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mercoledì 4 dicembre 2013

Joseph Stiglitz, “Un’agenda per salvare lEuro”


Il grande economista americano Joseph Stiglitz (probabilmente il più grande economista vivente) su Project Syndacate ha scritto questo articolo che in queste condizioni, ed al ritmo attuale, nei paesi ancora in depressione, come l’Italia il recupero prenderà almeno un decennio.
 
Con la disoccupazione a questo livello (che è superiore a quello USA in modo significativo) ci saranno gravi ripercussioni di lungo periodo sulla crescita, come è indicato anche da un recente studio della FED. Dunque, per Stiglitz, è necessaria una fondamentale riforma nella struttura dell’area Euro.

Ormai è chiaro ciò che serve:
o   Una vera BCE comune, con supervisione comune, assicurazione dei depositi in comune e meccanismi di salvataggio comuni; “senza questo, soldi continueranno a fluire dai paesi più deboli ai più forti”;
o   Qualche forma di mutualizzazione del debito, come gli Eurobond. Bisogna notare che nelle attuali condizioni, con un rapporto complessivo debito/PIL dell'Europa più basso di quello degli Stati Uniti, “l'Eurozona potrebbe prendere in prestito a tassi di interesse reali negativi, così come gli Stati Uniti”. Con tassi di interesse inferiori (in effetti venendo pagati per ricevere i soldi) l’economia potrebbe essere stimolata, rompendo il circolo vizioso dei paesi del sud per cui l’austerità aumenta il carico del debito, rendendolo meno sostenibile, a causa della contrazione del PIL;
o   Bisogna avviare politiche industriali per permettere ai paesi meno competitivi di aggiornarsi. Questo implica la revisione delle critiche correnti, che considerano tali politiche come inaccettabili interventi nel libero mercato;
o   Bisogna che la Banca Centrale non si concentri solo sull'inflazione, ma anche sulla crescita, sull’occupazione e sulla stabilità finanziaria;
o   Bisogna sostituire le politiche di austerità anti-crescita con politiche pro-crescita, concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture, tecnologia e sulle persone. 

Il problema di fondo è che “gran parte del design dell'euro rispecchia dottrine economiche neoliberiste che prevalsero quando la moneta unica fu concepita. In quell’occasione si è pensato che mantenere bassa l'inflazione era una politica necessaria e quasi sufficiente per garantire la crescita e stabilità; inoltre che rendere le banche centrali indipendenti era l'unico modo per garantire la fiducia nel sistema monetario; infine che deficit e debito basso avrebbero garantito la convergenza economica tra i paesi membri” in definitiva che un mercato unico, con denaro e gente che scorre liberamente, sarebbe stata garanzia di efficienza e stabilità.
Ognuna di queste dottrine ha dimostrato di essere sbagliata. Le Banche Centrali indipendenti statunitensi ed europee si sono comportate peggio, alla vigilia della crisi, delle Banche indipendenti in alcuni mercati emergenti leader, perché la loro attenzione sull'inflazione le rendeva distratte dal ben più importante problema della fragilità finanziaria. 

Stiglitz ci ricorda che Spagna e Irlanda avevano eccedenze fiscali e rapporti debito/PIL bassi prima della crisi, è dunque la crisi stessa che ha causato il deficit e il debito elevato. Sono i vincoli fiscali che Europa ha accettato che non hanno facilitato il rapido recupero da questa crisi e non saranno in grado di impedire quella successiva.
Infine, anche il libero flusso di persone, come il libero flusso di denaro, sembrava avere un senso perché i fattori di produzione dovrebbero andare dove i loro rendimenti sono più alti. Ma l’esperienza mostra che la migrazione dai paesi colpiti, in parte per evitare il rimborso di debiti preesistenti (alcuni dei quali sono stati imposti a questi paesi proprio dalla Banca Centrale Europea, che ha insistito a socializzare le perdite private), sta distruggendo le economie più deboli. La mobilità può anche tradursi in una cattiva allocazione del lavoro.
La svalutazione interna – abbassando i prezzi ed i salari nazionali – “non è un sostituto per la flessibilità di cambio”. “Infatti, esiste una crescente preoccupazione circa la deflazione, che aumenta la leva e il carico dei livelli di debito che sono già troppo elevati”. Se la svalutazione interna fosse un buon sostituto, il gold standard non sarebbe stato un problema durante la grande depressione, e l’Argentina sarebbe riuscita a tenere la parità tra peso e dollaro, quando la crisi del debito è scoppiata una decina di anni fa.
“In effetti nessun paese ha mai restaurata prosperità attraverso l'austerità”. Storicamente, solo alcuni piccoli paesi sono stati tanto fortunati da avere le esportazioni che hanno colmato la lacuna della domanda aggregata generata dalla spesa pubblica contratta, consentendo loro di evitare effetti deprimenti di austerità. Ma le esportazioni europee sono aumentate a malapena dal 2008 (nonostante il calo dei salari in alcuni paesi, in particolare in Grecia e in Italia). Con la crescita globale così tiepida (degli USA in primis), le esportazioni non potranno mai ripristinare in Europa e in America la prosperità nei prossimi anni.
Questa diagnosi di Stiglitz è semplice realismo. In assenza di una “locomotiva” che spinga con i suoi consumi (cioè con il duo deficit) la crescita mondiale delle esportazioni (un ruolo per decenni garantito dagli USA per effetto dei suoi bulimici consumi, trainati dalle continue bolle a debito privato, e della funzione del dollaro), l’Europa è troppo grande per lasciarsi trainare da esportazioni che non si capisce chi dovrebbe assorbire. Non ci sono abbastanza spazi. 

In questo contesto, continua Stiglitz, la Germania e alcuni degli altri paesi europei del Nord, “dimostrano una disdicevole mancanza di solidarietà europea”, nel momento in cui dichiarano che non dovrebbe essere chiesto di revocare l’austerità per i loro vicini meridionali dissoluti. “Questo è sbagliato su diversi fronti”. Per cominciare, l’effetto di tassi di interesse inferiori che seguirebbero agli Eurobond o a qualche meccanismo simile renderebbero gestibile l'onere del debito. Gli Stati Uniti, dovrebbe essere ricordato, “emersero dalla seconda guerra mondiale con un debito molto elevato, ma negli anni successivi contrassegnati dalla più rapida crescita del paese che mai” lo riassorbirono.
Se l'Eurozona cambia direzione ed adotta il programma di cui sopra, non ci dovrebbe essere alcuna necessità per la Germania di saldare qualsiasi debito di altri. Ma il perverso criterio che l’Europa ha adottato, l’ha costretta invece a procedere da una ristrutturazione del debito all’altra. Dunque “se la Germania e altri paesi europei settentrionali continuano ad insistere sulle politiche attuali, essi, insieme ai loro vicini meridionali, finiranno per pagare un prezzo elevato”. 

La conclusione è semplice e difficilmente contestabile: “l'euro avrebbe dovuto portare un senso di unità, prosperità e crescita in Europa, invece, ha portato stagnazione, instabilità e divisione”. La cosa non doveva andare in questo modo.
L'euro, per Stiglitz, può essere salvato, ma ci vorrà più di qualche buon discorso o il semplice affermare un impegno per l’Europa. Dunque, “se la Germania e gli altri non sono disposti a fare quello che serve – se non c'è abbastanza solidarietà per mettere questa politica al lavoro – allora l'Euro potrebbe dover essere abbandonato allo scopo di salvare il progetto europeo”. 

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