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mercoledì 18 dicembre 2013

Violento articolo di Evans-Pritchard sul discorso di Natale di Giorgio Napolitano: da quale strada vogliamo uscire dalla crisi?


Ieri, 16 dicembre 2013, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha fatto un duro discorso in occasione del tradizionale “saluto natalizio”, alla presenza di tutti i principali attori istituzionali e politici italiani.

Il giorno successivo, 17 novembre ha condotto un discorso gemello, più concentrato sulla competizione internazionale ed il ruolo dell’Italia.

Dal primo discorso emerge in modo radicale l’allarme per la situazione sociale del paese, per “quel che si muove nella realtà sociale - preoccupazioni, interrogativi, orientamenti e tendenze, riconducibili a questioni vitali per diversi ceti e gruppi sociali, e da valutare nel loro incrociarsi con la dimensione della politica e con la sfera delle scelte di governo”.
Cioè per la “miriade di imprese condannate a soccombere o ancor oggi sull'orlo del collasso”, per le “masse di lavoratori costretti alla Cassa Integrazione o esposti alla perdita del lavoro”, ed infine per “un'altissima percentuale di giovani chiusi nel recinto di una disoccupazione ed emarginazione avvilente”.
Dunque, per il Presidente Napolitano, “La massima attenzione va data a quanti non sono raggiunti da risposte al loro disagio: categorie, gruppi, persone, che possono farsi coinvolgere in proteste indiscriminate e finanche violente, in un estremo e sterile moto di contrapposizione totale alla politica e alle istituzioni.” In questa direzione “Occorre accompagnare il più severo richiamo al rispetto della legge con la massima attenzione a tutte le cause e i casi di più acuto malessere sociale”. Si tratta di situazioni che “hanno messo a dura prova la coesione sociale nel nostro come in altri paesi.”
Secondo quanto sottolinea “Le più elaborate previsioni internazionali per il 2014 segnalano un rischio diffuso di tensioni e scosse sociali - originate dalle regressioni e dalle crescenti diseguaglianze subite in questi anni - in modo particolare nel nostro Continente. Un rischio che si presenta naturalmente non nella stessa misura in tutti i paesi dell'Unione, ma che deve essere tenuto ben presente e fronteggiato in Italia.
La risposta deve essere costruita sul piano del rinnovo istituzionale e della lotta alla corruzione, ma anche “in misure sociali di sostegno per i settori più colpiti e per le fasce più deboli della popolazione, indirizzi di efficace rilancio dell'economia e dell'occupazione”, in particolare sul “nodo essenzialeche èquello della creazione di nuove opportunità di lavoro, di una formazione che prepari a nuove prestazioni professionali in campi diversi da quelli prevalenti nel passato, ovvero rispondenti a cambiamenti tecnologici già intervenuti e tendenziali, a mutamenti di fondo nella fisionomia economico-sociale di un paese come il nostro”. Sembra di sentire Raghuram Rajan.


Nel successivo discorso al corpo diplomatico, dopo un preambolo di rito il Presidente ha richiamato ancora la “pazienza” delle “centinaia di migliaia, dei milioni di giovani che in Europa non riescono ad entrare nel mondo del lavoro”, perdendo tragicamente il tempo della formazione e della piena socializzazione come mogli, mariti, madri e padri. Il Presidente indica in loro favore una “priorità assoluta”.
Nella parte centrale del discorso Giorgio Napolitano richiama quindi il dovere delle Istituzioni di “garantire stabilità politica e governabilità” e dunque di “porre fine a quella fragilità endemica che ha caratterizzato in passato le sorti di troppi Governi, impedendo loro di rispondere con piena efficacia e, aggiungo, con un'adeguata visione strategica, alle sfide poste al Paese dal sempre mutevole contesto internazionale”. Dunque il completamento delle riforme istituzionali da tempo avviate (elencate nel primo discorso, come il superamento del bicameralismo, etc..).
A questo punto, davanti al Corpo Diplomatico il Presidente inquadra il contesto europeo, chiarendo che indubbiamente “il processo di integrazione europea vive adesso uno dei momenti più complessi e contraddittori della sua storia. Alimentati dall'insoddisfazione generata dalla crisi economica, che ha le sue origini nella sregolata crescita della finanza mondiale, hanno guadagnato peso crescente posizioni di scetticismo e ostilità verso la costruzione europea. Hanno finito per emergere spinte populiste, con connotati di velleitario ripiegamento su un orizzonte più ristretto e perfino di un anacronistico quanto pericoloso nazionalismo”.
Si tratta di disagi che nascono anche da “gravi insufficienze e reticenze nel completamento dell'Unione economica e monetaria dopo la nascita dell'Euro”.
Insufficienze che vanno superate, rilanciando il processo di integrazione “nella sua valenza ben più ampia di un angusto economicismo”.

