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lunedì 23 dicembre 2013

Jacques Sapir “L’economia cannibale”


Un interessante post di Jacques Sapir, importante economista francese anti-euro; secondo lui il 2014 sarà un anno determinante, nel quale i nodi verranno al pettine e l’euro inizierà a finire. Questa opinione è comune a molti osservatori stranieri (e qualche italiano). Nella letteratura anglosassone, anzi, è sicuramente l’opinione prevalente. In genere in relazione alla tenuta democratica ed alle crescenti tensioni in tutti i paesi del Sud, con conseguente affermazione dei partiti anti-euro, cosiddetti “populisti”.  

Ma vediamo che dice il nostro “euroscettico”: in sostanza per lui l’economia della zona euro sta cannibalizzando se stessa. Invece di espandersi verso l’esterno, catturando nuove quote di mercato in un’ottica competitiva (che, ovviamente, ha le sue controindicazioni, anche severe, per le sofferenze e le reazioni che può provocare) c’è una parte (il nord) che sta “divorando” un’altra (il sud, Francia inclusa).
Conduce la sua dimostrazione partendo dalla politica centrale dell’impostazione “mainstream”: la svalutazione interna; si tratta di “politiche volte ad abbassare brutalmente i salari, sia direttamente e sia indirettamente attraverso forti riduzioni delle protezioni, con l’obiettivo, si dice, di aumentare la competitività dei paesi”. Questa è la teoria, in pratica succede un’altra cosa: il calo del reddito familiare provoca una proporzionale contrazione della crescita (è successo in Grecia, in Spagna, in Italia ed in Portogallo), infatti questa riduzione dei consumi non resta senza conseguenze indirette. Provoca un significativo calo della produzione, dei margini di profitto delle aziende, della disoccupazione (in Grecia e  Spagna ormai superiore al 25%). Quando (come nel caso della Spagna) sale, alla fine, la competitività, questo avviene “essenzialmente a discapito degli altri paesi del sud”, cioè essenzialmente della Francia.
Così in effetti la produzione industriale si stabilizza per qualche tempo, ma non è un effetto stabile e permanente. Infatti il calo dei margini, e l’incertezza sul livello della domanda, induce a prudenza e quindi ad un forte calo degli investimenti. Senza investimenti non c’è autentico guadagno di competitività.
Molto peggio: se le aziende non rinnovano l’apparato produttivo, con l’invecchiarsi di questo (e quindi la fine dell’ammortamento) prima la produttività del lavoro aumenta (per rapporto ai minori input di capitale, a parità di produzione), dando l’impressione di un miglioramento, ma poi comincia a diminuire. Allora, in queste condizioni, è necessario un ulteriore calo dei ricavi dei lavoratori, solo per mantenere la competitività con gli altri paesi.
In questo processo, gradualmente, l’economia diventa “completamente estroversa, perché la domanda interna scompare”. Le economie in svalutazione interna non riescono neppure a trovare la salvezza a scapito di altri, perché alla fine non c’è più mercato interno. Uno schema simile può funzionare (e di fatto è stato a lungo utilizzato negli anni novanta) solo da un piccolo paese; “ma quando questa svalutazione interna è operata dalla terza o dalla quarta economia della zona Euro (Italia e Spagna), è un vicolo cieco”. Una situazione simile si traduce, alla fine, in “crescita in Germania e stagnazione, o addirittura una recessione per l'intera area”, per cui, l'area Euro nel suo complesso, in questo modo, “aumenta la produttività generale, a causa della Germania, ma diminuisce in Spagna e in Italia e ristagna in Francia”.
In conclusione, il crollo degli investimenti “è il segno più tangibile che la crisi è non dietro ma davanti a noi”.
 

C’è un'altra dimensione nella quale l’economia testimonia la sua vocazione al cannibalismo: quella di tassi di interesse. Per Sapir, “è di moda dire che il peggio della crisi dell'Euro è dietro di noi perché i tassi sono caduti”. Certamente, è calato il prezzo nominale. Ma visto che l'inflazione è anche diminuita significativamente, in realtà i tassi reali sono rimasti elevati.
E sono solo i tassi reali ad essere importanti. Così, con l'inflazione al 0,6% ed un tasso nominale del 4,1%, Sapir ricorda che l'Italia si è trovata di fronte ad un tasso reale del 3,5%. Nel novembre 2012, il tasso di inflazione era 2.5%, dunque per ottenere un tasso reale del 3,5%, la Francia avrebbe dovuto avere un tasso nominale del 6%, ed era proprio così. Quindi il tasso di interesse non è caduto. In Spagna la situazione è peggiore, dato che l'inflazione è negativa (deflazione), il tasso di interesse reale è del 4,2%. Il punto è – per Sapir- che “questi tassi di interesse reali sono mortali per queste economie. Infatti, il famoso rapporto debito-PIL si confronta con dimensioni nominali. Il tasso di crescita è crescita del disavanzo pubblico/nominale. Tuttavia, la crescita nominale è diversa da quella della crescita reale del PIL (basso o negativo) che si moltiplica per il tasso di inflazione. Se quest'ultimo è molto basso o addirittura negativo, la crescita del rapporto di disavanzo pubblico/nominale sarà maggiore di 1, a meno che il deficit sia ridotto a un valore molto basso”. Si tratta del famoso effetto sul debito della deflazione. Di conseguenza, il rapporto debito-PIL continua a salire rapidamente in Italia o in Spagna.  

Cosa conclude Sapir? Semplicemente che l'economia della zona Euro vede la situazione dei paesi del “Sud” di peggiorare di giorno in giorno. Alcune prove indirette sono nella protesta dei <forconi> in Italia e delle <tazze rosse> in Francia. In Spagna, è invece attraverso il separatismo economico che si traduce la grandezza della crisi sociale.  

Nella primavera del 2014 (in concomitanza con le elezioni europee che non potranno mancare di sollevare gli animi e riscaldare le polemiche) si arriverà dunque ad un punto di svolta. In questa situazione pericolosa i governi hanno invece i loro occhi concentrati sul prezzo nominale e quindi non sono in grado di  comprendere la portata della crisi sino a che non sia troppo tardi. Secondo quanto conclude Sapir, l'anno 2014 potrebbe essere l'inizio della fine per la zona Euro.

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