The Economist, seguendo Sinn
e la stessa Merkel
in conversazione privata, ha scritto un articolo
che individua dei sinistri paralleli tra la situazione attuale e quella di un
secolo fa. Nel 1914, come tutti ricorderanno, il mondo (principalmente l’Europa)
precipitò improvvisamente in una guerra destinata a durare quattro anni ed a lasciare un mondo completamente diverso.
Come ricorda l’Economist, sul finire del
1913, “la maggior parte delle persone in occidente vedevano il 1914 con
ottimismo. I cento anni dalla battaglia di Waterloo non erano stati del tutto
privi di disastri: c’era stata una terribile guerra civile in America, alcuni
scontri regionali in Asia, c’era stata la guerra Franco-Prussiana ed
occasionali calamità coloniali. Ma la pace nel continente aveva prevalso. La globalizzazione
e le nuove tecnologie: il telefono, il piroscafo, il treno, avevano lavorato
per tenere insieme il mondo”. Keynes dipingeva il londinese dei suoi tempi come
un rilassato signore che sorseggiava tè mentre ordinava i vari prodotti della
terra per la consegna a domicilio, sicuro che questo stato sarebbe rimasto “normale,
certo e permanente, oltre che migliorabile”.
Solo un anno dopo il mondo era coinvolto
in una terribile guerra. Che costò 9 milioni di morti diretti e molti più indiretti,
se si considerano le conseguenze come la Russia Sovietica, il ridisegno del
medio oriente (che ancora costa morti ad un secolo di distanza) e la Germania
di Hitler. Come evidenzia l’Economist, la tecnologia mostrò il suo volto
brutale e le barriere al commercio si rialzarono, anche in seguito alla Grande
Depressione del 1930. La globalizzazione di cui godeva il contemporaneo di
Keynes si riaffacciò solo dopo il 1990, con le liberalizzazioni di Deng e i
Trattati WTO di pochi anni dopo.
Quel che si aprì nel 1914 è stato,
infatti un trentennio di turbolenze, con brevi pause (la più lunga dal 1920 al
1929), che lasciò, dopo il 1945 il mondo completamente diverso. Totalmente
irriconoscibile.
The Economist dice che “la forza trainante dietro la catastrofe che
ha colpito il mondo di un secolo fa era la Germania, che era alla ricerca di
una scusa per una guerra che avrebbe permesso di dominare l'Europa”. Eppure
la colpa era anche di chi era troppo compiaciuto: “troppe persone, a Londra,
Parigi e altrove, credevano che poiché la Gran Bretagna e la Germania erano
reciprocamente i maggiori partner commerciali, dopo l'America, non c’era logica
economica dietro il conflitto, la guerra non sarebbe scoppiata”. Come
Keynes si trovò a dire: <I progetti e la politica del militarismo e
dell'imperialismo, delle rivalità razziali e culturali, dei monopoli, delle restrizioni
e dell’esclusione, che erano come il serpente nel paradiso, erano poco più che
divertimenti della vita quotidiana [del londinese]>.
Naturalmente, l’Economist giustamente
ricorda che si impara dai propri errori,
e dunque questo ricordo può rendere più difficile ripetere l’errore di
sottovalutazione; inoltre la guerra, nell’era nucleare, è resa meno probabile
dall’orrore della distruzione che provocherebbe.
Ma “i paralleli restano preoccupanti”,
bisogna mettere gli Stati Uniti al posto della Gran Bretagna, una superpotenza
in declino ormai incapace di garantire la sicurezza globale; il suo principale
partner commerciale, la Cina è la Germania di allora, una nuova potenza
economica con forte nazionalismo che sta rapidamente costruendo le sue forze
armate; il Giappone è la Francia, un alleato della potenza egemone in ritirata
e potenza regionale in declino.
Ci sono differenze importanti: la Cina
non sembra avere ambizioni territoriali ed il bilancio militare USA (pari a
quelli di tutti gli altri paesi messi insieme) è molto più impressionante di
quello Inglese dell’epoca (che si limitava quasi solo alla Marina), ma “è
abbastanza vicino da dover stare in guardia”.
