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martedì 24 dicembre 2013

Ragione Pubblica e Potere di Ricatto: sul Consiglio Europeo di giovedì circa i Contractual Arrangemet


Un articolo su Le Monde richiama alcuni retroscena del Consiglio Europeo di giovedì. Si legge che c’è stata una forte opposizione alla posizione tedesca sui Contractual Arrangement; avrebbe avviato l’opposizione il premier austriaco Werner Faymann, che ha ricordato la sovranità nazionale e dunque che “ogni regola vincolante deve rispettare i Parlamenti”. L’Accordo non può, in altre parole, essere negoziato sulla base di un mero rapporto di forza tra i governi, nel chiuso delle rispettive cancellerie. Si tratta di un’obiezione cruciale: se accordi su materie pubbliche vincolanti per i destini di interi popoli vengono presi in una logica puramente negoziale (cioè di forza) e “legalista” (cioè solo in riferimento alla legalità formale, rispetto ai Trattati in vigore), resta carente in modo decisivo di sostanza democratica. Non accede, infatti, in modo adeguato alla sfera pubblica, con argomenti pubblici; non mobilita i potenziali di razionalizzazione ed emancipazione implicati nel discorso pubblico, condotto davanti a tutti. Si tratta di temi che sono trattati nella cultura politica e giuridica europea dal tempo di Kant; stupisce –e rattrista- che proprio la patria del grande pensatore se ne dimentichi, per pura convenienza. Uscire da una logica democratica (secondo la quale ogni norma deve essere costruita in modo da pretendere l’accettabilità di tutti) è un crinale dal quale potrà essere difficile riprendersi.

Ma vediamo, a questa densa obiezione cosa risponde il cancelliere tedesco. Il resoconto dice che abbia replicato che “non c’è resa alla sovranità”, perché “gli Accordi Contrattuali sono negoziati da voi, con il vostro Parlamento”. Non si tratterebbe di un “ditkat” (come anche i giornali tedeschi dicono) perché c’è comunque la ratifica dei Parlamenti. Sembra una risposta adeguata, peccato che una cosa è discutere in parlamento un Accordo, ottenere le Linee Guida e poi accedere al tavolo negoziale, altra e completamente diversa cosa è esprimere un voto (magari di fiducia) su un Accordo già negoziato. E, in relazione ai rapporti di forza che sovraintendono alla opaca discussione, una cosa è negoziare un Trattato multilaterale, un’altra negoziare uno-a-uno tra un Ente la Commissione, che ha i soldi ed uno, il singolo Stato, che li chiede. Trattative così sbilanciate, nelle quali la forza di ricatto è palesemente presente, dovrebbero essere condotti con i massimi contrappesi possibili, per conservare il potenziale normativo (cioè la capacità di essere visti come legittimi dalla comunità dei cittadini che si pensano eguali) che caratterizza la produzione di norme in uno Stato democratico.

In ogni caso si legge che anche Mark Rutte, il Primo Ministro Olandese, si sia detto convinto “che questi contratti non aiuteranno.” Nel contesto di un discorso dal quale traspariva il sospetto per gli aiuti concepiti a Berlino per incoraggiare le riforme, avrebbe affermato che nei Paesi Bassi “molte riforme sono state fatte senza vincolo di solidarietà e ora noi dobbiamo pagare per coloro che non hanno fatto le riforme”. A questa posizione critica si sarebbe aggiunta quella del finlandese Jyrki Katainen, per il quale non sarebbe “una questione di soldi, [ma] si tratta della legittimità dell'integrazione europea”. Una legittimità evidentemente diventata problematica, anche perchè: “I piani di salvataggio hanno alimentato il populismo. È un cancro.”

Dunque, forse per la prima volta, si aprono spaccature –sia pure per ragioni diverse, ed in qualche misura opposte- anche nei paesi del nord, fino ad ora alleati della Germania, anche a causa della loro fortissima integrazione economica. I Paesi Bassi, in particolare, sembrano accusare la Germania di concedere troppe risorse economiche.

Per i paesi del Sud, invece, ha preso la parola Mariano Rajoy, il leader del governo spagnolo che ha ricordato come non corrisponda al vero l’immagine di Rutte, e che –al contrario- siano state effettuate dolorose riforme da “molti di noi”, ma che comunque i Contratti devono essere fatti su base “volontaria”.

