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lunedì 9 dicembre 2013

Sui “contractual arrangements”. La Germania supera la linea di confine.

Subito prima dell’entrata nel vivo dei negoziati per la Grande Coalizione che tra pochi giorni dovranno essere ratificato o rigettati dalla base della SPD, Angela Merkel prese tutti in contropiede annunciando la proposta di modifiche dei Trattati rivolte a introdurre due innovazioni:

-          Degli “accordi contrattuali” nei quali, in cambio di impegni precisi su riforme richieste dalla Commissione Europea potrebbero essere erogati aiuti. Questi impegni “sarebbero blindati con cifre e scadenze da rispettare, controllabili da parte delle autorità europee in ogni momento in ogni paese membro dell’eurozona o del resto dell’Unione.”
-          L’istituzione di un Ministro delle Finanze Europee.
La cosa, che per ora non sembra aver portato ad un testo o ad una proposta formalizzata, secondo lo Spiegel, dopo essere state comunicate in via confidenziale alla Commissione Europea, alla BCE, agli altri governi nazionali, ha trovato immediate resistenze degli Stati dell’eurozona. E lo stesso Parlamento Europeo si prepara a esprimere seri dubbi.

Malgrado ciò, e prima della ratifica dell’accordo di coalizione, l’Ambasciatore Tedesco in Italia, Reinhard Schafers, pubblica una intervista su La Repubblica nella quale ci comunica che non ci saranno né “redempion fund” né “eurobond” e la Germania “resterà affidabile [per i mercati] e non cambierà rotta”. Dopo aver dato queste belle notizie, aggiunge che la Germania proporrà l’istituzione degli “Accordi Contrattuali” con i singoli paesi per le riforme. Si tratta di un modo di implementare le regole di bilancio europee già decise “in parte su base volontaria”.
In altre parole, con le sue stesse parole, “uno strumento per fare pressione su alcuni paesi, soprattutto per fare progressi più rapidi. Un modo per accelerare le riforme.” Cioè le “riforme strutturali del sistema produttivo e istituzionale”, un modo “per fornire al premier [dello stato membro] sostegno da parte europea perché venga compiuto questo secondo passo verso le riforme”. Cioè affinché sia possibile piegare la resistenza dei Parlamenti nazionali e della stessa opinione pubblica.
 
In cambio di erogazioni di risorse aggiuntive. 

 

Facciamo un passo indietro, così prendiamo fiato ed evitiamo di sentirci male, in questi giorni sta uscendo un libro di Helmut Schmidt, il cancelliere socialdemocratico della Germania dell’Ovest dal 1974 al 1982, che si intitola “Mein Europa”, nel libro è presente un lungo dialogo tra lo stesso Schmidt e Joschka Fischer, il ministro degli Esteri dei governi rosso-verdi che hanno governato la Germania riunita dal 1998 al 2005. Secondo i due influenti ex uomini politici alla fine di questo secolo ci saranno sicuramente le Nazioni, ma forse non ci sarà più l’UE.
Infatti in questi anni nessuno ha contrastato la rinascita del nazionalismo, in particolare con la Germania in prima linea nella strenua difesa degli interessi nazionali. Secondo Schmidt la Merkel ha “abdicato” alla tradizionale unità con la Francia nel perseguimento dell’approfondimento comunitario. A suo tempo la Germania accettò scelte impopolari, come l’ingresso della Grecia, oggetto di ampia discussione (o della Spagna) per rafforzare giovani democrazie uscite dalla dittatura.
Ora questo spirito si è smarrito, e sono stati tollerati (o promossi) immensi danni come l’esplosiva disoccupazione giovanile, una vera e propria bomba ad orologeria nel cuore del Vecchio Continente secondo Helmut Schmidt. Joschka Fischer nel testo auspica una ristrutturazione del debito dei paesi in difficoltà e nuove regole di condivisione per il nuovo; altrimenti, secondo gli autori, la divaricazione economica e sociale dell’Europa si approfondirà, con devastanti conseguenze politiche.
Secondo il leader storico dei Verdi, “se sono vere le voci dei giornali che CDU, CSU e SPD hanno fatto uno scambio tra salario minimo ed Eurobond, è difficile non essere pessimisti sulle chance dell’Europa”.  

Per Helmut Schmidt per affrontare il tema del debito ci vorrebbe una sorta di “putsch” del Parlamento europeo per sollecitare una vera discussione, che capovolga il nazionalismo perseguito in questi anni di eurocrisi. Un’involuzione che secondo Fischer dovrebbe consigliare un mutamento delle istituzioni comunitarie, che al momento non funzionano. Anche perché la disgregazione dell’UE è più vicina di quanto pensino le élite europee.

