Ieri, 16
dicembre 2013, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha fatto un
duro discorso in occasione del tradizionale “saluto natalizio”, alla presenza
di tutti i principali attori istituzionali e politici italiani.
Il giorno
successivo, 17 novembre ha condotto un discorso gemello, più concentrato sulla
competizione internazionale ed il ruolo dell’Italia.
Dal
primo discorso emerge in modo radicale l’allarme per la situazione sociale
del paese, per “quel che si muove nella
realtà sociale - preoccupazioni, interrogativi, orientamenti e tendenze,
riconducibili a questioni vitali per diversi ceti e gruppi sociali, e da
valutare nel loro incrociarsi con la dimensione della politica e con la sfera
delle scelte di governo”.
Cioè per la “miriade di imprese condannate a soccombere o
ancor oggi sull'orlo del collasso”, per le “masse di lavoratori costretti alla Cassa Integrazione o esposti alla
perdita del lavoro”, ed infine per “un'altissima
percentuale di giovani chiusi nel recinto di una disoccupazione ed
emarginazione avvilente”.
Dunque, per il
Presidente Napolitano, “La massima attenzione va data a quanti non sono raggiunti
da risposte al loro disagio: categorie,
gruppi, persone, che possono farsi coinvolgere in proteste indiscriminate e
finanche violente, in un estremo e sterile moto di contrapposizione totale alla
politica e alle istituzioni.” In questa direzione “Occorre accompagnare il più severo richiamo
al rispetto della legge con la massima attenzione a tutte le cause e i casi di
più acuto malessere sociale”. Si tratta di situazioni che “hanno messo a dura prova la coesione
sociale nel nostro come in altri paesi.”
Secondo quanto
sottolinea “Le più elaborate previsioni internazionali per il
2014 segnalano un rischio diffuso di tensioni e scosse sociali - originate
dalle regressioni e dalle crescenti diseguaglianze subite in questi anni - in
modo particolare nel nostro Continente. Un rischio che si presenta naturalmente
non nella stessa misura in tutti i paesi dell'Unione, ma che deve essere tenuto
ben presente e fronteggiato in Italia.”
La risposta deve
essere costruita sul piano del rinnovo istituzionale e della lotta alla
corruzione, ma anche “in misure sociali
di sostegno per i settori più colpiti e per le fasce più deboli della
popolazione, indirizzi di efficace rilancio dell'economia e dell'occupazione”, in
particolare sul “nodo essenziale” che è “quello della creazione di nuove opportunità
di lavoro, di una formazione che prepari a nuove prestazioni professionali in
campi diversi da quelli prevalenti nel passato, ovvero rispondenti a
cambiamenti tecnologici già intervenuti e tendenziali, a mutamenti di fondo
nella fisionomia economico-sociale di un paese come il nostro”. Sembra
di sentire Raghuram
Rajan.
Nel successivo discorso
al corpo diplomatico, dopo un preambolo di rito il Presidente ha richiamato
ancora la “pazienza” delle “centinaia di migliaia, dei milioni di
giovani che in Europa non riescono ad entrare nel mondo del lavoro”,
perdendo tragicamente il tempo della formazione e della piena socializzazione
come mogli, mariti, madri e padri. Il Presidente indica in loro favore una “priorità assoluta”.
Nella parte
centrale del discorso Giorgio Napolitano richiama quindi il dovere delle
Istituzioni di “garantire stabilità
politica e governabilità” e dunque di “porre
fine a quella fragilità endemica che ha caratterizzato in passato le sorti di
troppi Governi, impedendo loro di rispondere con piena efficacia e, aggiungo,
con un'adeguata visione strategica, alle sfide poste al Paese dal sempre
mutevole contesto internazionale”. Dunque il completamento delle
riforme istituzionali da tempo avviate (elencate nel primo discorso, come il superamento
del bicameralismo, etc..).
A questo punto,
davanti al Corpo Diplomatico il Presidente inquadra il contesto europeo,
chiarendo che indubbiamente “il processo
di integrazione europea vive adesso uno dei momenti più complessi e
contraddittori della sua storia. Alimentati dall'insoddisfazione generata dalla
crisi economica, che ha le sue origini nella sregolata crescita della finanza
mondiale, hanno guadagnato peso crescente posizioni di scetticismo e ostilità verso
la costruzione europea. Hanno finito per emergere spinte populiste, con
connotati di velleitario ripiegamento su un orizzonte più ristretto e perfino
di un anacronistico quanto pericoloso nazionalismo”.
