Inauguro un giochetto che vorrei
ripetere qualche volta: leggere e riportare una-due pagine esemplari, un
concetto centrale nella sua formulazione più chiara, da opere che abbiamo già
letto di due autori diversi ed opposti e
metterle a confronto. Lasciarle frizionare e vedere dove si differenziano.
Partirei con il tema della “ineguaglianza”,
che è al centro di uno straordinario libro di Joseph
Stiglitz e in posizione rilevante anche nell’analisi di Raghuram
Rajan.
Rajan tratta il tema dell’ineguaglianza
in “Terremoti finanziari”, sicuramente uno dei libri più interessanti usciti
negli ultimi anni, viene trattato abbastanza presto, subito dopo la descrizione
del problema fondamentale che ha provocato la crisi (dalla fine degli anni ’90 i
paesi in via di sviluppo che trainavano la crescita con i loro investimenti
strutturali, iniziarono a risparmiare –dopo le crisi asiatiche, comprendendo i
rischi di indebitarsi in moneta estera-, qualcuno doveva quindi spendere di più,
allora il credito disponibile –di Giappone, Germania, Paesi arabi e di
convergenza- fu usato con l’intermediazione del sistema finanziario prima nell’informatica,
e poi esaurito quel ciclo di investimenti con lo scoppio della bolla .dot,
nelle case. <il mondo viveva in un piacevole, ma insostenibile spot
pubblicitario>, p.12) e quindi delle “linee
di faglia” aperte che restano (ineguaglianza, squilibri commerciali, scontro tra
sistemi finanziari diversi). Lo tratta una prima volta a partire da pag. 35, e
da pag. 290, in chiave di possibili risposte.
Nel capitolo <Che mangino crediti>, Rajan imputa il motore dell’ineguaglianza
allo sviluppo tecnologico, che nel lungo periodo è una cosa buona per tutti, ma
nel breve periodo può essere rovinoso, con conseguenze che possono generarsi
anche a lungo termine. Dunque è l’istruzione, la mancanza della laurea in sette
americani su dieci (censimento 2008) che rende i redditi di alcuni stagnanti
nel lungo periodo, se non in diminuzione. Altre cause: “la diffusa
deregolamentazione degli ultimi decenni e il conseguente aumento della
concorrenza (compresa quella per le risorse, tra cui il talento), la variazione
delle aliquote fiscali, l’indebolimento della sindacalizzazione e la crescita
dell’immigrazione tanto legale quanto illegale” (R., p.37) Ora, “buona parte
del differenziale 90/10 [tra chi ha il livello dei redditi superiori al 90%
della popolazione e chi ha il reddito più basso] può essere attribuito per
Rajan a quello che gli economisti chiamano il <<college premium>>,
ossia il fatto che il rapporto tra i salari di chi ha solo il diploma superiore
è cresciuto costantemente a partire dal 1980. … mentre il differenziale 50/10
non si è spostato altrettanto”. La spiegazione di questo fatto è rinviata a due
fattori: l’arresto della secolare crescita della incidenza dell’istruzione
superiore e le tecnologie “labor saving” (con conseguente allargarsi della
forbice tra domanda di personale altamente qualificato, richiesto dalle nuove
tecnologie introdotte, e l’offerta stagnante).
Altre cause sono elencate a pag. 44, “la
maggiore immigrazione e l’aumento degli scambi commerciali hanno avuto anch’essi
una parte, perché gli immigrati – in concorrenza diretta per i lavori non
qualificati – e i lavoratori non qualificati dei paesi lontani – in concorrenza
attraverso gli scambi commerciali – hanno tutti contribuito a tenere bassi i
salari dei lavoratori statunitensi non qualificati. La maggior parte degli
studi considera esigua l’entità di questi effetti, ma in ogni caso gli
immigrati non qualificati hanno contribuito alla diseguaglianza in un altro
modo. Essi occupano solitamente il livello più basso della distribuzione del
reddito e in tal modo contribuiscono alla disuguaglianza misurata. Paradossalmente,
benché i loro redditi siano spesso superiori a quelli che ricavano nei paesi di
origine, essi ingrossano comunque le file di quanti in America risultano in difficoltà
gravi o anche gravissime.
