Due notizie oggi vanno nella stessa
direzione: la questione che andrebbe posta in questo inizio di secolo è quella
della sovranità. Chi detiene il potere?
Il 1 novembre Martin
Shultz, Presidente del Parlamento Europeo annunciò
che sarebbe stata aperta un’inchiesta dal Parlamento sulle scioccanti politiche
della Troika (la BCE, il FMI e la Commissione Europea) nella gestione della
Crisi Greca. Secondo le sue parole: “La Commissione Economica e Monetaria del
Parlamento Europeo ha già aperto un'inchiesta sul lavoro della Troika in
Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro per far luce sul perché siano
stati fatti tanti e simili errori; e come sia stato possibile che tante teorie,
giudicate tre anni fa giuste, sia siano poi rivelate totalmente sbagliate … dopo anni di sospensione, il controllo
democratico potrebbe finalmente iniziare a funzionare”.
Ora l’indagine viene
aperta, il Parlamento fa trapelare in particolare che il punto centrale è che
decisioni così importanti (come Lettere
che impongono nel dettaglio specifiche politiche a Parlamenti Sovrani) sono
stati presi da poche persone senza alcuna chiara consultazione. Dunque in modo
poco trasparente.
Le modalità dell’indagine
sono abbastanza impressionanti: sono state mandate 29 domande a 18 persone
chiave, tra queste: il
Presidente dell’Eurogruppo Jeroen
Dijsselbloem, il Presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e il
Commissario europeo Olli Rehn.
Altre 9 domande a Premier, Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali
di Irlanda, Cipro, Portogallo e Grecia.
Il responsabile del
coordinamento dell’indagine è ad un livello molto alto, il Vicepresidente
Othmar Karas (membro del PPE) che annuncia lo scopo di “elaborare una proposta
costruttiva per incrementare la trasparenza e la legittimazione democratica
della Troika”. Il politico si sbilancia al punto di affermare che “Se il
Parlamento fosse stato più coinvolto, il salario minimo in Grecia non
sarebbe stato abbassato”.
Dalle dichiarazioni
emanate a Bruxelles vogliono in particolare capire come sono state prese le
decisioni, in che misura ha contribuito ogni singolo Ente, e quanta voce in
capitolo hanno avuto gli Stati nazionali e quanta flessibilità gli è stata
concessa, a chi è toccata l’ultima parola.
Si tratta di capire, insomma, quale è la procedura con la quale sono state
prese decisioni in grado di forzare le decisioni democratiche dei paesi membri.
Chi è intervenuto (ad esempio sarebbe interessante sapere se sono state sentite
le banche creditrici che rischiavano di perdere ingenti capitali).
Il programma è di
compilare un dossier e votarlo in aula per riformare le procedure della Troika,
che da soluzione di emergenza e luogo
estraneo alla democrazia deve diventare –secondo la Commissione- organo che
risponda ai rappresentanti dei cittadini.
La seconda notizia è l’audizione del Presidente della BCE (il
membro chiave della Troika) presso il Parlamento Europeo. L’alto funzionario,
la cui indipendenza dalla politica è uno dei capisaldi del pensiero liberista,
ha illustrato le linee di azione dell’organismo, assicurando che la Banca farà
tutto ciò che è necessario per salvare l’euro (dopo le innumerevoli critiche
che sono giunte in questi ultimi tempi, tra cui quelle di ben sei premi nobel
all’economia), ma che i paesi in cambio devono impegnarsi nelle “riforme
strutturali”. Le cosiddette “riforme strutturali”, come sanno tutti, non sono
una formula neutra (del tipo “dovete cambiare”) ma sono delle politiche
economiche specificamente orientate a garantire la competizione per affrontare
e conquistare i mercati esterni. L’idea è che in condizioni di piena e libera
mobilità di merci e capitali l’unica strada possibile è rendere totalmente
fluido il proprio mercato interno del lavoro, e leggero lo Stato, per allinearsi alla media mondiale. In un mondo
“piatto”, si immagina –in altre parole- che l’unico destino possibile sia
incontrare a mezza strada i
lavoratori cinesi e indiani (ovviamente bilanciando il welfare e lo Stato,
tenendo conto del fatto che la libertà di circolazione dei capitali impedisce
di tassarli). Se l’assetto democratico dei paesi occidentali, e la loro storia
di conquiste sociali e lotte, non lo consente, tanto peggio: occorre aggirare l’ostacolo
rappresentato dai cittadini e dai loro rappresentanti.
