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giovedì 5 dicembre 2013

Kenneth Rogoff, “Quale è il problema con le economie avanzate?”


L’importante economista Kenneth Rogoff, noto per essere stato al centro della controversia sulla soglia di debito pubblico che rallenterebbe la crescita (un suo vecchio articolo che fu usato come giustificazione, o foglia di fico scientifica, per promuovere l’austerità ed il consolidamento fiscale in Europa e che è all’origine del “numero magico” 60%) scrive questo articolo nel quale ritorna sulla controversa del momento: è l’occidente in una <stagnazione secolare>?

Con le sue parole: “la crescita lenta di oggi nelle economie avanzate è una continuazione del declino secolare a lungo termine, o non riflette le normali conseguenze di una profonda crisi finanziaria sistemica?” è poi, “abbiamo bisogno di rispondere a questa domanda in modo definitivo, al fine di aumentare il ritmo della ripresa economica?”
La sua risposta sarà salomonica, del tipo: non lo sappiamo ma non è necessario saperlo, perché comunque sappiamo cosa comunque va fatto. 

Infatti, seguendo l’argomentazione di Rogoff, se avesse ragione l'ex segretario al Tesoro Lawrence Summers nel sostenere che il ritmo lento della  crescita di oggi ha radici profonde e di molto antecedenti alla crisi finanziaria globale, comunque la conseguenza (dalle sue stesse parole) sarebbe la necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di una posizione che in effetti, come dice Rogoff, “la maggior parte degli economisti sposa di tutto cuore, soprattutto se ci si riferisce agli investimenti realmente produttivi”. Che poi questi investimenti siano spinti da una politica monetaria volta a mobilitare il denaro, come vorrebbe Summers-Krugman, o se sia necessario agire sulla ineguaglianza, per l’economista americano è un tema non degno di essere ricordato. In questo fa capolino il suo orientamento “conservatore”. Per un autore di tradizione liberista l’ineguaglianza è infatti un fatto di natura e non ci si può far niente. La distribuzione delle risorse in una società deriva solo dal risultato degli scontri di mercato. Detto in modo brusco, chi vince la battaglia sociale è, per definizione, il migliore e, spendendo, trascinerà anche i perdenti (cioè li assumerà).  

Comunque, torniamo all’interessante articolo, l’economista continua ricordando che sono in tanti a preoccuparsi (come dice lui stesso, normalmente “dal lato dell’offerta” più che “da quello della domanda”, cioè dell’ineguaglianza) del “declino secolare”. Tra questi si possono riconoscere altre due posizioni (oltre a quella “demografica” di Summers):
-          l'economista Jeffrey Sachs ha sostenuto che l'economia americana ha bisogno di confrontarsi in realtà con una pletora di ostacoli strutturali alla crescita sostenuta, “tra cui l’offshoring, l'inadeguatezza delle competenze e delle infrastrutture in decomposizione”.
-          Invece “l'imprenditore Internet Peter Thiel, e il leggendario campione di scacchi Garry Kasparov, hanno suggerito che il malessere corre ancora più profondo”, della stessa idea l'economista Robert Gordon. Essi sostengono che il motore della tecnologia, che ha guidato l'umanità dal suo livello economico di partenza negli ultimi 200 anni, sta rallentando; “in poche parole, Internet può essere cool, ma non è certo essenziale come l'acqua, l'elettrificazione, o il motore a combustione interna”. Per Rogoff, “la tesi Gordon-Kasparov-Thiel è estremamente interessante”, ma non è corretta, lui stesso dice di aver “sfidato le loro conclusioni negative, sia in stampa e in un dibattito a Oxford”. Pensa, invece, che il rischio maggiore sia che il ritmo del progresso tecnologico [che, al contrario] accelera troppo per consentire alle società di adattarsi, anche se l'esperienza fatta finora è stata sostanzialmente positiva”.
 

Dunque fino ad ora Rogoff ci ha raccontato che potrebbe essere in campo una tendenziale stagnazione “naturale” dell’economia, che questa richiederebbe di mobilitare tutte le risorse non sfruttate per investimenti produttivi. Inoltre che sono presenti tre tipi di spiegazioni per questa tendenza alla stagnazione: quella demografica di  Summers, quella che riconduce all’obsolescenza del capitale fisso sociale delle infrastrutture di Sachs (che, però resterebbe da spiegare), e quella dell’arresto del “motore tecnologico” (o, in alternativa di sua eccessiva accelerazione, un poco come una fibrillazione).  

A questo punto Rogoff dice salomonicamente che, “certo, oggi le economie avanzate hanno urgente bisogno di affrontare tutti i tipi di carenze tecnologiche, sociali, e politiche”, ma di sicuro come nel caso della crescita lenta della metà del passato decennio (2001-3) sono in campo, ed all’opera, ancora “tutte le caratteristiche di una tipica lenta ripresa da una profonda crisi finanziaria sistemica, come Carmen Reinhart e io abbiamo documentato nel nostro libro” del 2009, “Questa volta è diverso .
Ora, se anche così fosse la cosa non cambierebbe molto (nel senso che sia che la crisi sia derivante dal “montaggio” tra una congiuntura su una tendenza al ristagno, sia che sia solo congiunturale, la cosa non cambia) dopo una crisi finanziaria sono comunque essenziali le riforme strutturali, come lo sono le politiche per sostenere la domanda aggregata mentre guarisce l’economia. Dunque per Rogoff, “il più grande fallimento della politica economica post-2008 è consistito nell'incapacità dei governi di trovare modi creativi per registrare i debiti insostenibili”, quelli per esempio presenti nei mercati ipotecari statunitensi e nella periferia dell'Europa. Questo fallimento “include la mancata emissione di debito pubblico, ove necessario, per facilitare la ristrutturazione, in particolare se il debito complessivo a livello di economia (o livello di zona euro) potrebbe essere ridotto nella stessa operazione”. 

