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mercoledì 11 dicembre 2013

Pagine: Habermas, Streeck, Beck, "danzando sull’abisso"


Siamo in un momento delicato del processo pluridecennale di unificazione europea, l’Unione non è mai stata più in pericolo di oggi. Malgrado ciò, o forse proprio per questo le èlite europee <danzano sull’orlo dell’abisso>, e costringono tutti noi a farlo con loro. Sono ormai alcuni anni che l’intera Unione Europea si muove, passo avanti passo indietro, in quell’area strana nella quale si è vicini ad una rottura, ma non dentro. Nella quale si conta il tempo del disastro, ma poi il timido passetto lo allontana. In cui si decide l’ESM, ma forse no; si decide l’Unione Bancaria, ma dal 2016 e poi coinvolgendo i correntisti (si, no, forse); la Germania frena, la Francia non spinge, l’Italia guarda, la Spagna esita. Gli USA osservano, esterrefatti.  
Per leggere questa situazione e alcune sue implicazioni provvederemo a ripercorrere alcuni luoghi di tre autori che abbiamo già lungamente incontrato: Jurgen Habermas, Wolgang Streeck e Ulrich Beck. Perché c’è un momento sistematico in questo atteggiamento, una tattica; ma c’è anche un dilemma, continuare con il business (come vorrebbero molta parte delle élite europee, di destra ma non solo) o ristrutturarlo? E se sì, quanto? 

Per iniziare rileggiamo qualche passaggio del libro del 2012 “Europa Tedesca” di Beck, e la prendiamo diretta: “Per dirla in maniera spiccia: al momento si ha l’impressione che solo gli Stati ricchi e comunque già potenti possono sperare in un aumento di potere dalla cooperazione, mentre gli Stati debitori devono temere di cadere sotto il ditkat dei <paesi partner> che sono in posizione migliore e delle regole da loro stabilite. Non appena non solo gli Stati piccoli, ma anche i grandi, si trovano a divincolarsi nella trappola dei debiti, cresce in Europa il potere della Germania con i suoi ni.” (B, p. 55) Secondo Beck, dunque, la Germania esercita il potere, e lo accresce, tramite una specifica politica: quella del concedere negando, del trattenere lungo la strada in modo che i problemi restino sempre non risolti, ma neppure precipitino.
Lungo questa strada accidentata la Germania è divenuta negli ultimi anni la potenza egemone, ma su questo è bene intendersi, infatti per Beck è “al contempo chiaro ancora una volta che l’ascesa della Germania a potenza guida nell’<Europa tedesca> non è il risultato di un astuto piano segreto elaborato con tanto di tattiche e insidie. Essa si è compiuta piuttosto –almeno all’inizio- in maniera abbastanza involontaria e non pianificata, è stata un risultato della crisi finanziaria e dell’anticipazione della catastrofe. Ma nel corso successivo delle cose, stando a quanto possiamo supporre guardando al succedersi degli eventi, cominciò una fase di consapevole pianificazione. La Cancelliera ha riconosciuto nella crisi la sua occasione, il <<favore dell’ora>>.” Ciò che è successo, allora, secondo la lettura di Beck, è che “con una combinazione di fortuna e virtù merkiavellica è riuscita a sfruttare l’occasione storica e ad approfittare in chiave sia di politica estera che di politica interna.” 

Questa dimensione bifronte della politica di governo, di sfruttamento della situazione, da parte della leadership della Merkel, porta in effetti a funzionalizzare anche l’opposizione generata; infatti su questa base si forma anche “un fronte avverso [vedi ad es. qui] di coloro che ritengono che l’europeizzazione accelerata leda i diritti del parlamento tedesco e quindi urti contro la Costituzione. Ma anche questi bastioni di resistenza Merkel sa strumentalizzare, incorporandoli nella sua politica di domare attraverso l’esitare. Una volta di più guadagna da un doppio punto di vista: più potere in Europa e più popolarità all’interno, nel favore degli elettori tedeschi”. Si tratta, in altre parole, di una strategia fondata su un doppio racconto: all’esterno la Germania propaga una narrazione di responsabilità, rigore e austero sostegno, specificando abilmente che deve superare resistenze interne e procedere –per ciò- un passo alla volta, con ciò ottenendo tempo; all’interno la Cancelliera trasmette l’immagine di un restio custode delle risorse nazionali, costretto suo malgrado a fare delle concessioni per puro senso di responsabilità e perché costretta.

