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venerdì 6 dicembre 2013

Evans-Pritchard intervistato dall’Antidiplomatico: “nel 2014 l’Italia rischia il collasso”


Intervista a Evans-Pritchard, su L’antidiplomatico. Il giornalista economico inglese, che spesso ha una voce molto critica verso l’Euro e la costruzione europea, dichiara che ciò che serve oggi è “uno shock economico sul modello dell'Abenomics”. In altre parole che Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, insieme alla Francia “devono smettere di fare finta di non avere un interesse in comune da tutelare”.
 
Il cambiamento è sia necessario ed urgentissimo, sia possibile perché questi paesi insieme hanno “i voti necessari per forzarlo”, cioè per produrlo anche contro la Germania. Anche se Pritchard non lo sottolinea, tuttavia è abbastanza vero che questo sarebbe l’equivalente di una offensiva militare in una guerra, dunque ci vuole coraggio; ma tuttavia da tempo la situazione è tale e non si può restare sempre in posizione passiva, pena la sconfitta.  

Del resto, secondo quanto ricorda il giornalista, “la BCE oggi non sta rispettando gli obblighi previsti dai Trattati e non solo per il target del 2%, dato che nei Trattati non si parla solo d'inflazione, ma anche di crescita e di occupazione”. Se non li sta rispettando è essenzialmente per la ferma opposizione del rappresentante tedesco, e dei suoi alleati.
Siamo tanto lontani dall’obiettivo del 2% (peraltro di per sé insufficiente) che oggi l’inflazione media, nella rilevazione di ottobre è allo 0,8%; si tratta di un autentico disastro per l'andamento della traiettoria di lungo periodo del debito. Dunque la diagnosi è semplice e chiara: “senza un cambio di strategia forte, l'Italia sarà al collasso nel 2014”. Il paese ha, infatti, un avanzo primario del 2.5% del PIL e ciononostante il suo debito continua ad aumentare.
Ci sono molte spiegazioni ed interpretazioni di questo fatto, alcune di natura morale (il degrado della politica, la corruzione dilagante, gli sprechi della funzione pubblica, etc…) che però mancano il bersaglio; le cose non stanno così, “il dramma dell'Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è costretta per la sua partecipazione alla zona euro”. 

Allora se questa è la situazione, va risolta con decisione e tempestività: la politica è fatta di scelte e di coraggio.  

Si tratta, peraltro, di una situazione nota da anni, ma fino ad oggi non si è agito per paura che si dissolvesse il fragile consenso politico dell'Euro in Germania. In effetti questo è un tema grave e presente; tuttavia ormai deve cedere la strada ad una minaccia più grande. Dunque per Pritchard bisogna ragionare diversamente, ponendo la questione in termini decisi: “se Berlino non dovesse accettare le nuove politiche, può anche uscire dal sistema”. Infatti il ritorno di Spagna, Italia e Francia ad una valuta debole è quello di cui i paesi latini hanno disperatamente bisogno. Se fosse fatto, secondo il giornalista inglese, non bisogna temere reazioni gravi, perché “la minaccia tedesca è un bluff ed i paesi dell'Europa meridionale devono smascherarlo. L'ora del confronto è arrivato”. 

L’intervistatore a questo punto giustamente chiede come mai non venga presa in considerazione questa risposta, ed Evans-Pritchard richiama un interessante episodio: “recentemente ho avuto modo di incontrare a Londra il primo ministro italiano Enrico Letta ed abbiamo parlato proprio di questo. Alla mia domanda sul perché non si facesse promotore di un cartello con gli altri paesi dell'Europa in difficoltà per forzare questo cambiamento, il premier italiano mi ha risposto che secondo lui sarà Angela Merkel a mutare atteggiamento nel prossimo mandato e venire incontro alle esigenze del sud”. Oltre ad essere una probabilissima illusione (come si può vedere dall’Accordo di Grande Coalizione), si tratta di un approccio assolutamente deludente, ma anche di un episodio illuminante. Il punto lo identifica in modo secondo me corretto: “Enrico Letta, come anche Hollande in Francia, come la maggior parte delle élite europee, è un fervido credente del progetto di integrazione europea e non riesce ad accettare che l'attuale situazione sia un completo disastro. Questo atteggiamento non gli permette di comprendere le ragioni per cui l'Euro sia divenuto così disfunzionale per i paesi membri. 

