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giovedì 12 dicembre 2013

Quando si muove l’Italia …


Nel novecento l’Italia ha “inventato” più volte i nuovi regimi politici e movimenti sociali, è successo con il fascismo, quindi con il terrorismo (insieme alla Germania, spesso nostra “vicina” in questo discutibile primato; la RAF viene fondata nel maggio 1970 e le BR nell’agosto dello stesso anno) ed il ribellismo degli anni settanta, con il populismo plastificato di Forza Italia.
Oggi siamo in un altro millennio, da alcuni anni si accumula tensione come cenere sotto la brace ma, come dice anche Streeck, “per le trasformazioni sociali ci vuole tempo” e forse ci avviciniamo al tempo dell’azione.


 
Sono diversi anni che si accumulano nelle nostre statistiche nazionali, e nelle nostre strade, piazze e case, numeri e storie impressionanti. Che l’ordine di grandezza della ineguaglianza sale a livelli mai visti da almeno un secolo, che la disoccupazione, l’inoccupazione, la sottoccupazione arrivano a sfiorare la maggioranza della popolazione in alcune classi di età e territori. L’accelerazione della crisi economica nel biennio 2011-13, segnata dalle politiche demagogiche ed irresponsabili imposte dalla parte ricca dell’Europa e accettate supinamente dai nostri governi, ha portato ad ulteriore discesa per potere di acquisto delle famiglie (almeno di un 10%) e lo sprofondamento nella fascia dei “quasi poveri” (reddito familiare di poco superiore ai 1.000 euro/mese) un 10-12% della popolazione italiana. Abbiamo ormai il 20% della popolazione nell’area “poveri o quasi”.
Nel 1980 era ca. il 10%, nel 2008 alla soglia della crisi era salita al 13% (2,7 milioni di famiglie e 8 milioni di persone). Al Sud era oltre il 23% oggi localmente supera il 40%.
Questa frana colpisce in particolare quella parte del ceto medio (non solo “inferiore”) che riusciva meglio a difendersi prima della crisi per la variabilità dei suoi redditi (dal momento che i salari sono stagnanti da trent’anni, appariva vincente essere “autonomo” e come tale veniva presentato), piccoli imprenditori, commercianti lavoratori autonomi. La “deflazione interna” voluta dall’Europa mostra qui il suo volto posteriore: il contenimento del mercato interno, allo scopo di raggiungere un surplus di bilancia commerciale e di ridurre prezzi e costo del lavoro per rendere le imprese più redditive (nell’idea che in tal modo investano per ampliare i propri prodotti, creino sviluppo e lavoro), determina direttamente una riduzione proporzionale della capacità di acquistare quei prodotti e quei servizi che i commercianti erano organizzati per vendere, gli autonomi per fornire, gli imprenditori per produrre. Con l’80% dell’economia produttiva rivolta (come ovunque) a soddisfare esigenze interne, questo è uno smottamento epocale. Per un’industria che riesce a sviluppare il proprio prodotto all’estero ce ne sono quattro che devono ridurre la propria azione. Ma questo significa sofferenze bancarie (che sono quasi raddoppiate, avvicinandosi a 150 miliardi), conseguente restrizione del credito (e, anche qui, non aiutano le regole europee), crisi fiscale.
Si, perché un altro pezzetto della matrioska è che la riduzione del giro di affari di imprese e professionisti rivolti al mercato interno determina riduzione del gettito fiscale (dall’IVA alle tasse su redditi che evaporano sempre più velocemente). Questo porta, in condizioni di “austerità” a dover inasprire la pressione fiscale e le azioni di recupero. Di qui le nuove norme su Equitalia imposte dal Governo Berlusconi e poi confermate da quello Monti (e solo in parte alleggerite da quello Letta, sotto la pressione delle bombe alle sedi). Anche questo è un circolo vizioso che può portare l’Italia a “muoversi”.

Quando una sezione del paese che supera il 10% sta scivolando in povertà, e quando a farlo sono ceti e individui abituati a difendere la vita con successo, e capaci di intrapresa (talvolta con livelli culturali e capacità di espressione più che adeguate) può succedere che il sistema sociale perda la sua stabilità. La stabilità della società è, infatti, sostanzialmente un mistero: una piccola quota di “vincenti”, una larga pancia di mediamente soddisfatti e una coda di “perdenti”, resta insieme e disciplinata da una vasta serie di meccanismi sociali e psicologici per lo più invisibili. Nessuno potrebbe costringerli all’obbedienza con la sola forza.
Ma se la “larga pancia” tremola e si scioglie, se la coda si ingrossa e se, soprattutto, si comincia a guardare alla coda anziché alla testa, la paura muta di segno. Allora può succedere tutto 

Se non posso più considerarmi eguale (nei diritti e nelle opportunità) a chi ha successo, se questo successo inizia ad essere letto come “privilegio” e non come “merito”, se l’insuccesso è dietro le mie spalle o lambisce la mia vita, se so che questo mi lascerà solo, inutile, invisibile. Allora anche la democrazia rischia di essere percepita come inutile, anzi come fonte di privilegi.