Tuttavia, dopo aver detto ciò il Presidente riprende i termini dell’accettazione del portato di tale “economicismo”, con queste parole: “Il nostro Paese intende affrontare questi impegni con la consapevolezza che si tratta di momenti importanti per il percorso di integrazione europea e per il futuro dell'Italia. Un percorso che dopo essersi prevalentemente concentrato in questi anni sul cammino obbligato della stabilizzazione fiscale e del rigore di bilancio, deve risolutamente imboccare la strada di politiche per l'occupazione e la crescita, che possono rendere più evidenti le ragioni del nostro processo di integrazione, le esigenze ineludibili di una più stretta e solidale unità dell'Europa in un mondo i cui equilibri sono radicalmente cambiati.
Dunque la radice della motivazione per considerare “obbligata” la stabilizzazione fiscale anche in condizioni di recessione (quando quasi tutti gli esperti, e non da ora, giudicano dannose manovre di stabilizzazione fiscale –cioè di restrizione e rientro dal debito- pro-cicliche) è, con le sue stesse parole: “le sfide poste dall'economia globalizzata [che] esigono, innanzitutto, una forte capacità innovativa e competitiva del nostro sistema economico, e insieme una continua modernizzazione normativa, istituzionale ed amministrativa del Paese.”
Si tratta di un imperativo che le sfide del mondo globalizzato ci impongono tassativamente”.

Ricapitoliamo:
-         La crisi sta falcidiando le imprese, innalzando la disoccupazione, distruggendo la vita e le speranze dei giovani [i dati parlano di oltre 4.000.000 di giovani che non studiano, non lavorano, non cercano lavoro; di povertà che raggiunge quasi il 50% delle persone in alcuni territori; di almeno una impresa su 5 che non può più accedere al credito ed è ormai uno “zombie” e si potrebbe continuare a lungo];
-         persone, gruppi, intere “categorie”, sono inclini a “proteste indiscriminate” e “moti di contrapposizione totale”, che questo “mette a dura prova la coesione sociale”;
-         emergono “spinte populiste” e un “anacronistico quanto pericoloso nazionalismo”;
-         la causa sono “le regressioni e  le crescenti diseguaglianze subite in questi anni”;
-         In particolare la crisi economica “ha le sue origini nella sregolata crescita della finanza mondiale”;
-         Ciò nel contesto di una Unione Europea prigioniera di un “angusto economicismo” e affetta da “gravi insufficienze e reticenze”;
-         sono necessarie “misure sociali di sostegno” ed “indirizzi di efficace rilancio dell’economia e dell’occupazione”;
-         E bisogna fare ciò tramite il nodo essenziale della “formazione e creazione di nuove opportunità di lavoro per i mutamenti di fondo della fisionomia economico-sociale”;
-         Quindi gli impegni vanno affrontati, superando la fase del consolidamento “obbligato”, potenziando la capacità “innovativa e competitiva” e “modernizzando norme, istituzioni ed amministrazioni”.
-         E’ questo un “imperativo” che il “mondo globalizzato ci impone”.

Come si vede è una struttura già ben sentita:
a- Stiamo male,
b-La colpa è nostra che non siamo adatti al mondo,
c- Dobbiamo adattarci.

