L’importante
economista Kenneth Rogoff, noto per essere stato al centro della controversia
sulla soglia di debito pubblico che rallenterebbe la crescita (un suo vecchio
articolo che fu usato come giustificazione, o foglia di fico scientifica, per
promuovere l’austerità ed il consolidamento fiscale in Europa e che è
all’origine del “numero magico” 60%) scrive questo articolo
nel quale ritorna sulla controversa del momento: è l’occidente in una
<stagnazione secolare>?
Con le sue
parole: “la crescita lenta di oggi nelle economie avanzate è una
continuazione del declino secolare a
lungo termine, o non riflette le normali conseguenze di una profonda crisi
finanziaria sistemica?” è poi, “abbiamo bisogno di rispondere a questa domanda
in modo definitivo, al fine di aumentare il ritmo della ripresa economica?”
La sua risposta sarà salomonica, del tipo:
non lo sappiamo ma non è necessario saperlo, perché comunque sappiamo cosa
comunque va fatto.
Infatti, seguendo l’argomentazione di
Rogoff, se avesse ragione l'ex segretario al Tesoro Lawrence Summers nel sostenere che il ritmo lento della
crescita di oggi ha radici profonde e di molto antecedenti alla crisi finanziaria globale, comunque la
conseguenza (dalle sue stesse parole) sarebbe la necessità di maggiori investimenti
nelle infrastrutture. Si tratta di una posizione che in effetti, come dice
Rogoff, “la maggior parte degli economisti sposa di tutto cuore, soprattutto se
ci si riferisce agli investimenti realmente produttivi”. Che poi questi
investimenti siano spinti da una politica monetaria volta a mobilitare il
denaro, come vorrebbe Summers-Krugman, o se sia necessario agire sulla ineguaglianza, per l’economista americano
è un tema non degno di essere ricordato. In questo fa capolino il suo
orientamento “conservatore”. Per un autore di tradizione liberista l’ineguaglianza
è infatti un fatto di natura e non ci si può far niente. La distribuzione delle
risorse in una società deriva solo dal risultato degli scontri di mercato. Detto
in modo brusco, chi vince la battaglia sociale è, per definizione, il migliore
e, spendendo, trascinerà anche i perdenti (cioè li assumerà).
Comunque, torniamo all’interessante
articolo, l’economista continua ricordando che sono in tanti a preoccuparsi (come
dice lui stesso, normalmente “dal lato dell’offerta” più che “da quello della
domanda”, cioè dell’ineguaglianza) del “declino secolare”. Tra questi si
possono riconoscere altre due posizioni (oltre a quella “demografica” di
Summers):
-
l'economista Jeffrey Sachs ha sostenuto che l'economia americana ha bisogno di confrontarsi in realtà con una
pletora di ostacoli strutturali alla crescita sostenuta, “tra cui l’offshoring,
l'inadeguatezza delle competenze e delle infrastrutture in decomposizione”.
-
Invece “l'imprenditore Internet Peter
Thiel, e il leggendario campione di scacchi Garry Kasparov, hanno suggerito che il malessere corre ancora più profondo”, della stessa idea l'economista Robert Gordon. Essi sostengono che il motore della tecnologia, che ha guidato l'umanità dal
suo livello economico di partenza negli ultimi 200 anni, sta rallentando; “in
poche parole, Internet può essere cool, ma non è certo essenziale come l'acqua,
l'elettrificazione, o il motore a combustione interna”. Per Rogoff, “la tesi
Gordon-Kasparov-Thiel è estremamente interessante”, ma non è corretta, lui
stesso dice di aver “sfidato le loro conclusioni negative, sia in stampa e in un dibattito a Oxford”. Pensa, invece, che il rischio maggiore sia che il ritmo del
progresso tecnologico [che, al contrario] accelera troppo per consentire alle
società di adattarsi, anche se l'esperienza fatta finora è stata sostanzialmente
positiva”.
Dunque fino ad ora Rogoff ci ha raccontato
che potrebbe essere in campo una tendenziale stagnazione “naturale”
dell’economia, che questa richiederebbe di mobilitare tutte le risorse non
sfruttate per investimenti produttivi. Inoltre che sono presenti tre tipi di
spiegazioni per questa tendenza alla stagnazione: quella demografica di Summers, quella che riconduce all’obsolescenza
del capitale fisso sociale delle infrastrutture di Sachs (che, però resterebbe
da spiegare), e quella dell’arresto del “motore tecnologico” (o, in alternativa
di sua eccessiva accelerazione, un poco come una fibrillazione).
A questo punto Rogoff dice salomonicamente
che, “certo, oggi le economie avanzate hanno urgente bisogno di affrontare
tutti i tipi di carenze tecnologiche, sociali, e politiche”, ma di sicuro come
nel caso della crescita lenta della metà del passato decennio (2001-3) sono in
campo, ed all’opera, ancora “tutte le caratteristiche di una tipica lenta
ripresa da una profonda crisi finanziaria sistemica, come Carmen Reinhart e io abbiamo
documentato nel nostro libro” del 2009, “Questa volta è diverso” .
