In questo breve articolo,
dal titolo “Il sistema clientelare italiano è il peggior nemico dell’Europa”, per “The Globe and Mail”, in effetti una intervista, sostiene due cose:
-
che la crisi italiana (un “suicidio al
rallentatore”), nel lungo periodo, sia determinata dal “nepotismo e dal
clientelismo” che ne corrompono la mobilità sociale ed efficienza;
-
che nel breve il legame dell’Euro, in
condizioni di scarsa crescita e competitività non sia sostenibile e non sarà
sostenuto.
Andiamo con ordine, Zingales dice che l’economia
italiana è in declino negli ultimi trenta anni, “perché amici e parenti di
ricchi e famosi, spesso incompetenti e disonesti, sono nelle posizioni di
potere nel governo e nelle imprese”. Questo, ovviamente, danneggia la mobilità
sociale, e spinge centinaia di migliaia di giovani ambiziosi (come lui stesso)
e frustrati a lasciare il paese impoverendolo di talenti ed energie. Inoltre la
corruzione e l’inefficienza salgono a livelli “epici”. E’ di queste ore la
pubblicazione del Rapporto
della ONG “Trasparency International” che vede l’Italia al 69° posto su 177
paesi in materia di corruzione.
Ma la corruzione denunciata da Zingales
non si limita allo Stato, anche le imprese private, come si vede chiaramente,
si giovano dei rapporti politici che rappresentano un’importante via per
prosperare.
Nel seguito l’intervistatore chiede la
ragione di tale “nepotismo” e Zingales avanza una teoria storico-ricostruttiva abbastanza
sorprendente: il nepotismo sarebbe stato creato in Italia, che quindi ne
deterrebbe il copyright, per la precisione “inventato dalla Chiesa Cattolica di
Roma”. La ragione è che questa era un monopolio (non essendoci per secoli altra
religione competitiva in Occidente). Non c’era “nessuna concorrenza”, dunque
poteva permettersi di nominare “idioti ad alte posizioni”. C’è, infatti, “una
relazione biunivoca tra potere di mercato, nepotismo e clientelismo”.
Avanzo subito due piani di critica, che
poi riprenderò, a questa ricostruzione: l’Italia è sicuramente corrotta e
soggetta a diffusi fenomeni di clientelismo e nepotismo, ma non mi pare sia il
leader mondiale del tema. Altrimenti dovremmo considerare che la Cina, l’India,
la Russia, il Brasile siano luoghi esenti da corruzione e da fenomeni connessi?
Chiunque li ha frequentati, anche per interposta persona o sentito dire sa che
non è così. E che dire dei paesi arabi? Se la stagnazione fosse in rapporto
diretto con questi fenomeni noi dovremmo crescere molto più di tutti questi
paesi (e di molti altri). Allora diciamo che è un fattore, ma non il solo.
Ancora più sorprendente è la
ricostruzione storica. Attribuire alla Chiesa Cattolica l’invenzione del
nepotismo (stile di governo antico come il mondo) è abissale. Anche individuare
la mancanza di concorrenza nella relativa assenza di sfide sistemiche ed
organizzate nella storia della Chiesa prima della Riforma sfiora l’analfabetismo
storico. Sono centinaia le “eresie” che la Chiesa ha combattuto nella sua
storia, ed ognuna era una sfida sul piano della capacità di trascinamento
morale. Inoltre, anche ammesso che Albigianesimi e simili non siano da
annoverare come concorrenti (con buona pace per le migliaia di morti, le città
bruciate, i roghi, fino all’ultimi di Giordano Bruno), la carriera per
diventare cardinale nella Chiesa Cattolica, e nella curia, non è mai stata
delle più riposanti (in alcuni secoli neppure delle meno pericolose). Credo
che, diciamo, è meglio se Zingales continua a fare l’economista e non si
cimenta più come storico.
Del resto durante l’intervista lo stesso
Zingales ipotizza un meccanismo diverso dalla semplice “corruzione”, per
spiegare il declino della competitività Italiana; il paese non è riuscito a
fare il salto su una “piattaforma” più alta, dopo gli anni in cui il modello “bassi
salari-bassa competitività” poteva garantire crescita (per l’assenza di
competitori esterni agguerriti). In altre parole, negli anni cinquanta-settanta
la Cina del mondo eravamo noi, in grado di garantire un buon rapporto tra
qualità medio-alta e prezzi bassi. Questo modello competitivo è andato in crisi
con la seconda globalizzazione (anni ottanta.-novanta) e noi non siamo riusciti
a spostarci su un modello a maggiore valore aggiunto.
Questa spiegazione, appena abbozzata
nell’articolo, è molto più promettente.
Uno dei punti è l’incapacità di sfruttare le tecnologie informatiche, ma un
altro è la scarsa qualificazione della forza lavoro italiana (media) e i salari
troppo bassi (i salari bassi inducono a non investire in tecnologia, come più
di un analista sottolinea). Questa analisi non viene condotta probabilmente perché
porterebbe in direzione non gradita da Zingales. Dunque si usa la distrazione della
“corruzione”, per distogliere l’attenzione.
Alla fine, sia come sia, il punto è che
l’Italia non è da tempo su un sentiero di crescita. In queste condizioni, per
Zingales la permanenza dell’Italia nell’Euro non è sostenibile e non sarà
sostenuta.
Anche Zingales prende parte per l’uscita
dall’Euro dell’Italia. Comincia a sentirsi un coro.
Nessun commento:
Posta un commento