In altre e più chiare parole, anche l’economista americano che fu preso come fonte scientifica per definire l’insuperabilità del limite debito/PIL al 60%, ora dice (ma, naturalmente, non ha mai detto che 60% era un limite) che:

-          Va sostenuta la domanda aggregata (evidentemente con spesa pubblica e attivazione di spesa privata);
-          Che i debiti andavano “sterilizzati” in modo creativo e non conteggiati con far da ragioniere;
-          Che andava emesso –quando necessario- nuovo debito pubblico per facilitare la ristrutturazione dell’economia.  

Proseguiamo, per Rogoff, Summers è certamente nel giusto quando afferma che gli investimenti infrastrutturali e produttivi generano risultati a lungo termine (“low-hanging fruit”), e naturalmente i governi dovrebbero essere preoccupati per la traiettoria a lungo termine del debito pubblico. Ma gli investimenti nelle infrastrutture produttive che generano crescita a lungo termine si pagano per sé, quindi non c'è alcun conflitto tra la stabilizzazione a breve termine ed i rischi per la sostenibilità del debito a lungo termine. In particolare con i tassi di interesse estremamente bassi di oggi e l’alto tasso di disoccupazione, gli investimenti pubblici sono a buon mercato. Tra gli investimenti che offrono rendimenti elevati, Rogoff cita: fare la manutenzione di ponti e strade, aggiornare le reti elettriche obsolete, migliorare i sistemi di trasporto di massa (“per prendere solo alcuni esempi degni di nota”). Questa posizione non ha neppure bisogno di assumere l’ipotesi controversa (per non dare ragione ai suoi avversari) che i “moltiplicatori keynesiani” siano molto più grandi di uno (cosa che renderebbe produttiva anche la spesa pubblica in ogni condizione possibile). Questa ipotesi data la scarsa evidenza empirica e le legittime preoccupazioni che solleva, in effetti mina la fiducia nell'efficacia del governo; non è un prezzo che vale la pena di pagare, per Rogoff, perché ci sono tante opzioni per l'utilizzo produttivo delle risorse. Inoltre non è affatto chiaro “il motivo per cui praticamente tutte le infrastrutture debbano essere finanziate pubblicamente. Ci sono ancora enormi depositi di ricchezza privata seduta in panchina che possono essere rapidamente mobilitati per supportare investimenti in infrastrutture produttive”. Ciò che è più utile è che il governo aiuti garantendo le autorizzazioni, fissando tariffe remunerative per il project financing e con una forte regolamentazione per tutelare l'interesse pubblico in seguito. 
Nel suo primo mandato, ricorda Rogoff, il Presidente americano Barack Obama ha suggerito la creazione di una Banca per le Infrastrutture per contribuire a promuovere partenariati pubblico-privato. “E' ancora una buona idea, soprattutto se la banca ha uno staff di professionisti per aiutare a guidare la scelta del pubblico sui costi e benefici (compresi i costi e i benefici ambientali)”. Anche se i moltiplicatori keynesiani fossero veramente al limite superiore del consenso, per l’aspirante professionista della Banca, “la mobilitazione di capitali privati ​​per gli investimenti ha la maggior parte dei vantaggi sull’emissione di debito pubblico”.

Anche se avessero ragione quei commentatori che hanno suggerito che la causa principale del “declino secolare”, nonché la principale spiegazione dei tassi di interesse ultra-bassi, sia la bassa fertilità in tutto il mondo avanzato, la ragione per avviare gli investimenti, pubblici o privati, (in questo caso sarebbero più misti), permane, “ci deve essere il lavoro necessario per utilizzare il capitale”.
Il punto importante è che il caso per espandere gli investimenti nelle infrastrutture produttive non si basa su un punto di vista ideologico stretto, o di teoria economica. Se Summers ha ragione su “stagnazione secolare” nelle economie avanzate, o se stiamo ancora soffrendo soprattutto le conseguenze della crisi finanziaria, “è comunque il momento di rompere lo stallo politico e ripristinare la crescita.” 

In definitiva, uno tra gli economisti più influenti nell’aver creato il “set” di posizioni che ha convalidato la scelta della austerità (cosiddetta “espansiva”) ora cerca di convincerci che in ogni possibile risposta ai dilemmi del momento (se si sia in una “Stagnazione secolare” o in una crisi congiunturale; se i moltiplicatori degli investimenti siano alti o neutri) comunque bisogna attivare investimenti senza lasciarci fermare dal problema del debito a lungo termine. Non perché saremmo morti, ma proprio perché si sarà ripagato.

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