Si tratta di
disagi che nascono anche da “gravi
insufficienze e reticenze nel completamento dell'Unione economica e monetaria
dopo la nascita dell'Euro”.
Insufficienze
che vanno superate, rilanciando il processo di integrazione “nella sua valenza ben più ampia di un angusto economicismo”.
Tuttavia, dopo
aver detto ciò il Presidente riprende i termini dell’accettazione del portato
di tale “economicismo”, con queste parole: “Il
nostro Paese intende affrontare questi impegni con la consapevolezza che si
tratta di momenti importanti per il percorso di integrazione europea e per il
futuro dell'Italia. Un percorso che dopo
essersi prevalentemente concentrato in questi anni sul cammino obbligato della
stabilizzazione fiscale e del rigore di bilancio, deve risolutamente
imboccare la strada di politiche per l'occupazione e la crescita, che possono
rendere più evidenti le ragioni del nostro processo di integrazione, le
esigenze ineludibili di una più stretta e solidale unità dell'Europa in un
mondo i cui equilibri sono radicalmente cambiati.”
Dunque la radice
della motivazione per considerare “obbligata” la stabilizzazione fiscale anche
in condizioni di recessione (quando quasi tutti gli esperti, e non da ora,
giudicano dannose manovre di stabilizzazione fiscale –cioè di restrizione e
rientro dal debito- pro-cicliche) è, con le sue stesse parole: “le sfide poste dall'economia globalizzata [che] esigono, innanzitutto, una forte capacità
innovativa e competitiva del nostro sistema economico, e insieme una continua
modernizzazione normativa, istituzionale ed amministrativa del Paese.”
Si tratta di “un imperativo
che le sfide del mondo globalizzato ci impongono tassativamente”.
Ricapitoliamo:
-
La crisi sta
falcidiando le imprese, innalzando la disoccupazione, distruggendo la vita e le
speranze dei giovani [i dati parlano di oltre 4.000.000 di giovani che non
studiano, non lavorano, non cercano lavoro; di povertà che raggiunge quasi il
50% delle persone in alcuni territori; di almeno una impresa su 5 che non può
più accedere al credito ed è ormai uno “zombie” e si potrebbe continuare a
lungo];
-
persone, gruppi,
intere “categorie”, sono inclini a “proteste indiscriminate” e “moti di contrapposizione
totale”, che questo “mette a dura prova la coesione sociale”;
-
emergono “spinte
populiste” e un “anacronistico quanto pericoloso nazionalismo”;
-
la causa sono “le
regressioni e le crescenti
diseguaglianze subite in questi anni”;
-
In particolare la
crisi economica “ha le sue origini nella sregolata crescita della finanza
mondiale”;
-
Ciò nel contesto
di una Unione Europea prigioniera di un “angusto economicismo” e affetta da “gravi
insufficienze e reticenze”;
-
sono necessarie “misure
sociali di sostegno” ed “indirizzi di efficace rilancio dell’economia e dell’occupazione”;
-
E bisogna fare
ciò tramite il nodo essenziale della “formazione e creazione di nuove
opportunità di lavoro per i mutamenti di fondo della fisionomia
economico-sociale”;
-
Quindi gli
impegni vanno affrontati, superando la fase del consolidamento “obbligato”,
potenziando la capacità “innovativa e competitiva” e “modernizzando norme,
istituzioni ed amministrazioni”.
-
E’ questo un “imperativo”
che il “mondo globalizzato ci impone”.
Come si vede è
una struttura già ben sentita:
a- Stiamo male,
b-La colpa è nostra che non siamo adatti al mondo,
c- Dobbiamo adattarci.
Ciò anche se
adattandoci, in effetti, non facciamo
altro che spingere sull’”economicismo”, sulla ineguaglianza, e perdere coesione
sociale. L’essenza dell’adattamento è infatti l’incontrarsi a mezza strada tra
le strutture del lavoro dei paesi “ricchi” e di quelli “di convergenza”. Sempre
senza considerare la contraddizione tra il voler tutti
competere a vendere, senza nessuno che compri. Il discorso gira in una
trappola mentale come un topo nella sua ruota.
