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Degli “accordi
contrattuali” nei quali, in cambio di impegni precisi su riforme richieste
dalla Commissione Europea potrebbero essere erogati aiuti. Questi impegni “sarebbero
blindati con cifre e scadenze da rispettare, controllabili da parte delle
autorità europee in ogni momento in ogni paese membro dell’eurozona o del resto
dell’Unione.”
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L’istituzione di un Ministro delle
Finanze Europee.
La cosa, che per ora non sembra aver
portato ad un testo o ad una proposta formalizzata, secondo lo Spiegel, dopo
essere state comunicate in via confidenziale alla Commissione Europea, alla BCE,
agli altri governi nazionali, ha trovato immediate resistenze degli Stati
dell’eurozona. E lo stesso Parlamento Europeo si prepara a esprimere seri
dubbi.
Malgrado ciò, e prima della ratifica
dell’accordo di coalizione, l’Ambasciatore Tedesco in Italia, Reinhard
Schafers, pubblica una intervista su La Repubblica nella quale ci comunica che
non ci saranno né “redempion fund” né “eurobond” e la Germania “resterà
affidabile [per i mercati] e non cambierà rotta”. Dopo aver dato queste belle
notizie, aggiunge che la Germania proporrà l’istituzione degli “Accordi
Contrattuali” con i singoli paesi per le riforme. Si tratta di un modo di
implementare le regole di bilancio europee già decise “in parte su base volontaria”.
In altre parole, con le sue stesse
parole, “uno strumento per fare pressione su alcuni paesi, soprattutto per fare
progressi più rapidi. Un modo per accelerare le riforme.” Cioè le “riforme
strutturali del sistema produttivo e istituzionale”, un modo “per fornire al
premier [dello stato membro] sostegno da parte europea perché venga compiuto
questo secondo passo verso le riforme”. Cioè affinché sia possibile piegare la
resistenza dei Parlamenti nazionali e della stessa opinione pubblica.
In cambio di erogazioni di risorse
aggiuntive.
Facciamo un passo indietro, così prendiamo
fiato ed evitiamo di sentirci male, in questi giorni sta uscendo un libro di Helmut Schmidt, il cancelliere socialdemocratico
della Germania dell’Ovest dal 1974 al 1982, che si intitola “Mein Europa”, nel
libro è presente un lungo dialogo tra lo stesso Schmidt e Joschka Fischer, il
ministro degli Esteri dei governi rosso-verdi che hanno governato la Germania
riunita dal 1998 al 2005. Secondo i due influenti ex uomini politici alla fine
di questo secolo ci saranno sicuramente le Nazioni, ma forse non ci sarà più
l’UE.
Infatti in
questi anni nessuno ha contrastato la rinascita del nazionalismo, in
particolare con la Germania in prima linea nella strenua difesa degli interessi
nazionali. Secondo Schmidt la Merkel ha “abdicato” alla tradizionale unità con
la Francia nel perseguimento dell’approfondimento comunitario. A suo tempo la
Germania accettò scelte impopolari, come l’ingresso della Grecia, oggetto di
ampia discussione (o della Spagna) per rafforzare giovani democrazie uscite
dalla dittatura.
Ora questo
spirito si è smarrito, e sono stati tollerati (o promossi) immensi danni come
l’esplosiva disoccupazione giovanile, una vera e propria bomba ad orologeria
nel cuore del Vecchio Continente secondo Helmut Schmidt. Joschka Fischer nel
testo auspica una ristrutturazione del debito dei paesi in difficoltà e nuove
regole di condivisione per il nuovo; altrimenti, secondo gli autori, la
divaricazione economica e sociale dell’Europa si approfondirà, con devastanti
conseguenze politiche.
Secondo il
leader storico dei Verdi, “se sono vere le voci dei giornali che CDU, CSU e SPD
hanno fatto uno scambio tra salario minimo ed Eurobond, è difficile non essere
pessimisti sulle chance dell’Europa”.
Per
Helmut Schmidt per affrontare il tema del debito ci vorrebbe una sorta di
“putsch” del Parlamento europeo per sollecitare una vera discussione, che
capovolga il nazionalismo perseguito in questi anni di eurocrisi.
Un’involuzione che secondo Fischer dovrebbe consigliare un mutamento delle
istituzioni comunitarie, che al momento non funzionano. Anche perché la
disgregazione dell’UE è più vicina di quanto pensino le élite europee.
In questo sfondo possiamo prendere in
considerazione anche le voci che vengono dalla FDP (i Liberali esclusi dal
Bundestag nelle ultime elezioni e storici alleati della Merkel), che tra pochi
giorni avranno un Congresso a
Berlino. Oggetto del dibattito è il futuro della politica europea. In particolare
i rapporti con i paesi in crisi come Grecia e Cipro. Alcuni gruppi regionali,
come quelli dell'Assia e della Bassa Sassonia, propongono addirittura di far
uscire dall'Euro i paesi debitori. Una resistenza a questa posizione drastica l’offre
il Segretario Generale, Patrick Döring, che giustifica questa posizione
sostenendo che le modifiche ai Trattati Europei, anche quelli che riguardano
l'Eurozona, necessitano dell'approvazione di tutti i paesi membri. “E che le
discussioni in corso sulla possibilità di una insolvenza degli stati Euro
dimostrano quanto sarà difficile raggiungere questa unanimità”, ha dichiarato
Döring ad Handelsblatt Online. “Inoltre, a nessun paese è impedito di lasciare
autonomamente l'unione monetaria”. Con queste avvertenze la posizione del
gruppo dell'Assia viene definita come un semplice contributo al Programma
elettorale europeo della FDP, che sarà definito in gennaio. “Questo programma
sarà una proposta a tutti i cittadini che vogliono un'Europa dei diritti, del
mercato interno, della sussidiarietà e della solidità”.
