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sabato 7 dicembre 2013

Raghuram Rajan e Joseph E. Stiglitz, Pagine a confronto: l'ineguaglianza


Inauguro un giochetto che vorrei ripetere qualche volta: leggere e riportare una-due pagine esemplari, un concetto centrale nella sua formulazione più chiara, da opere che abbiamo già letto di due autori diversi ed opposti e metterle a confronto. Lasciarle frizionare e vedere dove si differenziano.  

Partirei con il tema della “ineguaglianza”, che è al centro di uno straordinario libro di Joseph Stiglitz e in posizione rilevante anche nell’analisi di Raghuram Rajan 


Rajan tratta il tema dell’ineguaglianza in “Terremoti finanziari”, sicuramente uno dei libri più interessanti usciti negli ultimi anni, viene trattato abbastanza presto, subito dopo la descrizione del problema fondamentale che ha provocato la crisi (dalla fine degli anni ’90 i paesi in via di sviluppo che trainavano la crescita con i loro investimenti strutturali, iniziarono a risparmiare –dopo le crisi asiatiche, comprendendo i rischi di indebitarsi in moneta estera-, qualcuno doveva quindi spendere di più, allora il credito disponibile –di Giappone, Germania, Paesi arabi e di convergenza- fu usato con l’intermediazione del sistema finanziario prima nell’informatica, e poi esaurito quel ciclo di investimenti con lo scoppio della bolla .dot, nelle case. <il mondo viveva in un piacevole, ma insostenibile spot pubblicitario>, p.12) e quindi delle  “linee di faglia” aperte che restano (ineguaglianza, squilibri commerciali, scontro tra sistemi finanziari diversi). Lo tratta una prima volta a partire da pag. 35, e da pag. 290, in chiave di possibili risposte.
Nel capitolo <Che mangino crediti>, Rajan imputa il motore dell’ineguaglianza allo sviluppo tecnologico, che nel lungo periodo è una cosa buona per tutti, ma nel breve periodo può essere rovinoso, con conseguenze che possono generarsi anche a lungo termine. Dunque è l’istruzione, la mancanza della laurea in sette americani su dieci (censimento 2008) che rende i redditi di alcuni stagnanti nel lungo periodo, se non in diminuzione. Altre cause: “la diffusa deregolamentazione degli ultimi decenni e il conseguente aumento della concorrenza (compresa quella per le risorse, tra cui il talento), la variazione delle aliquote fiscali, l’indebolimento della sindacalizzazione e la crescita dell’immigrazione tanto legale quanto illegale” (R., p.37) Ora, “buona parte del differenziale 90/10 [tra chi ha il livello dei redditi superiori al 90% della popolazione e chi ha il reddito più basso] può essere attribuito per Rajan a quello che gli economisti chiamano il <<college premium>>, ossia il fatto che il rapporto tra i salari di chi ha solo il diploma superiore è cresciuto costantemente a partire dal 1980. … mentre il differenziale 50/10 non si è spostato altrettanto”. La spiegazione di questo fatto è rinviata a due fattori: l’arresto della secolare crescita della incidenza dell’istruzione superiore e le tecnologie “labor saving” (con conseguente allargarsi della forbice tra domanda di personale altamente qualificato, richiesto dalle nuove tecnologie introdotte, e l’offerta stagnante).
Altre cause sono elencate a pag. 44, “la maggiore immigrazione e l’aumento degli scambi commerciali hanno avuto anch’essi una parte, perché gli immigrati – in concorrenza diretta per i lavori non qualificati – e i lavoratori non qualificati dei paesi lontani – in concorrenza attraverso gli scambi commerciali – hanno tutti contribuito a tenere bassi i salari dei lavoratori statunitensi non qualificati. La maggior parte degli studi considera esigua l’entità di questi effetti, ma in ogni caso gli immigrati non qualificati hanno contribuito alla diseguaglianza in un altro modo. Essi occupano solitamente il livello più basso della distribuzione del reddito e in tal modo contribuiscono alla disuguaglianza misurata. Paradossalmente, benché i loro redditi siano spesso superiori a quelli che ricavano nei paesi di origine, essi ingrossano comunque le file di quanti in America risultano in difficoltà gravi o anche gravissime.
La riduzione della, peraltro punitiva, aliquota marginale sui redditi elevati introdotta dopo la guerra (che si è spostata con molti alti e bassi da un’aliquota massima del 91% durante gran parte degli anni cinquanta e sessanta fino al 35% di oggi) ha aumentato gli incentivi a guadagnare di più e può aver contribuito alla crescita dell’imprenditorialità e della disuguaglianza. Dal canto suo, la debolezza dei sindacati può aver ridotto il potere contrattuale dei lavoratori in possesso di un grado di istruzione mediocre – sebbene, probabilmente, la perdita di impieghi sindacalizzati ben retribuiti abbia più a che fare con l’aumento dei livelli di concorrenza e di entrata dovuto alla deregulation, così come con la concorrenza derivante dalle importazioni. Un salario minimo relativamente stagnante ha di certo permesso ai salari reali più bassi di scendere, garantendo d’altra parte che alcune persone che altrimenti sarebbero rimaste senza lavoro ne avessero uno e che soltanto una piccola percentuale di lavoratori americani percepisse il salario minimo. Sul livello di disuguaglianza, infine, ha influito l’entrata delle donne nel mercato del lavoro.”

