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venerdì 27 dicembre 2013

Paralleli tra 1914 e 2014 per The Economist


The Economist, seguendo Sinn e la stessa Merkel in conversazione privata, ha scritto un articolo che individua dei sinistri paralleli tra la situazione attuale e quella di un secolo fa. Nel 1914, come tutti ricorderanno, il mondo (principalmente l’Europa) precipitò improvvisamente in una guerra destinata a durare quattro anni ed a lasciare un mondo completamente diverso.

Come ricorda l’Economist, sul finire del 1913, “la maggior parte delle persone in occidente vedevano il 1914 con ottimismo. I cento anni dalla battaglia di Waterloo non erano stati del tutto privi di disastri: c’era stata una terribile guerra civile in America, alcuni scontri regionali in Asia, c’era stata la guerra Franco-Prussiana ed occasionali calamità coloniali. Ma la pace nel continente aveva prevalso. La globalizzazione e le nuove tecnologie: il telefono, il piroscafo, il treno, avevano lavorato per tenere insieme il mondo”. Keynes dipingeva il londinese dei suoi tempi come un rilassato signore che sorseggiava tè mentre ordinava i vari prodotti della terra per la consegna a domicilio, sicuro che questo stato sarebbe rimasto “normale, certo e permanente, oltre che migliorabile”.
Solo un anno dopo il mondo era coinvolto in una terribile guerra. Che costò 9 milioni di morti diretti e molti più indiretti, se si considerano le conseguenze come la Russia Sovietica, il ridisegno del medio oriente (che ancora costa morti ad un secolo di distanza) e la Germania di Hitler. Come evidenzia l’Economist, la tecnologia mostrò il suo volto brutale e le barriere al commercio si rialzarono, anche in seguito alla Grande Depressione del 1930. La globalizzazione di cui godeva il contemporaneo di Keynes si riaffacciò solo dopo il 1990, con le liberalizzazioni di Deng e i Trattati WTO di pochi anni dopo.
Quel che si aprì nel 1914 è stato, infatti un trentennio di turbolenze, con brevi pause (la più lunga dal 1920 al 1929), che lasciò, dopo il 1945 il mondo completamente diverso. Totalmente irriconoscibile.

The Economist dice che “la forza trainante dietro la catastrofe che ha colpito il mondo di un secolo fa era la Germania, che era alla ricerca di una scusa per una guerra che avrebbe permesso di dominare l'Europa”. Eppure la colpa era anche di chi era troppo compiaciuto: “troppe persone, a Londra, Parigi e altrove, credevano che poiché la Gran Bretagna e la Germania erano reciprocamente i maggiori partner commerciali, dopo l'America, non c’era logica economica dietro il conflitto, la guerra non sarebbe scoppiata”. Come Keynes si trovò a dire: <I progetti e la politica del militarismo e dell'imperialismo, delle rivalità razziali e culturali, dei monopoli, delle restrizioni e dell’esclusione, che erano come il serpente nel paradiso, erano poco più che divertimenti della vita quotidiana [del londinese]>.

Naturalmente, l’Economist giustamente ricorda che si impara dai propri errori, e dunque questo ricordo può rendere più difficile ripetere l’errore di sottovalutazione; inoltre la guerra, nell’era nucleare, è resa meno probabile dall’orrore della distruzione che provocherebbe.
Ma “i paralleli restano preoccupanti”, bisogna mettere gli Stati Uniti al posto della Gran Bretagna, una superpotenza in declino ormai incapace di garantire la sicurezza globale; il suo principale partner commerciale, la Cina è la Germania di allora, una nuova potenza economica con forte nazionalismo che sta rapidamente costruendo le sue forze armate; il Giappone è la Francia, un alleato della potenza egemone in ritirata e potenza regionale in declino.
Ci sono differenze importanti: la Cina non sembra avere ambizioni territoriali ed il bilancio militare USA (pari a quelli di tutti gli altri paesi messi insieme) è molto più impressionante di quello Inglese dell’epoca (che si limitava quasi solo alla Marina), ma “è abbastanza vicino da dover stare in guardia”.
Per la testata inglese conservatrice, la somiglianza più forte è il “compiacimento”; gli imprenditori sono troppo occupati a fare soldi per notare i “serpenti tremolanti nella parte inferiore dei loro schermi di negoziazione”, i politici stanno giocando con il nazionalismo, come 100 anni fa. I leader cinesi mostrano nuova fobia del Giappone, mentre Shinzo Abe soffia sull’analogo fuoco dall’altro lato del mare. In India, a maggio del prossimo anno sarà eletto Narendra Modi, un nazionalista indù che spingerà il conflitto con il Pakistan. Vladimir Putin sostiene la Siria che gioca lo stesso pericoloso gioco. L’Unione Europea (una Unione che reagisce, appunto, al massacro della prima metà del secolo scorso) è dilaniata dalla ripresa “del più litigioso e dilaniato” nazionalismo di sempre.

