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martedì 17 dicembre 2013

Inchiesta sulla Troika del Parlamento Europeo e audizione di Draghi: chi comanda?


Due notizie oggi vanno nella stessa direzione: la questione che andrebbe posta in questo inizio di secolo è quella della sovranità. Chi detiene il potere?
Il 1 novembre Martin Shultz, Presidente del Parlamento Europeo annunciò che sarebbe stata aperta un’inchiesta dal Parlamento sulle scioccanti politiche della Troika (la BCE, il FMI e la Commissione Europea) nella gestione della Crisi Greca. Secondo le sue parole: “La Commissione Economica e Monetaria del Parlamento Europeo ha già aperto un'inchiesta sul lavoro della Troika in Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro per far luce sul perché siano stati fatti tanti e simili errori; e come sia stato possibile che tante teorie, giudicate tre anni fa giuste, sia siano poi rivelate totalmente sbagliate … dopo anni di sospensione, il controllo democratico potrebbe finalmente iniziare a funzionare”.

Ora l’indagine viene aperta, il Parlamento fa trapelare in particolare che il punto centrale è che decisioni così importanti (come Lettere che impongono nel dettaglio specifiche politiche a Parlamenti Sovrani) sono stati presi da poche persone senza alcuna chiara consultazione. Dunque in modo poco trasparente.
Le modalità dell’indagine sono abbastanza impressionanti: sono state mandate 29 domande a 18 persone chiave, tra queste: il Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, il Presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e il Commissario europeo Olli Rehn. Altre 9 domande a Premier, Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali di Irlanda, Cipro, Portogallo e Grecia.
Il responsabile del coordinamento dell’indagine è ad un livello molto alto, il Vicepresidente Othmar Karas (membro del PPE) che annuncia lo scopo di “elaborare una proposta costruttiva per incrementare la trasparenza e la legittimazione democratica della Troika”. Il politico si sbilancia al punto di affermare che “Se il Parlamento fosse stato più coinvolto, il salario minimo in Grecia non sarebbe stato abbassato”.
Dalle dichiarazioni emanate a Bruxelles vogliono in particolare capire come sono state prese le decisioni, in che misura ha contribuito ogni singolo Ente, e quanta voce in capitolo hanno avuto gli Stati nazionali e quanta flessibilità gli è stata concessa, a chi è toccata l’ultima parola. Si tratta di capire, insomma, quale è la procedura con la quale sono state prese decisioni in grado di forzare le decisioni democratiche dei paesi membri. Chi è intervenuto (ad esempio sarebbe interessante sapere se sono state sentite le banche creditrici che rischiavano di perdere ingenti capitali).
Il programma è di compilare un dossier e votarlo in aula per riformare le procedure della Troika, che da soluzione di emergenza e luogo estraneo alla democrazia deve diventare –secondo la Commissione- organo che risponda ai rappresentanti dei cittadini.


La seconda notizia è l’audizione del Presidente della BCE (il membro chiave della Troika) presso il Parlamento Europeo. L’alto funzionario, la cui indipendenza dalla politica è uno dei capisaldi del pensiero liberista, ha illustrato le linee di azione dell’organismo, assicurando che la Banca farà tutto ciò che è necessario per salvare l’euro (dopo le innumerevoli critiche che sono giunte in questi ultimi tempi, tra cui quelle di ben sei premi nobel all’economia), ma che i paesi in cambio devono impegnarsi nelle “riforme strutturali”. Le cosiddette “riforme strutturali”, come sanno tutti, non sono una formula neutra (del tipo “dovete cambiare”) ma sono delle politiche economiche specificamente orientate a garantire la competizione per affrontare e conquistare i mercati esterni. L’idea è che in condizioni di piena e libera mobilità di merci e capitali l’unica strada possibile è rendere totalmente fluido il proprio mercato interno del lavoro, e leggero lo Stato, per allinearsi alla media mondiale. In un mondo “piatto”, si immagina –in altre parole- che l’unico destino possibile sia incontrare a mezza strada i lavoratori cinesi e indiani (ovviamente bilanciando il welfare e lo Stato, tenendo conto del fatto che la libertà di circolazione dei capitali impedisce di tassarli). Se l’assetto democratico dei paesi occidentali, e la loro storia di conquiste sociali e lotte, non lo consente, tanto peggio: occorre aggirare l’ostacolo rappresentato dai cittadini e dai loro rappresentanti.
La dico più semplice: non si possono tassare i capitali, neppure i redditi alti (perché scappano) e bisogna quindi solo far calare i salari, fino a che non si annullano i vantaggi competitivi dei paesi emergenti; quindi anche lo Stato avrà meno risorse e dovrà erogare meno servizi. Dunque dobbiamo diventare tutti più poveri; e questo è quanto (dico tutti, ma naturalmente intendo solo chi non se ne può andare, o chi non ha capitali da portare al sicuro). Immagino, per completezza, che se qualcuno continua a non essere d’accordo e non accetta di tacere allo stretto l’idea sia che per lui ci sarà la polizia. Se la cosa giusta non si può ottenere tramite il consenso (dato che è “giusta”) va ottenuta comunque tramite il potere. Distinto dalla sovranità.