Il capitolo nono <migliorare l’accesso alle opportunità in America> è quello nel quale Rajan individua le risposte e dove, sin dal titolo, la sua posizione culturale ed ideologica emerge con particolare evidenza. Malgrado lui stesso evidenzi che “negli Stati Uniti le pressioni esercitate su molti individui da una situazione di redditi relativamente stagnanti rispecchiavano quelle riscontrabili solitamente nei paesi in via di sviluppo, tanto da indurre i politici americani a promuovere l’accesso al credito  come palliativo”, e concluda correttamente (una conclusione di grande importanza) che “l’erogazione dei mutui ipotecari subprime fu dunque il sintomo di uno stato di cose, mentre la causa è da ricercarsi nella diminuzione delle opportunità economiche per molti individui”, Rajan conferma subito che “non tutte le forme di disuguaglianza del reddito sono dannose per l’economia”. 

Mi soffermo un attimo: questo è sicuramente vero, ma inserire questa specificazione immediatamente dopo aver detto che il vero problema dell’economia, del suo fragoroso e disastroso disfunzionamento, è l’ineguaglianza che ne è causa (“la” causa, non “una” causa) e che questa è al livello di terzo mondo (è da ricordare che Rajan è indiano, sa bene di cosa parla) è un’etichetta identitaria, uno stendardo di tribù. Rajan deve subito rassicurare il lettore di non essere diventato un pericoloso sovversivo (in fondo insegna a Chicago). Ma nel farlo esprime implicitamente la distinzione che fonda l’intero edificio intellettuale della destra economica: ciò che conta è solo ciò che favorisce o è dannoso per l’economia. Il fatto che si possa dare una economia florida, in termini aggregati cioè di PIL totale, e una società disfunzionante ed iniqua non è visibile in questo ordine del discorso. Rajan, che è uomo colto e sensibile, sicuramente una bella persona con cui andare a cena, sa che ci sono anche queste dimensioni e che contano, ma sono esterne al discorso disciplinare che fa. Alla fine, mi pare che la distanza tra la sensibilità e le decisioni culturali di autori come Rajan e autori come Stiglitz sia tutta in quel che si decide di lasciare fuori. 