La dico più semplice:
non si possono tassare i capitali, neppure i redditi alti (perché scappano) e
bisogna quindi solo far calare i salari,
fino a che non si annullano i vantaggi competitivi dei paesi emergenti; quindi
anche lo Stato avrà meno risorse e dovrà erogare meno servizi. Dunque dobbiamo diventare tutti più poveri;
e questo è quanto (dico tutti, ma naturalmente intendo solo chi non se ne
può andare, o chi non ha capitali da portare al sicuro). Immagino, per
completezza, che se qualcuno continua a non essere d’accordo e non accetta di
tacere allo stretto l’idea sia che per lui ci sarà la polizia. Se la cosa
giusta non si può ottenere tramite il consenso (dato che è “giusta”) va
ottenuta comunque tramite il potere. Distinto
dalla sovranità.
Non ci sarebbe infatti nulla
di male se fosse un progetto; ma per il Presidente della BCE questa non è una
legittima ipotesi, è un ditkat. Il
funzionario che nessuno ha mai eletto è andato dai rappresentanti dei cittadini
che io ho eletto, quattro anni fa, a
dire: «Coloro che pensano di poter uscire
dall'euro, magari per svalutare del 40% la valuta sono degli ingenui. Ma questi
signori pensano davvero che gli altri accetterebbero una svalutazione del 40%
senza far nulla?». E ancora: «L'euro è
irreversibile … Quello che uno pianifica per uscirne è effimero. Se un Paese
pensasse di lasciare l'euro per evitare le
necessarie riforme strutturali si sbaglierebbe di grosso: dovrebbe anzi
effettuare riforme più dure fuori dalla protezione dell'euro».
In altre parole ha minacciato eventuali (?) paesi che
stessero “pianificando” l’uscita, ed ha qualificato come “necessarie” riforme che quasi tutta la scienza economica
contemporanea considera errate. Prendiamo, se non ne siamo convinti, qualche
esempio:
- ---Dani
Rodrik, recentemente ha chiarito che i paesi basati sulle esportazioni (meccanismo
economico che le cosiddette “riforme strutturali” intendono attivare) e la
selvaggia concorrenza per sottrarle agli altri, sono i veri colpevoli degli
squilibri e giocano una partita irresponsabile e parassitaria. Se tutti la
giocassero (ed anche se la giocasse tutta l’Unione Europea sarebbero gli altri
paesi –USA, Cina, India, Brasile- a non restare senza far nulla) il mondo
dovrebbe trovare un gemello. Al contrario sono i paesi che crescono
tranquillamente, con equilibrio tra mercato interno ed esterno, distribuendo il
surplus per favorire i propri cittadini che hanno un modello stabile e “sostenibile”.
- ---Daniel
Gros, ci ha mostrato che l’intero nord Europa è sbilanciato su un modello
che comprime i redditi interni e spinge le esportazioni; un modello che implica
500 miliardi all’anno di surplus, che trova per ora senso solo perché i paesi
anglossasoni –forti della moneta rifugio americana- hanno 800 miliardi di
deficit. Ma la fine del QE della FED e forse del dollaro come moneta di riserva
porrà fine a questo modello.
- ---Il
FMI, che sta rapidamente cambiando idea ed ha ammesso da tempo di aver
sbagliato politiche, ha spinto di recente la BCE a politiche più aggressive per
alzare l’inflazione e prestare denaro fresco per l’economia reale. Un’esortazione
che va in direzione contraria all’austerità implicata nelle cosiddette “riforme”.
- --- Zingales,
per il quale la posizione dell’Italia nell’Euro “non è sostenibile e non sarà
mantenuta”.
- ---Evans-Pritchard,
che vede il collasso nel 2014, e che esprime obiezioni convincenti alle parole
del Presidente della BCE <se l’Italia dovesse lasciare l'Euro (e dunque la
BCE, ripristinando la sovranità monetaria e il potere della Banca d’Italia), “l'Italia
dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d'Italia,
una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione
garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori
controllo.” In altre parole, occorrerebbe fare in casa ciò che stiamo chiedendo
inutilmente alla BCE da anni. Né ci sarebbero da temere ulteriori
ritorsioni economiche della Germania; perché è comunque nei loro interessi
gestire l'eventuale uscita di un paese membro nel modo più lineare, regolare e
tranquillo possibile. “Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della Lira,
ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche ed assicurazioni
tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio
fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non potrebbero più competere con
quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe [dunque] interesse primordiale
della Bundesbank acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i
franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo”.
