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sabato 14 dicembre 2013

“Instabili” ed “esteroflessi”, riletture di Gros e Rodrik


Qualche settimana fa il Tesoro Americano portò un violento e senza precedenti attacco alla Germania, colpevole di avere un eccesso di esportazioni di oltre il 6% che sbilancia il mondo e favorisce la stagnazione.

Questo attacco ha dato seguito ad una vasta polemica che, come abbiamo già visto nei giorni e settimane successive ha portato ad interventi di: Romano Prodi e Evans Pritchard, Martin Wolf, un importante intervento sulla stampa tedesca di Olli Rehn, l’interessante analisi di Spence, l’intervento di Posen, quello di Flassbeck e Munchau, l’attacco di Attali.  Oggi abbiamo riportato anche la posizione su questo punto di Gros, che allarga lo sguardo a tutto il Nord Europa. 

Per ampliarlo ancora di più giova rileggere un articolo di Dani Rodrik ed un altro intervento di Gros.  Il primo mette in evidenza come ci siano sostanzialmente tre modelli di crescita:

-         Gli “esteroflessi” (secondo un neologismo che non usa), che basano una crescita anche molto forte su una forte capacità di esportazione, a danno del mercato interno. In altre parole, con appropriate politiche pubbliche comprimono il mercato interno, la capacità di spesa per consumi della popolazione e di investimento dello Stato e delle imprese, e cercano di ottenere un forte surplus delle partite correnti, in modo da avere un flusso positivo finanziario. Le industrie rivolte all’esportazione sono favorite, quelle rivolte alla produzione di beni e servizi interni sfavorite. L’economia si sbilancia e diventa dipendente dalla domanda esterna. Le ragioni possono essere diverse: prevalenza delle forze interessate (esempio della grande industria nella governance di settore e nella influenza sul governo); necessità di rientrare da indebitamento pubblico e privato, o di finanziare spese di ristrutturazione (come nel caso tedesco durante l’unificazione); timore per il futuro (ad esempio, per l’invecchiamento della popolazione); semplice abitudine o incomprensione delle controindicazioni;
-         Gli “instabili” (ancora un termine non utilizzato dall’autore), che basano al contrario la crescita sulla spinta al consumo interno tramite indebitamento. In questo caso si tratta di una politica instabile finanziariamente, a rischio crollo se il flusso finanziario si interrompe o inverte (come è successo negli anni novanta ai paesi in via di convergenza dell’Est o di recente a Spagna e Irlanda). Le ragioni possono essere la cura alla instabilità politica, la ricerca del consenso (cioè lo sforzo di “comprarlo” come dice Streeck), oppure l’utilizzo di flussi derivanti dallo sfruttamento di materie prime (come nel caso dei paesi arabi e di alcuni paesi del sudamerica negli anni novanta). Chiaramente questa politica è costantemente a rischio di incontrare il suo limite e di crollare;
-         I moderati, che crescono poco ed in modo poco vistoso, ma costantemente. Non hanno né un’economia dipendente dall’estero per vendere i beni né per indebitarsi. Questi paesi (Austria, Canada, Filippine, Lesotho e Uruguay, nell’elenco di Rodrik) sono i veri eroi.

Gli “Eroi”, come dice Rodrik, “non possono competere con i campioni della crescita mondiale perché non si basano sull'indebitamento a oltranza né sostengono un modello economico mercantilista. Non sono economie degne di nota, non finiscono sui titoli dei giornali, però, senza di loro, l'economia globale sarebbe ancora meno gestibile di quanto non lo sia già.”
Questo avviene perché ovviamente il saldo delle partite correnti del Pianeta Terra deve essere zero per definizione. Dunque “le eccedenze dei Paesi che basano la loro crescita sull'export verrebbe compensato dai deficit dei Paesi che basano la crescita sul debito”. Ma questo equilibrio (tra il Nord Europa che esporta 500 mld, e i paesi anglossasoni che importano 800 mld) non può essere garantito costantemente. Non va bene per tutti e sempre.
Dunque “quando alcuni Paesi vogliono ridurre il loro deficit senza che ci sia un desiderio da parte degli altri Paesi di ridurre il proprio disavanzo, il risultato è una ‘sospensione improvvisa’ dei flussi di capitale e la crisi finanziaria. E con un disavanzo estero sempre più vertiginoso, ogni fase di questo ciclo diventa più dolorosa.”

Un segnalino? L’attacco del Tesoro USA.

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