Il grande
economista americano Joseph Stiglitz (probabilmente il più grande economista
vivente) su Project Syndacate ha scritto questo articolo
che in queste condizioni, ed al ritmo attuale, nei paesi ancora in depressione,
come l’Italia il recupero prenderà almeno un decennio.
Con la
disoccupazione a questo livello (che è superiore a quello USA in modo
significativo) ci saranno gravi ripercussioni di lungo periodo sulla crescita,
come è indicato anche da un recente studio della FED. Dunque, per Stiglitz, è
necessaria una fondamentale riforma nella struttura dell’area Euro.
Ormai è chiaro
ciò che serve:
o Una vera BCE comune, con supervisione comune,
assicurazione dei depositi in comune e meccanismi di salvataggio comuni; “senza questo, soldi continueranno a fluire dai paesi più deboli ai più
forti”;
o
Qualche forma di mutualizzazione del
debito, come gli Eurobond. Bisogna notare che nelle attuali condizioni, con un
rapporto complessivo debito/PIL dell'Europa più basso di quello degli Stati Uniti,
“l'Eurozona potrebbe prendere in prestito a tassi di interesse reali negativi,
così come gli Stati Uniti”. Con tassi di interesse inferiori (in effetti
venendo pagati per ricevere i soldi) l’economia potrebbe essere stimolata,
rompendo il circolo vizioso dei paesi del sud per cui l’austerità aumenta il
carico del debito, rendendolo meno sostenibile, a causa della contrazione del PIL;
o Bisogna
avviare politiche industriali per permettere ai paesi
meno competitivi di aggiornarsi. Questo implica la revisione delle critiche correnti,
che considerano tali politiche come inaccettabili interventi nel libero
mercato;
o Bisogna che
la Banca Centrale non si concentri solo
sull'inflazione, ma anche sulla crescita, sull’occupazione e sulla stabilità
finanziaria;
o Bisogna sostituire le politiche di austerità anti-crescita con
politiche pro-crescita, concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture,
tecnologia e sulle persone.
Il problema di fondo è
che “gran parte del design dell'euro rispecchia dottrine economiche
neoliberiste che prevalsero quando la moneta unica fu concepita. In quell’occasione
si è pensato che mantenere bassa l'inflazione era una politica necessaria e
quasi sufficiente per garantire la crescita e stabilità; inoltre che rendere le
banche centrali indipendenti era l'unico modo per garantire la fiducia nel
sistema monetario; infine che deficit e debito basso avrebbero garantito la
convergenza economica tra i paesi membri” in definitiva che un mercato unico,
con denaro e gente che scorre liberamente, sarebbe stata garanzia di efficienza
e stabilità.
Ognuna di queste
dottrine ha dimostrato di essere sbagliata. Le Banche Centrali indipendenti
statunitensi ed europee si sono comportate peggio, alla vigilia della crisi,
delle Banche indipendenti in alcuni mercati emergenti leader, perché la loro
attenzione sull'inflazione le rendeva distratte dal ben più importante problema
della fragilità finanziaria.
Stiglitz ci ricorda che Spagna
e Irlanda avevano eccedenze fiscali e rapporti debito/PIL bassi prima della
crisi, è dunque la crisi stessa che ha causato il deficit e il debito elevato.
Sono i vincoli fiscali che Europa ha accettato che non hanno facilitato il
rapido recupero da questa crisi e non saranno in grado di impedire quella
successiva.
Infine, anche il libero flusso
di persone, come il libero flusso di denaro, sembrava avere un senso perché
i fattori di produzione dovrebbero andare dove i loro rendimenti sono più alti.
Ma l’esperienza mostra che la migrazione dai paesi colpiti, in parte per
evitare il rimborso di debiti preesistenti (alcuni dei quali sono stati imposti
a questi paesi proprio dalla Banca Centrale Europea, che ha insistito a
socializzare le perdite private), sta distruggendo le economie più deboli. La
mobilità può anche tradursi in una cattiva allocazione del lavoro.
La svalutazione interna
– abbassando i prezzi ed i salari nazionali – “non è un sostituto per la
flessibilità di cambio”. “Infatti, esiste una crescente preoccupazione circa la
deflazione, che aumenta la leva e il carico dei livelli di debito che sono già
troppo elevati”. Se la svalutazione interna fosse un buon sostituto, il gold
standard non sarebbe stato un problema durante la grande depressione, e l’Argentina
sarebbe riuscita a tenere la parità tra peso e dollaro, quando la crisi del
debito è scoppiata una decina di anni fa.
“In effetti nessun paese
ha mai restaurata prosperità attraverso l'austerità”. Storicamente, solo alcuni
piccoli paesi sono stati tanto fortunati da avere le esportazioni che hanno
colmato la lacuna della domanda aggregata generata dalla spesa pubblica
contratta, consentendo loro di evitare effetti deprimenti di austerità. Ma le
esportazioni europee sono aumentate a malapena dal 2008 (nonostante il calo dei
salari in alcuni paesi, in particolare in Grecia e in Italia). Con la crescita
globale così tiepida (degli USA in primis), le esportazioni non potranno mai
ripristinare in Europa e in America la prosperità nei prossimi anni.
Questa diagnosi di
Stiglitz è semplice realismo. In assenza di una “locomotiva” che spinga con i
suoi consumi (cioè con il duo deficit) la crescita mondiale delle esportazioni
(un ruolo per decenni garantito dagli USA per effetto dei suoi bulimici
consumi, trainati dalle continue bolle a debito privato, e della funzione del
dollaro), l’Europa è troppo grande per lasciarsi trainare da esportazioni che
non si capisce chi dovrebbe assorbire. Non ci sono abbastanza spazi.
In questo contesto,
continua Stiglitz, la Germania e alcuni degli altri paesi europei del Nord, “dimostrano
una disdicevole mancanza di solidarietà europea”, nel momento in cui dichiarano
che non dovrebbe essere chiesto di revocare l’austerità per i loro vicini
meridionali dissoluti. “Questo è sbagliato su diversi fronti”. Per cominciare, l’effetto
di tassi di interesse inferiori che seguirebbero agli Eurobond o a qualche
meccanismo simile renderebbero gestibile l'onere del debito. Gli Stati Uniti,
dovrebbe essere ricordato, “emersero dalla seconda guerra mondiale con un
debito molto elevato, ma negli anni successivi contrassegnati dalla più rapida
crescita del paese che mai” lo riassorbirono.
Se l'Eurozona cambia
direzione ed adotta il programma di cui sopra, non ci dovrebbe essere alcuna
necessità per la Germania di saldare qualsiasi debito di altri. Ma il perverso
criterio che l’Europa ha adottato, l’ha costretta invece a procedere da una
ristrutturazione del debito all’altra. Dunque “se la Germania e altri paesi
europei settentrionali continuano ad insistere sulle politiche attuali, essi,
insieme ai loro vicini meridionali, finiranno per pagare un prezzo elevato”.
La conclusione è
semplice e difficilmente contestabile: “l'euro avrebbe dovuto portare un senso
di unità, prosperità e crescita in Europa, invece, ha portato stagnazione,
instabilità e divisione”. La cosa non doveva andare in questo modo.
L'euro, per Stiglitz,
può essere salvato, ma ci vorrà più di qualche buon discorso o il semplice affermare
un impegno per l’Europa. Dunque, “se la
Germania e gli altri non sono disposti a fare quello che serve – se non c'è
abbastanza solidarietà per mettere questa politica al lavoro – allora l'Euro
potrebbe dover essere abbandonato allo scopo di salvare il progetto europeo”.

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