 

In questo sfondo possiamo prendere in considerazione anche le voci che vengono dalla FDP (i Liberali esclusi dal Bundestag nelle ultime elezioni e storici alleati della Merkel), che tra pochi giorni avranno un Congresso a Berlino. Oggetto del dibattito è il futuro della politica europea. In particolare i rapporti con i paesi in crisi come Grecia e Cipro. Alcuni gruppi regionali, come quelli dell'Assia e della Bassa Sassonia, propongono addirittura di far uscire dall'Euro i paesi debitori. Una resistenza a questa posizione drastica l’offre il Segretario Generale, Patrick Döring, che giustifica questa posizione sostenendo che le modifiche ai Trattati Europei, anche quelli che riguardano l'Eurozona, necessitano dell'approvazione di tutti i paesi membri. “E che le discussioni in corso sulla possibilità di una insolvenza degli stati Euro dimostrano quanto sarà difficile raggiungere questa unanimità”, ha dichiarato Döring ad Handelsblatt Online. “Inoltre, a nessun paese è impedito di lasciare autonomamente l'unione monetaria”. Con queste avvertenze la posizione del gruppo dell'Assia viene definita come un semplice contributo al Programma elettorale europeo della FDP, che sarà definito in gennaio. “Questo programma sarà una proposta a tutti i cittadini che vogliono un'Europa dei diritti, del mercato interno, della sussidiarietà e della solidità”.

Del resto la FDP dell'Assia il 23 novembre si era anche pronunciata a favore della correzione dell'Euro-politica applicata fino ad ora con queste parole: “(...) se un paese a causa di una moneta troppo forte non è riuscito ad accrescere la sua competitività e la sua capacità di sostenere il debito, mette a rischio la sopravvivenza dell'intera unione monetaria. Per questo in futuro oltre ad una procedura di insolvenza per gli stati, i paesi dell'Eurozona dovranno avere la possibilità di uscire dalla moneta unica, almeno per un periodo di transizione. Ci sarà la possibilità di rientrare, ma solo a determinate condizioni...”. Una mozione che ha avuto il sostegno del leader della FDP della Bassa Sassonia, Stefan Birkner: “Oltre all'insolvenza di uno stato, in determinate circostanze l'uscita dall'unione monetaria, almeno temporanea, può essere una strada per ritornare alla crescita e recuperare la stabilità finanziaria di un paese”, ha dichiarato Birkner all'Handelsblatt Online. Secondo il leader regionale, infatti, la crisi dell'unione monetaria mostra che la zona Euro deve riconquistare la fiducia e che “questo potrà accadere solo con il ritorno al rispetto dei Trattati e alla solidità di bilancio”. Dunque il principio secondo cui “ogni paese è responsabile per i propri debiti” dovrà essere nuovamente applicato ed “i criteri di stabilità dovranno essere rispettati e dotati di un meccanismo automatico di sanzione”. 

Nella probabile Große Koalition c'è, inoltre, un Partito che la pensa come gli euro-critici liberali: la CSU. Durante i negoziati di coalizione il Ministro delle Finanze bavaresi, Markus Söder, ha evidenziato gli obiettivi della CSU: rendere possibili referendum europei e definire regole chiare per l'uscita di un paese dalla zona Euro, che al momento non esistono. Del resto l'ala economica della CSU già da tempo si pronuncia per una linea più dura sull'Euro-politica. Il portavoce della corrente, Hans Michel Bach, ad inizio 2012 chiedeva la possibilità di far uscire dall'Euro i paesi che non prendono parte al fondo ESM: “nella moneta unica non è pensabile una situazione in cui alcuni paesi sono solidali, mentre gli altri se ne stanno da parte con discrezione”. 

Nell'Accordo di Coalizione nero-rosso la possibilità di uscire dall'Euro però non è mai menzionata. Nel documento invece si dice: “la Germania è pronta a concedere ulteriori aiuti sotto forma di crediti per facilitare le politiche di riforma finalizzate al recupero della competitività e alla riduzione della disoccupazione”. Fermo restando il principio della responsabilità di ogni paese per il proprio debito che dovrà essere mantenuto, infatti “Ogni forma di messa in comune del debito sovrano metterebbe a repentaglio il necessario riallineamento delle politiche nazionali in ogni singolo stato membro”, sottolineano Unione e SPD.
Una responsabilità nazionale sui bilanci ed una garanzia comune sul debito sono pertanto incompatibili: “I prestiti di emergenza dal fondo di salvataggio europeo dovranno essere concessi solo come ultima risorsa, solo nel caso in cui la stabilità dell'Eurozona nel suo complesso sia a rischio”. I paesi in crisi devono inoltre “garantire una forte partecipazione del settore privato alla gestione della crisi e utilizzare mezzi propri, prima di poter accedere agli aiuti di emergenza europei”. Questi dovranno essere concessi solo a condizioni ben precise e presuppongono un piano chiaro sulla sostenibilità del debito, “inoltre, il controllo democratico sugli aiuti è di fondamentale importanza: gli aiuti dell'ESM saranno concessi solo dopo l'approvazione del Bundestag”. 

 

Riassumiamo:
-          Nessuna mutualizzazione del debito;
-          Utilizzo dei fondi dell’ESM solo dopo approvazione del Parlamento Tedesco;
-          Espulsione degli stati membri che non si allineano;
-          Prestiti aggiuntivi in cambio di impegni ulteriori e individuali. 

Tutto ciò senza la ratifica dei Parlamenti nazionali (con l’eccezione, evidentemente dell’unico sovrano, quello tedesco), ma anzi per “fornire al premier [dello stato membro] sostegno da parte europea perché venga compiuto questo secondo passo verso le riforme [contro la resistenza del suo Parlamento].”
 

Sarà l’equivalente dell’invasione della Polonia?

 

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