- ---Han
Jurgen Urban, in un libro in uscita in Germania avverte che è in corso una “via europea all’autoritarismo” rappresentata
dallo scambio tra sicurezza e democrazia.
L’aumento di stabilità (essenzialmente monetaria e di prezzi) viene
contrabbandato per un valore che richiede sacrifici sul piano della rappresentatività
democratica. Cioè sterilizzando le decisioni che vengono sussunte sul livello
esecutivo di governo o, addirittura, su organismi non responsabili
democraticamente (come la superpotente BCE). Si tratta di una “grammatica
duro-autoritaria” che è profondamente anti-democratica. Una direzione da
correggere con urgenza.
- ---Kennet
Rogoff, che spende parole in favore di una campagna di investimenti
finanziati da espansione monetaria e nuovo debito (che è tutto il contrario
della politica attendista imposta dalla BCE).
- ---Joseph
Stiglitz, che propone un’Agenda per salvare l’Euro esattamente opposta alle
“necessarie” riforme strutturali.
- --- Jacques
Attali, che attacca frontalmente la Germania.
- ---Shaun
Richards, che trova controproducente la politica della BCE che “spinge
sulla stringa in una trappola della liquidità”.
- --- Flassbeck,
dalla Germania.
----Adam Posen,
che propone una ricetta diversa: aumenti
salariali. Usare i soldi che arrivano per le esportazioni, non per
risparmiarli e prestarli ai paesi importatori [questo è il modello che ci ha portato
visibilmente alla crisi del 2008, ed era ben noto da tempo, cfr. ad esempio Stiglitz],
ma per aumentare i salari interni, aiuterebbe ad alzare i consumi, aumentare le
importazioni (e dunque le esportazioni dei paesi in deficit, che avrebbero in
conseguenza anche meno bisogno di prendere a prestito soldi) e ridurre la
competitività di prezzo (non quella sulla qualità, come volutamente confonde la
Merkel). Il risultato, insomma, sarebbe un mondo più equilibrato, con meno
trasferimenti finanziari, meno investimenti speculativi, più industrie attive e
maggiore tenore di vita. L’altra
cosa che è indispensabile fare è aumentare gli investimenti pubblici, inoltre
fornire più risorse per progetti pubblici in tutta l’Unione Europea. Quindi
aumentare la tassazione per le aziende che sono dotate di grande liquidità e
non la impiegano. Un’altra cosa che dovrebbe essere compiuta per l’economista
americano è introdurre un tasso negativo per i depositi di denaro presso la BCE
da parte delle banche europee (il tasso positivo incentiva a non fare prestiti
rischiosi alle aziende, ma a parcheggiare la liquidità). Inoltre ridurre le
riserve minime che paralizzano 50 miliardi. Oggi ca. 1/9 delle PMI nella zona
euro soffrono di restrizione del credito. Inoltre ridurre le garanzie per le
banche e finanziare la BEI con risorse della BCE. Tutto questo andrebbe
accompagnato con una politica monetaria espansiva, e senza nascondere le
proprie decisioni dietro le azioni “tecniche” e democraticamente irresponsabili
della BCE.
- ---Krugman,
che
propone di lasciar salire l’inflazione al 4% e di abbandonare le politiche di
austerità; o, in un
altro intervento, critica apertamente la politica di “aggiustamento
strutturale” tedesca.
- ---Spence,
che spende parole importanti in favore di un riequilibrio tra settori rivolti
alle esportazioni e quelli non-commerciabili (interni) con una attenzione
diversa dal dogmatico (tutti devono esportare di più: noi dobbiamo esportare di
più, ed anche gli USA, ma il nord Europa meno).
- --- Martin
Wolf, per il quale “la Germania è un peso sul mondo”. Specificatamente l’austerità
fiscale ha “distrutto la domanda a tutto tondo”. Wolf ricorda in proposito un
recente documento della Commissione Europea, firmato da Jan in’t Velt, nel
quale Veld “sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite
cumulative pari a 18% del PIL annuo in Grecia, 9,7%, in Spagna, 9.1% in
Francia, 8,4% in Irlanda e anche 8.1% in Germania, tra il 2011 e il 2013.