La riduzione della, peraltro punitiva,
aliquota marginale sui redditi elevati introdotta dopo la guerra (che si è
spostata con molti alti e bassi da un’aliquota massima del 91% durante gran
parte degli anni cinquanta e sessanta fino al 35% di oggi) ha aumentato gli
incentivi a guadagnare di più e può aver contribuito alla crescita dell’imprenditorialità
e della disuguaglianza. Dal canto suo, la debolezza dei sindacati può aver
ridotto il potere contrattuale dei lavoratori in possesso di un grado di
istruzione mediocre – sebbene, probabilmente, la perdita di impieghi
sindacalizzati ben retribuiti abbia più a che fare con l’aumento dei livelli di
concorrenza e di entrata dovuto alla deregulation, così come con la concorrenza
derivante dalle importazioni. Un salario minimo relativamente stagnante ha di
certo permesso ai salari reali più bassi di scendere, garantendo d’altra parte che
alcune persone che altrimenti sarebbero rimaste senza lavoro ne avessero uno e
che soltanto una piccola percentuale di lavoratori americani percepisse il
salario minimo. Sul livello di disuguaglianza, infine, ha influito l’entrata
delle donne nel mercato del lavoro.”
Il capitolo nono <migliorare l’accesso alle opportunità in America> è quello
nel quale Rajan individua le risposte e dove, sin dal titolo, la sua posizione
culturale ed ideologica emerge con particolare evidenza. Malgrado lui stesso
evidenzi che “negli Stati Uniti le pressioni esercitate su molti individui da
una situazione di redditi relativamente stagnanti rispecchiavano quelle
riscontrabili solitamente nei paesi in via di sviluppo, tanto da indurre i
politici americani a promuovere l’accesso al credito come palliativo”, e concluda correttamente
(una conclusione di grande importanza) che “l’erogazione dei mutui ipotecari
subprime fu dunque il sintomo di uno stato di cose, mentre la causa è da
ricercarsi nella diminuzione delle opportunità economiche per molti individui”,
Rajan conferma subito che “non tutte le forme di disuguaglianza del reddito
sono dannose per l’economia”.
Mi soffermo un attimo: questo è
sicuramente vero, ma inserire questa specificazione immediatamente dopo aver
detto che il vero problema dell’economia, del suo fragoroso e disastroso
disfunzionamento, è l’ineguaglianza che ne è causa (“la” causa, non “una”
causa) e che questa è al livello di terzo mondo (è da ricordare che Rajan è
indiano, sa bene di cosa parla) è un’etichetta identitaria, uno stendardo di
tribù. Rajan deve subito rassicurare il lettore di non essere diventato un
pericoloso sovversivo (in fondo insegna a Chicago). Ma nel farlo esprime
implicitamente la distinzione che fonda l’intero edificio intellettuale della
destra economica: ciò che conta è solo
ciò che favorisce o è dannoso per l’economia. Il fatto che si possa dare
una economia florida, in termini aggregati cioè di PIL totale, e una società disfunzionante ed iniqua
non è visibile in questo ordine del discorso. Rajan, che è uomo colto e
sensibile, sicuramente una bella persona con cui andare a cena, sa che ci sono
anche queste dimensioni e che contano,
ma sono esterne al discorso disciplinare che fa. Alla fine, mi pare che la
distanza tra la sensibilità e le decisioni culturali di autori come Rajan e
autori come Stiglitz sia tutta in quel che si decide di lasciare fuori.
Allora continuiamo: “i salari più
elevati servono a premiare gli individui con maggiore talento e quanti lavorano
duramente, identificano i lavori che in un sistema economico necessitano di
maggiori capacità e segnalano ai giovani i benefici di un investimento nel
proprio capitale umano. Un’equalizzazione forzata dei salari, ignorando il
contributo marginale dei diversi lavoratori, indebolisce quindi gli incentivi e
porta a un’errata allocazione delle risorse e dell’impegno individuale.” Tutto vero, se fosse vero. Ma lo stesso
Rajan, che non è in malafede, individua subito il punto: “tuttavia, quando le
uniche strade capaci di procurare un
salario elevato sembrano essere la nascita, l’influenza personale, la fortuna o
la truffa, la diversità dei salari può non agire come sprone: perché sforzarsi,
quando l’impegno non porta a ottenere riconoscimenti?”
