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lunedì 9 dicembre 2013

Matteo Renzi, Qualche appunto


E’ difficile guardare le cose mentre succedono. Ieri Matteo Renzi è diventato Segretario del Partito Democratico con un largo plebiscito nell’ambito di un corpo votante che supera i tre milioni di individui. Si tratta di persone che si sono personalmente recate presso un luogo fisico, hanno fatto file, hanno pagato qualche euro ed hanno espresso una volontà.
Non si può, qualunque cosa si pensi del Partito Democratico, che avere rispetto per tale impressionante manifestazione di mobilitazione.  

Ma cosa converge in questo successo? È naturalmente difficile dirlo, ma proverò egualmente a descrivere alcune delle mie impressioni in movimento. L’onda lunga del successo di Matteo Renzi mi sembra fatta di alcune onde più piccole che si sono messe “in fase” e hanno sommato l’energia:

-          La spinta potente verso un <nuovo> che non fosse coinvolto con i numerosi fallimenti del passato e con l’insopportabile, e indiscutibile, sensazione di impotenza che ne promana;
-          L’<assenza di forma> che, lungi dall’essere un peso, si è rivelata come il complemento indispensabile per poter effettuare, da parte di tanti segmenti sociali diversi, il necessario “investimento identitario” richiesto per mobilitarsi;
-          L’umanità e la personale debolezza, che si intravede (o che viene abilmente fatta filtrare) in un personaggio che non si presenta come “esemplare”, come “di successo”, come “superiore”;
-          L’aura del <vincente predestinato> che è stata costruita dai media, dalla stessa forza del percorso dell’outsider che non viene fermato, dalla speranza disperata di trovare, infine, una nuova apertura al futuro;
-          Il <micronotabilato> che, anche per la percezione di quest’aura, si è rapidamente accodato, scambiando una ‘bicicletta’ per un ‘carro’.

Queste forze allo stato esprimono una enorme energia potenziale, che potrebbe effettivamente essere messa a servizio di un reale cambiamento positivo, se queste forze non crolleranno sotto il peso delle loro contraddizioni. Se ciò avvenisse il danno potrebbe essere enorme, rapportabile alla grandezza della speranza evocata.
Infatti, il <nuovo> tende ad essere tale per tempi sempre più brevi, viene rapidamente consumato, divorato da una soggettività dispersa che stenta a farsi “opinione pubblica”, in entrambi gli elementi della locuzione.

D’altra parte anche l’<assenza di forma> non è sostenibile, man mano che si scontra/incontra con il reale e con i problemi che questo pone. Quindi procederà ad attrarre alcuni e respingere altri. Il Movimento 5 Stelle, per citare un altro fenomeno politico emergente ed altrettanto significativo (o più), reagisce a tale problema evitando le scelte e cercando di tenersi il più a lungo possibile nella posizione “né-né”. In questo modo resta sulla lunghezza d’onda della <democrazia della sfiducia> (Pierre Rosanvallon). Ma questa posizione Matteo Renzi, dopo averla sfruttata abilmente dirigendola contro Massimo D’Alema e gli altri vertici, non può più praticarla. Ora inizia il difficile.
Se sul versante precedente, fatalmente, qualcosa perderà, Matteo Renzi probabilmente cercherà di non smarrire le sue doti umane di anti-vincente che contribuiscono ad avvicinare (mentre il potere tendenzialmente respinge, nei tempi contemporanei). Anche qui, però, la liturgia e ‘i paramenti’ del potere della Repubblica, non lo aiuteranno. Mentre sino ad ora ha accuratamente evitato di farsi inquadrare a Roma nei Palazzi, ora non potrà schivarli. La potenza dell’immagine da ora gioca contro di lui.
Il <vincente predestinato> deve ora trovare le sue conferme. In questa direzione le inevitabili sconfitte (nessuno in politica, e nella vita, vince sempre) renderanno sempre più grigio il suo abito. Anche qui un rischio (ma anche un’opportunità, perché le sconfitte possono anche rendere più umano).
Da ultimo il <micronotabilato>, che cercherà di trasformare la ‘bicicletta’ renziana in un ‘confortevole carro’, dovrà essere combattuto. Ma questa è forse la sfida più ardua. Come si costruisce una macchina del consenso e della decisione nelle condizioni della modernità contemporanea? Nell’epoca della <folla solitaria> compiuta? Come si articola l’azione politica, la definizione dei temi, la costruzione delle Agende, la mobilitazione intorno ad esse (indispensabile, per non lasciare l’esile quartier generale solo di fronte alle tante pressioni, ai tanti nemici, ai falsi amici, agli infiltrati, ai doppio-triplo giochisti, al denaro, al rischio, alla “responsabilità miope”)? Come tenere i legami, attivarli sui temi, renderli capaci di trasmettere input in entrambe le direzioni, senza creare posizioni di potere locale e satrapie? Come costruire un nuovo “ordine sociale” nell’era della distruzione dei “corpi intermedi” novecenteschi? 


