Leggeremo
insieme quattro articoli usciti sul tema fondamentale della ineguaglianza, si
tratta di un pezzo di Lawrence Mishel,
di James
A. Haley, di Simon
Wren-Lewis, e di Stefano
Scarpetta.
James Haley
riprende un recente intervento di Branko
Milanovic della Banca Mondiale per notare che lo schiacciante successo della
Cina, nel ridurre la povertà mondiale (cioè di parte della popolazione
mondiale) si è speso nel contesto di una strategia di crescita basata sulle
esportazioni (e gli investimenti) resa possibile essenzialmente dai progressi
nella liberalizzazione del commercio mondiale. Essenzialmente la rapida
liberalizzazione relativa del commercio mondiale (con l’abbassamento dei dazi
da valori a due cifre a uno), nel contesto di una contemporanea
liberalizzazione dei flussi finanziari (a causa del crollo dello Schema di
Bretton Woods dopo la revoca di Nixon), ha determinato una forte competitività
della Cina per una “vasta gamma di prodotti” nei quali le differenze salariali
(enormi) con i paesi ricchi del nord contavano come fattore produttivo
essenziale. Era così anche prima, ma con una fondamentale differenza: la
sicurezza di fare investimenti in Cina (la crescita è stata innescata da
investimenti occidentali in nuovi stabilimenti o in joint venture, o comunque
trasferimenti di capitale e know how) e di poter vendere in occidente i
prodotti fabbricati, che è figlio degli accordi politici presi.
Contemporaneamente
(in questo modellino semplificato che ci viene proposto), i rendimenti sul
capitale investito sono aumentati, dato che il rapporto capitale/lavoro si è
spostato da standard occidentali (necessari per mantenere un benessere diffuso)
a standard orientali (con una quota largamente inferiore del valore attribuito
al lavoro). “Questi effetti rappresentano
i vincenti ed i perdenti della globalizzazione”.
Fin qui la
situazione e le sue ragioni, per l’autore (che riprende Milanovic), se si vuole
conservare il beneficio (la riduzione della ineguaglianza mondiale tra sistemi
economici e la convergenza) bisogna ora lavorare sulla diffusione dei benefici
e la riparazione dei guasti.
Infatti dal testo
di Stefano
Scarpetta, si evidenzia come la percezione che l’ineguale distribuzione dei
benefici della crescita economica totale minacci i legami sociali e crei
scontenti e risentiti, si stia facendo strada negli Organismi internazionali
preposti. Quindi guadagni centralità il tema della disuguaglianza in crescita
da decenni, esacerbata dalla crescita della disoccupazione e sotto-occupazione,
e per l’OCSE
la necessità di prendere la “sfida della crescita inclusiva”, come si legge
nella Global
Agenda Outlook.
Ma come va in
Italia? Prendiamo qualche dato dall’ISTAT del 2012:
-
Il 29,9 % delle
persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale secondo
la definizione della Strategia Europa 2020 (+5% rispetto alla media Europea).
-
Più in
dettaglio:
o Le persone in famiglie “seriamente deprivate” sono
il 14,5% (erano 11% un anno fa), significa non poter andare in ferie, non poter
scaldare l’abitazione, non poter sostenere spese impreviste di 800,00 € (solo
il 42%), mangiare carne ogni due giorni;
o Quelle a “rischio povertà”, ca. il 20%;
o Quelle “a bassa intensità lavorativa”, il 10%;
-
Nel mezzogiorno,
quasi la metà (48%) dei residenti è a “rischio povertà ed esclusione”, un dato
in crescita di 5 punti;
-
Tale dato incide
particolarmente per le famiglie numerose, monoreddito, o tra gli anziani soli,
i monogenitori;
-
Cresce in senso
relativo dal 2011 la severa deprivazione nelle categorie con lavoro autonomo
(+5 punti), rispetto a quelle con lavoro dipendente (+3 punti);
-
Il reddito medio
delle famiglie in Italia era nel 2011 di 24.634,00 €/anno, ma nel sul il 50%
delle famiglie percepisce meno di 20.000,00 €/anno;
-
Il 20% più ricco
delle famiglie percepisce il 37,5% del reddito totale ed il 20% più povero solo
l’8%;
-
L’indice di Gini
è 0,32 (0,33 al sud, 0,29 al Nord).
