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lunedì 9 dicembre 2013

Luigi Zingales, L'Euro non è sostenibile per l'Italia

Luigi Zingales si era laureato alla Bocconi e poi è andato negli USA, in cui risiede da 25 anni. In questo periodo ha preso un Dottorato (al MIT) ed ha insegnato per venti anni alla Università di Chicago. Dunque è “cervello in fuga”.
In questo breve articolo, dal titolo “Il sistema clientelare italiano è il peggior nemico dell’Europa”, per “The Globe and Mail”, in effetti una intervista, sostiene due cose:
-         che la crisi italiana (un “suicidio al rallentatore”), nel lungo periodo, sia determinata dal “nepotismo e dal clientelismo” che ne corrompono la mobilità sociale ed efficienza;
-         che nel breve il legame dell’Euro, in condizioni di scarsa crescita e competitività non sia sostenibile e non sarà sostenuto.  

Andiamo con ordine, Zingales dice che l’economia italiana è in declino negli ultimi trenta anni, “perché amici e parenti di ricchi e famosi, spesso incompetenti e disonesti, sono nelle posizioni di potere nel governo e nelle imprese”. Questo, ovviamente, danneggia la mobilità sociale, e spinge centinaia di migliaia di giovani ambiziosi (come lui stesso) e frustrati a lasciare il paese impoverendolo di talenti ed energie. Inoltre la corruzione e l’inefficienza salgono a livelli “epici”. E’ di queste ore la pubblicazione del Rapporto della ONG “Trasparency International” che vede l’Italia al 69° posto su 177 paesi in materia di corruzione.
Ma la corruzione denunciata da Zingales non si limita allo Stato, anche le imprese private, come si vede chiaramente, si giovano dei rapporti politici che rappresentano un’importante via per prosperare.
Nel seguito l’intervistatore chiede la ragione di tale “nepotismo” e Zingales avanza una teoria storico-ricostruttiva abbastanza sorprendente: il nepotismo sarebbe stato creato in Italia, che quindi ne deterrebbe il copyright, per la precisione “inventato dalla Chiesa Cattolica di Roma”. La ragione è che questa era un monopolio (non essendoci per secoli altra religione competitiva in Occidente). Non c’era “nessuna concorrenza”, dunque poteva permettersi di nominare “idioti ad alte posizioni”. C’è, infatti, “una relazione biunivoca tra potere di mercato, nepotismo e clientelismo”.  

Avanzo subito due piani di critica, che poi riprenderò, a questa ricostruzione: l’Italia è sicuramente corrotta e soggetta a diffusi fenomeni di clientelismo e nepotismo, ma non mi pare sia il leader mondiale del tema. Altrimenti dovremmo considerare che la Cina, l’India, la Russia, il Brasile siano luoghi esenti da corruzione e da fenomeni connessi? Chiunque li ha frequentati, anche per interposta persona o sentito dire sa che non è così. E che dire dei paesi arabi? Se la stagnazione fosse in rapporto diretto con questi fenomeni noi dovremmo crescere molto più di tutti questi paesi (e di molti altri). Allora diciamo che è un fattore, ma non il solo.
Ancora più sorprendente è la ricostruzione storica. Attribuire alla Chiesa Cattolica l’invenzione del nepotismo (stile di governo antico come il mondo) è abissale. Anche individuare la mancanza di concorrenza nella relativa assenza di sfide sistemiche ed organizzate nella storia della Chiesa prima della Riforma sfiora l’analfabetismo storico. Sono centinaia le “eresie” che la Chiesa ha combattuto nella sua storia, ed ognuna era una sfida sul piano della capacità di trascinamento morale. Inoltre, anche ammesso che Albigianesimi e simili non siano da annoverare come concorrenti (con buona pace per le migliaia di morti, le città bruciate, i roghi, fino all’ultimi di Giordano Bruno), la carriera per diventare cardinale nella Chiesa Cattolica, e nella curia, non è mai stata delle più riposanti (in alcuni secoli neppure delle meno pericolose). Credo che, diciamo, è meglio se Zingales continua a fare l’economista e non si cimenta più come storico. 

Del resto durante l’intervista lo stesso Zingales ipotizza un meccanismo diverso dalla semplice “corruzione”, per spiegare il declino della competitività Italiana; il paese non è riuscito a fare il salto su una “piattaforma” più alta, dopo gli anni in cui il modello “bassi salari-bassa competitività” poteva garantire crescita (per l’assenza di competitori esterni agguerriti). In altre parole, negli anni cinquanta-settanta la Cina del mondo eravamo noi, in grado di garantire un buon rapporto tra qualità medio-alta e prezzi bassi. Questo modello competitivo è andato in crisi con la seconda globalizzazione (anni ottanta.-novanta) e noi non siamo riusciti a spostarci su un modello a maggiore valore aggiunto.
Questa spiegazione, appena abbozzata nell’articolo, è molto più promettente. Uno dei punti è l’incapacità di sfruttare le tecnologie informatiche, ma un altro è la scarsa qualificazione della forza lavoro italiana (media) e i salari troppo bassi (i salari bassi inducono a non investire in tecnologia, come più di un analista sottolinea). Questa analisi non viene condotta probabilmente perché porterebbe in direzione non gradita da Zingales. Dunque si usa la distrazione della “corruzione”, per distogliere l’attenzione. 

Alla fine, sia come sia, il punto è che l’Italia non è da tempo su un sentiero di crescita. In queste condizioni, per Zingales la permanenza dell’Italia nell’Euro non è sostenibile e non sarà sostenuta.
 

Anche Zingales prende parte per l’uscita dall’Euro dell’Italia. Comincia a sentirsi un coro.

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