Allora continuiamo: “i salari più elevati servono a premiare gli individui con maggiore talento e quanti lavorano duramente, identificano i lavori che in un sistema economico necessitano di maggiori capacità e segnalano ai giovani i benefici di un investimento nel proprio capitale umano. Un’equalizzazione forzata dei salari, ignorando il contributo marginale dei diversi lavoratori, indebolisce quindi gli incentivi e porta a un’errata allocazione delle risorse e dell’impegno individuale.” Tutto vero, se fosse vero. Ma lo stesso Rajan, che non è in malafede, individua subito il punto: “tuttavia, quando le uniche strade capaci di procurare  un salario elevato sembrano essere la nascita, l’influenza personale, la fortuna o la truffa, la diversità dei salari può non agire come sprone: perché sforzarsi, quando l’impegno non porta a ottenere riconoscimenti?”
Da questa distinzione muove la proposta di concentrarsi sulla “riduzione della disuguaglianza di accesso al miglioramento del capitale umano”. Un progetto di lungo periodo, invece di agire con la tassazione, che livellando i salari riduce gli incentivi a lavorare o acquisire capitale umano. Nel fare questa proposta Rajan propone di resistere a due concetti opposti: che la spesa pubblica possa risolvere tutti i problemi, “la verità è che raramente il denaro è la chiave di volta di ogni cosa, come abbiamo visto nel caso della crescita delle nazioni in via di sviluppo. Anzi un governo di manica larga può togliere spazio all’iniziativa degli individui e delle comunità se non addirittura corromperla”. La seconda è che “tutti i problemi della società possono essere risolti da iniziative spontanee e volontarie- Gli sforzi del governo sono [invece] necessari come punti di leva essenziali per coordinare l’azione individuale e comunitaria. Sempre più ci rendiamo conto che i casi di successo sono il frutto di una convergenza tra attori cruciali, di una definizione del problema (e dunque delle soluzioni) più ampia di quel che poteva sembrare all’inizio e di una ristrutturazione degli incentivi in modo tale che tutti lavorino insieme e non ognuno per conto suo” (R., p. 292).  

Dunque dopo queste sagge parole, l’economista indiano si concentra, per la ricerca della soluzione del problema dell’ineguaglianza sul “capitale umano”, cioè al “vasto insieme di capacità che dipendono da salute, conoscenze e intelligenza, carattere, abilità sociali ed empatia, e fanno di una persona un membro produttivo della società”. Queste qualità sono costruite da scuole ed università, come da famiglie e comunità. Inoltre da luoghi di lavoro adatti.
Per Rajan si parte quindi dall’alimentazione del neonato, sul cibo del bambino ed adolescente, una buona scuola, buoni insegnanti, borse per il college, più appredistato e formazione continua.  

C’è un problema: in questo modo, se va bene, risolveremo la ineguaglianza tra trenta anni, diciamo nel 2045. Nel frattempo? Rajan ha poco da proporre per questo dettaglio: in sostanza assistenza. Assicurazione contro la disoccupazione, assistenza sanitaria universale (naturalmente tramite assicurazioni e non prestazioni, da buon Repubblicano).  


Passiamo ora a leggere Stiglitz. Con la lettura di “Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa oggi minaccia il nostro futuro”, del premio nobel, passiamo dall’altra parte dello spettro politico americano. Le differenze sono significative. Per Stiglitz l’ineguaglianza non è dovuta al mercato (pur essendo avvenuta negli ultimi trenta anni una “dislocazione strutturale”), ma dalle sue distorsioni (S. p.9). In altre parole “è stata creata, non si è trovata” (S. p. 59). Deriva da distorsioni della concorrenza intenzionali e provocate anche dal Governo, per proteggere la profittabilità che in una economia pienamente competitiva tende a zero (S. p.61).  Quindi dai tanti e creativi modi di regalare soldi pubblici (s. p. 79-81).  

