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venerdì 6 dicembre 2013

Rapporto dell’ILO: la grande destrutturazione del lavoro

 
Nel Rapporto dell’ILO International Labour Organization, Agenzia dell’ONU che si occupa dei diritti del lavoro, dedica al Portogallo viene mostrato cosa succede al sistema delle relazioni industriali in un paese in crisi economica quando ha un tessuto di PMI e cerca di dare maggiore flessibilità al proprio mercato del lavoro.
 
Ripetiamo: paese con profonda crisi, tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese e flessibilizzazione del mercato come chiede in tutte le occasioni possibili la BCE (e Olli Rehn).
Anche in Portogallo, come in Italia, aveva un sistema di contrattazione collettiva, con un tasso di sindacalizzazione effettivo basso (meno del 20% dei lavoratori con tessera sindacale) a causa della bassa incidenza di grandi imprese. In queste condizioni la legge prevedeva di estendere gli accordi di contrattazione collettiva anche ai lavoratori non aderenti al sindacato. Dunque i contratti collettivi negoziati dal sindacato si applicavano al 70-80% degli occupati.
Come è ovvio questa situazione risultava intollerabile e nel 2011 è stata rimossa, è stata realizzata una riforma che spostava la contrattazione collettiva dal livello settoriale a quello della singola impresa, allo scopo dichiarato di “ottenere una migliore aderenza alle condizioni effettive su base aziendale e territoriale”, e “promuovere e rafforzare la competitività d’impresa e quindi del sistema economico”.  

Cosa è successo? Come previsto le norme approvate nel 2011 e 2012 hanno impedito l’estensione ad aziende non sindacalizzate degli accordi collettivi settoriali.
Però il risultato, data la struttura produttiva portoghese (molto simile a quella italiana), non è stato l’aumento di contratti di flessibilità e produttività aziendale, ma semplicemente l’impennata di lavoratori ricaduti nel regime del salario minimo. Come prevedibile il numero dei lavoratori coperti da contrattazione collettiva è crollato dell’80%. Con le parole del rapporto: “un peggioramento della situazione del mercato del lavoro che è senza precedenti nella moderna storia economica del Portogallo. Un posto di lavoro su sette è stato perso dal 2008, due terzi dei quali negli ultimi due anni.”
L’esito, largamente intenzionale e pienamente contenuto nel termine “competitività d’impresa” (ma molto meno, anzi per niente, in quello “e del sistema economico”) è una forte pressione ribassista sulle retribuzioni. In definitiva, mentre qualche impresa ha aumentato la propria redditività, la “svalutazione interna” (ovviamente, inquadrata come triste necessaria per recuperare competitività in regime di valuta “data” ed “esterna” al paese, quale l’euro) ha contribuito ad accelerare la deflazione interna. Infatti i salari percepiti dall’80% dei lavoratori sono anche i consumi di oltre la metà della popolazione attiva, e dunque sono in definitiva le merci ed i servizi acquistati sul mercato interno dalle imprese che hanno ridotto i salari stessi.
Questa deflazione, in presenza di alti rapporti di indebitamento, pubblico e privato, non è riassorbibile, incrementa il peso del debito e aumenta la possibilità di esiti di default. Il meccanismo è notissimo: se i prezzi calano, perché le merci ed i servizi non trovano più la domanda, il valore della moneta cresce, ma con esso anche il valore reale della moneta che devo a qualcuno, cioè del debito. Questo si espande, in valore reale, proprio mentre il mio fatturato (di azienda o di lavoratore si contrae). La contrazione dei fatturati porta anche una riduzione dei gettiti fiscali, proprio mentre anche il debito pubblico si espande. Si tratta di una trappola infernale.  

Lo dico in un altro modo: le imprese che hanno trovato individualmente una buona idea ridurre gli stipendi ai lavoratori, confidando che gli alti tassi di disoccupazione mettono i lavoratori senza alternative, si sono trovate a subire gli effetti aggregati delle scelte simili di tutte le altre sui loro clienti. Dunque a dover ridurre i prezzi dei listini per inseguire il mercato che fuggiva e vanificare il “guadagno”. Ovviamente per il sistema produttivo nella sua interezza non era disponibile la via di fuga di esportare, dato che non si può immaginare l’intera struttura produttiva di un paese convertita all’export. In effetti il rapporto registra un leggero incremento delle esportazioni e la speranza di tornare in area di crescita positiva (0,8%) nel prossimo anno. Si tratta di un risultato troppo modesto ed al prezzo di un forte “deterioramento” del mercato del lavoro, inoltre, con le stesse parole dell’ILO: “va sottolineato che la ripresa economica senza lavoro non è né soddisfacente né sostenibile, non fino a quando non si è tradotto in un impatto sull'occupazione e sul tenore di vita”.  

Il punto è così descritto nel Rapporto: “Non è semplicemente realistico attendersi una ripresa sostenibile se non si interviene per affrontare e risolvere i bassi livelli degli investimenti produttivi, così come la disoccupazione giovanile, la crescita della povertà infantile e di altre tendenze che spingono così tante persone di talento portoghesi e giovani a emigrare o a prendere in considerazione l'emigrazione.
Al fine di realizzare una vera e sostenibile azione di recupero, gli obiettivi macroeconomici e dell’occupazione devono essere perseguiti allo stesso tempo. Ciò è stato evidenziato da 51 governi europei, dalle Organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori nella Dichiarazione di Oslo, adottata dalla 9 ° Conferenza Regionale europea dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro nel mese di aprile 2013, che ha dichiarato come <<il consolidamento fiscale, le riforme strutturali e della competitività, da un lato, e lo stimolo pacchetti, l’investimenti nell'economia reale, per la creazione di posti di lavoro di qualità, un l’aumento del credito per le imprese, dall'altro, non deve essere paradigmi concorrenti.  E' nel nostro interesse comune elaborare approcci sostenibili al fine di promuovere l'occupazione, la crescita e la giustizia sociale>>”.  

L’ILO conclude in questo modo: “un pilastro sociale ben progettato per i paesi europei sarebbe la creazione di un meccanismo che consenta la ripresa attraverso la crescita. Piuttosto che un approccio cosiddetto <svalutazione interna> volto a spingere le economie più deboli a regolare la competizione attraverso tagli ai salari, ai posti di lavoro e all’aumento della povertà, che come abbiamo visto, riduce la domanda aggregata nella regione e così finisce per favorire le economie più forti”. 

Una vicenda istruttiva sulla quale varrebbe la pena riflettere la prossima volta che ci chiederanno di eliminare la contrattazione nazionale, per passare a quella “aziendale”.  

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