Un interessante post
di Jacques Sapir, importante economista francese anti-euro; secondo lui il 2014
sarà un anno determinante, nel quale i nodi verranno al pettine e l’euro
inizierà a finire. Questa opinione è comune a molti osservatori stranieri (e
qualche italiano). Nella letteratura anglosassone, anzi, è sicuramente
l’opinione prevalente. In genere in relazione alla tenuta democratica ed alle
crescenti tensioni in tutti i paesi del Sud, con conseguente affermazione dei
partiti anti-euro, cosiddetti “populisti”.
Ma vediamo che
dice il nostro “euroscettico”: in sostanza per lui l’economia della zona euro
sta cannibalizzando se stessa. Invece di espandersi verso l’esterno, catturando
nuove quote di mercato in un’ottica competitiva (che, ovviamente, ha le sue
controindicazioni, anche severe, per le sofferenze e le reazioni che può
provocare) c’è una parte (il nord) che sta “divorando” un’altra (il sud,
Francia inclusa).
Conduce la sua
dimostrazione partendo dalla politica centrale dell’impostazione “mainstream”:
la svalutazione interna; si tratta di “politiche volte ad abbassare brutalmente
i salari, sia direttamente e sia indirettamente attraverso forti riduzioni
delle protezioni, con l’obiettivo, si dice, di aumentare la competitività dei
paesi”. Questa è la teoria, in pratica
succede un’altra cosa: il calo del reddito familiare provoca una proporzionale
contrazione della crescita (è successo in Grecia, in Spagna, in Italia ed in
Portogallo), infatti questa riduzione dei consumi non resta senza conseguenze
indirette. Provoca un significativo calo della produzione, dei margini di
profitto delle aziende, della disoccupazione (in Grecia e Spagna ormai superiore al 25%). Quando (come
nel caso della Spagna) sale, alla fine, la competitività, questo avviene
“essenzialmente a discapito degli altri paesi del sud”, cioè essenzialmente
della Francia.
Così in effetti la
produzione industriale si stabilizza per qualche tempo, ma non è un effetto
stabile e permanente. Infatti il calo dei margini, e l’incertezza sul livello
della domanda, induce a prudenza e quindi ad un forte calo degli investimenti.
Senza investimenti non c’è autentico guadagno di competitività.
Molto peggio: se
le aziende non rinnovano l’apparato produttivo, con l’invecchiarsi di questo (e
quindi la fine dell’ammortamento) prima la produttività del lavoro aumenta (per
rapporto ai minori input di capitale, a parità di produzione), dando
l’impressione di un miglioramento, ma poi comincia a diminuire. Allora, in
queste condizioni, è necessario un ulteriore calo dei ricavi dei lavoratori, solo
per mantenere la competitività con gli altri paesi.
In questo
processo, gradualmente, l’economia diventa “completamente estroversa, perché la
domanda interna scompare”. Le economie in svalutazione interna non riescono neppure
a trovare la salvezza a scapito di altri, perché alla fine non c’è più mercato
interno. Uno schema simile può funzionare (e di fatto è stato a lungo
utilizzato negli anni novanta) solo da un piccolo paese; “ma quando questa
svalutazione interna è operata dalla terza o dalla quarta economia della zona
Euro (Italia e Spagna), è un vicolo cieco”. Una situazione simile si traduce,
alla fine, in “crescita in Germania e stagnazione, o addirittura una recessione
per l'intera area”, per cui, l'area Euro nel suo complesso, in questo modo, “aumenta
la produttività generale, a causa della Germania, ma diminuisce in Spagna e in
Italia e ristagna in Francia”.
In conclusione,
il crollo degli investimenti “è il segno più tangibile che la crisi è non
dietro ma davanti a noi”.
C’è un'altra
dimensione nella quale l’economia testimonia la sua vocazione al cannibalismo: quella di tassi di interesse. Per Sapir,
“è di moda dire che il peggio della crisi dell'Euro è dietro di noi perché i
tassi sono caduti”. Certamente, è calato
il prezzo nominale. Ma visto che l'inflazione è anche diminuita
significativamente, in realtà i tassi reali sono rimasti elevati.
E sono solo i
tassi reali ad essere importanti. Così, con l'inflazione al 0,6% ed un tasso
nominale del 4,1%, Sapir ricorda che l'Italia si è trovata di fronte ad un
tasso reale del 3,5%. Nel novembre 2012, il tasso di inflazione era 2.5%,
dunque per ottenere un tasso reale del 3,5%, la Francia avrebbe dovuto avere un
tasso nominale del 6%, ed era proprio così. Quindi il tasso di interesse non è
caduto. In Spagna la situazione è peggiore, dato che l'inflazione è negativa
(deflazione), il tasso di interesse reale è del 4,2%. Il punto è – per Sapir-
che “questi tassi di interesse reali sono mortali per queste economie. Infatti,
il famoso rapporto debito-PIL si confronta con dimensioni nominali. Il tasso di
crescita è crescita del disavanzo pubblico/nominale. Tuttavia, la crescita
nominale è diversa da quella della crescita reale del PIL (basso o negativo) che
si moltiplica per il tasso di inflazione. Se quest'ultimo è molto basso o
addirittura negativo, la crescita del rapporto di disavanzo pubblico/nominale sarà
maggiore di 1, a meno che il deficit sia ridotto a un valore molto basso”. Si
tratta del famoso effetto sul debito della deflazione. Di conseguenza, il
rapporto debito-PIL continua a salire rapidamente in Italia o in Spagna.
Cosa conclude
Sapir? Semplicemente che l'economia della zona Euro vede la situazione dei
paesi del “Sud” di peggiorare di giorno in giorno. Alcune prove indirette sono
nella protesta dei <forconi> in Italia e delle <tazze rosse> in
Francia. In Spagna, è invece attraverso il separatismo economico che si traduce
la grandezza della crisi sociale.
Nella primavera
del 2014 (in concomitanza con le elezioni europee che non potranno mancare di
sollevare gli animi e riscaldare le polemiche) si arriverà dunque ad un punto
di svolta. In questa situazione pericolosa i governi hanno invece i loro occhi concentrati
sul prezzo nominale e quindi non sono in grado di comprendere la portata della crisi sino a che
non sia troppo tardi. Secondo quanto conclude Sapir, l'anno 2014 potrebbe
essere l'inizio della fine per la zona Euro.

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