Inevitabilmente, la politica monetaria trova quasi impossibile compensarle”.
Il
punto è questo: prima della crisi (e quindi in teoria) si sarebbe potuto lavorare
e compensare tali politiche restrittive tramite l’espansione del credito (come
è accaduto in Spagna). Ma oggi si sta lavorando con un sistema bancario debole,
un debito che schiaccia i paesi in deflazione ed un’avversione
all’indebitamento nei paesi creditori (Germania). Se la BCE avviasse un
“allentamento quantitativo” su larga scala (sul modello della FED o della Banca
del Giappone) avremmo oggi come risultato probabile un abbassamento del valore
dell’euro rispetto alle altre monete. Ma questo aggraverebbe solo la tendenza
alle esportazioni dell’eurozona, e della Germania in primis, incrementando il
danno per la domanda mondiale. Per il FMI parliamo di una eccedenza complessiva
dell’area Euro del 3,3% tra il 2008 ed il 2015, e potrebbe essere una previsione
ottimistica, se i numeri sulla disoccupazione seguono l’attuale
trend. Questa è, insomma, per Wolf essenzialmente una classica “politica
<<inpoversici il vicino>> per tutto il mondo. La prosperità, per la
zona Euro complessivamente, non è raggiungibile per questa via indicata dal
mercantilismo tedesco: la crescita guidata dalle esportazioni della prima area
economica del mondo è impossibile per la sua grandezza relativa. Non c’è
abbastanza domanda da catturare. Dunque all’Europa resta una sola strada,
raggiungere un equilibrio interno che metta al lavoro i suoi fattori produttivi
e non ne lasci a casa così tanti.
- ---- Romano
Prodi, che auspica direttamente la divisione
dell’Euro in due monete, del nord e del sud.
- ---Gauti
Eggertsson, con il suo modello di simulazione che mostra come l’aggiustamento
strutturale, rivolto a riassorbire –in un contesto di moneta unica-
differenziali di competitività nella struttura dei prezzi e dei salari (e
quindi dei fattori produttivi) possa essere condotto in condizioni di crisi
solo al prezzo di pagare costi politici ingenti.
- --- L’esortazione
Apostolica di Papa Francesco.
Questo insieme di
posizioni averte che le cosiddette “Riforme Strutturali” non sono propriamente “necessarie”,
ma al più “controverse”. E che
quindi, non essendo una questione tecnica, ma una decisione in condizioni di
incertezza (dunque una questione politica),
che impatta sulla vita di tutti e influenza profondamente il futuro, non può
essere demandata a tecnici irresponsabili. Non può essere presa nel chiuso di
alcune stanze ovattate, da funzionari che vanno e vengono da grandi Banche di
Affari o da altre legittime, ma certo non irrilevanti, attività economiche.
Come ricorda Evans-Pritchard,
“le fondamenta della democrazia risiedono
nel controllo del budget e delle imposte da parte di organi eletti dal popolo.
Quello che sta accadendo all'Ue è, al contrario, il tentativo di darne la
gestione a strumenti e strutture sovranazionali, che non hanno alcun fondamento
con nessun Parlamento. E' estremamente pericoloso e chiaramente
anti-democratico”.
Questa posizione della
BCE, oltre ad essere oltraggiosa, è
anche troppo dipendente dalla politica della Germania, e dei suoi alleati; una
posizione che ci induce a “ballare
sull’orlo dell’abisso”, in quel luogo particolare nel quale viene sospesa
ogni discussione, in cui lo “stato di eccezione” rende possibile qualsiasi
scelta ed in cui la velocità fa premio alla ponderatezza delle procedure
democratiche.
Si tratta di un luogo
nel quale il potere si allontana dalla sovranità e dalla legittimazione. Un luogo
dove sono possibili anche quei mostri democratici dei “Contractual
Arrangement”.
Questa è la strada
lungo la quale ci attendono i mostri della Storia, perché nessuna pressione può
restare a lungo senza una risposta. Per ora una Commissione di Inchiesta (che
ha tutta la mia solidarietà), poi …
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