Da questa distinzione muove la proposta
di concentrarsi sulla “riduzione della disuguaglianza di accesso al
miglioramento del capitale umano”. Un progetto di lungo periodo, invece di agire
con la tassazione, che livellando i salari riduce gli incentivi a lavorare o
acquisire capitale umano. Nel fare questa proposta Rajan propone di resistere a
due concetti opposti: che la spesa
pubblica possa risolvere tutti i problemi, “la verità è che raramente il
denaro è la chiave di volta di ogni cosa, come abbiamo visto nel caso della
crescita delle nazioni in via di sviluppo. Anzi un governo di manica larga può
togliere spazio all’iniziativa degli individui e delle comunità se non
addirittura corromperla”. La seconda è che “tutti
i problemi della società possono essere risolti da iniziative spontanee e
volontarie- Gli sforzi del governo sono [invece] necessari come punti di
leva essenziali per coordinare l’azione individuale e comunitaria. Sempre più
ci rendiamo conto che i casi di successo sono il frutto di una convergenza tra
attori cruciali, di una definizione del problema (e dunque delle soluzioni) più
ampia di quel che poteva sembrare all’inizio e di una ristrutturazione degli
incentivi in modo tale che tutti lavorino insieme e non ognuno per conto suo”
(R., p. 292).
Dunque dopo queste sagge parole, l’economista
indiano si concentra, per la ricerca della soluzione del problema dell’ineguaglianza
sul “capitale umano”, cioè al “vasto insieme di capacità che dipendono da
salute, conoscenze e intelligenza, carattere, abilità sociali ed empatia, e
fanno di una persona un membro produttivo della società”. Queste qualità sono
costruite da scuole ed università, come da famiglie e comunità. Inoltre da luoghi
di lavoro adatti.
Per Rajan si parte quindi dall’alimentazione
del neonato, sul cibo del bambino ed adolescente, una buona scuola, buoni
insegnanti, borse per il college, più appredistato e formazione continua.
C’è un problema: in questo modo, se va
bene, risolveremo la ineguaglianza tra trenta anni, diciamo nel 2045. Nel
frattempo? Rajan ha poco da proporre per questo dettaglio: in sostanza assistenza. Assicurazione contro la disoccupazione,
assistenza sanitaria universale (naturalmente tramite assicurazioni e non
prestazioni, da buon Repubblicano).
Passiamo ora a leggere Stiglitz. Con la
lettura di “Il prezzo della
disuguaglianza. Come la società divisa oggi minaccia il nostro futuro”, del
premio nobel, passiamo dall’altra parte dello spettro politico americano. Le
differenze sono significative. Per Stiglitz l’ineguaglianza non è dovuta al
mercato (pur essendo avvenuta negli ultimi trenta anni una “dislocazione
strutturale”), ma dalle sue distorsioni (S. p.9). In altre parole “è stata
creata, non si è trovata” (S. p. 59). Deriva da distorsioni della concorrenza
intenzionali e provocate anche dal Governo, per proteggere la profittabilità
che in una economia pienamente competitiva tende a zero (S. p.61). Quindi dai tanti e creativi modi di regalare
soldi pubblici (s. p. 79-81).
