E’ uscito su Financial Times un Articolo
di risposta all’Enciclica
di Papa Francesco “Evangelii
Gaudium”, nella quale l’alto messaggio della chiesa è ricondotto sostanzialmente
all’accusa dell’<idolatria del denaro> e alla denuncia delle ineguaglianze
causate da ideologie che difendono l’autonomia assoluta del mercato e la
speculazione finanziaria. Si tratterebbe, per l’autore, di un riferimento
esplicito allo squilibrio tra l’1% più ricco e la declinante classe media.
Sulla base di questa analisi molto
ristretta del testo papale, Gapper obietta che, “per il mondo nel suo
complesso, il Papa si è sbagliato su entrambi i fronti. Non solo la distribuzione
del reddito è diventata più equa, ma il
capitalismo ne ha il merito. Le stesse forze che hanno distrutto lavori nei
settori produttivi e nel terziario negli Stati Uniti ed in Europa hanno
sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà in Cina e in India. Hanno
fatto le economie occidentali molto più diseguali, mentre il saldo globale inclina
verso l'uguaglianza. I vincitori sono gli operai in Cina ed in India, i
perdenti la classe media occidentale.”
L’autore riconosce, in effetti, che la
diseguaglianza ha esacerbato la sua pressione negli ultimi due decenni e che la
crisi finanziaria, insieme alla non declinante fortuna delle élite la sta anche
esasperando; quindi riconosce che la democrazia “sta cedendo il passo ad una distribuzione
della ricchezza più vicina all'epoca edoardiana e vittoriana”. Ma, come dice
Tony Atkinson, “Semplicemente, si tratta di capitale e lavoro”. Stiamo
assistendo alla divaricazione tra quelli che beneficiano del capitale e quelli
che dipendono dal lavoro, che tende a livellarsi su una media mondiale molto
più bassa, “il che significa la sua riduzione nei paesi ricchi”. Queste
tensioni sono aggravate dalle disparità tra generazioni dei baby booms e dei
successori. Una analisi simile chiudeva anche il libro di
Spence, che infatti indicava il destino di diventare più poveri, ma più convergenti.
Se questo è quel che accade ai paesi
ricchi, tuttavia, per l’autore bisogna ricordare che le stesse forze che
abbassano i salari alti in occidente li alzano in Cina e India - due paesi
poveri, ma popolati – e questo ha alla fine ridotto
la disuguaglianza globale (misurato dalla disparità di redditi individuali, indipendentemente
da dove si vive). Infatti l’Indice di Gini nel mondo è diminuito tra il
2002 e il 2008 - forse per la prima volta dalla rivoluzione industriale - e la
crescita di Indonesia e il Brasile sta spingendo nella stessa direzione.
Al contempo lo stesso Indice è aumentato
- il che significa una maggiore disuguaglianza - tra il 2007 e il 2010 negli
Stati Uniti e nel Regno Unito, ma anche in una serie di paesi europei come
Italia, Francia e Spagna.
Dunque, conclude l’articolo, è vero che
le tensioni create da queste tendenze - dal Occupy contro “l'1 per cento” alle
dispute per il commercio e quelle valutarie tra Stati Uniti e Cina, e la
pressione politica sulle aziende globali per farle pagare più tasse sono, come
ha dichiarato il Presidente Obama “la
sfida che definisce i nostri tempi”, ma si tratta di una sfida complessa: “Le
forze che producono la dispersione del reddito e della ricchezza nei paesi
occidentali sono difficili da invertire. Essi sono anche le forze che
hanno contribuito alla classe media emergente della Cina, l'India o il Brasile.”
Per questa ragione l’autore definisce,
infine, quella che potrebbe essere letta come un’accusa di occidentalismo inconsapevole per Papa Francesco: se ha scritto che “Il Papa ama tutti, ricchi
e poveri, ma è obbligato in nome di Cristo, per ricordare a tutti che i ricchi
devono aiutare, rispettare e promuovere i poveri”, la domanda provocatoria che
chiude l’articolo è < quali?>
Si prefigurerebbe, in altre parole, un
gioco a somma zero per il quale per migliorare le condizioni dei poveri, e
delle classi medie impoverite, in occidente sia necessario solo ridurre la quota di ricchezza che fluisce in Cina o India.
Questo potrebbe essere vero se la
ricchezza complessiva in occidente fosse declinante, rispetto a venti o trenta
anni fa. Poiché, invece, risulta cresciuta (ed anche di molto), c’è un’altra
soluzione: distribuirla meglio. Naturalmente
senza controproducenti espropri generalizzati o tassazioni progressive punitive,
che distruggerebbero la volontà di intraprendere utilmente. Ma, con un insieme
di politiche coordinate nei settori dell’istruzione, della regolazione dei
mercati soprattutto finanziari, fiscale e della tassazione dei redditi
sfuggenti delle imprese multinazionali (una cosa da fare a livello
internazionale e coordinato), e della cooperazione internazionale, dell’innovazione
tecnologica e di processo, di calibrate politiche di sostegno e di welfare.