Ma andiamo con ordine, e leggiamo insieme qualche pagina: “alcuni difensori dell’attuale livello di disuguaglianza sostengono che, benché esso non sia inevitabile, fare qualcosa per ovviarvi sarebbe semplicemente troppo costoso. Perché il capitalismo possa compiere le sue meraviglie, ritengono, un elevato livello di disuguaglianza è caratteristica imprescindibile e anche necessaria dell’economia. Dopotutto, chi lavora sodo dovrebbe essere ricompensato; e deve esserlo, se vogliamo che compia gli sforzi e gli investimenti di cui tutti beneficiamo. In effetti, un po’ di disuguaglianza è inevitabile: alcuni individui lavorano di più e più a lungo di altri e qualunque sistema economico ben funzionante dovrebbe ricompensare le loro fatiche. Questo libro dimostra tuttavia che tanto le attuali modalità della disuguaglianza in America quanto le modalità con cui si genera disturbano realmente la crescita e danneggiano l’efficienza. La ragione di ciò si deve in parte al fatto che molta della disuguaglianza in questo paese è il risultato delle distorsioni del mercato, nel senso che gli incentivi sono diretti non alla creazione di nuova ricchezza, ma a prelevarne dagli altri. Non sorprende quindi che la nostra crescita sia stata più vigorosa nei periodi in cui la disuguaglianza era minore e tutti siamo cresciuti insieme.” (p. 9)
La “semplice tesi” che Stiglitz avanza è che “sebbene le forze del mercato contribuiscono a definire il grado di disuguaglianza di una società, sono le politiche governative a plasmare le forze del mercato. Buona parte della disuguaglianza attuale è quindi un risultato della politica del governo, sia di        quel che il governo fa sia di quel che non fa. Il governo ha il potere di spostare il denaro dal basso all’alto o il centro o viceversa”. (S. p. 53)
Questa “semplice tesi” è, diciamo, all’opposto dei presupposti di Rajan, per il quale lo Stato deve agire, ma  il meno possibile perché ogni azione è distorsiva e passibile di rendere meno efficiente l’economia.
Stiglitz è di opinione direttamente opposta, e conduce al compito di agire in modo diretto (non tra trent’anni) per “contrastare la disuguaglianza”. Naturalmente riconosce che si tratta di “un’operazione necessariamente complessa: occorre contenere gli eccessi di chi sta in alto, rinforzare chi sta in mezzo e aiutare chi sta in basso. Ognuno di questi obiettivi richiede un programma a sé.”
Invece di fare questo, nel tempo, “il nostro sistema politico ha lavorato via via in modo da incrementare sempre di più la disuguaglianza dei risultati e ridurre l’uguaglianza delle opportunità. Ciò non dovrebbe  sorprendere: abbiamo un sistema politico che concede un potere esorbitante a chi sta in cima alla scala sociale, il quale l’ha usato non soltanto per contenere la portata della redistribuzione, ma anche per plasmare le regole del gioco a proprio favore spillando alla comunità quelli che si possono chiamare soltanto enormi 'regali'. Gli economisti hanno un nome per questi comportamenti: li chiamano 'ricerca della rendita' (rent seeking), per descrivere il reddito ottenuto non in cambio di una creazione di ricchezza, ma afferrando una quota più grande della ricchezza che sarebbe stata altrimenti prodotta senza i loro sforzi. Chi si trova in cima alla scala sociale ha imparato a succhiar soldi agli altri in modi di cui questi ultimi sono a stento consapevoli: ecco la vera innovazione”. (S. p.58) 

Diciamo che si tratta di un attacco frontale. La ricchezza che si è concentrata in alto in questi ultimi anni non è stata creata, è stata sottratta ad altri.  

