Un articolo
su Le Monde richiama alcuni retroscena del Consiglio Europeo di giovedì. Si legge
che c’è stata una forte opposizione alla posizione tedesca sui Contractual
Arrangement; avrebbe avviato l’opposizione il premier austriaco Werner
Faymann, che ha ricordato la sovranità nazionale e dunque che “ogni regola
vincolante deve rispettare i Parlamenti”. L’Accordo non può, in altre parole,
essere negoziato sulla base di un mero rapporto di forza tra i governi, nel
chiuso delle rispettive cancellerie. Si
tratta di un’obiezione cruciale: se accordi su materie pubbliche vincolanti
per i destini di interi popoli vengono presi in una logica puramente negoziale
(cioè di forza) e “legalista” (cioè solo in riferimento alla legalità formale,
rispetto ai Trattati in vigore), resta carente in modo decisivo di sostanza democratica. Non accede,
infatti, in modo adeguato alla sfera pubblica, con argomenti pubblici; non
mobilita i potenziali di razionalizzazione ed emancipazione implicati nel discorso
pubblico, condotto davanti a tutti. Si tratta di temi che sono trattati nella
cultura politica e giuridica europea dal tempo di Kant; stupisce –e rattrista- che
proprio la patria del grande pensatore se ne dimentichi, per pura convenienza. Uscire
da una logica democratica (secondo la quale ogni norma deve essere costruita in
modo da pretendere l’accettabilità di tutti) è un crinale dal quale potrà
essere difficile riprendersi.
Ma vediamo, a
questa densa obiezione cosa risponde il cancelliere tedesco. Il resoconto dice
che abbia replicato che “non c’è resa alla sovranità”, perché “gli Accordi
Contrattuali sono negoziati da voi, con il vostro Parlamento”. Non si
tratterebbe di un “ditkat” (come anche i giornali tedeschi dicono) perché c’è
comunque la ratifica dei Parlamenti. Sembra una risposta adeguata, peccato che
una cosa è discutere in parlamento un Accordo, ottenere le Linee Guida e poi
accedere al tavolo negoziale, altra e completamente diversa cosa è esprimere un
voto (magari di fiducia) su un Accordo già negoziato. E, in relazione ai
rapporti di forza che sovraintendono alla opaca discussione, una cosa è
negoziare un Trattato multilaterale, un’altra negoziare uno-a-uno tra un Ente
la Commissione, che ha i soldi ed uno, il singolo Stato, che li chiede.
Trattative così sbilanciate, nelle quali
la forza di ricatto è palesemente presente, dovrebbero essere condotti con
i massimi contrappesi possibili, per conservare il potenziale normativo (cioè
la capacità di essere visti come legittimi dalla comunità dei cittadini che si
pensano eguali) che caratterizza la produzione di norme in uno Stato democratico.
In ogni caso si
legge che anche Mark Rutte, il Primo Ministro Olandese, si sia detto convinto “che
questi contratti non aiuteranno.” Nel contesto di un discorso dal quale
traspariva il sospetto per gli aiuti concepiti a Berlino per incoraggiare
le riforme, avrebbe affermato che nei Paesi Bassi “molte riforme sono
state fatte senza vincolo di solidarietà e ora noi dobbiamo pagare
per coloro che non hanno fatto le riforme”. A questa posizione
critica si sarebbe aggiunta quella del finlandese Jyrki Katainen, per il
quale non sarebbe “una questione di soldi, [ma] si tratta della legittimità
dell'integrazione europea”. Una legittimità evidentemente diventata
problematica, anche perchè: “I piani di salvataggio hanno alimentato il populismo.
È un cancro.”
Dunque, forse per la
prima volta, si aprono spaccature –sia pure per ragioni diverse, ed in qualche
misura opposte- anche nei paesi del nord, fino ad ora alleati della Germania,
anche a causa della loro fortissima
integrazione economica. I Paesi Bassi, in particolare, sembrano accusare la
Germania di concedere troppe risorse economiche.
Per i paesi del Sud,
invece, ha preso la parola Mariano Rajoy, il leader del governo spagnolo che ha
ricordato come non corrisponda al vero l’immagine di Rutte, e che –al contrario-
siano state effettuate dolorose riforme da “molti di noi”, ma che comunque i Contratti
devono essere fatti su base “volontaria”.
