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venerdì 27 dicembre 2013

Jhon Gapper, Alla ricerca dell’equilibrio. Su Papa Francesco e il capitalismo, FT risponde.


E’ uscito su Financial Times un Articolo di risposta all’Enciclica di Papa Francesco “Evangelii Gaudium”, nella quale l’alto messaggio della chiesa è ricondotto sostanzialmente all’accusa dell’<idolatria del denaro> e alla denuncia delle ineguaglianze causate da ideologie che difendono l’autonomia assoluta del mercato e la speculazione finanziaria. Si tratterebbe, per l’autore, di un riferimento esplicito allo squilibrio tra l’1% più ricco e la declinante classe media.
Quasi identico un articolo a firma Christoph Schaffer, sul Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Sulla base di questa analisi molto ristretta del testo papale, Gapper obietta che, “per il mondo nel suo complesso, il Papa si è sbagliato su entrambi i fronti. Non solo la distribuzione del reddito è diventata più equa, ma il capitalismo ne ha il merito. Le stesse forze che hanno distrutto lavori nei settori produttivi e nel terziario negli Stati Uniti ed in Europa hanno sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà in Cina e in India. Hanno fatto le economie occidentali molto più diseguali, mentre il saldo globale inclina verso l'uguaglianza. I vincitori sono gli operai in Cina ed in India, i perdenti la classe media occidentale.”
L’autore riconosce, in effetti, che la diseguaglianza ha esacerbato la sua pressione negli ultimi due decenni e che la crisi finanziaria, insieme alla non declinante fortuna delle élite la sta anche esasperando; quindi riconosce che la democrazia “sta cedendo il passo ad una distribuzione della ricchezza più vicina all'epoca edoardiana e vittoriana”. Ma, come dice Tony Atkinson, “Semplicemente, si tratta di capitale e lavoro”. Stiamo assistendo alla divaricazione tra quelli che beneficiano del capitale e quelli che dipendono dal lavoro, che tende a livellarsi su una media mondiale molto più bassa, “il che significa la sua riduzione nei paesi ricchi”. Queste tensioni sono aggravate dalle disparità tra generazioni dei baby booms e dei successori. Una analisi simile chiudeva anche il libro di Spence, che infatti indicava il destino di diventare più poveri, ma più convergenti.

Se questo è quel che accade ai paesi ricchi, tuttavia, per l’autore bisogna ricordare che le stesse forze che abbassano i salari alti in occidente li alzano in Cina e India - due paesi poveri, ma popolati – e questo ha alla fine ridotto la disuguaglianza globale (misurato dalla disparità di redditi individuali, indipendentemente da dove si vive). Infatti l’Indice di Gini nel mondo è diminuito tra il 2002 e il 2008 - forse per la prima volta dalla rivoluzione industriale - e la crescita di Indonesia e il Brasile sta spingendo nella stessa direzione.
Al contempo lo stesso Indice è aumentato - il che significa una maggiore disuguaglianza - tra il 2007 e il 2010 negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma anche in una serie di paesi europei come Italia, Francia e Spagna.
Dunque, conclude l’articolo, è vero che le tensioni create da queste tendenze - dal Occupy contro “l'1 per cento” alle dispute per il commercio e quelle valutarie tra Stati Uniti e Cina, e la pressione politica sulle aziende globali per farle pagare più tasse sono, come ha dichiarato il Presidente Obama “la sfida che definisce i nostri tempi”, ma si tratta di una sfida complessa: “Le forze che producono la dispersione del reddito e della ricchezza nei paesi occidentali sono difficili da invertire. Essi sono anche le forze che hanno contribuito alla classe media emergente della Cina, l'India o il Brasile.”

Per questa ragione l’autore definisce, infine, quella che potrebbe essere letta come un’accusa di occidentalismo inconsapevole per Papa Francesco: se ha scritto che “Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma è obbligato in nome di Cristo, per ricordare a tutti che i ricchi devono aiutare, rispettare e promuovere i poveri”, la domanda provocatoria che chiude l’articolo è < quali?>


Si prefigurerebbe, in altre parole, un gioco a somma zero per il quale per migliorare le condizioni dei poveri, e delle classi medie impoverite, in occidente sia necessario solo ridurre la quota di ricchezza che fluisce in Cina o India.
Questo potrebbe essere vero se la ricchezza complessiva in occidente fosse declinante, rispetto a venti o trenta anni fa. Poiché, invece, risulta cresciuta (ed anche di molto), c’è un’altra soluzione: distribuirla meglio. Naturalmente senza controproducenti espropri generalizzati o tassazioni progressive punitive, che distruggerebbero la volontà di intraprendere utilmente. Ma, con un insieme di politiche coordinate nei settori dell’istruzione, della regolazione dei mercati soprattutto finanziari, fiscale e della tassazione dei redditi sfuggenti delle imprese multinazionali (una cosa da fare a livello internazionale e coordinato), e della cooperazione internazionale, dell’innovazione tecnologica e di processo, di calibrate politiche di sostegno e di welfare.