Il motore di tutto ciò Stiglitz lo descrive poco dopo: “l’obiettivo di un imprenditore non è accrescere il benessere collettivo, in senso ampio, e nemmeno rendere i mercati più competitivi: il suo fine è semplicemente far sì che i mercato lavorino per lui, renderli più proficui. Ma la conseguenza è spesso un’economia meno efficiente, oltre che segnata da maggiore ineguaglianza. Un esempio sarà per il momento sufficiente. Quando i mercati sono competitivi, non è possibile sostenere i profitti superiori al rendimento normale del capitale. La ragione è che, se in un giro di vendita un’impresa realizza un profitto superiore, le rivali tenteranno di rubarle i clienti abbassando i prezzi e, quando le imprese competono vigorosamente, i prezzi scendono al punto che i profitti (sopra il rendimento normale del capitale) tendono a zero: un disastro per chi è in cerca di grandi utili. Nelle scuole di amministrazione aziendale insegniamo agli studenti di come riconoscere e creare barriere –comprese quelle all’entrata – che contribuiscono ad evitare l’erosione dei profitti. Di fatto alcune delle innovazioni più importanti degli ultimi trent’anni non si concentravano su come rendere più efficiente l’economia, ma come assicurarci meglio un potere monopolistico o aggirare le regolamentazioni governative tese ad allineare i ritorni sociali e compensi privati.” (S.p.62)
Tra i meccanismi che nelle pagine successive, Stiglitz nomina ci sono la mancanza di trasparenza, i “prestiti predatori” (subprime), la distorsione degli appalti, le concessioni pubbliche regalate o quasi, i brevetti, tariffe doganali immotivate (regalo ai produttori nazionali a danno dei consumatori), etc.. 

Ma perché, per Stiglitz, la disuguaglianza fa male? In fondo per lo stesso motivo addotto da Rajan, perché riduce la domanda aggregata. L’economista lo descrive così: “spostare il denaro dal basso all’alto fa decrescere i consumi, perché gli individui a più alto reddito ne consumano una parte più piccola di chi dispone di un reddito basso (chi sta in alto risparmia dal 15 al 25 % del proprio reddito, chi sta in basso spende tutto). Il risultato è che la domanda totale sarà inferiore a quella che l’economia sarebbe in grado di soddisfare, il che a sua volta significa che si creerà disoccupazione  fino a quando, e a meno che, non accada qualcosa, come un aumento degli investimenti o delle esportazioni. Negli anni novanta quel 'qualcosa' fu la bolla tecnologica, nel primo decennio del XXI secolo è stata la bolla immobiliare. Ora l’unica via percorribile è la spesa governativa”. (S. p. 145)
Nel seguito, da pag. 172 a 187, si impegna in una serrata discussione con gli argomenti della destra, che immaginando un’economia perfettamente competitiva con compensi privati pari ai ritorni sociali, che esiste solo nei modelli econometrici e nelle menti (ben al caldo) di qualche ottimista; invece di una economia piena di distorsioni e sfruttamenti della rendita. Il punto è lo scambio tra disuguaglianza ed efficienza che, per la destra è un trade-off. Ovvero che cala da una parte quando sale dall’altra. Mentre per Stiglitz è un gioco positivo: quando è alta la disuguaglianza è anche bassa l’efficienza, quando è bassa l’ineguaglianza sale l’efficienza del sistema economico.  

Lo scontro di punti di vista è così grande che nasconde, in effetti, una profonda differenza di osservazione. E’ il punto (si tratta più di dense tradizioni che di meri e semplici interessi, ma anche questi contano) dal quale l’osservatore guarda che muta l’oggetto osservato per la sua percezione: la destra guarda il mondo dal punto di vista delle élite superiori. Per loro, in effetti, se cala l’ineguaglianza cala anche l’efficienza dell’economia. Ma perché cala per loro. Cioè l’economia lavora meno efficientemente per i loro interessi.
Per il ceto medio-superiore (che è probabilmente il punto di osservazione di Stiglitz, che anche personalmente viene da una famiglia della piccola borghesia), le cose sono opposte.  

Da ultimo, ma certo non ultimo, per Stiglitz l’ineguaglianza mette in pericolo la democrazia. Il sistema di fatto vigente 'un dollaro un voto' crea disaffezione  distrugge capitale sociale, erode la democrazia. Distorce anche la battaglia per le idee ed il “mercato politico”. 

Naturalmente l’agenda proposta, anche per Stiglitz, passa per l’istruzione delle classi inferiori, ma passa anche per la tassazione delle cose cattive (e non del lavoro) come l’inquinamento o gli assett tossici finanziari, e per la riforma dei programmi di spesa (eliminazione del “corporate welfare”).