Ma andiamo con ordine, e leggiamo
insieme qualche pagina: “alcuni difensori dell’attuale livello di disuguaglianza
sostengono che, benché esso non sia inevitabile, fare qualcosa per ovviarvi
sarebbe semplicemente troppo costoso. Perché il capitalismo possa compiere le
sue meraviglie, ritengono, un elevato livello di disuguaglianza è
caratteristica imprescindibile e anche necessaria dell’economia. Dopotutto, chi
lavora sodo dovrebbe essere ricompensato; e deve esserlo, se vogliamo che
compia gli sforzi e gli investimenti di cui tutti beneficiamo. In effetti, un po’
di disuguaglianza è inevitabile: alcuni individui lavorano di più e più a lungo
di altri e qualunque sistema economico ben funzionante dovrebbe ricompensare le
loro fatiche. Questo libro dimostra tuttavia che tanto le attuali modalità della
disuguaglianza in America quanto le modalità con cui si genera disturbano
realmente la crescita e danneggiano l’efficienza. La ragione di ciò si deve in
parte al fatto che molta della disuguaglianza in questo paese è il risultato
delle distorsioni del mercato, nel senso che gli incentivi sono diretti non
alla creazione di nuova ricchezza, ma a prelevarne dagli altri. Non sorprende
quindi che la nostra crescita sia stata più vigorosa nei periodi in cui la
disuguaglianza era minore e tutti siamo cresciuti insieme.” (p. 9)
La “semplice tesi” che Stiglitz avanza è
che “sebbene le forze del mercato contribuiscono a definire il grado di
disuguaglianza di una società, sono le politiche governative a plasmare le
forze del mercato. Buona parte della disuguaglianza attuale è quindi un risultato
della politica del governo, sia di quel
che il governo fa sia di quel che non fa. Il governo ha il potere di spostare
il denaro dal basso all’alto o il centro o viceversa”. (S. p. 53)
Questa “semplice tesi” è, diciamo, all’opposto dei presupposti di Rajan, per
il quale lo Stato deve agire, ma il meno
possibile perché ogni azione è distorsiva e passibile di rendere meno
efficiente l’economia.
Stiglitz è di opinione direttamente
opposta, e conduce al compito di agire in modo diretto (non tra trent’anni) per
“contrastare la disuguaglianza”. Naturalmente riconosce che si tratta di “un’operazione
necessariamente complessa: occorre contenere gli eccessi di chi sta in alto,
rinforzare chi sta in mezzo e aiutare chi sta in basso. Ognuno di questi obiettivi
richiede un programma a sé.”
Invece di fare questo, nel tempo, “il
nostro sistema politico ha lavorato via via in modo da incrementare sempre di
più la disuguaglianza dei risultati e ridurre l’uguaglianza delle opportunità. Ciò
non dovrebbe sorprendere: abbiamo un
sistema politico che concede un potere esorbitante a chi sta in cima alla scala
sociale, il quale l’ha usato non soltanto per contenere la portata della
redistribuzione, ma anche per plasmare le regole del gioco a proprio favore
spillando alla comunità quelli che si possono chiamare soltanto enormi 'regali'. Gli economisti hanno un nome per questi comportamenti: li
chiamano 'ricerca della rendita' (rent seeking), per descrivere il
reddito ottenuto non in cambio di una creazione di ricchezza, ma afferrando una
quota più grande della ricchezza che sarebbe stata altrimenti prodotta senza i
loro sforzi. Chi si trova in cima alla scala sociale ha imparato a succhiar
soldi agli altri in modi di cui questi ultimi sono a stento consapevoli: ecco
la vera innovazione”. (S. p.58)
Diciamo
che si tratta di un attacco frontale. La ricchezza che si è
concentrata in alto in questi ultimi anni non è stata creata, è stata sottratta
ad altri.