La prova di tale possibilità è che l’ineguaglianza non è cresciuta ovunque nello stesso modo, od allo stesso tempo. Può, quindi essere invertita, come da tempo sostiene Stiglitz, insieme a molti altri (e di recente anche un Rapporto dell’OCSE, che conclude la sua analisi con queste parole: “In compenso, esso evidenzia che in alcuni paesi la disuguaglianza è stata inferiore rispetto ad altri e che talvolta è anche diminuita. Il rapporto dimostra che le differenze fra paesi sono in parte ascrivibili all’attuazione di politiche governative differenti, in particolare a una ridistribuzione più efficace o a migliori investimenti nelle capacità delle singole persone ad assicurare il proprio sostentamento.  Il messaggio essenziale suggerito dal rapporto – indipendentemente da una disamina del ruolo della globalizzazione o di altri fattori - è che non sia giustificato pensare che non ci siano soluzioni: una buona politica governativa può diminuire la disuguaglianza.”)


Ma si può reagire all’articolo di FT anche in altro modo: rileggendo l’Enciclica. Si trova, infatti, molto di più di una mera critica alla ricchezza, o alla sua iniqua distribuzione: il ragionamento del Papa, con il quale si può essere in disaccordo, ma non accusarlo semplicemente di egoismo o di occidentalismo inconsapevole, parte dalla scelta di affidarsi ai consumi per qualificare la propria esistenza, perdendo la possibilità di qualificare una “vita degna e piena”. L’attaccamento esclusivo ai consumi ed alla ricchezza, secondo una millenaria e tradizionale posizione della Chiesa e peraltro di tutte le religioni, non consente di raggiungere una “pienezza” dell'esistenza che sia anche “degna”. L’inefficiente distribuzione aggiunge solo maggiore sofferenza a questa ferita, costringe la “maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo” a vivere anche “una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”. Questa distribuzione iniqua è da Papa Bergoglio ricondotta “alle teorie della <ricaduta favorevole> (trickle down)”, che presuppongono la capacità di “ogni crescita economica, favorita dal libero mercato” di produrre, “di per sé”, una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo.

In effetti è questo il punto tecnico di attacco del Papa, sul quale solo indirettamente (quando ricorda che <il capitalismo ne ha il merito (della crescita della Cina)>) l’articolista risponde. Secondo il Papa, infatti, “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. In altre parole, il potere economico (che è “molto spesso anonimo”), non è azionato da volontà di bene e non esprime meccanismi (o non è espresso da essi) capaci di generare il bene.  

Lo riscriviamo così che si legga meglio <<il potere economico non esprime meccanismi capaci di generare il bene>>.

Si intende “da soli”. Al contrario, per Papa Francesco questi meccanismi generano “esclusi”; non producono equità ed inclusione, ma il suo opposto.  
Ciò che distrugge l’uomo, e genera esclusione e isolamento, sia in Europa come in Cina o in India, è quindi la “cultura del benessere ...[che] ci anestetizza”, ci fa perdere il senso delle cose importanti. (55) In ultima analisi questa cosa succede perché abbiamo una relazione sbagliata con il denaro. “Accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società”.  Quello stesso predominio che l’argomento posto al fine dall’autore (secondo il quale o il denaro è in Cina, a far ricche le classi medie cinesi o è in Europa a far ricche le nostre, e non si può far niente per governarne la dinamica) è contestato nella sua radice dal Papa.

All’origine della crisi finanziaria per Francesco c’è invece una “profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano”. In favore del “feticismo del denaro” e della dittatura di una “economia senza volto e senza uno scopo veramente umano”. In sostanza l’essere umano è ridotto ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.  A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali.
Una delle conseguenze è nella prevalenza di “ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”, che “negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune”.  Ideologie che istaurano una nuova “tirannia invisibile, a volte virtuale”, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. 
Dunque “il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”.  

Di tutto questo l’articolo di Gapper “fa spallucce”.


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