Vediamo, ora,
che dice Evans-Pritchard.
Dopo aver richiamato brevemente la “geremiade” sulla disoccupazione, le aziende
che chiudono, i giovani senza lavoro e la coesione sociale che declina, pone l’accento
sull’analisi delle cause. Si chiede se la cosa non possa avere “qualcosa a che fare con il fatto centrale
imperativo che l’Italia ha una moneta sopravvalutata del 20% o più all’interno
dell’Euro; che è intrappolata in un sistema di cambi fissi come nel 1930
gestiti da una Banca Centrale da 1930 che è in piedi a guardare (per motivi
politici) la crescita dell’aggregato
monetario M3, i contratti di credito e la partenza della deflazione?”
Naturalmente,
come abbiamo visto, nella Relazione del Presidente della Repubblica non c’è
alcuna valutazione su questa struttura
macroeconomica. E qui Evans-Pritchard diventa perfido: “Un ex stalinista
che ha applaudito l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 (un errore
giovanile), ha da tempo acceso il suo fervore ideologico al progetto UE. Egli è per natura incapace di mettere in
discussione la sede dell'unione monetaria, quindi non aspettatevi alcuno spunto
utile dal Quirinale su come uscire da questo impasse.”
Non svolgendo il
tema della responsabilità della zona Euro (se non per un generico “economicismo”),
resta sul piano “più descrittivo che analitico”. Dunque l’allarme, pur
giustificato per l’osservatore Inglese, resta sul piano di ordine pubblico.
Per Pritchard
dove vada la vicenda (richiama la cosiddetta “rivolta
dei forconi”) nessuno lo sa; se l’Italia (come dice Citigroup) restasse
bloccata in depressione per tutto il 2014 e 2015, per muoversi ad un misero
0,2% di crescita (tecnicamente piatta) nel 2016, avrà messo insieme una
performance molto peggiore di quella della Grande Depressione. La
disoccupazione, al massimo si stabilizzerà intorno al 20%.
Secondo le sue
parole: “La domanda è quanto tempo la società
tollera questo. Nessuno di noi conosce la risposta. L'Italia ha per ora
evitato un ritorno agli ‘anni di piombo’, anni 1970 e 1980 all'inizio del
terrorismo, quando la stazione ferroviaria di Bologna fu fatto saltare dai
fascisti ed l’ex premier Aldo Moro fu sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse. Ma
non siamo così lontani da questo tipo di violenza come la gente pensa. Il
capo dell'agenzia fiscale Equitalia è stato quasi accecato da una lettera bomba
anarchica nel 2011. Ci sono stati ripetuti casi di attacchi dinamitardi da
allora”.
Evans-Pritchard
immagina a questo punto che ci saranno scontri violenti ed “un incidente ad un
certo punto - un pò come lo scontro tra le truppe francesi e portuali a Brest
nel 1935, quando un lavoratore fu picchiato a morte con il calcio del fucile,
mettendo in moto eventi che infine hanno costretto Laval fuori del potere e la
Francia fuori dal Gold Standard”. Dunque l’Italia uscirà traumaticamente dall’Euro.
L’alternativa è
garantire l’ordine pubblico con la polizia (e magari con gli stadi) mentre l’Italia
continua a “stringere la cinghia” per cercare di “recuperare la competitività tagliando
i salari”, e facendo nuova formazione (una strategia che palesemente richiede
moltissimi anni). In questa direzione il giornalista inglese è tranciante: “vorrei
sostenere che questo è matematicamente impossibile in un clima di ampia deflazione
dell'UEM o in prossimità della deflazione”. “La ragione dovrebbe essere
evidente a tutti ormai. Non è possibile consentire allo stock di debito
nominale a salire su una base nominale in contrazione. Tale politica fa sì
che la traiettoria del debito si avviti a spirale verso l'alto. Il debito
in Italia ha già saltato da 119% a 133% sul PIL negli ultimi tre anni, in gran
parte a causa delle politiche di austerità fiscale. Questo rapporto supererà
presto il 140% sotto le politiche UEM attuali, nonostante l’enorme avanzo di
bilancio primario in Italia”. Il 140% “è un livello oltre il punto di non
ritorno per un paese senza moneta sovrana o della banca centrale. Tale è
il potere dell'effetto denominatore”.