Del resto
la FDP dell'Assia il 23 novembre si era anche pronunciata a favore della
correzione dell'Euro-politica applicata fino ad ora con queste parole: “(...)
se un paese a causa di una moneta troppo forte non è riuscito ad accrescere la
sua competitività e la sua capacità di sostenere il debito, mette a rischio la
sopravvivenza dell'intera unione monetaria. Per questo in futuro oltre ad una
procedura di insolvenza per gli stati, i paesi dell'Eurozona dovranno avere la
possibilità di uscire dalla moneta unica, almeno per un periodo di transizione.
Ci sarà la possibilità di rientrare, ma solo a determinate condizioni...”. Una
mozione che ha avuto il sostegno del leader della FDP della Bassa Sassonia,
Stefan Birkner: “Oltre all'insolvenza di uno stato, in determinate circostanze
l'uscita dall'unione monetaria, almeno temporanea, può essere una strada per
ritornare alla crescita e recuperare la stabilità finanziaria di un paese”, ha
dichiarato Birkner all'Handelsblatt Online. Secondo il leader regionale,
infatti, la crisi dell'unione monetaria mostra che la zona Euro deve
riconquistare la fiducia e che “questo potrà accadere solo con il ritorno al
rispetto dei Trattati e alla solidità di bilancio”. Dunque il principio secondo
cui “ogni paese è responsabile per i propri debiti” dovrà essere nuovamente
applicato ed “i criteri di stabilità dovranno essere rispettati e dotati di un
meccanismo automatico di sanzione”.
Nella
probabile Große Koalition c'è, inoltre, un Partito che la pensa come gli
euro-critici liberali: la CSU. Durante i negoziati di coalizione il Ministro
delle Finanze bavaresi, Markus Söder, ha evidenziato gli obiettivi della CSU:
rendere possibili referendum europei e definire regole chiare per l'uscita di
un paese dalla zona Euro, che al momento non esistono. Del resto l'ala
economica della CSU già da tempo si pronuncia per una linea più dura
sull'Euro-politica. Il portavoce della corrente, Hans Michel Bach, ad inizio
2012 chiedeva la possibilità di far uscire dall'Euro i paesi che non prendono
parte al fondo ESM: “nella moneta unica non è pensabile una situazione in cui
alcuni paesi sono solidali, mentre gli altri se ne stanno da parte con
discrezione”.
Nell'Accordo
di Coalizione nero-rosso la possibilità di uscire dall'Euro però non è mai
menzionata. Nel documento invece si dice: “la
Germania è pronta a concedere ulteriori aiuti sotto forma di crediti per
facilitare le politiche di riforma finalizzate al recupero della competitività
e alla riduzione della disoccupazione”. Fermo restando il principio della
responsabilità di ogni paese per il proprio debito che dovrà essere mantenuto,
infatti “Ogni forma di messa in comune del debito sovrano metterebbe a
repentaglio il necessario riallineamento delle politiche nazionali in ogni
singolo stato membro”, sottolineano Unione e SPD.
Una
responsabilità nazionale sui bilanci ed una garanzia comune sul debito sono
pertanto incompatibili: “I prestiti di emergenza dal fondo di salvataggio
europeo dovranno essere concessi solo come ultima risorsa, solo nel caso in cui
la stabilità dell'Eurozona nel suo complesso sia a rischio”. I paesi in crisi
devono inoltre “garantire una forte partecipazione del settore privato alla
gestione della crisi e utilizzare mezzi propri, prima di poter accedere agli
aiuti di emergenza europei”. Questi dovranno essere concessi solo a condizioni
ben precise e presuppongono un piano chiaro sulla sostenibilità del debito, “inoltre, il controllo democratico sugli
aiuti è di fondamentale importanza: gli aiuti dell'ESM saranno concessi solo
dopo l'approvazione del Bundestag”.
Riassumiamo:
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Nessuna
mutualizzazione del debito;
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Utilizzo
dei fondi dell’ESM solo dopo approvazione del Parlamento Tedesco;
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Espulsione
degli stati membri che non si allineano;
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Prestiti
aggiuntivi in cambio di impegni ulteriori e individuali.
Tutto ciò
senza la ratifica dei Parlamenti nazionali (con l’eccezione, evidentemente dell’unico
sovrano, quello tedesco), ma anzi per “fornire al premier
[dello stato membro] sostegno da parte europea perché venga compiuto questo
secondo passo verso le riforme [contro la resistenza del suo Parlamento].”
Sarà l’equivalente dell’invasione della
Polonia?

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