Non ci sarebbe infatti nulla di male se fosse un progetto; ma per il Presidente della BCE questa non è una legittima ipotesi, è un ditkat. Il funzionario che nessuno ha mai eletto è andato dai rappresentanti dei cittadini che io ho eletto, quattro anni fa, a dire: «Coloro che pensano di poter uscire dall'euro, magari per svalutare del 40% la valuta sono degli ingenui. Ma questi signori pensano davvero che gli altri accetterebbero una svalutazione del 40% senza far nulla?». E ancora: «L'euro è irreversibile … Quello che uno pianifica per uscirne è effimero. Se un Paese pensasse di lasciare l'euro per evitare le necessarie riforme strutturali si sbaglierebbe di grosso: dovrebbe anzi effettuare riforme più dure fuori dalla protezione dell'euro».

In altre parole ha minacciato eventuali (?) paesi che stessero “pianificando” l’uscita, ed ha qualificato come “necessarie” riforme che quasi tutta la scienza economica contemporanea considera errate. Prendiamo, se non ne siamo convinti, qualche esempio:
- ---Dani Rodrik, recentemente ha chiarito che i paesi basati sulle esportazioni (meccanismo economico che le cosiddette “riforme strutturali” intendono attivare) e la selvaggia concorrenza per sottrarle agli altri, sono i veri colpevoli degli squilibri e giocano una partita irresponsabile e parassitaria. Se tutti la giocassero (ed anche se la giocasse tutta l’Unione Europea sarebbero gli altri paesi –USA, Cina, India, Brasile- a non restare senza far nulla) il mondo dovrebbe trovare un gemello. Al contrario sono i paesi che crescono tranquillamente, con equilibrio tra mercato interno ed esterno, distribuendo il surplus per favorire i propri cittadini che hanno un modello stabile e “sostenibile”.
-  ---Daniel Gros, ci ha mostrato che l’intero nord Europa è sbilanciato su un modello che comprime i redditi interni e spinge le esportazioni; un modello che implica 500 miliardi all’anno di surplus, che trova per ora senso solo perché i paesi anglossasoni –forti della moneta rifugio americana- hanno 800 miliardi di deficit. Ma la fine del QE della FED e forse del dollaro come moneta di riserva porrà fine a questo modello.
-  ---Il FMI, che sta rapidamente cambiando idea ed ha ammesso da tempo di aver sbagliato politiche, ha spinto di recente la BCE a politiche più aggressive per alzare l’inflazione e prestare denaro fresco per l’economia reale. Un’esortazione che va in direzione contraria all’austerità implicata nelle cosiddette “riforme”.
-  --- Zingales, per il quale la posizione dell’Italia nell’Euro “non è sostenibile e non sarà mantenuta”.
-  ---Evans-Pritchard, che vede il collasso nel 2014, e che esprime obiezioni convincenti alle parole del Presidente della BCE <se l’Italia dovesse lasciare l'Euro (e dunque la BCE, ripristinando la sovranità monetaria e il potere della Banca d’Italia), “l'Italia dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d'Italia, una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo.” In altre parole, occorrerebbe fare in casa ciò che stiamo chiedendo inutilmente alla BCE da anni. Né ci sarebbero da temere ulteriori ritorsioni economiche della Germania; perché è comunque nei loro interessi gestire l'eventuale uscita di un paese membro nel modo più lineare, regolare e tranquillo possibile. “Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della Lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche ed assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe [dunque] interesse primordiale della Bundesbank acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo”.
- ---Han Jurgen Urban, in un libro in uscita in Germania avverte che è in corso una “via europea all’autoritarismo” rappresentata dallo scambio tra sicurezza e democrazia. L’aumento di stabilità (essenzialmente monetaria e di prezzi) viene contrabbandato per un valore che richiede sacrifici sul piano della rappresentatività democratica. Cioè sterilizzando le decisioni che vengono sussunte sul livello esecutivo di governo o, addirittura, su organismi non responsabili democraticamente (come la superpotente BCE). Si tratta di una “grammatica duro-autoritaria” che è profondamente anti-democratica. Una direzione da correggere con urgenza.
- ---Kennet Rogoff, che spende parole in favore di una campagna di investimenti finanziati da espansione monetaria e nuovo debito (che è tutto il contrario della politica attendista imposta dalla BCE).
- ---Joseph Stiglitz, che propone un’Agenda per salvare l’Euro esattamente opposta alle “necessarie” riforme strutturali.
- --- Jacques Attali, che attacca frontalmente la Germania.
- ---Shaun Richards, che trova controproducente la politica della BCE che “spinge sulla stringa in una trappola della liquidità”.
-  --- Flassbeck, dalla Germania.