Se la crisi non la
costringerà, comunque, l'Italia non
dovrebbe lasciare l'euro come prima scelta. Ma solo come ultima
soluzione, prima possono essere tentate (ma sul serio, con la necessaria
determinazione) altre strade: cambiare la strategia diplomatica, spingendo per costituire
un cartello di stati del Club Med, con la leadership francese, per prendere il
controllo della BCE e della macchina politica dell'UEM. Una simile
alleanza ha i voti, e ha la piena autorità legale e dei Trattati per forzare
attraverso una strategia di reflazione che cambierebbe tutto, se osano. Una
strategia di “reflazione” significa creare moneta fino a far rialzare l’inflazione
ad un livello che incentivi i capitali ad essere utilizzati (in condizioni di
deflazione sono remunerati per stare fermi), e dunque gli investimenti a
ripartire, con essi l’occupazione. “Questo
è più o meno il nuovo piano di Romano Prodi, ex premier in Italia e <Mr
Euro>. Lui ora sta girando per Italia, Spagna e Francia a cercare di
convincere tutti ad unirsi piuttosto che illudersi di poter fare da soli, e di
<battere i pugni sul tavolo>”.
Anche
l'economista premio Nobel
Joe Stiglitz ha ripreso il tema a Project Syndicate . “Se la
Germania e
gli altri non sono disposti a fare quello che serve - se non c'è abbastanza
di solidarietà per rendere questa politica funzionante - allora l'euro potrebbe
dover essere abbandonata per il bene del progetto europeo”.
In questo cruciale
snodo, ci ricorda Evans-Pritchard che la BCE di Mario Draghi ha
avvertito ieri al Parlamento europeo che l'uscita dell'UEM porterebbe ad
una svalutazione del 40% e quindi ad una crisi che porterebbe qualsiasi paese
in ginocchio ancor più brutalmente di quello che è. “Questo è il tipo di argomento
sempre sentito in difesa dei sistemi di tassi di cambio fissi, sia nel caso dell'oro
nel 1931, o l'ERM nel 1992, o del vincolo argentino nel 2001. Ma è stato dimostrato
sempre falso anche nel caso l'Italia nel 1990 quando la svalutazione ha funzionato
come un traino”.
Si
tratta di un argomento che si sofferma sul trauma immediato, ma ignora gli
effetti molto più corrosivi di una crisi lenta e permanente. “I paesi
possono infatti recuperare molto velocemente se il tasso di cambio si sblocca. Si
potrebbe infatti ugualmente sostenere che ci sarebbero una marea di
investimenti repressi in Italia nel momento si ristabilisce l'equilibrio della
valuta”.
Più importante, è
la seguente osservazione: “In ogni caso, la tesi del signor Draghi presuppone
che la BCE lascerebbe crescere una svalutazione sino al 40%, anche quando le
potenze del nord hanno un forte interesse ad assicurare un'uscita ordinata
italiana? La BCE potrebbe infatti intervenire sui mercati FX per stabilizzare
la lira per un paio di mesi fino a quando la polvere si deposita. Ciò eviterebbe
il superamento, eviterebbe perdite rovinose per i creditori tedeschi e gli
esportatori, ed eviterebbe una crisi da deflazione in Germania, Olanda,
Finlandia e Francia”. Ora, quindi “Draghi sta dicendo implicitamente (senza
volerlo), che la BCE si comporterebbe in maniera spericolata, per punire
l'Italia per il gusto di farlo, anche se questo potrebbe rendere l'intera prova
peggio per tutti.”
Si tratta dunque non di una descrizione, ma di una minaccia.
Pritchard
sottolinea che “Sarebbe stato bello se un deputato gli avesse chiesto perché la
BCE dovrebbe fare una cosa del genere”.
Ciò ci riporta al tema, che è assolutamente
centrale, della
democrazia. Usciremo dalla crisi per la via di una ritrovata democrazia
europea, o per la strada dell’autoritarismo statalista. L’ultima volta è stato
il secondo: questa volta?

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