Siamo in un momento delicato del
processo pluridecennale di unificazione europea, l’Unione non è mai stata più
in pericolo di oggi. Malgrado ciò, o forse proprio per questo le èlite europee <danzano
sull’orlo dell’abisso>, e costringono
tutti noi a farlo con loro. Sono ormai alcuni anni che l’intera Unione
Europea si muove, passo avanti passo indietro, in quell’area strana nella quale
si è vicini ad una rottura, ma non dentro. Nella quale si conta il tempo del
disastro, ma poi il timido passetto lo allontana. In cui si decide l’ESM, ma
forse no; si decide l’Unione Bancaria, ma dal 2016 e poi
coinvolgendo i correntisti (si, no, forse); la Germania frena, la Francia non
spinge, l’Italia guarda, la Spagna esita. Gli USA osservano, esterrefatti.
Per leggere questa situazione e alcune
sue implicazioni provvederemo a ripercorrere alcuni luoghi di tre autori che abbiamo già lungamente incontrato:
Jurgen Habermas, Wolgang Streeck e Ulrich Beck. Perché c’è un momento
sistematico in questo atteggiamento, una tattica; ma c’è anche un dilemma,
continuare con il business (come vorrebbero molta parte delle élite europee, di
destra ma non solo) o ristrutturarlo? E se sì, quanto?
Per iniziare rileggiamo qualche
passaggio del libro del 2012 “Europa
Tedesca” di Beck, e la prendiamo diretta: “Per dirla in
maniera spiccia: al momento si ha l’impressione che solo gli Stati ricchi e
comunque già potenti possono sperare in un aumento di potere dalla
cooperazione, mentre gli Stati debitori devono temere di cadere sotto il ditkat
dei <paesi partner> che sono in posizione migliore e delle regole da loro
stabilite. Non appena non solo gli Stati piccoli, ma anche i grandi, si trovano
a divincolarsi nella trappola dei debiti, cresce in Europa il potere della
Germania con i suoi ni.” (B, p. 55) Secondo
Beck, dunque, la Germania esercita il potere, e lo accresce, tramite una
specifica politica: quella del concedere negando, del trattenere lungo la
strada in modo che i problemi restino sempre non risolti, ma neppure
precipitino.
Lungo questa strada accidentata la
Germania è divenuta negli ultimi anni la potenza egemone, ma su questo è bene
intendersi, infatti per Beck è “al contempo chiaro ancora una volta che
l’ascesa della Germania a potenza guida nell’<Europa tedesca> non è il
risultato di un astuto piano segreto elaborato con tanto di tattiche e insidie.
Essa si è compiuta piuttosto –almeno all’inizio- in maniera abbastanza
involontaria e non pianificata, è stata un risultato della crisi finanziaria e
dell’anticipazione della catastrofe. Ma nel corso successivo delle cose, stando
a quanto possiamo supporre guardando al succedersi degli eventi, cominciò una
fase di consapevole pianificazione. La Cancelliera ha riconosciuto nella crisi
la sua occasione, il <<favore
dell’ora>>.” Ciò che è successo, allora, secondo la lettura di Beck, è
che “con una combinazione di fortuna e virtù merkiavellica è riuscita a
sfruttare l’occasione storica e ad approfittare in chiave sia di politica
estera che di politica interna.”
Questa dimensione bifronte della politica di governo, di sfruttamento della
situazione, da parte della leadership della Merkel, porta in effetti a funzionalizzare
anche l’opposizione generata; infatti su questa base si forma anche “un fronte
avverso [vedi ad es. qui]
di coloro che ritengono che l’europeizzazione accelerata leda i diritti del
parlamento tedesco e quindi urti contro la Costituzione. Ma anche questi
bastioni di resistenza Merkel sa strumentalizzare, incorporandoli nella sua
politica di domare attraverso l’esitare.
Una volta di più guadagna da un doppio punto di vista: più potere in Europa e
più popolarità all’interno, nel favore degli elettori tedeschi”. Si tratta, in
altre parole, di una strategia fondata su un doppio racconto: all’esterno la Germania propaga una narrazione
di responsabilità, rigore e austero sostegno, specificando abilmente che deve
superare resistenze interne e procedere –per ciò- un passo alla volta, con ciò
ottenendo tempo; all’interno la
Cancelliera trasmette l’immagine di un restio custode delle risorse nazionali,
costretto suo malgrado a fare delle concessioni per puro senso di
responsabilità e perché costretta.