Di fronte a tale
atteggiamento il Presidente della BCE, Mario Draghi, avrebbe fatto la voce
grossa sostenendo la posizione del Cancelliere e ricordando che “se non fate
le riforme, perderete la sovranità nazionale”. Questa frase
minacciosa, presumibilmente, ricordava la procedura di commissariamento della
Troika (sotto
inchiesta da parte del Parlamento Europeo, per l’opacità delle sue
procedure e i gravissimi danni apportati) che, nel caso della Grecia, ha portato
ad una vera e propria sospensione della
legittimità democratica sotto ricatto di non erogare gli aiuti, diventati
indispensabili. In altre parole, quello della BCE è un brutale richiamo alla
realtà di rapporti di forza tra organismi eletti (i Parlamenti) e non eletti
(le Istituzioni Finanziarie sovranazionali), che vedono le seconde prevalere in
circostanze di necessità. Saremmo dunque
in una condizione nella quale la democrazia si applica nelle condizioni
ordinarie e si sospende in quelle eccezionali. E nella quale, per non
accedere a tali condizioni, occorre concedere, senza tante storie, pezzetti di
sovranità quando richiesto. Ascoltando tali interazioni si comprende la
posizione di chi identifica la crisi Europea come crisi costituzionale e non
economica.
Proseguendo la
ricostruzione di Le Monde, si legge che Mariano Rajoy avrebbe insistito nel richiedere
l’eliminazione del vincolo giuridico, al che Angela Merkel si sarebbe lasciata
sfuggire: “Prima o poi, senza la necessaria coesione, l'euro esploderà
(...) Se questo testo non è accettabile per la Spagna, lasciamolo cadere, se
ne riparlerà tra dieci anni.” E, con uno sfogo indicativo, di fronte alle
opposizioni anche del Leader maltese: “Se tutti si comportano come si
faceva sotto il comunismo, allora siamo perduti”.
A questo punto mancano i
due attori principali: Francia ed Italia. Francois Hollande, pur non convinto,
sarebbe rimasto “piuttosto discreto”. Avrebbe evitato, infatti, di parlare
della “capacità finanziaria” che la Francia propone di negoziare, in cambio di
questi contratti, e si sarebbe limitato a descrivere la situazione in questo
modo: “Ci sono quelli che non vogliono più la disciplina e temono che diventerà vincolante.
E altri che non vogliono pagare” (rispettivamente il Sud ed il Nord). Dunque
avrebbe proposto un rinvio tattico: “Mettiamoci d'accordo sui principi e
decidiamo i dettagli dopo le elezioni europee del maggio 2014.” Sulla
stessa linea Elio di Rupo, il Primo Ministro belga: “Le elezioni europee si
avvicinano, non presentiamo un'Europa armata di bastone”.
Le Monde racconta che, davanti a tanta resistenza, Angela Merkel si sia spazientita: “Sono cresciuta in uno Stato che ha avuto la fortuna di ricevere l'aiuto della Germania dell'Ovest per tirarsi fuori dai guai. Ma nessuno lo farà per l'Europa”. Si tratta di una frase interessante: l’<aiuto> che la Germania Ovest ha prestato alla Germania dell’Est è una vera e propria annessione. Con immediata unione monetaria, e distruzione totale dell’economia preesistente, elevatissima disoccupazione, flussi migratori imponenti, spopolamento, colonizzazione culturale. Se questo è il progetto, personalmente avrei da dire.
In ogni caso avrebbe
anche ricordato la gravità del momento, facendo riferimento ai rischi corsi in
corso della crisi greca (di dissoluzione dell’Euro), lasciandosi andare ad una
dichiarazione pessimista: “a un certo punto la cosa deraglierà, usciremo dai
binari”. E, ancora di più, evocando la ricostruzione di Christopher Clark in The Sleepwalkers,
sull’estate del 1914, ha ricordato che in quel caso il “fallimento di tutti“,
ha portato alla prima guerra mondiale.
Dopo questo sinistro
ricordo, il Cancelliere tedesco avrebbe ripreso il suo ordinario racconto “buoni/cattivi”,
con questi termini: “La vita non è giusta: se si esagera nel mangiare e si
ingrassa troppo, ma altre persone sono ancora magre, possiamo aiutarvi a pagare
il medico. Questo non è un diktat, aiutare coloro che non possono aiutarsi da
soli richiede la nostra comprensione.” E’, in altre parole, meglio pagare 3 Mld
di € ora per incoraggiare i cambiamenti che dover fare un salvataggio da 10 Mld
tra qualche anno. Questi enunciati mi paiono significativi su diversi piani: se
anche “la vita” non è giusta (perché è il luogo nel quale si esercita anche la
forza, la sopraffazione, la violenza) i Governi democratici sono tenuti ad esserlo. La Merkel,
infatti, non dispone -come di cosa privata- delle sue azioni; ma ne dispone su mandato del suo popolo, al quale deve
rispondere secondo legalità e legittimità sulla base della ragione pubblica.
Dunque anche secondo giustizia.
