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lunedì 16 dicembre 2013

Mishel, Haley, Wren-Lewis e Scarpetta sulla ineguaglianza: “la sfida del nostro tempo”


Leggeremo insieme quattro articoli usciti sul tema fondamentale della ineguaglianza, si tratta di un pezzo di Lawrence Mishel, di James A. Haley, di Simon Wren-Lewis, e di Stefano Scarpetta.
James Haley riprende un recente intervento di Branko Milanovic della Banca Mondiale per notare che lo schiacciante successo della Cina, nel ridurre la povertà mondiale (cioè di parte della popolazione mondiale) si è speso nel contesto di una strategia di crescita basata sulle esportazioni (e gli investimenti) resa possibile essenzialmente dai progressi nella liberalizzazione del commercio mondiale. Essenzialmente la rapida liberalizzazione relativa del commercio mondiale (con l’abbassamento dei dazi da valori a due cifre a uno), nel contesto di una contemporanea liberalizzazione dei flussi finanziari (a causa del crollo dello Schema di Bretton Woods dopo la revoca di Nixon), ha determinato una forte competitività della Cina per una “vasta gamma di prodotti” nei quali le differenze salariali (enormi) con i paesi ricchi del nord contavano come fattore produttivo essenziale. Era così anche prima, ma con una fondamentale differenza: la sicurezza di fare investimenti in Cina (la crescita è stata innescata da investimenti occidentali in nuovi stabilimenti o in joint venture, o comunque trasferimenti di capitale e know how) e di poter vendere in occidente i prodotti fabbricati, che è figlio degli accordi politici presi.
La “teoria del prezzo come fattore di perequazione” è qui perfettamente visibile: se i lavoratori fossero liberi di muoversi (ma questo lato della liberalizzazione è rimasto indietro, per ragioni politiche) sarebbe il lavoro a migrare verso i paesi ad alto salario. Avremmo avuto, allora, i flussi che nel secolo scorso, e nel precedente, portarono operai e contadini disoccupati dall’Europa agli USA. Invece abbiamo avuto le merci libere e le persone meno. Allora le forze dei mercati hanno lavorato per “pareggiare” il prezzo dei fattori produttivi. Ciò ha significato per i redditi da lavoro salire in Cina e scendere in occidente. Precisamente per quei lavoratori in competizione indiretta tramite i prezzi delle merci.
Contemporaneamente (in questo modellino semplificato che ci viene proposto), i rendimenti sul capitale investito sono aumentati, dato che il rapporto capitale/lavoro si è spostato da standard occidentali (necessari per mantenere un benessere diffuso) a standard orientali (con una quota largamente inferiore del valore attribuito al lavoro). “Questi effetti rappresentano i vincenti ed i perdenti della globalizzazione”.
Fin qui la situazione e le sue ragioni, per l’autore (che riprende Milanovic), se si vuole conservare il beneficio (la riduzione della ineguaglianza mondiale tra sistemi economici e la convergenza) bisogna ora lavorare sulla diffusione dei benefici e la riparazione dei guasti.  

Infatti dal testo di Stefano Scarpetta, si evidenzia come la percezione che l’ineguale distribuzione dei benefici della crescita economica totale minacci i legami sociali e crei scontenti e risentiti, si stia facendo strada negli Organismi internazionali preposti. Quindi guadagni centralità il tema della disuguaglianza in crescita da decenni, esacerbata dalla crescita della disoccupazione e sotto-occupazione, e per l’OCSE la necessità di prendere la “sfida della crescita inclusiva”, come si legge nella Global Agenda Outlook.

Ma come va in Italia? Prendiamo qualche dato dall’ISTAT del 2012:
-          Il 29,9 % delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale secondo la definizione della Strategia Europa 2020 (+5% rispetto alla media Europea).
-          Più in dettaglio:
o   Le persone in famiglie “seriamente deprivate” sono il 14,5% (erano 11% un anno fa), significa non poter andare in ferie, non poter scaldare l’abitazione, non poter sostenere spese impreviste di 800,00 € (solo il 42%), mangiare carne ogni due giorni;
o   Quelle a “rischio povertà”, ca. il 20%;
o   Quelle “a bassa intensità lavorativa”, il 10%;
-          Nel mezzogiorno, quasi la metà (48%) dei residenti è a “rischio povertà ed esclusione”, un dato in crescita di 5 punti;
-          Tale dato incide particolarmente per le famiglie numerose, monoreddito, o tra gli anziani soli, i monogenitori;
-          Cresce in senso relativo dal 2011 la severa deprivazione nelle categorie con lavoro autonomo (+5 punti), rispetto a quelle con lavoro dipendente (+3 punti);
-          Il reddito medio delle famiglie in Italia era nel 2011 di 24.634,00 €/anno, ma nel sul il 50% delle famiglie percepisce meno di 20.000,00 €/anno;
-          Il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,5% del reddito totale ed il 20% più povero solo l’8%;
-          L’indice di Gini è 0,32 (0,33 al sud, 0,29 al Nord). 