A definire questo contesto interviene
anche un altro potente fattore, la Germania è sostanzialmente affascinata dal
racconto del suo successo, “nella politica, nei media e nell’opinione pubblica
affiora un nuovo orgoglio nazionale, che si alimenta della consapevolezza delle
proprie prestazioni. Possiamo esprimere questa nuova coscienza di sé nella formula:
certo non siamo i signori d’Europa, ma ne
siamo i maestri”. Una posizione che Beck vede -in ultimo- radicata
nell’<<universalismo tedesco>>, e dunque presente molto
profondamente. “Non solo l’Europa diventa tedesca, ma anche la verità diventa tedesca, che è poi la verità della
politica di risparmio”. (B. p. 57)
I tedeschi, in altre parole, reputano di
disporre (di possedere) il metro per decidere cosa è buono e sbagliato, non a
casa loro (che sarebbe naturale, oltre che legittimo) ma ovunque (dunque anche
a casa nostra) e non solo ora, ma sempre.
La politica del rigore, cioè, non dipende dalle circostanze e dai tempi, ma è
universalmente valida. Ovunque e sempre, a qualsiasi prezzo. Ovviamente, come
ricorda Beck, “in ottica di politica europea, questo universalismo è il
nocciolo dell’arroganza, dell’<assolutamente normale nazionalismo tedesco,
del siamo di nuovo qui>.”
Specificatamente il modello che sarebbe
universalmente valido è quello dell’<<agenda 2010>> di Schroder, il
Cancelliere tedesco della SPD che, in un momento in cui l’economia mondiale
tirava molto, promosse nel 2002-3 un pacchetto di politiche nel mercato del
lavoro essenzialmente rivolte ad aumentare la pressione sui disoccupati perché
accettassero condizioni di lavoro più basse, ottenendo un significativo
abbassamento del costo del lavoro per le imprese; creando quindi un aggressivo
modello economico che accettava la sfida della globalizzazione ed era costruito
per l’esportazione. Un modello che iniziò a funzionare davvero solo dopo il
2007 e soprattutto dopo la crisi del 2008-9. Questo modello, in effetti,
universalizza il precariato, ha quindi costi sociali ingentissimi e
probabilmente anche una relazione con la stagnazione degli investimenti
nell’impresa (che alla lunga danneggerà la stessa competitività), per questa
ragione dopo circa dieci anni sta per essere mitigato dalla nuova Grande
Coalizione.
La traduzione, nell’acuta analisi di
Beck, si nutre anche di un transfert:
quello sul sud Europa dell’atteggiamento mentale messo a punto dai tedeschi nel
processo di unificazione. E dunque dell’atteggiamento esercitato nei confronti
di uno stato in bancarotta; è questo in definitiva il modello (imperiale) che viene applicato anche
ai paesi del sud. Ma con una differenza sostanziale: che “nell’Europa della
crisi la parola solidarietà [che mitigava l’atteggiamento verso l’Est con
trasferimenti di ricchezza] è diventata una parola senza senso” (B., p. 61). In
conseguenza, “l’errore centrale della politica di risparmio tedesca non sta
quindi solo nel pretendere di definire il benessere comune dell’Europa in
maniera unilaterale e nazionale, ma soprattutto nell’arrogarsi il diritto di
definire gli interessi nazionali di altre democrazie europee”. Dunque per
l’opinione pubblica tedesca i paesi “sciatti” del sud hanno bisogno di aiuto, e
specificatamente necessitano “di una sorta di rieducazione in fatto di disposizione al risparmio e di senso di
responsabilità. Per la maggior parte dei tedeschi questa è una richiesta che
deriva ineluttabilmente dalle cifre nude e crude; sarebbe un grosso equivoco
sostenere che qui si tratti solo di arroganza tedesca o di una rivendicazione
di potere della Germania. Infine, dal punto di vista dei tedeschi si tratta
semplicemente di rendere greci, spagnoli e italiani <adatti> per il
mercato mondiale. Questo è quello che i tedeschi considerano al momento il loro
compito storico” (Beck).