Queste domande attendono risposte dal farsi della vicenda che si è aperta ieri. Da queste risposte potrebbe derivare un esito della crisi italiana.  

Un esito che sarà positivo se la vicenda politica che è iniziata saprà trovare la forza, la saggezza, la capacità (la bella parola che Sen ha posto alla base della sua proposta normativa), di andare oltre la reazione/adattamento; oltre la confusione, oltre lo spaesamento che deriva a quasi tutti i nostri contemporanei dalla convergenza nello stesso luogo della “tempesta perfetta” derivante da cinque crisi:

-          Una crisi sociale, che accelera lo spiazzamento degli schemi di rappresentazione e di comprensione del novecento, dei suoi conflitti strutturanti, dei corpi sociali (che erano anche “case-prigione”) che organizzavano tali conflitti, raccoglievano le forze e creavano contemporaneamente dei “contenitori dell’ira” e “della speranza”. L’erosione della capacità di rappresentarsi, e di essere in parte, asse centrale dell’edificio sociale delle classi medie (erosione che viene insieme alla perdita di capacità economiche, di ruolo nel sistema della produzione), lascia la società senza centro. Quel che si percepisce è un tendenziale autonomizzarsi di piccoli gruppi, capaci di muoversi nelle acque alte dei flussi internazionali di informazioni, finanza e relazioni, e l’abbandono all’enclave locale di sempre maggiore parte della ex-società. Quel che appare rilevante, di questi complessi fenomeni in rapido movimento è la loro complessità. Nessuno riesce a ricondurli ad un'immagine unitaria, e anche la funzione delle vecchie ideologie in questo appare sconfitta/spiazzata (ai più).
-          Una crisi politica, che deriva da questa sconfitta (che è essenzialmente derivante da un salto di senso che non è stato compreso/compiuto, oltre che dalla non irrilevante massa degli apparati, ormai sostanzialmente inutili) delle immagine unitarie semplici delle vecchie ideologie della trasformazione sociale, genera uno sfilacciamento e precipita, dove c’è sofferenza e disorientamento, in quella prevalenza della sfiducia e della <postdemocrazia> denunciata da Crouch. Nel venire a maturazione di quelle lunghe tendenze di cui ci ha parlato Werner-Muller e Pierre Rosanvallon. Quindi nella prevalenza della <democrazia del rifiuto>, <della sorveglianza>. Di un’attitudine a restare fuori della “casa politica ed amministrativa” per sorvegliarla con atteggiamento occhiuto, rifiutandone le logiche percepite come compromissorie. Rifiutando la “vecchia” democrazia <del progetto>, che è tacciata di essere falsa o ideologica (o entrambe). Questa crisi è anche una mancanza; di speranza e di visione, quindi di politica nel senso novecentesco, e nasce dal disincanto verso le promesse della tecnica, dallo spiazzamento economico e dalla rottura sociologica che ne è immagine ed effetto (magari anche, in parte, causa). Questa crisi, multiforme e potentissima, impatta in particolare in Italia, ma non solo, con il sistema dei partiti. Con una crisi verticale della loro credibilità che sembra terminale e della quale ci ha parlato con forza Revelli, ma anche lo stesso Rosanvallon (sia pure con riferimento alla Francia).  
-          Una crisi economica, come è ovvio presente ed al centro della scena, ma che nella sua multiforme presenza riesce completamente oscura a quasi tutti. Nella babele delle interpretazioni, nel disorientamento che deriva dai troppi nemici indicato al pubblico odio (le banche, no gli Stati, no i pensionati, no l’Europa, no la Germania, no l’Euro, …) questa crisi -che continua da cinque anni e non intende lasciarci- è, in realtà il punto di sedimentazione di molti tempi della storia. Di onde lunghe di trasformazione economica, mal gestite a corto raggio da una politica internazionale miope e da una politica locale debole, che si sono incrociate con onde brevi e con potenti volontà ed egoismi nazionali (quello cinese, quello tedesco, per dirne due).
-          Una crisi europea o dell’Euro, una incastonata dentro l’altra. Una crisi che è perdita di senso del progetto e che, anche questa, ha gambe lunghe. Ma che tuttavia, incrociandosi con la crisi economica congiunturale, avviata nel 2008, sta generando –in particolare per i paesi del Sud- effetti devastanti. Talmente gravi che si comincia da più parti a temere di non riuscire più a “tenerli”.
-          Una crisi mondiale, che è essenzialmente crisi della “leadership guida”. Di quello “schema di ordine” fondamentale senza il quale il mondo rischia di precipitare in un’instabilità foriera di conflitti sempre crescenti. Questa è la sfida centrale del secolo, che certamente non può essere combattuta da soli, ma per la quale al momento si registrano solo riottosi (aspiranti) primattori.  