Ora, se anche così fosse la cosa non
cambierebbe molto (nel senso che sia che la crisi sia derivante dal “montaggio”
tra una congiuntura su una tendenza al ristagno, sia che sia solo
congiunturale, la cosa non cambia) dopo una crisi finanziaria sono comunque essenziali
le riforme strutturali, come lo sono le politiche per sostenere la domanda
aggregata mentre guarisce l’economia. Dunque per Rogoff, “il più grande
fallimento della politica economica post-2008 è consistito nell'incapacità dei
governi di trovare modi creativi per registrare i debiti insostenibili”, quelli
per esempio presenti nei mercati ipotecari statunitensi e nella periferia
dell'Europa. Questo fallimento “include la mancata emissione di debito
pubblico, ove necessario, per facilitare la ristrutturazione, in particolare se
il debito complessivo a livello di economia (o livello di zona euro) potrebbe
essere ridotto nella stessa operazione”.
In altre e più chiare parole, anche l’economista
americano che fu preso come fonte scientifica per definire l’insuperabilità del
limite debito/PIL al 60%, ora dice (ma, naturalmente, non ha mai detto che 60%
era un limite) che:
-
Va sostenuta la domanda aggregata
(evidentemente con spesa pubblica e attivazione di spesa privata);
-
Che i debiti andavano “sterilizzati” in
modo creativo e non conteggiati con far da ragioniere;
-
Che andava emesso –quando necessario-
nuovo debito pubblico per facilitare la ristrutturazione dell’economia.
Proseguiamo, per Rogoff, Summers è certamente nel giusto quando afferma che
gli investimenti infrastrutturali e produttivi generano risultati a lungo
termine (“low-hanging fruit”), e naturalmente i governi dovrebbero essere
preoccupati per la traiettoria a lungo termine del debito pubblico. Ma gli
investimenti nelle infrastrutture produttive che generano crescita a lungo
termine si pagano per sé, quindi non c'è alcun conflitto tra la stabilizzazione
a breve termine ed i rischi per la sostenibilità del debito a lungo termine. In
particolare con i tassi di interesse estremamente bassi di oggi e l’alto tasso
di disoccupazione, gli investimenti pubblici sono a buon mercato. Tra gli
investimenti che offrono rendimenti elevati, Rogoff cita: fare la manutenzione
di ponti e strade, aggiornare le reti elettriche obsolete, migliorare i sistemi
di trasporto di massa (“per prendere solo alcuni esempi degni di nota”). Questa posizione non ha neppure bisogno di assumere l’ipotesi controversa
(per non dare ragione ai suoi avversari) che i “moltiplicatori keynesiani” siano
molto più grandi di uno (cosa che renderebbe produttiva anche la spesa pubblica
in ogni condizione possibile). Questa ipotesi data la scarsa evidenza empirica e
le legittime preoccupazioni che solleva, in effetti mina la fiducia
nell'efficacia del governo; non è un prezzo che vale la pena di pagare, per
Rogoff, perché ci sono tante opzioni per l'utilizzo produttivo delle risorse. Inoltre
non è affatto chiaro “il motivo per cui praticamente tutte le infrastrutture debbano
essere finanziate pubblicamente. Ci sono ancora enormi depositi di ricchezza
privata seduta in panchina che possono essere rapidamente mobilitati per
supportare investimenti in infrastrutture produttive”. Ciò che è più utile è
che il governo aiuti garantendo le autorizzazioni, fissando tariffe
remunerative per il project financing e con una forte regolamentazione per
tutelare l'interesse pubblico in seguito.
Nel suo primo mandato, ricorda Rogoff, il Presidente americano Barack Obama
ha suggerito la creazione di una Banca per le Infrastrutture per contribuire a
promuovere partenariati pubblico-privato. “E' ancora una buona idea,
soprattutto se la banca ha uno staff di professionisti per aiutare a guidare la
scelta del pubblico sui costi e benefici (compresi i costi e i benefici
ambientali)”. Anche se i moltiplicatori keynesiani fossero veramente al limite
superiore del consenso, per l’aspirante professionista della Banca, “la
mobilitazione di capitali privati per gli investimenti ha la maggior parte
dei vantaggi sull’emissione di debito pubblico”.
Anche se avessero ragione quei commentatori che hanno suggerito che la
causa principale del “declino secolare”, nonché la principale spiegazione dei
tassi di interesse ultra-bassi, sia la bassa fertilità in tutto il mondo
avanzato, la ragione per avviare gli investimenti, pubblici o privati, (in questo
caso sarebbero più misti), permane, “ci deve essere il lavoro necessario per
utilizzare il capitale”.
Il punto importante è che il caso per espandere gli investimenti nelle
infrastrutture produttive non si basa su un punto di vista ideologico stretto,
o di teoria economica. Se Summers ha ragione su “stagnazione secolare” nelle
economie avanzate, o se stiamo ancora soffrendo soprattutto le conseguenze
della crisi finanziaria, “è comunque il momento di rompere lo stallo politico e
ripristinare la crescita.”
In definitiva, uno tra gli economisti più influenti nell’aver creato il “set”
di posizioni che ha convalidato la scelta della austerità (cosiddetta “espansiva”)
ora cerca di convincerci che in ogni possibile risposta ai dilemmi del momento
(se si sia in una “Stagnazione secolare” o in una crisi congiunturale; se i
moltiplicatori degli investimenti siano alti o neutri) comunque bisogna
attivare investimenti senza lasciarci fermare dal problema del debito a lungo
termine. Non perché saremmo morti, ma proprio perché si sarà ripagato.
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