Per verificare questa interpretazione di
Ulrich Beck si può leggere un recente intervento di Hanns W. Maull, Professore
di Relazioni Internazionali a Scienze Politiche nell’Università di Trier, su Limes n.11, dicembre 2013, dal titolo
“Germania, l’egemone riluttante”. Per Maull la politica della Merkel è
“minimalista”, affronta infatti una questione alla volta e solo quando è
indispensabile farlo, ma chiede in sostanza ai paesi Europei una cosa “tanto
semplice per la Germania, quanto complessa e costosa per gli altri: riplasmare le loro economie, nonché le loro
società, sul modello tedesco”. Quale secondo obiettivo, pretende trasformare
l’UE in una istituzione intergovernativa (controllata dal Consiglio Europeo) e
infine cerca di incentivare l’economia tedesca e le sue esportazioni tramite
<<partenariati strategici>> bilaterali con la Cina, la Russia, il
Brasile o l’India. Si tratta di un triplice asse di azione sostanzialmente
imperialista, rivolto a esplicare quella che sembra a tutti gli effetti una
politica di potenza su scala regionale e una politica di indipendenza dalla “solidarietà
atlantica” –almeno sul piano economico- su scala mondiale. La cosa significativa,
ed a suo modo grave è che questa politica la Germania sembra giocarla da sola,
non con partner ma con seguaci. Per Maull anche la Grande
coalizione con la SPD non muterà l’obiettivo della
trasformazione strutturale dell’Europa meridionale in direzione del modello
tedesco. L’unica differenza è che “Berlino non si limiterà più a dettare
direttive: offrirà anche incentivi”.
L’atteggiamento “da maestro” della élite
tedesca promana naturalmente dalla presentazione dei fatti condotta dall’autore
con evidenza in più di un passaggio, tra questi uno dei maggiori è quando
descrive con queste parole la situazione: “da quando ha assunto il ruolo guida
nella gestione dell’eurocrisi, Berlino ha dovuto confrontarsi con una serie di
critiche severe, alcune rivolte anche all’indirizzo di Angela Merkel. Tali
critiche sono i gran parte ingiuste, dato che la Germania, a differenza di
altri Stati membri e degli organi comunitari, non solo ha sviluppato una
plausibile strategia per il superamento della crisi, ma ha anche cominciato ad
applicarla. Tale strategia mira a consolidare e ampliare le linee guida
inizialmente concordate con l’Eurozona in materia economica e a renderle
politicamente vincolanti. Fine ultimo è
rendere l’UE un’unione fiscale, incrementando la competitività delle economie
più deboli attraverso una riduzione del costo orario del lavoro nel
manifatturiero”.
Al “maestro” andrebbe spiegato, se ci
fosse l’occasione, che questa “plausibile ricetta” non può essere applicata
dall’intera Europa, per assoluta mancanza
di mercati di sbocco. E’ impensabile infatti che gli USA si prestino a fare
da consumatori di ultima istanza all’infinito (in realtà Obama non intende
farlo affatto)
per il gusto di far crescere la Germania (che, peraltro, di fatto li sfida). Ed
è impensabile che un’intera area economica da 700 milioni di abitanti viva di
esportazioni, sacrificando il mercato interno e lo stile di vita della sua
popolazione. Questa è la strada che conduce alle distorsioni del sistema
internazionale denunciate tra l’altro da Rajan in “Terremoti
finanziari” e da praticamente tutti gli economisti mondiali. È
dunque una ricetta sbagliata.
Lungi dal considerare questa
possibilità, le élite tedesche la considerano verità universale autoevidente da
imporre “politicamente” (cioè con la forza) alle riottose popolazioni del sud,
colpevoli di avere un modello di crescita più sostenibile ed equilibrato, basato sulla domanda interna, gli investimenti
pubblici e privati ed il controllo del cambio.
Dunque, secondo Maull, partendo da
questa verità “la strategia di Angela Merkel punta a bypassare le politiche
nazionali dei paesi in crisi mediante alcune direttive emanate a livello
europeo.”
Il dilemma è del resto chiaro anche
all’autore: da una parte non vede una strategia accettabile per uscire dalla
crisi che non comporti (a suo modo di vedere) solo “un sostanziale rifiuto del
cambiamento in nome della continuità”; dall’altro è chiaro anche a lui che la
“strategia di Berlino offre solo la vaga speranza che, dopo lunghi anni di
profondi e dolorosi processi di risanamento, si possa prima o poi tornare a una
condizione di benessere diffuso”. Dunque gli è chiaro, con le sue stesse parole,
che “le chance di successo della strategia tedesca sono limitate”.