 Lawrence Mishel aggiunge a questo discorso un focus: il dibattito in corso (Ezra Klein, ha scritto un articolo nel quale viene riportata la posizione di Obama contro la disuguaglianza e le due obiezioni ad essa: che la priorità vera è la disoccupazione e che non ci sono prove che riduca la crescita totale) è concentrato su temi di Agenda in parte oziosi. Per Mishel sapere se sia più importante combattere la disoccupazione (ovvero la circostanza che la crescita economica non genera piena occupazione) o la differenza tra i redditi molto alti e mediani, è un falso problema: se anche la diseguaglianza avesse un effetto incerto sulla crescita complessiva (argomento di Bernstein) resterebbe comunque significativa sui redditi del 90% della popolazione che hanno stagnato (anche per le ragioni prima addotte, oltre che per effetto delle tecnologie e per il fallimento dell’educazione) per trenta anni. Si calcola che se fossero rimasti allineati con la crescita economica l’americano medio oggi guadagnerebbe 19.000 $ all’anno in più. Dunque se anche avesse ragione Summers (nel suo famoso intervento al FMI) e l’economia fosse in condizioni di stagnazione tendenziale, con conseguente disoccupazione endemica, resterebbe l’utilità di focalizzare le politiche “sulla generazione di elevati standard di vita per la stragrande maggioranza della popolazione”. In altre parole, per Mishel, la “sfida economica del nostro tempo è generare una crescita dei salari su base ampia”, agevolando la mobilità verso l’alto e l’espansione della classe media.  


Ora, se questa è la “sfida”, come costruire le politiche necessarie per affrontarla? Klein pensa che sia più facile la costruzione politica della lotta all’ineguaglianza per il soccorso del potente motore emotivo della invidia, rispetto a quella contro la disoccupazione (che colpisce pochi e non interessa gli occupati); ma si tratta comunque di un bivio: “quando il governo avrà la possibilità di fare politica economica, cosa sceglierà di fare? Un mondo in cui la disuguaglianza è la preoccupazione principale è un mondo in cui l'aumento delle tasse sui ricchi è forse la scelta politica più importante che il governo può fare. Un mondo in cui la crescita e la disoccupazione sono le preoccupazioni principali sono mondi in cui politiche molto diverse diventano la priorità - dalla spesa allo stimolo per consentire una maggiore inflazione”. 

Esplorandolo, ed in particolare la sua accettabilità politica si incontra la riflessione di Wren-Lewis, che dall’Inghilterra individua una Agenda in formazione che prevede sostanzialmente: “il salario minimo, sindacati più forti, sistema fiscale più progressivo, stato sociale più generoso, politiche macroeconomiche rivolte alla piena occupazione, regolamenti governativi più potenti nel settore bancario e finanziario” (Kathleeg Geien) ed ha un sapore “anni settanta” inconfondibile.
In questo va anche oltre l’attività del Governo Laburista (Blair) del 1997-2010 che era attivo nella riduzione della povertà, ma passivo verso la ricchezza e lo sbilanciarsi dei redditi “alti”, rispetto ai “medi”. La strategia era, infatti, rivolta a prendere le distanza dall’”Old Labour” ed a cercare un consenso più ampio. Le politiche rivolte all’eguaglianza si fanno, infatti, nemici nel primo 10% della scala dei redditi, quelle contro la povertà trovano tutti d’accordo. Almeno questa è la visione di Wren-Lewis.  

Ora, invece, la diseguaglianza sta prendendo il centro della scena e solleva crescenti ostilità nell’opinione pubblica mediana. Offende il senso morale di molti. 

Ma c’è una stranezza: la “sinistra mainstream” (diciamo liberale, dal punto di vista inglese) non “prende” il tema.  

La ragione per Wren-Lewis è duplice: la riduzione delle disuguaglianze (essendo un discorso “egualitario”) è legato, nella mente di molti, alla ripresa di forza dei sindacati; inoltre si teme di scontentare il 10% superiore, dal quale si immagina dipendano finanziamenti e vittorie elettorali.  

Inoltre, mentre combattere la disoccupazione minaccia chi vorrebbe uno “stato più piccolo” (e dunque i settori di destra del quadro politico) la lotta ai redditi alti, a vantaggio di quelli medi, minaccia direttamente “la maggior parte di coloro che esercitano influenza politica”.

Un dibattito aperto.

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