Ciò anche se adattandoci, in effetti, non facciamo altro che spingere sull’”economicismo”, sulla ineguaglianza, e perdere coesione sociale. L’essenza dell’adattamento è infatti l’incontrarsi a mezza strada tra le strutture del lavoro dei paesi “ricchi” e di quelli “di convergenza”. Sempre senza considerare la contraddizione tra il voler tutti competere a vendere, senza nessuno che compri. Il discorso gira in una trappola mentale come un topo nella sua ruota.


Vediamo, ora, che dice Evans-Pritchard. Dopo aver richiamato brevemente la “geremiade” sulla disoccupazione, le aziende che chiudono, i giovani senza lavoro e la coesione sociale che declina, pone l’accento sull’analisi delle cause. Si chiede se la cosa non possa avere “qualcosa a che fare con il fatto centrale imperativo che l’Italia ha una moneta sopravvalutata del 20% o più all’interno dell’Euro; che è intrappolata in un sistema di cambi fissi come nel 1930 gestiti da una Banca Centrale da 1930 che è in piedi a guardare (per motivi politici) la crescita dell’aggregato monetario M3, i contratti di credito e la partenza della deflazione?”
Naturalmente, come abbiamo visto, nella Relazione del Presidente della Repubblica non c’è alcuna valutazione su questa struttura macroeconomica. E qui Evans-Pritchard diventa perfido: “Un ex stalinista che ha applaudito l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 (un errore giovanile), ha da tempo acceso il suo fervore ideologico al progetto UE. Egli è per natura incapace di mettere in discussione la sede dell'unione monetaria, quindi non aspettatevi alcuno spunto utile dal Quirinale su come uscire da questo impasse.”
Non svolgendo il tema della responsabilità della zona Euro (se non per un generico “economicismo”), resta sul piano “più descrittivo che analitico”. Dunque l’allarme, pur giustificato per l’osservatore Inglese, resta sul piano di ordine pubblico.

Per Pritchard dove vada la vicenda (richiama la cosiddetta “rivolta dei forconi”) nessuno lo sa; se l’Italia (come dice Citigroup) restasse bloccata in depressione per tutto il 2014 e 2015, per muoversi ad un misero 0,2% di crescita (tecnicamente piatta) nel 2016, avrà messo insieme una performance molto peggiore di quella della Grande Depressione. La disoccupazione, al massimo si stabilizzerà intorno al 20%.
Secondo le sue parole: “La domanda è quanto tempo la società tollera questo. Nessuno di noi conosce la risposta. L'Italia ha per ora evitato un ritorno agli ‘anni di piombo’, anni 1970 e 1980 all'inizio del terrorismo, quando la stazione ferroviaria di Bologna fu fatto saltare dai fascisti ed l’ex premier Aldo Moro fu sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse. Ma non siamo così lontani da questo tipo di violenza come la gente pensa. Il capo dell'agenzia fiscale Equitalia è stato quasi accecato da una lettera bomba anarchica nel 2011. Ci sono stati ripetuti casi di attacchi dinamitardi da allora”.

Evans-Pritchard immagina a questo punto che ci saranno scontri violenti ed “un incidente ad un certo punto - un pò come lo scontro tra le truppe francesi e portuali a Brest nel 1935, quando un lavoratore fu picchiato a morte con il calcio del fucile, mettendo in moto eventi che infine hanno costretto Laval fuori del potere e la Francia fuori dal Gold Standard”. Dunque l’Italia uscirà traumaticamente dall’Euro.

L’alternativa è garantire l’ordine pubblico con la polizia (e magari con gli stadi) mentre l’Italia continua a “stringere la cinghia” per cercare di “recuperare la competitività tagliando i salari”, e facendo nuova formazione (una strategia che palesemente richiede moltissimi anni). In questa direzione il giornalista inglese è tranciante: “vorrei sostenere che questo è matematicamente impossibile in un clima di ampia deflazione dell'UEM o in prossimità della deflazione”. “La ragione dovrebbe essere evidente a tutti ormai. Non è possibile consentire allo stock di debito nominale a salire su una base nominale in contrazione. Tale politica fa sì che la traiettoria del debito si avviti a spirale verso l'alto. Il debito in Italia ha già saltato da 119% a 133% sul PIL negli ultimi tre anni, in gran parte a causa delle politiche di austerità fiscale. Questo rapporto supererà presto il 140% sotto le politiche UEM attuali, nonostante l’enorme avanzo di bilancio primario in Italia”. Il 140% “è un livello oltre il punto di non ritorno per un paese senza moneta sovrana o della banca centrale. Tale è il potere dell'effetto denominatore”.