Questo modo di porre le cose, con le
scarse probabilità di successo di cui lo stesso Maull è cosciente, mostra in
evidenza la trappola mentale nella quale le élite tedesche sono prigioniere: la
cattura di un ragionamento economico nelle categorie morali (come ama dire
Krugman) o naturalistiche (l’immagine del “risanamento”), viste come unico modo
di rispondere alle sfide “del mondo reso irriconoscibile dalla
globalizzazione”. Cioè di un mondo nel quale si vede solo competizione e non
cooperazione, solo gioco della potenza e non sostanza normativa, solo forze
economiche e non sociali.
Per superare questa “trappola”, proviamo
a rileggerla con gli strumenti intellettuali messi a disposizione da Wolfgang
Streeck e Jurgen Habermas. Si tratta di due autori abbastanza diversi, sotto il
profilo dell’orientamento disciplinare (il primo è un sociologo, il secondo
ormai più un filosofo morale e del diritto) e politico (il primo è su posizioni
più radicali entro il comune campo della sinistra).
Streeck ha scritto “Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo
democratico”, un bel testo nel quale compie
un’ampia disamina dell’evoluzione del capitalismo e delle sue tensioni
strutturali con il principio democratico di cui la “trappola mentale” con la
quale abbiamo chiuso la precedente discussione è espressione. Per Streeck
“retrospettivamente la storia delle crisi del tardo capitalismo, a partire
dagli anni settanta, appare come uno sviluppo dell’eterna, fondamentale,
tensione tra capitalismo e democrazia, fino alla graduale dissoluzione del
matrimonio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era stato loro imposto. Dato che
i problemi di legittimazione del capitalismo democratico presso il capitale
divennero problemi di [insufficiente] accumulazione, fu necessaria la
liberazione dell’economia capitalistica dall’intervento democratico quale
condizione per la loro risoluzione. In questo modo si trasferì dalla politica
al mercato il luogo dove assicurare una base di massa a sostegno del moderno
capitalismo nelle sue motivazioni più profonde, generate dall’avidità e dalla
paura (greed and fear), nel contesto del processo di immunizzazione avanzata
dell’economia rispetto alla democrazia di massa”. (S, p. 25) Dunque per il
sociologo tedesco “solo oggi, e non negli anni settanta, viviamo appieno l’era
tarda del capitalismo predisposta dalle strutture politiche ed economiche del dopoguerra”.
Tralasciando, e per questo rimandando al
libro o alla nostra sintesi la descrizione dei diversi modi in cui questa crisi
viene tenuta a bada (guadagnando tempo)
prima con l’inflazione, poi con il debito pubblico ed infine con quello privato
(legato alla ideologia della capacità autocorrettiva del mercato liberalizzato),
giova ricordare che al fine la “triplice crisi attuale è [per Streeck] la
conseguenza del crollo della piramide debitoria, costituita dalle promesse di
un capitalismo della crescita che da tempo non era più tale per la gran parte
della popolazione [i cui redditi ristagnavano
in occidente] dalla cui cooperazione e dalla cui disponibilità esso dipende più
di quanto vorrebbe. In questo modo anche la liberalizzazione è giunta ad un
punto critico.” La crisi non è, in altre e più semplici parole, effetto di una
mancanza di competitività, cioè di una sconfitta in una lotta per accaparrarsi
le risorse degli altri (secondo la visione “mercantilista”, e dunque
imperialista tedesca), ma più profondamente la rottura di un sistema di
riproduzione della società, della sua ricchezza ed identità, della capacità di
sostenersi della gran parte della popolazione, che pur essendo intervenuta da
tempo era stata nascosta dalla massa del debito e dalle sue magie. La soluzione
deve essere a questo livello o non è tale.