A definire questo contesto interviene anche un altro potente fattore, la Germania è sostanzialmente affascinata dal racconto del suo successo, “nella politica, nei media e nell’opinione pubblica affiora un nuovo orgoglio nazionale, che si alimenta della consapevolezza delle proprie prestazioni. Possiamo esprimere questa nuova coscienza di sé nella formula: certo non siamo i signori d’Europa, ma ne siamo i maestri”. Una posizione che Beck vede -in ultimo- radicata nell’<<universalismo tedesco>>, e dunque presente molto profondamente. “Non solo l’Europa diventa tedesca, ma anche la verità diventa tedesca, che è poi la verità della politica di risparmio”. (B. p. 57)
I tedeschi, in altre parole, reputano di disporre (di possedere) il metro per decidere cosa è buono e sbagliato, non a casa loro (che sarebbe naturale, oltre che legittimo) ma ovunque (dunque anche a casa nostra) e non solo ora, ma sempre. La politica del rigore, cioè, non dipende dalle circostanze e dai tempi, ma è universalmente valida. Ovunque e sempre, a qualsiasi prezzo. Ovviamente, come ricorda Beck, “in ottica di politica europea, questo universalismo è il nocciolo dell’arroganza, dell’<assolutamente normale nazionalismo tedesco, del siamo di nuovo qui>.”
Specificatamente il modello che sarebbe universalmente valido è quello dell’<<agenda 2010>> di Schroder, il Cancelliere tedesco della SPD che, in un momento in cui l’economia mondiale tirava molto, promosse nel 2002-3 un pacchetto di politiche nel mercato del lavoro essenzialmente rivolte ad aumentare la pressione sui disoccupati perché accettassero condizioni di lavoro più basse, ottenendo un significativo abbassamento del costo del lavoro per le imprese; creando quindi un aggressivo modello economico che accettava la sfida della globalizzazione ed era costruito per l’esportazione. Un modello che iniziò a funzionare davvero solo dopo il 2007 e soprattutto dopo la crisi del 2008-9. Questo modello, in effetti, universalizza il precariato, ha quindi costi sociali ingentissimi e probabilmente anche una relazione con la stagnazione degli investimenti nell’impresa (che alla lunga danneggerà la stessa competitività), per questa ragione dopo circa dieci anni sta per essere mitigato dalla nuova Grande Coalizione.
La traduzione, nell’acuta analisi di Beck, si nutre anche di un transfert: quello sul sud Europa dell’atteggiamento mentale messo a punto dai tedeschi nel processo di unificazione. E dunque dell’atteggiamento esercitato nei confronti di uno stato in bancarotta; è questo in definitiva  il modello (imperiale) che viene applicato anche ai paesi del sud. Ma con una differenza sostanziale: che “nell’Europa della crisi la parola solidarietà [che mitigava l’atteggiamento verso l’Est con trasferimenti di ricchezza] è diventata una parola senza senso” (B., p. 61). In conseguenza, “l’errore centrale della politica di risparmio tedesca non sta quindi solo nel pretendere di definire il benessere comune dell’Europa in maniera unilaterale e nazionale, ma soprattutto nell’arrogarsi il diritto di definire gli interessi nazionali di altre democrazie europee”. Dunque per l’opinione pubblica tedesca i paesi “sciatti” del sud hanno bisogno di aiuto, e specificatamente necessitano “di una sorta di rieducazione in fatto di disposizione al risparmio e di senso di responsabilità. Per la maggior parte dei tedeschi questa è una richiesta che deriva ineluttabilmente dalle cifre nude e crude; sarebbe un grosso equivoco sostenere che qui si tratti solo di arroganza tedesca o di una rivendicazione di potere della Germania. Infine, dal punto di vista dei tedeschi si tratta semplicemente di rendere greci, spagnoli e italiani <adatti> per il mercato mondiale. Questo è quello che i tedeschi considerano al momento il loro compito storico” (Beck). 