Se la crisi non la costringerà, comunque, l'Italia non dovrebbe lasciare l'euro come prima scelta. Ma solo come ultima soluzione, prima possono essere tentate (ma sul serio, con la necessaria determinazione) altre strade: cambiare la strategia diplomatica, spingendo per costituire un cartello di stati del Club Med, con la leadership francese, per prendere il controllo della BCE e della macchina politica dell'UEM. Una simile alleanza ha i voti, e ha la piena autorità legale e dei Trattati per forzare attraverso una strategia di reflazione che cambierebbe tutto, se osano. Una strategia di “reflazione” significa creare moneta fino a far rialzare l’inflazione ad un livello che incentivi i capitali ad essere utilizzati (in condizioni di deflazione sono remunerati per stare fermi), e dunque gli investimenti a ripartire, con essi l’occupazione. “Questo è più o meno il nuovo piano di Romano Prodi, ex premier in Italia e <Mr Euro>. Lui ora sta girando per Italia, Spagna e Francia a cercare di convincere tutti ad unirsi piuttosto che illudersi di poter fare da soli, e di <battere i pugni sul tavolo>”.
Anche l'economista premio Nobel Joe Stiglitz ha ripreso il tema a Project Syndicate . “Se la Germania e gli altri non sono disposti a fare quello che serve - se non c'è abbastanza di solidarietà per rendere questa politica funzionante - allora l'euro potrebbe dover essere abbandonata per il bene del progetto europeo”.

In questo cruciale snodo, ci ricorda Evans-Pritchard che la BCE di Mario Draghi ha avvertito ieri al Parlamento europeo che l'uscita dell'UEM porterebbe ad una svalutazione del 40% e quindi ad una crisi che porterebbe qualsiasi paese in ginocchio ancor più brutalmente di quello che è. “Questo è il tipo di argomento sempre sentito in difesa dei sistemi di tassi di cambio fissi, sia nel caso dell'oro nel 1931, o l'ERM nel 1992, o del vincolo argentino nel 2001. Ma è stato dimostrato sempre falso anche nel caso l'Italia nel 1990 quando la svalutazione ha funzionato come un traino”.
Si tratta di un argomento che si sofferma sul trauma immediato, ma ignora gli effetti molto più corrosivi di una crisi lenta e permanente. “I paesi possono infatti recuperare molto velocemente se il tasso di cambio si sblocca. Si potrebbe infatti ugualmente sostenere che ci sarebbero una marea di investimenti repressi in Italia nel momento si ristabilisce l'equilibrio della valuta”.

Più importante, è la seguente osservazione: “In ogni caso, la tesi del signor Draghi presuppone che la BCE lascerebbe crescere una svalutazione sino al 40%, anche quando le potenze del nord hanno un forte interesse ad assicurare un'uscita ordinata italiana? La BCE potrebbe infatti intervenire sui mercati FX per stabilizzare la lira per un paio di mesi fino a quando la polvere si deposita. Ciò eviterebbe il superamento, eviterebbe perdite rovinose per i creditori tedeschi e gli esportatori, ed eviterebbe una crisi da deflazione in Germania, Olanda, Finlandia e Francia”. Ora, quindi “Draghi sta dicendo implicitamente (senza volerlo), che la BCE si comporterebbe in maniera spericolata, per punire l'Italia per il gusto di farlo, anche se questo potrebbe rendere l'intera prova peggio per tutti.”

Si tratta dunque non di una  descrizione, ma di una minaccia.

Pritchard sottolinea che “Sarebbe stato bello se un deputato gli avesse chiesto perché la BCE dovrebbe fare una cosa del genere”.


Ciò ci riporta al tema, che è assolutamente centrale, della democrazia. Usciremo dalla crisi per la via di una ritrovata democrazia europea, o per la strada dell’autoritarismo statalista. L’ultima volta è stato il secondo: questa volta?

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