Il punto, per Streeck, e che i tre
metodi per sostenere i consumi ristagnanti, comprando il consenso e dunque
guadagnando tempo nell’attesa che qualcosa intervenga a mutare le condizioni
strutturali che li rendono tali, hanno avuto vita breve e rapidamente sono
stati superati perché diventati di
ostacolo all’accumulazione. Quest’ultima crisi finanziaria e fiscale, alla
fine, “non sembra richiedere niente di meno che una profonda ridefinizione del
rapporto tra politica ed economia per mezzo di una riforma radicale del sistema
statale soprattutto in Europa”. (S, p. 65)
Invece, tramite proposte come la
concentrazione del potere nei meccanismi intergovernativi e nella tecnocrazia
che gli sta intorno, ciò cui si punta, cessata l’illusione (ma non sembra del
tutto, a giudicare da proposte di andare avanti a forza di bolle che alcuni
propongono) di governare con gli strumenti del debito, è solo “il
completamento, tramite strumenti politici, di una depoliticizzazione
dell’economia politica del resto già molto avanzata: una depoliticizzazione che
dovrebbe concretizzarsi in un sistema di stati nazionali riorganizzato sotto il
controllo di una diplomazia governativa e finanziaria internazionale separata e
contrapposta alla partecipazione democratica; stati la cui popolazione dovrebbe
avere finalmente imparato, dopo una rieducazione forzosa durata ormai anni, a
ritenere giusti, o per lo meno privi di un’alternativa, i risultati della
ridistribuzione così come viene realizzata dai soli strumenti di mercato” (S,
p. 67). Ciò su cui si punta è spegnere i canali tramite i quali una formazione
della volontà democraticamente orientata, e quindi gli input che derivano dalla
società dei “perdenti” e degli “esclusi”, possano interferire con la cabina di
comando.
Questa “depoliticizzazione” è
esattamente quel che Maull auspica per l’Europa, e per i paesi del Sud, ma che
viene richiesta peraltro anche da autori come Bini
Smaghi, Bisin o Zingales,
in molti luoghi. Si vuole che la riduzione dei costi di produzione passi per la
contrazione della quota di profitto distribuita alla componente lavoro, in modo
da competere in un orizzonte sempre più aggressivo, lasciando che la “messa in
contatto”, con meno freni possibili, degli ambienti normativi e delle strutture
di regolazione del lavoro, e degli stili di vita (quindi dei livelli di
remunerazione) molto diversi delle diverse parti del mondo converga “naturalmente”
verso un livello medio “di equilibrio”, necessariamente più basso di quello
raggiunto dalle società del benessere occidentale nel trentennio di espansione.
Ma per riuscire in questa epocale trasformazione (che più d’uno, e certamente
anche io, chiameremmo “regresso”) diventa ovviamente necessario spegnere le
voci dissenzienti, impedirgli di accedere alle arene democratiche,
depotenziarle, inibirle rendendole superflue e ridicole. Occorre passare dalla
logica del “welfare capacitante”, a quella dell’assistenza “compassionevole”,
cioè si potrebbe dire, tornare al XIX secolo.
Si tratta, se Streeck ha ragione a individuare
questa tendenza, di un radicale
allontanamento dalla missione storica della politica democratica e della
dinamica dei diritti. Per ricongiungerci con questo orizzonte, giova
riferirsi allora alla lettura di Habermas, che in Questa
Europa è in Crisi, non si stanca di ripetere che
“autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne
sono al tempo stesso gli autori. In una democrazia i cittadini sono soggetti
unicamente alle leggi che essi si sono dati secondo procedure democratiche.
Queste procedure devono la loro forza legittimante per un verso all’inclusione
(comunque organizzata) di tutti i cittadini nei processi politici decisionali
e, per un altro verso, all’accoppiamento delle decisioni della maggioranza
(all’occorrenza qualificata) con il formarsi di un’opinione deliberativa. Una
siffatta democrazia trasforma l’uso civico delle di libertà di comunicazione in
altrettante forze produttive per la legittima –cioè allo stesso tempo capace di
rendere generali gli interessi ed efficace- autoinfluenza
di una società di cittadini politicamente organizzata. L’influenza
cooperativa dei cittadini sulle loro condizioni sociali d’esistenza richiede un
corrispondente spazio d’azione dello Stato per la configurazione politica delle
condizioni di vita.”