La vittoria di Matteo Renzi mi pare fatta di tutti questi fili. Mi pare un tessuto ancora abbastanza disordinato e con molto di reattivo e ancora poco progetto. Un segno dei tempi.
Questa reazione/adattamento, per molti versi necessaria, potrà trovare forma se consentirà di oltrepassare la tradizione dei “corpi sociali” e “politici” intermedi, recuperando ciò che di alto e prezioso è nelle tradizioni di valore e servizio che hanno rappresentato, nei loro momenti migliori; se si renderà capace di azione senza paura della “folla solitaria” (che sembra ormai il nostro destino). Anzi, rendendosi “schermo” disponibile alla proiezione di nuove (e necessariamente, almeno in questa fase, meno chiare) soggettività; alla loro rappresentazione. A fornirgli colore. 


Naturalmente in questo movimento ci sono corposi rischi. Uno che si vede molto bene è che di fronte a questa situazione, prevalga una reazione semplificatoria, lo sforzo cioè di saltare i livelli intermedi ma solo per accedere direttamente alla decisionalità di un presunto ed illusorio “soggetto libero”.
Nessuno è libero nel campo definito dalle “cinque crisi”, nessuno può restare da solo. Questa reazione diventerebbe parte del problema, non della soluzione. Avvertono in questa direzione sia Cacciari sia Lazar.
Quel che occorre, al contrario, è riprendere il lungo e faticoso lavoro del politico; descritto da Rosanvallon come l’attività riflessiva e deliberativa che diventa “luogo” nel quale vengono elaborate le regole capaci di fondare un <mondo comune>, di costruirlo. In questo lavoro è elemento essenziale la determinazione dei principi di giustizia, l’arbitrato quindi tra gli interessi dei diversi gruppi e l’articolazione del confine tra “pubblico” e “privato”.
Naturalmente uno dei primi nodi di tale attività è garantire la leggibilità e visibilità del nuovo assetto sociale, geopolitico ed economico nel quale si presenta la situazione. Quindi richiede di “prendere posizione”, e “gettare ponti”, anche nel conflitto tra rappresentanza e democrazia.   

Questo conflitto può parlare anche al superamento del <corpo del partito>, alla sua apertura a istanze plurali, ad un’organizzazione “per eventi” e ad una militanza “a tempo”, che potrebbe essere una risposta ai tempi. Naturalmente <micronotabilato> permettendo.

Inizia il futuro?


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