Lawrence Mishel
aggiunge a questo discorso un focus: il dibattito in corso (Ezra
Klein, ha scritto un articolo nel quale viene riportata la posizione di
Obama contro la disuguaglianza e le due obiezioni ad essa: che la priorità vera
è la disoccupazione e che non ci sono prove che riduca la crescita totale) è
concentrato su temi di Agenda in parte oziosi. Per Mishel sapere se sia più
importante combattere la disoccupazione (ovvero la circostanza che la crescita
economica non genera piena occupazione) o la differenza tra i redditi molto
alti e mediani, è un falso problema: se anche la diseguaglianza avesse un
effetto incerto sulla crescita complessiva (argomento di Bernstein)
resterebbe comunque significativa sui redditi del 90% della popolazione che
hanno stagnato (anche per le ragioni prima addotte, oltre che per effetto delle
tecnologie e per il fallimento dell’educazione) per trenta anni. Si calcola che
se fossero rimasti allineati con la crescita economica l’americano medio oggi
guadagnerebbe 19.000 $ all’anno in più. Dunque se anche avesse ragione Summers
(nel suo famoso intervento
al FMI) e l’economia fosse in condizioni di stagnazione tendenziale, con
conseguente disoccupazione endemica, resterebbe l’utilità di focalizzare le
politiche “sulla generazione di elevati standard di vita per la stragrande
maggioranza della popolazione”. In altre parole, per Mishel, la “sfida
economica del nostro tempo è generare una crescita dei salari su base ampia”,
agevolando la mobilità verso l’alto e l’espansione della classe media.
Ora, se questa è
la “sfida”, come costruire le politiche necessarie per affrontarla? Klein pensa
che sia più facile la costruzione politica della lotta all’ineguaglianza per il
soccorso del potente motore emotivo della invidia, rispetto a quella contro la
disoccupazione (che colpisce pochi e non interessa gli occupati); ma si tratta comunque
di un bivio: “quando il governo avrà la possibilità di fare politica economica,
cosa sceglierà di fare? Un mondo in cui la disuguaglianza è la preoccupazione
principale è un mondo in cui l'aumento delle tasse sui ricchi è forse la scelta
politica più importante che il governo può fare. Un mondo in cui la crescita e
la disoccupazione sono le preoccupazioni principali sono mondi in cui politiche
molto diverse diventano la priorità - dalla spesa allo stimolo per consentire
una maggiore inflazione”.
Esplorandolo, ed
in particolare la sua accettabilità politica si incontra la riflessione di Wren-Lewis,
che dall’Inghilterra individua una Agenda in formazione che prevede sostanzialmente:
“il salario minimo, sindacati più forti, sistema fiscale più progressivo, stato
sociale più generoso, politiche macroeconomiche rivolte alla piena occupazione,
regolamenti governativi più potenti nel settore bancario e finanziario” (Kathleeg
Geien) ed ha un sapore “anni settanta” inconfondibile.
In questo va
anche oltre l’attività del Governo Laburista (Blair) del 1997-2010 che era
attivo nella riduzione della povertà, ma passivo verso la ricchezza e lo
sbilanciarsi dei redditi “alti”, rispetto ai “medi”. La strategia era, infatti,
rivolta a prendere le distanza dall’”Old Labour” ed a cercare un consenso più
ampio. Le politiche rivolte all’eguaglianza si fanno, infatti, nemici nel primo
10% della scala dei redditi, quelle contro la povertà trovano tutti d’accordo.
Almeno questa è la visione di Wren-Lewis.
Ora, invece, la diseguaglianza sta prendendo il
centro della scena e solleva
crescenti ostilità nell’opinione pubblica mediana. Offende
il senso morale di molti.
Ma c’è una
stranezza: la “sinistra mainstream” (diciamo liberale, dal punto di vista
inglese) non “prende” il tema.
La ragione per
Wren-Lewis è duplice: la riduzione delle disuguaglianze (essendo un discorso
“egualitario”) è legato, nella mente di molti, alla ripresa di forza dei
sindacati; inoltre si teme di scontentare il 10% superiore, dal quale si
immagina dipendano finanziamenti e vittorie elettorali.
Inoltre, mentre
combattere la disoccupazione minaccia chi vorrebbe uno “stato più piccolo” (e
dunque i settori di destra del quadro politico) la lotta ai redditi alti, a
vantaggio di quelli medi, minaccia direttamente “la maggior parte di coloro che
esercitano influenza politica”.
Un dibattito
aperto.
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