----Adam Posen, che propone una ricetta diversa: aumenti salariali. Usare i soldi che arrivano per le esportazioni, non per risparmiarli e prestarli ai paesi importatori [questo è il modello che ci ha portato visibilmente alla crisi del 2008, ed era ben noto da tempo, cfr. ad esempio Stiglitz], ma per aumentare i salari interni, aiuterebbe ad alzare i consumi, aumentare le importazioni (e dunque le esportazioni dei paesi in deficit, che avrebbero in conseguenza anche meno bisogno di prendere a prestito soldi) e ridurre la competitività di prezzo (non quella sulla qualità, come volutamente confonde la Merkel). Il risultato, insomma, sarebbe un mondo più equilibrato, con meno trasferimenti finanziari, meno investimenti speculativi, più industrie attive e maggiore tenore di vita. L’altra cosa che è indispensabile fare è aumentare gli investimenti pubblici, inoltre fornire più risorse per progetti pubblici in tutta l’Unione Europea. Quindi aumentare la tassazione per le aziende che sono dotate di grande liquidità e non la impiegano. Un’altra cosa che dovrebbe essere compiuta per l’economista americano è introdurre un tasso negativo per i depositi di denaro presso la BCE da parte delle banche europee (il tasso positivo incentiva a non fare prestiti rischiosi alle aziende, ma a parcheggiare la liquidità). Inoltre ridurre le riserve minime che paralizzano 50 miliardi. Oggi ca. 1/9 delle PMI nella zona euro soffrono di restrizione del credito. Inoltre ridurre le garanzie per le banche e finanziare la BEI con risorse della BCE. Tutto questo andrebbe accompagnato con una politica monetaria espansiva, e senza nascondere le proprie decisioni dietro le azioni “tecniche” e democraticamente irresponsabili della BCE.  
-  ---Krugman, che propone di lasciar salire l’inflazione al 4% e di abbandonare le politiche di austerità; o, in un altro intervento, critica apertamente la politica di “aggiustamento strutturale” tedesca.
-  ---Spence, che spende parole importanti in favore di un riequilibrio tra settori rivolti alle esportazioni e quelli non-commerciabili (interni) con una attenzione diversa dal dogmatico (tutti devono esportare di più: noi dobbiamo esportare di più, ed anche gli USA, ma il nord Europa meno).
- --- Martin Wolf, per il quale “la Germania è un peso sul mondo”. Specificatamente l’austerità fiscale ha “distrutto la domanda a tutto tondo”. Wolf ricorda in proposito un recente documento della Commissione Europea, firmato da Jan in’t Velt, nel quale Veld “sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite cumulative pari a 18% del PIL annuo in Grecia, 9,7%, in Spagna, 9.1% in Francia, 8,4% in Irlanda e anche 8.1% in Germania, tra il 2011 e il 2013. Inevitabilmente, la politica monetaria trova quasi impossibile compensarle”.
Il punto è questo: prima della crisi (e quindi in teoria) si sarebbe potuto lavorare e compensare tali politiche restrittive tramite l’espansione del credito (come è accaduto in Spagna). Ma oggi si sta lavorando con un sistema bancario debole, un debito che schiaccia i paesi in deflazione ed un’avversione all’indebitamento nei paesi creditori (Germania). Se la BCE avviasse un “allentamento quantitativo” su larga scala (sul modello della FED o della Banca del Giappone) avremmo oggi come risultato probabile un abbassamento del valore dell’euro rispetto alle altre monete. Ma questo aggraverebbe solo la tendenza alle esportazioni dell’eurozona, e della Germania in primis, incrementando il danno per la domanda mondiale. Per il FMI parliamo di una eccedenza complessiva dell’area Euro del 3,3% tra il 2008 ed il 2015, e potrebbe essere una previsione ottimistica, se i numeri sulla disoccupazione seguono l’attuale trend.  Questa è, insomma, per Wolf essenzialmente una classica “politica <<inpoversici il vicino>> per tutto il mondo. La prosperità, per la zona Euro complessivamente, non è raggiungibile per questa via indicata dal mercantilismo tedesco: la crescita guidata dalle esportazioni della prima area economica del mondo è impossibile per la sua grandezza relativa. Non c’è abbastanza domanda da catturare. Dunque all’Europa resta una sola strada, raggiungere un equilibrio interno che metta al lavoro i suoi fattori produttivi e non ne lasci a casa così tanti.
-   ---- Romano Prodi, che auspica direttamente la divisione dell’Euro in due monete, del nord e del sud.
- ---Gauti Eggertsson, con il suo modello di simulazione che mostra come l’aggiustamento strutturale, rivolto a riassorbire –in un contesto di moneta unica- differenziali di competitività nella struttura dei prezzi e dei salari (e quindi dei fattori produttivi) possa essere condotto in condizioni di crisi solo al prezzo di pagare costi politici ingenti.
-  --- L’esortazione Apostolica di Papa Francesco.