Per la testata inglese conservatrice, la
somiglianza più forte è il “compiacimento”; gli imprenditori sono troppo
occupati a fare soldi per notare i “serpenti tremolanti nella parte inferiore
dei loro schermi di negoziazione”, i politici stanno giocando con il
nazionalismo, come 100 anni fa. I leader cinesi mostrano nuova fobia del
Giappone, mentre Shinzo Abe soffia sull’analogo fuoco dall’altro lato del mare.
In India, a maggio del prossimo anno sarà eletto Narendra Modi, un nazionalista
indù che spingerà il conflitto con il Pakistan. Vladimir Putin sostiene la
Siria che gioca lo stesso pericoloso gioco. L’Unione Europea (una Unione che
reagisce, appunto, al massacro della prima metà del secolo scorso) è dilaniata
dalla ripresa “del più litigioso e dilaniato” nazionalismo di sempre.
I focolai più pericolosi da tenere sotto
controllo sono l’implosione della Corea del Nord, con la sua capacità nucleare,
e il rischioso “gioco del pollo” (modello
della teoria dei giochi nel quale si va verso una distruzione insieme, contando
che l’altro faccia “il pollo” e si ritiri per primo, perdendo) della Cina con i
vicini. “Alla fine, qualcuno è destinato a schiantarsi contro qualcun altro, e
non c'è ancora un sistema per gestire l’incidente. È necessario un codice
di condotta marittimo per la zona.”
Un’altra precauzione, di cui il Mondo
avrebbe bisogno, è “una politica estera americana più attiva”. Nonostante l’accordo
nucleare con l'Iran, Barack Obama ha mostrato di nuovo al Medio Oriente, la sua
riluttanza a usare la forza in Siria. Ha anche fatto troppo poco per
portare i nuovi giganti emergenti come l’India, l’Indonesia, il Brasile e,
soprattutto, la Cina nel sistema globale.
Questo, per la testata inglese, “tradisce
sia una mancanza di ambizione sia l'ignoranza della storia. Grazie al suo
potere militare, economico e al soft power, l'America è ancora indispensabile,
soprattutto nell'affrontare minacce come il cambiamento climatico ed il
terrorismo, che attraversano le frontiere”. Ma se l'America non si comporta
come leader e come il garante dell'ordine mondiale, questo inviterà le potenze
regionali a testare la loro forza; al bullismo verso i paesi vicini.
The Economist conclude: “le maggiori probabilità
sono che nessuno dei presenti pericoli del mondo, porterà a qualche cosa di
simile agli orrori del 1914”. Tuttavia la follia, qualunque sia la sua
molla, è sempre una possibilità; e conduce alla carneficina. Supporre che la ragione prevarrà sempre è l’errore
compiuto un secolo fa.
In definitiva, l’articolo sottolinea lo
sfondo nel quale si sta svolgendo in questi ultimi anni (almeno dall’accelerazione
che la mondializzazione prese a cavallo del passaggio di millennio) la scena
mondiale: una mancanza di coordinamento
strutturale. Determinata dalla incapacità di gestire le forze ciclopiche
che sono state messe in campo dall’irrompere di quasi due miliardi di persone
sulla scena dell’economia mondiale capitalistica, e dai flussi vorticosi di
denaro “caldo” (secondo la vecchia definizione di Keynes) e di merci. Gli
organismi internazionali, progettati per lo più alla metà del secolo scorso,
si sono dimostrati incapaci di anticipare le crisi, ed anche di gestirle in
modo efficace (un esempio è il tentativo del FMI di ricondurre i surplus di
esportazioni e di risparmio ad una logica complessiva, fallito sull’opposizione
di Cina e Germania oltre dieci anni fa). Servirebbe una azione diversa e molto
più energica.
Chiaramente questa incapacità è in
ultima analisi frutto della debolezza di leadeship che l’occidente oggi riesce
ad esprimere, con gli USA in via di progressiva ritirata entro i suoi confini,
il dollaro messo sempre più in questione come valuta globale, e l’Europa
incapace di guardare oltre il proprio ombelico (per la verità non è neppure d’accordo
su quanto vede).
Chi scommette che il futuro sarà “un nuovo
rinascimento” (Parag Khanna), con equilibri variabili di potenze regionali, e
centralità della diplomazia, sta scommettendo, in questo contesto in un futuro
nel quale la guerra non sarà più impossibile.
Siamo in tempo per capirlo?

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