Il motore di tutto ciò Stiglitz lo
descrive poco dopo: “l’obiettivo di un imprenditore non è accrescere il
benessere collettivo, in senso ampio, e nemmeno rendere i mercati più
competitivi: il suo fine è semplicemente far sì che i mercato lavorino per lui,
renderli più proficui. Ma la conseguenza è spesso un’economia meno efficiente,
oltre che segnata da maggiore ineguaglianza. Un esempio sarà per il momento
sufficiente. Quando i mercati sono competitivi, non è possibile sostenere i profitti
superiori al rendimento normale del capitale. La ragione è che, se in un giro
di vendita un’impresa realizza un profitto superiore, le rivali tenteranno di
rubarle i clienti abbassando i prezzi e, quando le imprese competono
vigorosamente, i prezzi scendono al punto che i profitti (sopra il rendimento
normale del capitale) tendono a zero: un disastro per chi è in cerca di grandi
utili. Nelle scuole di amministrazione aziendale insegniamo agli studenti di
come riconoscere e creare barriere –comprese quelle all’entrata – che contribuiscono
ad evitare l’erosione dei profitti. Di fatto alcune delle innovazioni più importanti
degli ultimi trent’anni non si concentravano su come rendere più efficiente l’economia,
ma come assicurarci meglio un potere monopolistico o aggirare le
regolamentazioni governative tese ad allineare i ritorni sociali e compensi
privati.” (S.p.62)
Tra i meccanismi che nelle pagine
successive, Stiglitz nomina ci sono la mancanza di trasparenza, i “prestiti
predatori” (subprime), la distorsione degli appalti, le concessioni pubbliche
regalate o quasi, i brevetti, tariffe doganali immotivate (regalo ai produttori
nazionali a danno dei consumatori), etc..
Ma
perché, per Stiglitz, la disuguaglianza fa male?
In fondo per lo stesso motivo addotto da Rajan, perché riduce la domanda aggregata. L’economista lo descrive così: “spostare
il denaro dal basso all’alto fa decrescere i consumi, perché gli individui a più
alto reddito ne consumano una parte più piccola di chi dispone di un reddito basso
(chi sta in alto risparmia dal 15 al 25 % del proprio reddito, chi sta in basso
spende tutto). Il risultato è che la domanda totale sarà inferiore a quella che
l’economia sarebbe in grado di soddisfare, il che a sua volta significa che si
creerà disoccupazione fino a quando, e a
meno che, non accada qualcosa, come un aumento degli investimenti o delle
esportazioni. Negli anni novanta quel 'qualcosa' fu la bolla tecnologica,
nel primo decennio del XXI secolo è stata la bolla immobiliare. Ora l’unica via
percorribile è la spesa governativa”. (S. p. 145)
Nel seguito, da pag. 172 a 187, si
impegna in una serrata discussione con gli argomenti della destra, che
immaginando un’economia perfettamente competitiva con compensi privati pari ai
ritorni sociali, che esiste solo nei modelli econometrici e nelle menti (ben al
caldo) di qualche ottimista; invece di una economia piena di distorsioni e
sfruttamenti della rendita. Il punto è lo scambio tra disuguaglianza ed
efficienza che, per la destra è un trade-off. Ovvero che cala da una parte
quando sale dall’altra. Mentre per Stiglitz è un gioco positivo: quando è alta
la disuguaglianza è anche bassa l’efficienza, quando è bassa l’ineguaglianza
sale l’efficienza del sistema economico.
Lo scontro di punti di vista è così
grande che nasconde, in effetti, una profonda differenza di osservazione. E’ il
punto (si tratta più di dense tradizioni che di meri e semplici interessi, ma
anche questi contano) dal quale l’osservatore guarda che muta l’oggetto
osservato per la sua percezione: la destra guarda il mondo dal punto di vista
delle élite superiori. Per loro, in effetti, se cala l’ineguaglianza cala anche
l’efficienza dell’economia. Ma perché cala per loro. Cioè l’economia lavora
meno efficientemente per i loro interessi.
Per il ceto medio-superiore (che è
probabilmente il punto di osservazione di Stiglitz, che anche personalmente
viene da una famiglia della piccola borghesia), le cose sono opposte.
Da ultimo, ma certo non ultimo, per
Stiglitz l’ineguaglianza mette in
pericolo la democrazia. Il sistema di fatto vigente 'un dollaro un
voto' crea disaffezione distrugge
capitale sociale, erode la democrazia. Distorce anche la battaglia per le idee
ed il “mercato politico”.
Naturalmente l’agenda proposta, anche
per Stiglitz, passa per l’istruzione delle classi inferiori, ma passa anche per
la tassazione delle cose cattive (e non del lavoro) come l’inquinamento o gli
assett tossici finanziari, e per la riforma dei programmi di spesa
(eliminazione del “corporate welfare”).