Per verificare questa interpretazione di Ulrich Beck si può leggere un recente intervento di Hanns W. Maull, Professore di Relazioni Internazionali a Scienze Politiche nell’Università di Trier, su Limes n.11, dicembre 2013, dal titolo “Germania, l’egemone riluttante”. Per Maull la politica della Merkel è “minimalista”, affronta infatti una questione alla volta e solo quando è indispensabile farlo, ma chiede in sostanza ai paesi Europei una cosa “tanto semplice per la Germania, quanto complessa e costosa per gli altri: riplasmare le loro economie, nonché le loro società, sul modello tedesco”. Quale secondo obiettivo, pretende trasformare l’UE in una istituzione intergovernativa (controllata dal Consiglio Europeo) e infine cerca di incentivare l’economia tedesca e le sue esportazioni tramite <<partenariati strategici>> bilaterali con la Cina, la Russia, il Brasile o l’India. Si tratta di un triplice asse di azione sostanzialmente imperialista, rivolto a esplicare quella che sembra a tutti gli effetti una politica di potenza su scala regionale e una politica di indipendenza dalla “solidarietà atlantica” –almeno sul piano economico- su scala mondiale. La cosa significativa, ed a suo modo grave è che questa politica la Germania sembra giocarla da sola, non con partner ma con seguaci. Per Maull anche la Grande coalizione con la SPD non muterà l’obiettivo della trasformazione strutturale dell’Europa meridionale in direzione del modello tedesco. L’unica differenza è che “Berlino non si limiterà più a dettare direttive: offrirà anche incentivi”.
L’atteggiamento “da maestro” della élite tedesca promana naturalmente dalla presentazione dei fatti condotta dall’autore con evidenza in più di un passaggio, tra questi uno dei maggiori è quando descrive con queste parole la situazione: “da quando ha assunto il ruolo guida nella gestione dell’eurocrisi, Berlino ha dovuto confrontarsi con una serie di critiche severe, alcune rivolte anche all’indirizzo di Angela Merkel. Tali critiche sono i gran parte ingiuste, dato che la Germania, a differenza di altri Stati membri e degli organi comunitari, non solo ha sviluppato una plausibile strategia per il superamento della crisi, ma ha anche cominciato ad applicarla. Tale strategia mira a consolidare e ampliare le linee guida inizialmente concordate con l’Eurozona in materia economica e a renderle politicamente vincolanti. Fine ultimo è rendere l’UE un’unione fiscale, incrementando la competitività delle economie più deboli attraverso una riduzione del costo orario del lavoro nel manifatturiero”.
Al “maestro” andrebbe spiegato, se ci fosse l’occasione, che questa “plausibile ricetta” non può essere applicata dall’intera Europa, per assoluta mancanza di mercati di sbocco. E’ impensabile infatti che gli USA si prestino a fare da consumatori di ultima istanza all’infinito (in realtà Obama non intende farlo affatto) per il gusto di far crescere la Germania (che, peraltro, di fatto li sfida). Ed è impensabile che un’intera area economica da 700 milioni di abitanti viva di esportazioni, sacrificando il mercato interno e lo stile di vita della sua popolazione. Questa è la strada che conduce alle distorsioni del sistema internazionale denunciate tra l’altro da Rajan in “Terremoti finanziari” e da praticamente tutti gli economisti mondiali. È dunque una ricetta sbagliata.
Lungi dal considerare questa possibilità, le élite tedesche la considerano verità universale autoevidente da imporre “politicamente” (cioè con la forza) alle riottose popolazioni del sud, colpevoli di avere un modello di crescita più sostenibile ed equilibrato, basato sulla domanda interna, gli investimenti pubblici e privati ed il controllo del cambio.  
Dunque, secondo Maull, partendo da questa verità “la strategia di Angela Merkel punta a bypassare le politiche nazionali dei paesi in crisi mediante alcune direttive emanate a livello europeo.”
Il dilemma è del resto chiaro anche all’autore: da una parte non vede una strategia accettabile per uscire dalla crisi che non comporti (a suo modo di vedere) solo “un sostanziale rifiuto del cambiamento in nome della continuità”; dall’altro è chiaro anche a lui che la “strategia di Berlino offre solo la vaga speranza che, dopo lunghi anni di profondi e dolorosi processi di risanamento, si possa prima o poi tornare a una condizione di benessere diffuso”. Dunque gli è chiaro, con le sue stesse parole, che “le chance di successo della strategia tedesca sono limitate”.
Questo modo di porre le cose, con le scarse probabilità di successo di cui lo stesso Maull è cosciente, mostra in evidenza la trappola mentale nella quale le élite tedesche sono prigioniere: la cattura di un ragionamento economico nelle categorie morali (come ama dire Krugman) o naturalistiche (l’immagine del “risanamento”), viste come unico modo di rispondere alle sfide “del mondo reso irriconoscibile dalla globalizzazione”. Cioè di un mondo nel quale si vede solo competizione e non cooperazione, solo gioco della potenza e non sostanza normativa, solo forze economiche e non sociali. 

