponendo sempre più in modo radicale.
Quel che stiamo
vedendo, ricorda l’intervistatore, è che in molti paesi (i principali sono
Italia e Germania) si verifica la fusione dei partiti conservatori e socialisti
a difesa dell'austerità di Bruxelles e
contro le intenzioni di voto degli elettori. In base all’implementazione
dei Trattati vigente, il voto dei Parlamenti nazionali sulle leggi di stabilità
ormai non conta più ed i governi aspettano solo l'approvazione della
Commissione. Infine, i paesi si stanno indebitando per finanziare
organizzazioni inter-governative come il MES, che prenderà decisioni
fondamentali per la vita delle popolazioni nei prossimi anni e non ha
all'interno meccanismi di trasparenza e di controllo democratico. Ma cosa sta diventando l'Unione Europea?
A questa domanda capitale, oggetto anche del
recente libro “Democrazia o Capitalismo”, uscito in Germania da pochissimo, Pritchard
risponde che “la difficoltà è comprendere perché la creazione dei vari
strumenti di coesione federale decisi dall'Ue abbiano creato un sistema così
disfunzionale”. Ma che il problema fondamentale è quindi la mancanza del
controllo delle imposte e della spesa da parte di un Parlamento eletto
democraticamente.
Si tratta di un problema centrale. Molte guerre civili e rivoluzioni storiche sono
scoppiate quando il controllo del budget e delle imposte è stato sottratto. “Non
è un caso che la guerra civile inglese sia iniziata nel 1640 quando il re ha
cercato di togliere questi poteri al Parlamento o che la rivoluzione americana
sia scoppiata quando questo potere è stato tolto da Londra a stati come
Virginia o il Massachusetts, che lo esercitavano da tempo”. In altre parole, “le
fondamenta della democrazia risiedono nel controllo del budget e delle imposte
da parte di organi eletti dal popolo. Quello che sta accadendo all'Ue è, al
contrario, il tentativo di darne la gestione a strumenti e strutture
sovranazionali, che non hanno alcun fondamento con nessun Parlamento. E' estremamente pericoloso e chiaramente
anti-democratico”.
Si tratta di un
tentativo in corso almeno da venti anni ed esattamente percepito e descritto
dalle élite (anche se non chiaramente esplicitato in tutti i suoi effetti).
Riprendiamo, per sincerarcene, la lettura che abbiamo fatto del libro di Bini Smaghi.
Lo
snodo centrale dell’ampio ragionamento di Bini Smaghi è l’asserita necessità di
adattare il modello di sviluppo
dell’occidente (in particolare europeo continentale), uscito dalla lunga
fase storica iniziata con la fine della crisi del ‘36 fino alla crisi
energetica degli anni settanta e poi solo parzialmente rivisto nel riflusso
degli ultimi trenta anni, rimettendo in
questione diritti acquisiti da parte della maggioranza della popolazione (BS.
p.179). Superando quindi drasticamente
il modello del welfare state espansivo, nel quale per decenni si era tentato di
“combinare crescita con equità senza danneggiare né l’una né l’altro” (BS. p.183).
Quel che, secondo l’autore, va compreso è che il welfare non è più compatibile con la competitività dei sistemi
economici occidentali. Senza esplicitarlo, insomma, Bini Smaghi sostiene
esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque anche tra democrazia
popolare e crescita. Alcune altre significative conseguenze della critica alla
democrazia sono che gli organi di controllo non devono dipendere dalla politica
(che è chiaramente in difficoltà a far prevalere la crescita sull’equità,
secondo le sue stesse parole), quindi che bisogna introdurre vincoli esterni
(alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare). Una tesi decisamente
chiara, fortemente sostenuta, estremamente problematica (in modo peraltro
consapevole). Per Smaghi la crisi è,
infatti, soprattutto politica, riflette sostanzialmente l’incapacità delle
democrazie a risolvere problemi che si sono accumulati in oltre un ventennio; riflette
il fallimento a riformare l’intero assetto sociale.
Si configura
quindi chiaramente, ed intenzionalmente, un progetto di depotenziamento della
democrazia popolare, per riportare le leve economiche sotto il controllo di
élite politicamente irresponsabili, ma culturalmente omogenee. Cioè di
riportarle sotto il controllo di un “set” di interessi più ristretto (che
naturalmente, si auto-descrive paternalisticamente come espressione di un
interesse generale di tipo superiore e di più lunga durata –come hanno sempre
fatto nei secoli le aristocrazie-).
L'argomento che
viene usato spesso (in pubblico) in difesa è che si tratta di un primo passo
antidemocratico che serve però ad uno scopo democratico; quello di completare
la Federazione sul modello statunitense. In altre parole, in questa difesa il
sistema americano sarebbe il modello logico da imitare con procedure
paternalistiche, dato che con quelle democratiche non ci si riesce. Pritchard
esprime profondo scetticismo per questa idea, non è infatti realizzabile: “non
c'è il consenso politico nei cittadini europei e per gli Usa vi erano sistemi,
istituzioni e tradizioni completamente differenti”. Questa posizione di
Evans-Pritchard (ad esempio Habermas,
altrettanto critico sull’euro ed ostile al paternalismo tecnocratico, è meno
pessimista) induce alla posizione per la quale “i paesi devono tornare alla
realtà sociale al più presto e non devono pensare a strumenti di ingegneria
finanziaria per far funzionare qualcosa che non può funzionare”.
Anche il
referendum voluto da Cameron in Inghilterra è un avvertimento: “l'integrazione
è andata troppo oltre il volere popolare e le popolazioni vogliono indietro
alcuni poteri. La Costituzione europea è stata rigettata da un referendum in
Francia ed Olanda. I trattati recenti non sono stati posti al giudizio del
popolo, tranne che in Irlanda, ma costringendola a votare fino
all'accettazione. Questa fase in cui si procede senza consultare i cittadini è
finita. Questo tipo di arroganza è finito.”
Dunque “l'Ue non
sarà più la stessa e sarà costretta ad essere meno ambiziosa e comprendere che
molte delle sue prerogative devono tornare agli stati nazionali”.
Si tratta dell'ultima battaglia.

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