Nella congiuntura propone tre
alternative (S.p. 348):
-
Un complessivo indebitamento (tra l’altro
a tassi molto bassi) per finanziare un’espansione ed investimenti infrastrutturali,
dimenticando il “feticismo del deficit”;
-
La tecnica del “moltiplicatore del
budget di conguaglio”, cioè alzare contemporaneamente tasse e spesa, contando
sul fatto che la spesa ritorna più velocemente e con un moltiplicatore
maggiore;
-
La riarticolazione della spesa e le
tasse (alzandole in alto e abbassandole in basso).
In definitiva il confronto è tra una
posizione classicamente liberista nelle sue scelte di fondo, ma espressa da un
autore denso e consapevole, che sviluppa nel suo libro una interessante critica
dall’interno delle distorsioni cui è andato incontro il mondo finanziario,
tradendo la sua funzione di allocare nel modo più efficiente il risparmio
(funzione per la quale è da tempo oltre,
ma questo è un altro e più lungo discorso), ed una posizione di derivazione
keynesiana (almeno in questo contesto) che focalizza i fallimenti del mercato e
le sue distorsioni informative (è la ricerca per la quale Stiglitz guadagnò il
nobel).
Anche se l’ineguaglianza è il motore
centrale della crisi (su cui si “montano” meccanismi di amplificazione che
descrive in modo esemplare), per Rajan è da ricondurre principalmente alle
modifiche tecnologiche (a quello che Stiglitz chiama “dislocazione strutturale”)
e quindi alla inadeguatezza della forza lavoro mediamente presente alle
esigenze dell’economia mutate. Una simile diagnosi lo lascia senza soluzioni. L’ineguaglianza
derivante dall’istruzione è un lavoro di lunga lena. Nel frattempo c’è solo la
gestione delle tensioni, e l’assistenza ai perdenti. La sua soluzione assomiglia molto a quella della Scuola Austriaca (“in
ultima analisi non fate niente, il sistema troverò un nuovo equilibrio”).
Come ho detto altrove,
però, non muovere dalla sbilanciata distribuzione dei redditi, puntando invece
su un generalizzato innalzamento del livello dei lavoratori (cioè, in ultima
analisi, dell’istruzione) significa postulare che la soluzione richiede una
nuova generazione di lavoratori, l’invenzione di nuovi lavori, di nuove
industrie, garantendo al più uno scivolo meno acclive per chi è nella scomoda
posizione di essere non centrale nell’attuale distribuzione. Nel frattempo
avremmo un’economia fatta di sussidi (per evitare la rivoluzione), pochi
ricchi, uno strato intermedio che lavora per loro (offerta di beni di lusso e
medio-superiori), uno strato medio-basso che lavora per l’offerta di
sussistenza (offerta di beni di base). Una situazione ottocentesca.
Stiglitz la vede all’opposto:
ciò che era “figura” diventa “sfondo”. La “dislocazione” è lo sfondo, ma la
figura diventano le distorsioni. Dunque l’ineguaglianza non si trova ad essere
derivata dal mercato (che promuove diversi lavori) ma dalle “rendite”. E non è
stata “trovata” per strada, è stata creata intenzionalmente.
Intenzionalmente va
rimossa.
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Una domanda per Rajan.
RispondiEliminaMa secondo lui, l' iniziativa privata sarebbe andata sulla Luna negli anni 60, 70 del secolo scorso?
Anche a me Raghuram Rajan lascia perplesso, è uno scrittore acuto e consapevole dei problemi che abbiamo di fronte. Fa sforzi eroici per essere onesto. Ma comunque alla fine torna sempre lì: il pubblico è sospetto e da usare in dosi omeopatiche. Non conosco i dettagli della sua biografia, è laureato in India in ingegneria elettronica e un dottorato al MIT in economia, ma probabilmente è un altoborghese indiano e la carriera accademica al Chicago, poi è stato al FMI (negli anni "di destra"). Una figura "intermedia", che tiene una linea di "destra (economica) critica". A me comunque sembra un autore da leggere. Stimolante.
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