D’altra parte questa
rappresentazione di chi avrebbe “mangiato” troppo e “ingrassato”, è espressione
di una retorica non rispondente alla realtà dei fatti. O, almeno, una
descrizione controversa, che è di fatto contestata da più parti (tutto il blog
ne è pieno), ma che evidentemente imprigiona la mente della Cancelliera, come
spesso avviene a chi utilizza frequentemente “descrizioni normative” semplici e
finisce per credere alle proprie stesse retoriche, utili a puntellare il suo
potere. La Germania viene da anni, quelli immediatamente successivi alla
unificazione, in cui era il “malato d’Europa”, non cresceva abbastanza e
dipendeva dalla benevolenza europea con grave danno per il suo orgoglio. A
cavallo del 2008, sempre più chiaramente, ha cominciato a rovesciarsi la
situazione in relazione a molti fattori (tra i quali l’inversione dei flussi
finanziari in un sistema integrato, a seguito dello shock asimmetrico della
crisi, gioca un grande ruolo), e questo ha solleticato l’orgoglio tedesco –facendo
la fortuna elettorale della CDU e della stessa Merkel-, orgoglio che è stato
abilmente solleticato e coltivato, rovesciando la colpa di tutto sulle “cicale”
del Sud. Questa descrizione “morale” ha fatto grande presa (per la verità sia
al Nord, tra il popolo ed i ceti sacrificati dalla grande crescita “esteroflessa”
tedesca –cui veniva indicato un facile bersaglio al rancore- come al Sud, tra
le élite che avevano da guadagnare dall’austerità) ed ora imprigiona cuori e
menti.
Si tratta di una
tragedia, di un vero e proprio autointrappolamento che le élite europee si sono
costruite da sole, e che ora chiude ogni via di uscita. Paesi di grandissima
cultura giuridica e filosofica, patria di alcuni dei più ammirati uomini di
cultura dell’occidente, sono incapsulati in una descrizione infantile,
palesemente non corrispondente ai fatti, distruttiva, che condurrà il nostro
mondo all’instabilità ed alla violenza.
Quel che è forse più
grave è che, nel mezzo della crisi più violenta del secolo, la lettura che il
Cancelliere tedesco e la Presidenza della Commissione, insieme alla BCE, produce
indica, ogni momento di più, un allontanamento dal sentimento dei Parlamenti ed
anche del Parlamento Europeo; l’idea è ancora che l’unica uscita sia per la via
della deflazione dei prezzi e dei salari, per guadagnare competitività relativa
nei confronti dell’estero (che, con riferimento all’area Euro è sostanzialmente
il mondo anglosassone). La strada sarebbe, quindi, lasciar scendere il potere
di acquisto della parte inferiore della piramide sociale (quella che vive di
lavoro, mentre la metà superiore si sostiene anche con i redditi da capitale), in modo che le merci ed i servizi
“commerciabili” possano essere venduti ad un prezzo inferiore a parità di moneta. Le quote di mercato “catturate”
agli anglosassoni (comprensibilmente arrabbiati),
garantirebbero la ripresa della produzione industriale “esteroflessa”,
e dunque la ripresa dell’occupazione. Con essa il riassetto del tenore di vita
su una base più stabile.
Per realizzare tale
progetto secondo la Troika bisogna quindi fare le “riforme strutturali”, aprire
l’economia interna alla competizione, ridurre i servizi ed il welfare, ridurre
le garanzie sul lavoro in modo da moderare i salari, etc…
Si tratta di un progetto
del tutto legittimo, nel senso che può essere sostenuto liberamente e probabilmente
portato in perfetta buona fede, ma
fortemente caratterizzato politicamente ed ideologicamente. Tutt’altro che
l’unica strada percorribile. C’è una fila intera di Premi Nobel, keynesiani e
non, di destra e sinistra, che ne sostiene l’inadeguatezza e la non
sostenibilità (né finanziaria, né sociale o politica e neppure industriale).
In definitiva si può
dire, che lungi dal farsi prendere dal dubbio che possa anche essere una strada
da discutere (ad esempio con il Parlamento Europeo che dovrebbe essere, fino a
prova contraria, il luogo della sovranità
europea), alcune forze sovrarappresentate tentano di imporlo a tutti.
In ogni caso, tornando
alla riunione di giovedì, risulta dal verbale che la decisione, in forza di
queste quasi unanime opposizioni, sarebbe stata rimandata a dopo le elezioni
europee, tra giugno ed ottobre 2014.
Per allora ci sarà un
altro Parlamento, nel quale il PPE potrebbe non avere la maggioranza e nel
quale le forze anti-Euro saranno fortemente rappresentate. Allora, magari, i
toni saranno diversi.

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