La “Rivolta dei Forconi”, è un movimento post-organizzativo che nasce come un incendio nella steppa da un piccolo innesco nel mondo agricolo siciliano (massacrato dalla riduzione dei consumi, ormai anche dei prodotti di prima necessità e dalle regole europee, dalla globalizzazione, dall’organizzazione opaca della distribuzione, …) ma che si è propagato rapidamente in tutta Italia, ed in particolare nell’ex-ricco Nord, che riunisce infinite sigle e che vede partecipare in posizione di sovra-visibilità, gruppetti organizzati di “guerriglieri professionali” di destra e sinistra.
Da un articolo di ieri del Sole 24 Ore si legge: “Blocchi stradali e ferroviari, assalti urbani, presidi, cortei, volantinaggi. In due giorni, dalle 22 di domenica scorsa, l'Italia si è bloccata a causa della mobilitazione dei «Forconi». Guerriglia urbana a Torino, paralisi dei treni in Liguria, caos a Milano, tensioni in Triveneto e Emilia-Romagna, disagi al Sud, soprattutto in Puglia, Campania e Sicilia.”
Il movimento nasce nel 2012 e si propaga in tutta Italia, partendo da agricoltori e pescatori. Oggi le categorie più presenti nella protesta e nei blocchi sono: agricoltori ed autotrasportatori (indimenticabile lo sciopero generale degli autotrasportatori che aprì al Colpo di Stato nel Cile di Allende), cui si aggiungono commercianti, ambulanti e da poco studenti. Si tratta di categorie fragili, esposte, sulla frontiera dell’economia che si sfrangia.
Un movimento in cerca di parole d’ordine difficili da trovare e che, per ora, è saldato più dalla paura e dai “no” che da ipotesi costruttive. Tuttavia questo è un chiaro segno dei tempi, molto più facile organizzare, nell’epoca dell’individuo, istanze negative e reattive che individuare progetti comuni. Il movimento, che ad alcuni ricorda il “fascismo delle origini”, si salda si parole come la:

1)      Protesta contro «il Far West della globalizzazione, “che ha fatto sparire il lavoro” ed “accompagnato alla fame”;
2)      Contro «questo modello di Europa»
3)      e «per riprenderci la sovranità dei popoli e monetaria».
4)      «per riappropriarci della democrazia».
5)      contro il governo, un governo di «nominati», e per tornare a votare prima possibile con una nuova legge elettorale.

Ma esprime anche una decisa tendenza a opporsi a tutte le forze politiche, anche a rifiutare il “marchio in franchising” di Grillo.  

Per Giuseppe Roma, del Censis questo movimento dà un volto ed uno sfogo a “l’Italia di chi ha tenuto duro fin qui, ma adesso si sente solo davvero. In pericolo”, non vede matrici politiche specifiche (“destra/sinistra”) ma una pulsione essenzialmente individuale, personale, “intima”. Per lui “non si tratta di populismo né di qualunquismo: stavolta lo scenario è originale. Stavolta c’è una crisi economica che ha esaurito la sua corsa al ribasso mentre una variegata componente sociale si rende conto delle conseguenze dirette sulla propria esistenza”. Dunque è essenzialmente “incertezza, paura del futuro.”
L’obiettivo, ma varrebbe dire più la molla, è “scaricare la rabbia, innanzitutto. Dimostrare a tutti che esistono, e che la politica li ha insultati a lungo”. In queste condizioni “le richieste restano vaghe, le proteste pure: dalla finanza globale a Equitalia, dai cinesi che espropriano le attività commerciali alle mancate politiche su industria e agricoltura il mescolone frulla tutto. E il problema è proprio questo: un gruppo così eterogeneo non può darsi un obiettivo comune.”

Solo in questo senso, in effetti la situazione può ricordare l’esplosione di contro-mobilitazione che attraversò il nord Italia nell’autunno 1919 organizzata dagli squadristi fascisti (che, in realtà sono un movimento a crescita esplosiva, largamente decentrato) fondati il 23 marzo 1919 dopo tre mesi di mobilitazione spontanea degli “Arditi” (ex combattenti). Il 15 aprile viene assaltato l’Avanti (giornale socialista) e uccisi i due militanti socialisti Pietro Bogni e Giuseppe Lucioni, dopo migliaia di morti, di assalti, di violenze il 28 ottobre 1922, dopo appena tre anni, il fascismo marcerà su Roma e formerà il suo primo governo.  

 

Un precedente ed un avvertimento che i nostri <<partner>> europei farebbero bene a prendere molto sul serio.

1 commento:

  1. L'opinione di Revelli:
    http://machiave.blogspot.it/2013/12/un-pezzo-di-societa-disgregata.html

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