Da questa posizione normativa Habermas deriva quella che sarà insieme la sua
convergenza (sull’analisi) e il suo punto di distacco (sulle proposte d’azione)
da Streeck: “di fronte al crescere della complessità della società mondiale
[cioè alla sfida che, disfattisticamente, comporterebbe una riduzione della
presa democratica per Maull], crescita che la politica [nazionale] non
controlla e che sistemicamente limita in sempre più ampia misura lo spazio
d’azione degli Stati nazionali, si profila l’esigenza di ampliare la capacità d’azione politica oltre i detti confini
nazionali, attingendo al senso normativo della democrazia stessa”. (H, p. 46) Si tratta della direzione esattamente
opposta a quella che prendono gli Stati nazionali nel dislocare le proprie
funzioni al sicuro dalla democrazia, sul piano della governance internazionale
tecnocratica. Il bivio è, in altre parole, tra proseguire nel processo di
integrazione europeo nello “stile gabinettistico-burocratico” odierno o
ricorrendo ad una rinnovata ratificazione giuridica democratica. In questa
direzione l’Unione Europea sarebbe reiscritta come “passo decisivo sulla via di
una società mondiale retta da una costituzione”, cioè come risposta radicale
alle sfide del tempo della globalizzazione. E non come “macchina per competere”.
Questo esito era già visibile nel 1998,
all’epoca di La
costellazione post-nazionale, testo in cui Habermas
ricorda come già 15 anni fa “le arene pubbliche dell’occidente siano dominate
da una diffusa rinuncia a dare sviluppo politico ai rapporti sociali. Il punto
di vista normativo viene sconfessato e sostituito da un adattamento agli
imperativi sistemici (visti come ineludibili) del mercato mondiale. Clinton e
Blair si raccomandano come abili manager che in un modo o nell’altro
riusciranno a rimettere in piedi la loro impresa. Per intanto si affidano a
slogan del tipo <it’s time for a change>. Allo svuotamento programmatico di una politica che si limita a
invocare pregiudizialmente il <rinnovamento> fa riscontro, da parte
dell’elettore, una astensione ben informata oppure la disponibilità ad
accettare per buono il carisma delle persone” (H, p.56). Ora Habermas proponeva
allora, e lo fa tutt’oggi, di reagire alla sfida rappresentata da “uno stato
nazionale limitato nel proprio raggio di azione e turbato nell’identità
collettiva al quale diventa sempre più difficile coprire il proprio fabbisogno
di legittimità”, attraverso il progetto di una politica transnazionale. Quindi
attraverso una “politica di attacco”.
Opposta ipotesi, di Streeck, la ritirata
entro i confini dello Stato Nazione Tedesco, l’abbandono dell’Euro (in favore di
nuove versioni del “serpente valutario”, a suo tempo fallito proprio sulla
mancanza di disponibilità alla solidarietà da parte tedesca), e forti
limitazioni agli spostamenti di capitali.
Queste sono le sfide, prima di tutto di
orizzonte e di senso, che abbiamo di fronte e rispetto alle quali occorre
<<prendere posizione>>. Si tratta del nostro destino e del nostro
retaggio, dell’obbligo morale di collocarci rispetto ad esso, guardando oltre
le decisioni del prossimo mese verso l’orizzonte di senso nel quale va
collocata l’azione. Al <maestro> andrebbe ricordato principalmente
questo, cosa succede dopo la “dura” lezione della competizione per acquistare
quote di mercato estero (cioè per battere i concorrenti nei loro mercati
interni, sottraendo risorse ai loro paesi) fosse appresa? Cosa succede dopo che
“gli inadatti” sono stati abbandonati a se stessi (o all’assistenza), e la
società si è ristretta ai pochi “bravi” e “volenterosi”, e dopo che i canali di
comunicazione sono stati interrotti? Cosa succede alla nostra coesione, cosa
alla nostra democrazia, cosa al nostro onore?
Quando tutti avranno capito. E
legittimamente decideranno di difendersi, cosa succederà alle nostre economie
esteroflesse? Quando gli USA decideranno che essere generosi va bene solo se
non si è soli ad esserlo e rialzeranno le barriere (dirette o indirette)? Quando
la Cina, l’India, il Brasile, la Russia decideranno di difendere il loro
mercato interno? Quando lo strano imperialismo senza eserciti che la Germania
vede come unica “ragionevole ricetta” incontrerà i suoi limiti?
Forse il <maestro> dovrebbe
tornare a scuola. Oppure noi dovremmo uscire dall’aula.
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