Questo insieme di posizioni averte che le cosiddette “Riforme Strutturali” non sono propriamente “necessarie”, ma al più “controverse”. E che quindi, non essendo una questione tecnica, ma una decisione in condizioni di incertezza (dunque una questione politica), che impatta sulla vita di tutti e influenza profondamente il futuro, non può essere demandata a tecnici irresponsabili. Non può essere presa nel chiuso di alcune stanze ovattate, da funzionari che vanno e vengono da grandi Banche di Affari o da altre legittime, ma certo non irrilevanti, attività economiche.
Come ricorda Evans-Pritchard, “le fondamenta della democrazia risiedono nel controllo del budget e delle imposte da parte di organi eletti dal popolo. Quello che sta accadendo all'Ue è, al contrario, il tentativo di darne la gestione a strumenti e strutture sovranazionali, che non hanno alcun fondamento con nessun Parlamento. E' estremamente pericoloso e chiaramente anti-democratico”.  

Questa posizione della BCE, oltre ad essere oltraggiosa, è anche troppo dipendente dalla politica della Germania, e dei suoi alleati; una posizione che ci induce a “ballare sull’orlo dell’abisso”, in quel luogo particolare nel quale viene sospesa ogni discussione, in cui lo “stato di eccezione” rende possibile qualsiasi scelta ed in cui la velocità fa premio alla ponderatezza delle procedure democratiche. 
Si tratta di un luogo nel quale il potere si allontana dalla sovranità e dalla legittimazione. Un luogo dove sono possibili anche quei mostri democratici dei “Contractual Arrangement”.


Questa è la strada lungo la quale ci attendono i mostri della Storia, perché nessuna pressione può restare a lungo senza una risposta. Per ora una Commissione di Inchiesta (che ha tutta la mia solidarietà), poi …

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