Nella congiuntura propone tre alternative (S.p. 348):
-         Un complessivo indebitamento (tra l’altro a tassi molto bassi) per finanziare un’espansione ed investimenti infrastrutturali, dimenticando il “feticismo del deficit”;
-         La tecnica del “moltiplicatore del budget di conguaglio”, cioè alzare contemporaneamente tasse e spesa, contando sul fatto che la spesa ritorna più velocemente e con un moltiplicatore maggiore;
-         La riarticolazione della spesa e le tasse (alzandole in alto e abbassandole in basso).

In definitiva il confronto è tra una posizione classicamente liberista nelle sue scelte di fondo, ma espressa da un autore denso e consapevole, che sviluppa nel suo libro una interessante critica dall’interno delle distorsioni cui è andato incontro il mondo finanziario, tradendo la sua funzione di allocare nel modo più efficiente il risparmio (funzione per la quale è da tempo oltre, ma questo è un altro e più lungo discorso), ed una posizione di derivazione keynesiana (almeno in questo contesto) che focalizza i fallimenti del mercato e le sue distorsioni informative (è la ricerca per la quale Stiglitz guadagnò il nobel).  

Anche se l’ineguaglianza è il motore centrale della crisi (su cui si “montano” meccanismi di amplificazione che descrive in modo esemplare), per Rajan è da ricondurre principalmente alle modifiche tecnologiche (a quello che Stiglitz chiama “dislocazione strutturale”) e quindi alla inadeguatezza della forza lavoro mediamente presente alle esigenze dell’economia mutate. Una simile diagnosi lo lascia senza soluzioni. L’ineguaglianza derivante dall’istruzione è un lavoro di lunga lena. Nel frattempo c’è solo la gestione delle tensioni, e l’assistenza ai perdenti. La sua soluzione assomiglia molto a quella della Scuola Austriaca (“in ultima analisi non fate niente, il sistema troverò un nuovo equilibrio”).
Come ho detto altrove, però, non muovere dalla sbilanciata distribuzione dei redditi, puntando invece su un generalizzato innalzamento del livello dei lavoratori (cioè, in ultima analisi, dell’istruzione) significa postulare che la soluzione richiede una nuova generazione di lavoratori, l’invenzione di nuovi lavori, di nuove industrie, garantendo al più uno scivolo meno acclive per chi è nella scomoda posizione di essere non centrale nell’attuale distribuzione. Nel frattempo avremmo un’economia fatta di sussidi (per evitare la rivoluzione), pochi ricchi, uno strato intermedio che lavora per loro (offerta di beni di lusso e medio-superiori), uno strato medio-basso che lavora per l’offerta di sussistenza (offerta di beni di base). Una situazione ottocentesca. 

Stiglitz la vede all’opposto: ciò che era “figura” diventa “sfondo”. La “dislocazione” è lo sfondo, ma la figura diventano le distorsioni. Dunque l’ineguaglianza non si trova ad essere derivata dal mercato (che promuove diversi lavori) ma dalle “rendite”. E non è stata “trovata” per strada, è stata creata intenzionalmente.  

Intenzionalmente va rimossa. 


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2 commenti:

  1. Una domanda per Rajan.
    Ma secondo lui, l' iniziativa privata sarebbe andata sulla Luna negli anni 60, 70 del secolo scorso?

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  2. Anche a me Raghuram Rajan lascia perplesso, è uno scrittore acuto e consapevole dei problemi che abbiamo di fronte. Fa sforzi eroici per essere onesto. Ma comunque alla fine torna sempre lì: il pubblico è sospetto e da usare in dosi omeopatiche. Non conosco i dettagli della sua biografia, è laureato in India in ingegneria elettronica e un dottorato al MIT in economia, ma probabilmente è un altoborghese indiano e la carriera accademica al Chicago, poi è stato al FMI (negli anni "di destra"). Una figura "intermedia", che tiene una linea di "destra (economica) critica". A me comunque sembra un autore da leggere. Stimolante.

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