I focolai più pericolosi da tenere sotto controllo sono l’implosione della Corea del Nord, con la sua capacità nucleare, e il rischioso  “gioco del pollo” (modello della teoria dei giochi nel quale si va verso una distruzione insieme, contando che l’altro faccia “il pollo” e si ritiri per primo, perdendo) della Cina con i vicini. “Alla fine, qualcuno è destinato a schiantarsi contro qualcun altro, e non c'è ancora un sistema per gestire l’incidente. È necessario un codice di condotta marittimo per la zona.”
Un’altra precauzione, di cui il Mondo avrebbe bisogno, è “una politica estera americana più attiva”. Nonostante l’accordo nucleare con l'Iran, Barack Obama ha mostrato di nuovo al Medio Oriente, la sua riluttanza a usare la forza in Siria. Ha anche fatto troppo poco per portare i nuovi giganti emergenti come l’India, l’Indonesia, il Brasile e, soprattutto, la Cina nel sistema globale. 
Questo, per la testata inglese, “tradisce sia una mancanza di ambizione sia l'ignoranza della storia. Grazie al suo potere militare, economico e al soft power, l'America è ancora indispensabile, soprattutto nell'affrontare minacce come il cambiamento climatico ed il terrorismo, che attraversano le frontiere”. Ma se l'America non si comporta come leader e come il garante dell'ordine mondiale, questo inviterà le potenze regionali a testare la loro forza; al bullismo verso i paesi vicini.

The Economist conclude: “le maggiori probabilità sono che nessuno dei presenti pericoli del mondo, porterà a qualche cosa di simile agli orrori del 1914”. Tuttavia la follia, qualunque sia la sua molla, è sempre una possibilità; e conduce alla carneficina. Supporre che la ragione prevarrà sempre è l’errore compiuto un secolo fa.

In definitiva, l’articolo sottolinea lo sfondo nel quale si sta svolgendo in questi ultimi anni (almeno dall’accelerazione che la mondializzazione prese a cavallo del passaggio di millennio) la scena mondiale: una mancanza di coordinamento strutturale. Determinata dalla incapacità di gestire le forze ciclopiche che sono state messe in campo dall’irrompere di quasi due miliardi di persone sulla scena dell’economia mondiale capitalistica, e dai flussi vorticosi di denaro “caldo” (secondo la vecchia definizione di Keynes) e di merci. Gli organismi internazionali, progettati per lo più alla metà del secolo scorso, si sono dimostrati incapaci di anticipare le crisi, ed anche di gestirle in modo efficace (un esempio è il tentativo del FMI di ricondurre i surplus di esportazioni e di risparmio ad una logica complessiva, fallito sull’opposizione di Cina e Germania oltre dieci anni fa). Servirebbe una azione diversa e molto più energica.
Chiaramente questa incapacità è in ultima analisi frutto della debolezza di leadeship che l’occidente oggi riesce ad esprimere, con gli USA in via di progressiva ritirata entro i suoi confini, il dollaro messo sempre più in questione come valuta globale, e l’Europa incapace di guardare oltre il proprio ombelico (per la verità non è neppure d’accordo su quanto vede).

Chi scommette che il futuro sarà “un nuovo rinascimento” (Parag Khanna), con equilibri variabili di potenze regionali, e centralità della diplomazia, sta scommettendo, in questo contesto in un futuro nel quale la guerra non sarà più impossibile.


Siamo in tempo per capirlo?

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