Dunque l’unica strada rimasta sarebbe prendere atto del fallimento di una politica decennale e di intere reputazioni politiche ad essa connesse. Quindi, normalmente, davanti a questa scelta vengono usate due considerazioni: si genererebbe un’enorme inflazione, e il cambio non potrebbe reggere alla concorrenza dei giganti sulla scena mondiale.
A queste obiezioni Pritchard risponde con molta decisione, per lui “si tratta, in entrambi casi, del contrario esatto della realtà. L'Euro è un'autentica maledizione per le esportazioni, che dipendono dai prezzi e dal tasso di cambio. I paesi europei sopravvalutati a causa della moneta unica hanno perso una quota importante del loro mercato globale a discapito della Cina. Con Pechino che tiene lo yaun sottovalutato e con una moneta enormemente sopravvalutata, [quindi] molte aree dove l'industria italiana eccelle sono inevitabilmente in crisi. Una crisi che dipende dal tasso di cambio.” Questa risposta, nella congiuntura attuale, è sicuramente molto forte.
Alla seconda obiezione, per quel che riguarda l'inflazione, risponde che ovviamente dipende molto dalle circostanze in cui si svolgerebbe la transizione: “qualora l'Italia dovesse procedere ad un collasso disordinato e caotico dell'euro, il paese potrebbe perdere nella prima fase il controllo dei prezzi. Ma oggi quest'ultimi sono già fuori controllo. Nei paesi dell'Europa meridionale è in corso una grave crisi di deflazione che rischia di riproporre il <decennio perso> del Giappone con contorni inquietanti per quel riguarda l'andamento debito/Pil. In Italia è passato dal 120% al 133% in due anni: si tratta di una trappola che sta portando il paese al collasso. Il problema da combattere oggi è la deflazione e non l'inflazione.” Anche questo è un buon argomento.  

Naturalmente se dovesse lasciare l'Euro (e dunque la BCE, ripristinando la sovranità monetaria e il potere della Banca d’Italia), “l'Italia dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d'Italia, una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo.” In altre parole, occorrerebbe fare in casa ciò che stiamo chiedendo inutilmente alla BCE da anni. 
Né ci sarebbero da temere ulteriori ritorsioni economiche della Germania; perché è comunque nei loro interessi gestire l'eventuale uscita di un paese membro nel modo più lineare, regolare e tranquillo possibile. “Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della Lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche ed assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe [dunque] interesse primordiale della Bundesbank acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo”.

Se questo è lo scenario immaginato, l’attore che può far propendere la bilancia nella direzione della forzatura (ed eventuale rottura) resta solo la Francia, come ricorda Evans-Pritchard, “con la disoccupazione che cresce a livelli non più controllabili, Hollande, che ha posto come suo obiettivo primario della sua presidenza quello dell'occupazione, ha perso ogni credibilità e sta arrivando al limite di sopportazione con l'Europa. Quello che sta accadendo oggi alla Francia è l'esatta riproposizione delle dinamiche economiche che il paese ha vissuto dal 1934 al 1936, quando con il Gold Standard il paese si trovava in una situazione di deflazione, disoccupazione di massa e non aveva gli strumenti per ripartire. I dati sono arrivati ad un livello insostenibile nella presidenza Laval nel 1935 ed hanno determinato un cambiamento politico rivoluzionario nel 1936: la vittoria del Fronte Popolare. La Francia di oggi è in una situazione simile al 1935, con i dati economici che continuano a peggiorare di mese in mese, ed una svolta come quella del 1936 si avvicina. Basta vedere la tensione dei movimenti di protesta in Bretagna o i risultati crescenti del Fronte Nazionale per comprenderlo.” L’idea sarebbe che il Fronte Nazionale non prenderà il potere, ma la sua pressione costringerà gli altri partiti, soprattutto la destra Gaullista, a modificare la loro politica.  

Del resto la questione si sta ponendo sempre più in modo radicale.
Quel che stiamo vedendo, ricorda l’intervistatore, è che in molti paesi (i principali sono Italia e Germania) si verifica la fusione dei partiti conservatori e socialisti a difesa dell'austerità di Bruxelles e contro le intenzioni di voto degli elettori. In base all’implementazione dei Trattati vigente, il voto dei Parlamenti nazionali sulle leggi di stabilità ormai non conta più ed i governi aspettano solo l'approvazione della Commissione. Infine, i paesi si stanno indebitando per finanziare organizzazioni inter-governative come il MES, che prenderà decisioni fondamentali per la vita delle popolazioni nei prossimi anni e non ha all'interno meccanismi di trasparenza e di controllo democratico. Ma cosa sta diventando l'Unione Europea? 

A questa domanda capitale, oggetto anche del recente libro “Democrazia o Capitalismo”, uscito in Germania da pochissimo, Pritchard risponde che “la difficoltà è comprendere perché la creazione dei vari strumenti di coesione federale decisi dall'Ue abbiano creato un sistema così disfunzionale”. Ma che il problema fondamentale è quindi la mancanza del controllo delle imposte e della spesa da parte di un Parlamento eletto democraticamente.  