Di fronte a tale atteggiamento il Presidente della BCE, Mario Draghi, avrebbe fatto la voce grossa sostenendo la posizione del Cancelliere e ricordando che “se non fate le riforme, perderete la sovranità nazionale”. Questa frase minacciosa, presumibilmente, ricordava la procedura di commissariamento della Troika (sotto inchiesta da parte del Parlamento Europeo, per l’opacità delle sue procedure e i gravissimi danni apportati) che, nel caso della Grecia, ha portato ad una vera e propria sospensione della legittimità democratica sotto ricatto di non erogare gli aiuti, diventati indispensabili. In altre parole, quello della BCE è un brutale richiamo alla realtà di rapporti di forza tra organismi eletti (i Parlamenti) e non eletti (le Istituzioni Finanziarie sovranazionali), che vedono le seconde prevalere in circostanze di necessità. Saremmo dunque in una condizione nella quale la democrazia si applica nelle condizioni ordinarie e si sospende in quelle eccezionali. E nella quale, per non accedere a tali condizioni, occorre concedere, senza tante storie, pezzetti di sovranità quando richiesto. Ascoltando tali interazioni si comprende la posizione di chi identifica la crisi Europea come crisi costituzionale e non economica.

Proseguendo la ricostruzione di Le Monde, si legge che Mariano Rajoy avrebbe insistito nel richiedere l’eliminazione del vincolo giuridico, al che Angela Merkel si sarebbe lasciata sfuggire: “Prima o poi, senza la necessaria coesione, l'euro esploderà (...) Se questo testo non è accettabile per la Spagna, lasciamolo cadere, se ne riparlerà tra dieci anni.” E, con uno sfogo indicativo, di fronte alle opposizioni anche del Leader maltese: “Se tutti si comportano come si faceva sotto il comunismo, allora siamo perduti”.

A questo punto mancano i due attori principali: Francia ed Italia. Francois Hollande, pur non convinto, sarebbe rimasto “piuttosto discreto”. Avrebbe evitato, infatti, di parlare della “capacità finanziaria” che la Francia propone di negoziare, in cambio di questi contratti, e si sarebbe limitato a descrivere la situazione in questo modo: “Ci sono quelli che non vogliono più la disciplina e temono che diventerà vincolante. E altri che non vogliono pagare” (rispettivamente il Sud ed il Nord). Dunque avrebbe proposto un rinvio tattico: “Mettiamoci d'accordo sui principi e decidiamo i dettagli dopo le elezioni europee del maggio 2014.” Sulla stessa linea Elio di Rupo, il Primo Ministro belga: “Le elezioni europee si avvicinano, non presentiamo un'Europa armata di bastone”.

Le Monde racconta che, davanti a tanta resistenza, Angela Merkel si sia spazientita: “Sono cresciuta in uno Stato che ha avuto la fortuna di ricevere l'aiuto della Germania dell'Ovest per tirarsi fuori dai guai. Ma nessuno lo farà per l'Europa”. Si tratta di una frase interessante: l’<aiuto> che la Germania Ovest ha prestato alla Germania dell’Est è una vera e propria annessione. Con immediata unione monetaria, e distruzione totale dell’economia preesistente, elevatissima disoccupazione, flussi migratori imponenti, spopolamento, colonizzazione culturale. Se questo è il progetto, personalmente avrei da dire.

