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domenica 15 dicembre 2013

Retrospettiva


2070. La Grande Crisi è ormai passata, anche se ancora molti problemi restano da affrontare il rapporto della civiltà con l’ambiente è stato stabilizzato, abbiamo appreso dalle dure lezioni subite ad aver cura delle risorse e distribuirle in modo più equo. Il mondo non è più diviso in ricchi arroccati nelle loro torri e in disperati che li assediano. Le ineguaglianze, ovviamente persistenti, sono tenute sotto controllo entro termini ragionevoli. La funzione pubblica e l’iniziativa privata hanno trovato l’equilibrio che consente ad ognuna di esprimersi. Nessuno è più abbandonato a se stesso ed inutile.
 
Arrivare a questo è stato doloroso, il mondo è dovuto passare per il fuoco della fucina della Storia, come accadde due volte nella prima metà del secolo precedente, e attraverso una lunga fase di instabilità politica e di battaglia sociale. I nodi al pettine arrivarono improvvisi negli anni venti del XXI secolo; erano, però, in preparazione da decenni, e resero subito instabili le democrazie occidentali. Per prima si mosse (come sempre) l'Italia: a partire dagli anni ottanta del secolo precedente la società e l'economia furono liberate dai vincoli e dalle intermediazioni che avevano costruito il “compromesso” post Seconda Guerra Mondiale, quell’accordo fondamentale tra le componenti sociali essenziali che, memori dei 40 milioni di morti e dei regimi autoritari figli della crisi economica e sociale, avevano lavorato insieme.
L'energia liberata provocò il crollo finale dell'Unione Sovietica e questa avviò due processi di rafforzamento potentissimi: la crisi delle ideologie della trasformazione del novecento e l'apertura di vastissimi mercati per gli investimenti occidentali. I capitali finanziari e gli investimenti industriali effettuarono una vera e propria invasione pacifica, con alcuni effetti a catena: crescita dei redditi per la parte connessa della popolazione locale (i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” ed i direttivi) e indebolimento della forza contrattuale e dei redditi di quella “sostituibile” in occidente che perse irrimediabilmente la sua forza contrattuale. La competizione crebbe senza argini, aiutata dalla ideologia liberista dominante che ormai aveva dimenticato il prezzo della ineguaglianza; questo lungo processo, che prese almeno trenta anni, portò erosione progressiva della quota lavoro nella distribuzione economica, crisi fiscale dello Stato con conseguente indebitamento, indebolimento della funzione assicurativa del Welfare diventato difficile da finanziare ed accusato di essere fonte di “sprechi”, incremento ovunque della competizione e quindi dei relativi “perdenti”. Quale reazione alla minaccia di perdere consenso e dunque controllo, le élite cercarono di proteggere le loro prerogative in più direzioni: costruendo Istituzioni Sovranazionali non responsabili democraticamente (e dunque non influenzabili), alle quali demandare quote crescenti di potere (secondo il “Teorema del vincolo esterno”), e rendendo sempre più autonomi i circuiti finanziari nei quali far rifugiare i risparmi (accuratamente protetti da specifiche politiche e dalle Banche Centrali). In questa direzione si vide una vera e propria mutazione genetica della Istituzione sovranazionale cui era stata demandata la pace economica, sociale e militare in Europa: l’Unione. Questa diventò uno strumento di potenza, tradendo la sua vocazione ed ottenendo al fine l’effetto opposto. Fu una delle cause del disastro.
L'ineguaglianza crebbe in questo modo a livelli che non si vedevano da un secolo. La quota dei lavoratori produttivi (impegnati nella produzione) scese a livelli inferiori al 20%, i disoccupati salirono oltre il 10% e i poveri verso il 20%. Si crearono immani squilibri mondiali tra paesi “risparmiatori” e paesi “indebitati”, tra paesi “esteroflessi” (fondati sulle esportazioni) e “consumatori”, che resero il sistema mondiale un incubo di crisi senza fine.
 

Queste furono le condizioni dell'improvvisa perdita di stabilità e dell'esplosione sociale che la politica non vide, o sottovalutò, e che non riuscì a contrastare.

Il mondo bruciò.

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