Si tratta di un problema centrale. Molte guerre civili e rivoluzioni storiche sono scoppiate quando il controllo del budget e delle imposte è stato sottratto. “Non è un caso che la guerra civile inglese sia iniziata nel 1640 quando il re ha cercato di togliere questi poteri al Parlamento o che la rivoluzione americana sia scoppiata quando questo potere è stato tolto da Londra a stati come Virginia o il Massachusetts, che lo esercitavano da tempo”. In altre parole, “le fondamenta della democrazia risiedono nel controllo del budget e delle imposte da parte di organi eletti dal popolo. Quello che sta accadendo all'Ue è, al contrario, il tentativo di darne la gestione a strumenti e strutture sovranazionali, che non hanno alcun fondamento con nessun Parlamento. E' estremamente pericoloso e chiaramente anti-democratico”. 
Si tratta di un tentativo in corso almeno da venti anni ed esattamente percepito e descritto dalle élite (anche se non chiaramente esplicitato in tutti i suoi effetti). Riprendiamo, per sincerarcene, la lettura che abbiamo fatto del libro di Bini Smaghi. Lo snodo centrale dell’ampio ragionamento di Bini Smaghi è l’asserita necessità di adattare il modello di sviluppo dell’occidente (in particolare europeo continentale), uscito dalla lunga fase storica iniziata con la fine della crisi del ‘36 fino alla crisi energetica degli anni settanta e poi solo parzialmente rivisto nel riflusso degli ultimi trenta anni, rimettendo in questione diritti acquisiti da parte della maggioranza della popolazione (BS. p.179). Superando quindi drasticamente il modello del welfare state espansivo, nel quale per decenni si era tentato di “combinare crescita con equità senza danneggiare né l’una né l’altro” (BS. p.183). Quel che, secondo l’autore, va compreso è che il welfare non è più compatibile con la competitività dei sistemi economici occidentali. Senza esplicitarlo, insomma, Bini Smaghi sostiene esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque anche tra democrazia popolare e crescita. Alcune altre significative conseguenze della critica alla democrazia sono che gli organi di controllo non devono dipendere dalla politica (che è chiaramente in difficoltà a far prevalere la crescita sull’equità, secondo le sue stesse parole), quindi che bisogna introdurre vincoli esterni (alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare). Una tesi decisamente chiara, fortemente sostenuta, estremamente problematica (in modo peraltro consapevole). Per Smaghi la crisi è, infatti, soprattutto politica, riflette sostanzialmente l’incapacità delle democrazie a risolvere problemi che si sono accumulati in oltre un ventennio; riflette il fallimento a riformare l’intero assetto sociale.  

Si configura quindi chiaramente, ed intenzionalmente, un progetto di depotenziamento della democrazia popolare, per riportare le leve economiche sotto il controllo di élite politicamente irresponsabili, ma culturalmente omogenee. Cioè di riportarle sotto il controllo di un “set” di interessi più ristretto (che naturalmente, si auto-descrive paternalisticamente come espressione di un interesse generale di tipo superiore e di più lunga durata –come hanno sempre fatto nei secoli le aristocrazie-).  

L'argomento che viene usato spesso (in pubblico) in difesa è che si tratta di un primo passo antidemocratico che serve però ad uno scopo democratico; quello di completare la Federazione sul modello statunitense. In altre parole, in questa difesa il sistema americano sarebbe il modello logico da imitare con procedure paternalistiche, dato che con quelle democratiche non ci si riesce. Pritchard esprime profondo scetticismo per questa idea, non è infatti realizzabile: “non c'è il consenso politico nei cittadini europei e per gli Usa vi erano sistemi, istituzioni e tradizioni completamente differenti”. Questa posizione di Evans-Pritchard (ad esempio Habermas, altrettanto critico sull’euro ed ostile al paternalismo tecnocratico, è meno pessimista) induce alla posizione per la quale “i paesi devono tornare alla realtà sociale al più presto e non devono pensare a strumenti di ingegneria finanziaria per far funzionare qualcosa che non può funzionare”.
 Anche il referendum voluto da Cameron in Inghilterra è un avvertimento: “l'integrazione è andata troppo oltre il volere popolare e le popolazioni vogliono indietro alcuni poteri. La Costituzione europea è stata rigettata da un referendum in Francia ed Olanda. I trattati recenti non sono stati posti al giudizio del popolo, tranne che in Irlanda, ma costringendola a votare fino all'accettazione. Questa fase in cui si procede senza consultare i cittadini è finita. Questo tipo di arroganza è finito.” 
Dunque “l'Ue non sarà più la stessa e sarà costretta ad essere meno ambiziosa e comprendere che molte delle sue prerogative devono tornare agli stati nazionali”.  

Si tratta dell'ultima battaglia.

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