In ogni caso avrebbe anche ricordato la gravità del momento, facendo riferimento ai rischi corsi in corso della crisi greca (di dissoluzione dell’Euro), lasciandosi andare ad una dichiarazione pessimista: “a un certo punto la cosa deraglierà, usciremo dai binari”. E, ancora di più, evocando la ricostruzione di Christopher Clark in The Sleepwalkers, sull’estate del 1914, ha ricordato che in quel caso il “fallimento di tutti“, ha portato alla prima guerra mondiale.
Dopo questo sinistro ricordo, il Cancelliere tedesco avrebbe ripreso il suo ordinario racconto “buoni/cattivi”, con questi termini: “La vita non è giusta: se si esagera nel mangiare e si ingrassa troppo, ma altre persone sono ancora magre, possiamo aiutarvi a pagare il medico. Questo non è un diktat, aiutare coloro che non possono aiutarsi da soli richiede la nostra comprensione.” E’, in altre parole, meglio pagare 3 Mld di € ora per incoraggiare i cambiamenti che dover fare un salvataggio da 10 Mld tra qualche anno. Questi enunciati mi paiono significativi su diversi piani: se anche “la vita” non è giusta (perché è il luogo nel quale si esercita anche la forza, la sopraffazione, la violenza) i Governi democratici sono tenuti ad esserlo. La Merkel, infatti, non dispone -come di cosa privata- delle sue azioni; ma ne dispone su mandato del suo popolo, al quale deve rispondere secondo legalità e legittimità sulla base della ragione pubblica. Dunque anche secondo giustizia.
D’altra parte questa rappresentazione di chi avrebbe “mangiato” troppo e “ingrassato”, è espressione di una retorica non rispondente alla realtà dei fatti. O, almeno, una descrizione controversa, che è di fatto contestata da più parti (tutto il blog ne è pieno), ma che evidentemente imprigiona la mente della Cancelliera, come spesso avviene a chi utilizza frequentemente “descrizioni normative” semplici e finisce per credere alle proprie stesse retoriche, utili a puntellare il suo potere. La Germania viene da anni, quelli immediatamente successivi alla unificazione, in cui era il “malato d’Europa”, non cresceva abbastanza e dipendeva dalla benevolenza europea con grave danno per il suo orgoglio. A cavallo del 2008, sempre più chiaramente, ha cominciato a rovesciarsi la situazione in relazione a molti fattori (tra i quali l’inversione dei flussi finanziari in un sistema integrato, a seguito dello shock asimmetrico della crisi, gioca un grande ruolo), e questo ha solleticato l’orgoglio tedesco –facendo la fortuna elettorale della CDU e della stessa Merkel-, orgoglio che è stato abilmente solleticato e coltivato, rovesciando la colpa di tutto sulle “cicale” del Sud. Questa descrizione “morale” ha fatto grande presa (per la verità sia al Nord, tra il popolo ed i ceti sacrificati dalla grande crescita “esteroflessa” tedesca –cui veniva indicato un facile bersaglio al rancore- come al Sud, tra le élite che avevano da guadagnare dall’austerità) ed ora imprigiona cuori e menti.

Si tratta di una tragedia, di un vero e proprio autointrappolamento che le élite europee si sono costruite da sole, e che ora chiude ogni via di uscita. Paesi di grandissima cultura giuridica e filosofica, patria di alcuni dei più ammirati uomini di cultura dell’occidente, sono incapsulati in una descrizione infantile, palesemente non corrispondente ai fatti, distruttiva, che condurrà il nostro mondo all’instabilità ed alla violenza.

Quel che è forse più grave è che, nel mezzo della crisi più violenta del secolo, la lettura che il Cancelliere tedesco e la Presidenza della Commissione, insieme alla BCE, produce indica, ogni momento di più, un allontanamento dal sentimento dei Parlamenti ed anche del Parlamento Europeo; l’idea è ancora che l’unica uscita sia per la via della deflazione dei prezzi e dei salari, per guadagnare competitività relativa nei confronti dell’estero (che, con riferimento all’area Euro è sostanzialmente il mondo anglosassone). La strada sarebbe, quindi, lasciar scendere il potere di acquisto della parte inferiore della piramide sociale (quella che vive di lavoro, mentre la metà superiore si sostiene anche con i redditi da capitale), in modo che le merci ed i servizi “commerciabili” possano essere venduti ad un prezzo inferiore a parità di moneta. Le quote di mercato “catturate” agli anglosassoni (comprensibilmente arrabbiati), garantirebbero la ripresa della produzione industriale “esteroflessa”, e dunque la ripresa dell’occupazione. Con essa il riassetto del tenore di vita su una base più stabile.
Per realizzare tale progetto secondo la Troika bisogna quindi fare le “riforme strutturali”, aprire l’economia interna alla competizione, ridurre i servizi ed il welfare, ridurre le garanzie sul lavoro in modo da moderare i salari, etc…
Si tratta di un progetto del tutto legittimo, nel senso che può essere sostenuto liberamente e probabilmente portato in perfetta buona fede, ma fortemente caratterizzato politicamente ed ideologicamente. Tutt’altro che l’unica strada percorribile. C’è una fila intera di Premi Nobel, keynesiani e non, di destra e sinistra, che ne sostiene l’inadeguatezza e la non sostenibilità (né finanziaria, né sociale o politica e neppure industriale).

In definitiva si può dire, che lungi dal farsi prendere dal dubbio che possa anche essere una strada da discutere (ad esempio con il Parlamento Europeo che dovrebbe essere, fino a prova contraria, il luogo della sovranità europea), alcune forze sovrarappresentate tentano di imporlo a tutti.

In ogni caso, tornando alla riunione di giovedì, risulta dal verbale che la decisione, in forza di queste quasi unanime opposizioni, sarebbe stata rimandata a dopo le elezioni europee, tra giugno ed ottobre 2014.

Per allora ci sarà un altro Parlamento, nel quale il PPE potrebbe non avere la maggioranza e nel quale le forze anti-Euro saranno fortemente rappresentate. Allora, magari, i toni saranno diversi. 

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