Per superare questa “trappola”, proviamo a rileggerla con gli strumenti intellettuali messi a disposizione da Wolfgang Streeck e Jurgen Habermas. Si tratta di due autori abbastanza diversi, sotto il profilo dell’orientamento disciplinare (il primo è un sociologo, il secondo ormai più un filosofo morale e del diritto) e politico (il primo è su posizioni più radicali entro il comune campo della sinistra).
Streeck ha scritto “Tempo  Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”, un bel testo nel quale compie un’ampia disamina dell’evoluzione del capitalismo e delle sue tensioni strutturali con il principio democratico di cui la “trappola mentale” con la quale abbiamo chiuso la precedente discussione è espressione. Per Streeck “retrospettivamente la storia delle crisi del tardo capitalismo, a partire dagli anni settanta, appare come uno sviluppo dell’eterna, fondamentale, tensione tra capitalismo e democrazia, fino alla graduale dissoluzione del matrimonio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era stato loro imposto. Dato che i problemi di legittimazione del capitalismo democratico presso il capitale divennero problemi di [insufficiente] accumulazione, fu necessaria la liberazione dell’economia capitalistica dall’intervento democratico quale condizione per la loro risoluzione. In questo modo si trasferì dalla politica al mercato il luogo dove assicurare una base di massa a sostegno del moderno capitalismo nelle sue motivazioni più profonde, generate dall’avidità e dalla paura (greed and fear), nel contesto del processo di immunizzazione avanzata dell’economia rispetto alla democrazia di massa”. (S, p. 25) Dunque per il sociologo tedesco “solo oggi, e non negli anni settanta, viviamo appieno l’era tarda del capitalismo predisposta dalle strutture  politiche ed economiche del dopoguerra”.
Tralasciando, e per questo rimandando al libro o alla nostra sintesi la descrizione dei diversi modi in cui questa crisi viene tenuta a bada (guadagnando tempo) prima con l’inflazione, poi con il debito pubblico ed infine con quello privato (legato alla ideologia della capacità autocorrettiva del mercato liberalizzato), giova ricordare che al fine la “triplice crisi attuale è [per Streeck] la conseguenza del crollo della piramide debitoria, costituita dalle promesse di un capitalismo della crescita che da tempo non era più tale per la gran parte della popolazione [i cui redditi ristagnavano in occidente] dalla cui cooperazione e dalla cui disponibilità esso dipende più di quanto vorrebbe. In questo modo anche la liberalizzazione è giunta ad un punto critico.” La crisi non è, in altre e più semplici parole, effetto di una mancanza di competitività, cioè di una sconfitta in una lotta per accaparrarsi le risorse degli altri (secondo la visione “mercantilista”, e dunque imperialista tedesca), ma più profondamente la rottura di un sistema di riproduzione della società, della sua ricchezza ed identità, della capacità di sostenersi della gran parte della popolazione, che pur essendo intervenuta da tempo era stata nascosta dalla massa del debito e dalle sue magie. La soluzione deve essere a questo livello o non è tale.
Il punto, per Streeck, e che i tre metodi per sostenere i consumi ristagnanti, comprando il consenso e dunque guadagnando tempo nell’attesa che qualcosa intervenga a mutare le condizioni strutturali che li rendono tali, hanno avuto vita breve e rapidamente sono stati superati perché diventati di ostacolo all’accumulazione. Quest’ultima crisi finanziaria e fiscale, alla fine, “non sembra richiedere niente di meno che una profonda ridefinizione del rapporto tra politica ed economia per mezzo di una riforma radicale del sistema statale soprattutto in Europa”. (S, p. 65)
Invece, tramite proposte come la concentrazione del potere nei meccanismi intergovernativi e nella tecnocrazia che gli sta intorno, ciò cui si punta, cessata l’illusione (ma non sembra del tutto, a giudicare da proposte di andare avanti a forza di bolle che alcuni propongono) di governare con gli strumenti del debito, è solo “il completamento, tramite strumenti politici, di una depoliticizzazione dell’economia politica del resto già molto avanzata: una depoliticizzazione che dovrebbe concretizzarsi in un sistema di stati nazionali riorganizzato sotto il controllo di una diplomazia governativa e finanziaria internazionale separata e contrapposta alla partecipazione democratica; stati la cui popolazione dovrebbe avere finalmente imparato, dopo una rieducazione forzosa durata ormai anni, a ritenere giusti, o per lo meno privi di un’alternativa, i risultati della ridistribuzione così come viene realizzata dai soli strumenti di mercato” (S, p. 67). Ciò su cui si punta è spegnere i canali tramite i quali una formazione della volontà democraticamente orientata, e quindi gli input che derivano dalla società dei “perdenti” e degli “esclusi”, possano interferire con la cabina di comando. 

