Ancora sui nodi
che si presentano sulla scena europea: l’influente giornalista economico
tedesco Wofgang Munchau scrive un
pezzo per il Financial Times, criticando la scarsa ambizione ed il gioco al
ribasso della Grande Coalizione in via formazione in Germania ed il suo Programma
minimalista (malgrado le “prolisse” 185 pagine).
Secondo il suo
punto ciò che servirebbe è un nuovo progetto politico ed una nuova opinione
pubblica in Germania. Cioè principalmente quel dibattito sui destini comuni
dell’Euro che chiede a gran voce anche Habermas.
La Grande
Coalizione potrà, per Munchau, anche essere migliore, sotto il profilo degli
uomini, è infatti “possibile ottenere i migliori giocatori delle squadre di
vertice”, ma non è lo strumento politico adatto per “spostare l’opinione
pubblica su questioni delicate”.
Ma, quali sono
queste “questioni”?
Munchau ne
identifica un significativa lista, di questioni che “colpirà” nei prossimi
quattro anni. C’è una Grande Minaccia, che non è di prospettiva come il declino
demografico, ma immediata. È “il dispiegarsi della crisi del debito della zona
Euro.”
Da una parte la
Grecia nei prossimi quattro anni “o sarà in default o uscirà dall’Euro, o
entrambe le cose”, perché secondo l’OCSE il suo debito si stabilizzerà al 160%,
quando la UE e il FMI puntano al 124%. In queste condizioni il giochino di estendere
i prestiti rotativi, allungandoli e riducendo il tasso, si avvicinerà al suo
limite naturale. Allora ci vorranno i soldi veri o nuovi assetti.
D’altra parte
crescono le pressioni deflazionistiche sull’intera area Euro, la BCE ha
illustrato la contrazione monetaria e dei prestiti alle imprese non
finanziarie. In questa direzione gli allarmi di Evans-Pritchard.
Il punto in proposito è che i politici tedeschi non si rendono conto che “la
loro posizione sulla proposta di unione bancaria dell’eurozona contribuisce
alla crisi del credito ed alla sua persistenza”. Gli stress-test in arrivo
sulle prime 130 grandi banche europee (senza guardare mai dentro le Casse di
Risparmio tedesche, per carità) potrebbero costringerle ad una iniezione di
capitale nell’ordine dei 100 miliardi di euro. Ma “le élite politiche tedesche
sono fermamente contrarie alle iniezioni di capitale da parte del Meccanismo
Europeo di Stabilità, l’ombrello di salvataggio della zona euro, se non in
circostanze estreme”. Una posizione che obbedisce ad una retorica forte
(<non salvare le banche con denaro pubblico>), ma che non può sorprendere
se provoca nelle banche la reazione di chiamare in barca i remi e non prestare
nulla. Quindi il “credit crunch” continuerà fino a tutto il 2014.
Terza situazione
di allarme, la BCE ha finito le sue cartucce monetarie, “può smanettare ai
bordi attivando un <finanziamento-per-prestiti> [sul modello inglese],
con operazioni di liquidità a lungo termine, o con un altro piccolo taglio di
tassi”, ma questo difficilmente sarà sufficiente a contrastare la pressione
deflazionistica, in assenza di un aggiustamento compensativo del nord Europa, per
Munchau. Cioè in assenza di una vigorosa ripresa dei consumi interni della Germania.
La conseguenza?
L’eurozona “rischierebbe lo scenario recentemente descritto da Lawrence
Summers, ex segretario del tesoro USA, di una stagnazione
secolare con tassi di interesse reali negativi in modo permanente”. Ma “è
difficile immaginare un’unione monetaria decentrata come l’eurozona in tali
circostanze”.
Detto in parole
più chiare: “se il signor Summers ha
ragione, la zona euro è morta”.
Se non vuole
morire nei prossimi anni (forse nel prossimo) la BCE ha un corso di azione
alternativo per Munchau: comprare grandi
blocchi di debito. Un operazione una-tantum da associare con un vigoroso
quantitative easing (acquisto titoli con denaro “creato”) per abbassare i tassi
di interesse a lungo termine. Come direbbe qualcuno <<tutto un altro
mondo>>.
Un mondo che
andrebbe in conflitto diretto con la classe politica tedesca e la sua Corte
Costituzionale.
Questi sono i
dilemmi, realmente epocali, che andrebbero affrontati. In relazione a tali
problemi il salario minimo, il programma di investimenti, la moderazione sulle
tasse sono un piccolo passo nella direzione giusta. Ma veramente troppo
piccolo.
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