La prova di tale possibilità è che l’ineguaglianza
non è cresciuta ovunque nello stesso modo, od allo stesso tempo. Può, quindi
essere invertita, come da tempo sostiene Stiglitz,
insieme a molti
altri (e di recente anche un Rapporto dell’OCSE, che conclude la sua
analisi con queste parole: “In compenso,
esso evidenzia che in alcuni paesi la disuguaglianza è stata inferiore rispetto
ad altri e che talvolta è anche diminuita. Il rapporto dimostra che le
differenze fra paesi sono in parte ascrivibili all’attuazione di politiche
governative differenti, in particolare a una ridistribuzione più efficace o a
migliori investimenti nelle capacità delle singole persone ad assicurare il
proprio sostentamento. Il messaggio essenziale suggerito dal
rapporto – indipendentemente da una disamina del ruolo della globalizzazione o
di altri fattori - è che non sia giustificato pensare che non ci siano
soluzioni: una buona politica governativa può diminuire la disuguaglianza.”)
Ma si può reagire all’articolo di FT
anche in altro modo: rileggendo l’Enciclica.
Si trova, infatti, molto di più di una mera critica alla ricchezza, o alla sua
iniqua distribuzione: il ragionamento del Papa, con il quale si può essere in
disaccordo, ma non accusarlo
semplicemente di egoismo o di occidentalismo inconsapevole, parte dalla
scelta di affidarsi ai consumi per qualificare la propria esistenza, perdendo
la possibilità di qualificare una “vita degna e piena”. L’attaccamento
esclusivo ai consumi ed alla ricchezza, secondo una millenaria e tradizionale
posizione della Chiesa e peraltro di tutte le religioni, non consente di
raggiungere una “pienezza” dell'esistenza che sia anche “degna”. L’inefficiente
distribuzione aggiunge solo maggiore sofferenza a questa ferita, costringe la “maggior
parte degli uomini e delle donne del nostro tempo” a vivere anche “una
quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”. Questa distribuzione iniqua è
da Papa Bergoglio ricondotta “alle teorie della <ricaduta favorevole> (trickle
down)”, che presuppongono la capacità di “ogni crescita economica, favorita dal
libero mercato” di produrre, “di per sé”, una maggiore equità e inclusione
sociale nel mondo.
In effetti è questo il punto tecnico di
attacco del Papa, sul quale solo indirettamente (quando ricorda che <il
capitalismo ne ha il merito (della crescita della Cina)>) l’articolista
risponde. Secondo il Papa, infatti, “questa opinione, che non è mai stata
confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di
coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del
sistema economico imperante”. In altre parole, il potere economico (che è
“molto spesso anonimo”), non è azionato da volontà di bene e non esprime meccanismi (o non è espresso da essi) capaci di generare
il bene.
Lo riscriviamo così che si legga meglio <<il
potere economico non esprime meccanismi capaci di generare il bene>>.
Si intende “da soli”. Al contrario, per
Papa Francesco questi meccanismi
generano “esclusi”; non producono equità ed inclusione, ma il suo
opposto.
Ciò che distrugge l’uomo, e genera
esclusione e isolamento, sia in Europa come in Cina o in India, è quindi la “cultura
del benessere ...[che] ci anestetizza”, ci fa perdere il senso delle cose
importanti. (55) In ultima analisi questa cosa succede perché abbiamo una relazione sbagliata con il denaro. “Accettiamo pacificamente il suo predomino su
di noi e sulle nostre società”. Quello stesso predominio che l’argomento
posto al fine dall’autore (secondo il quale o il denaro è in Cina, a far ricche
le classi medie cinesi o è in Europa a far ricche le nostre, e non si può far
niente per governarne la dinamica) è contestato nella sua radice dal Papa.
All’origine della crisi finanziaria per
Francesco c’è invece una “profonda crisi
antropologica: la negazione del primato dell’essere umano”. In favore del
“feticismo del denaro” e della dittatura di una “economia senza volto e senza
uno scopo veramente umano”. In sostanza l’essere umano è ridotto ad uno solo
dei suoi bisogni: il consumo. A tutto ciò si aggiunge una
corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto
dimensioni mondiali.
Una delle conseguenze è nella prevalenza
di “ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione
finanziaria”, che “negano il diritto di
controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune”. Ideologie
che istaurano una nuova “tirannia invisibile, a volte virtuale”, che impone, in
modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole.
Dunque “il sistema sociale ed economico
è ingiusto alla radice”.
Di tutto questo l’articolo di Gapper “fa
spallucce”.

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