Questa “depoliticizzazione” è esattamente quel che Maull auspica per l’Europa, e per i paesi del Sud, ma che viene richiesta peraltro anche da autori come Bini Smaghi, Bisin o Zingales, in molti luoghi. Si vuole che la riduzione dei costi di produzione passi per la contrazione della quota di profitto distribuita alla componente lavoro, in modo da competere in un orizzonte sempre più aggressivo, lasciando che la “messa in contatto”, con meno freni possibili, degli ambienti normativi e delle strutture di regolazione del lavoro, e degli stili di vita (quindi dei livelli di remunerazione) molto diversi delle diverse parti del mondo converga “naturalmente” verso un livello medio “di equilibrio”, necessariamente più basso di quello raggiunto dalle società del benessere occidentale nel trentennio di espansione. Ma per riuscire in questa epocale trasformazione (che più d’uno, e certamente anche io, chiameremmo “regresso”) diventa ovviamente necessario spegnere le voci dissenzienti, impedirgli di accedere alle arene democratiche, depotenziarle, inibirle rendendole superflue e ridicole. Occorre passare dalla logica del “welfare capacitante”, a quella dell’assistenza “compassionevole”, cioè si potrebbe dire, tornare al XIX secolo. 

Si tratta, se Streeck ha ragione a individuare questa tendenza, di un radicale allontanamento dalla missione storica della politica democratica e della dinamica dei diritti. Per ricongiungerci con questo orizzonte, giova riferirsi allora alla lettura di Habermas, che in Questa Europa è in Crisi, non si stanca di ripetere che “autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne sono al tempo stesso gli autori. In una democrazia i cittadini sono soggetti unicamente alle leggi che essi si sono dati secondo procedure democratiche. Queste procedure devono la loro forza legittimante per un verso all’inclusione (comunque organizzata) di tutti i cittadini nei processi politici decisionali e, per un altro verso, all’accoppiamento delle decisioni della maggioranza (all’occorrenza qualificata) con il formarsi di un’opinione deliberativa. Una siffatta democrazia trasforma l’uso civico delle di libertà di comunicazione in altrettante forze produttive per la legittima –cioè allo stesso tempo capace di rendere generali gli interessi ed efficace- autoinfluenza di una società di cittadini politicamente organizzata. L’influenza cooperativa dei cittadini sulle loro condizioni sociali d’esistenza richiede un corrispondente spazio d’azione dello Stato per la configurazione politica delle condizioni di vita.”
Da questa posizione normativa Habermas deriva quella che sarà insieme la sua convergenza (sull’analisi) e il suo punto di distacco (sulle proposte d’azione) da Streeck: “di fronte al crescere della complessità della società mondiale [cioè alla sfida che, disfattisticamente, comporterebbe una riduzione della presa democratica per Maull], crescita che la politica [nazionale] non controlla e che sistemicamente limita in sempre più ampia misura lo spazio d’azione degli Stati nazionali, si profila l’esigenza di ampliare la capacità d’azione politica oltre i detti confini nazionali, attingendo al senso normativo della democrazia stessa”. (H, p. 46) Si tratta della direzione esattamente opposta a quella che prendono gli Stati nazionali nel dislocare le proprie funzioni al sicuro dalla democrazia, sul piano della governance internazionale tecnocratica. Il bivio è, in altre parole, tra proseguire nel processo di integrazione europeo nello “stile gabinettistico-burocratico” odierno o ricorrendo ad una rinnovata ratificazione giuridica democratica. In questa direzione l’Unione Europea sarebbe reiscritta come “passo decisivo sulla via di una società mondiale retta da una costituzione”, cioè come risposta radicale alle sfide del tempo della globalizzazione. E non come “macchina per competere”. 

Questo esito era già visibile nel 1998, all’epoca di La costellazione post-nazionale, testo in cui Habermas ricorda come già 15 anni fa “le arene pubbliche dell’occidente siano dominate da una diffusa rinuncia a dare sviluppo politico ai rapporti sociali. Il punto di vista normativo viene sconfessato e sostituito da un adattamento agli imperativi sistemici (visti come ineludibili) del mercato mondiale. Clinton e Blair si raccomandano come abili manager che in un modo o nell’altro riusciranno a rimettere in piedi la loro impresa. Per intanto si affidano a slogan del tipo <it’s time for a change>. Allo svuotamento  programmatico di una politica che si limita a invocare pregiudizialmente il <rinnovamento> fa riscontro, da parte dell’elettore, una astensione ben informata oppure la disponibilità ad accettare per buono il carisma delle persone” (H, p.56). Ora Habermas proponeva allora, e lo fa tutt’oggi, di reagire alla sfida rappresentata da “uno stato nazionale limitato nel proprio raggio di azione e turbato nell’identità collettiva al quale diventa sempre più difficile coprire il proprio fabbisogno di legittimità”, attraverso il progetto di una politica transnazionale. Quindi attraverso una “politica di attacco”.  
Opposta ipotesi, di Streeck, la ritirata entro i confini dello Stato Nazione Tedesco, l’abbandono dell’Euro (in favore di nuove versioni del “serpente valutario”, a suo tempo fallito proprio sulla mancanza di disponibilità alla solidarietà da parte tedesca), e forti limitazioni agli spostamenti di capitali.   

Queste sono le sfide, prima di tutto di orizzonte e di senso, che abbiamo di fronte e rispetto alle quali occorre <<prendere posizione>>. Si tratta del nostro destino e del nostro retaggio, dell’obbligo morale di collocarci rispetto ad esso, guardando oltre le decisioni del prossimo mese verso l’orizzonte di senso nel quale va collocata l’azione. Al <maestro> andrebbe ricordato principalmente questo, cosa succede dopo la “dura” lezione della competizione per acquistare quote di mercato estero (cioè per battere i concorrenti nei loro mercati interni, sottraendo risorse ai loro paesi) fosse appresa? Cosa succede dopo che “gli inadatti” sono stati abbandonati a se stessi (o all’assistenza), e la società si è ristretta ai pochi “bravi” e “volenterosi”, e dopo che i canali di comunicazione sono stati interrotti? Cosa succede alla nostra coesione, cosa alla nostra democrazia, cosa al nostro onore?
Quando tutti avranno capito. E legittimamente decideranno di difendersi, cosa succederà alle nostre economie esteroflesse? Quando gli USA decideranno che essere generosi va bene solo se non si è soli ad esserlo e rialzeranno le barriere (dirette o indirette)? Quando la Cina, l’India, il Brasile, la Russia decideranno di difendere il loro mercato interno? Quando lo strano imperialismo senza eserciti che la Germania vede come unica “ragionevole ricetta” incontrerà i suoi limiti? 

Forse il <maestro> dovrebbe tornare a scuola. Oppure noi dovremmo uscire dall’aula.

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