Pagine

giovedì 2 gennaio 2014

2014. Rullano i tamburi. Notizie e valutazioni da Evans-Pritchard


Alcuni articoli appena usciti preconizzano, per il 2014, rischi crescenti, il giornalista inglese Evans-Pritchard, in un denso post, individua da una parte la probabile forza del dollaro, come valuta rifugio in tempi difficili, e dall’altra gravi rischi politici, tra i quali spiccano quelli tra Cina e Giappone

La Cina, che è alle prese con la necessità di “raffreddare” la propria finanza-ombra (un sistema finanziario parallelo che eroga ciclopici finanziamenti per operazioni speculative discutibili, per lo più in edilizia ed infrastrutture, ed ha provocato una gigantesca bolla immobiliare) correndo il rischio di decelerare pericolosamente, ha imposto una Zone Air Defense (ADIC) su un’ampia parte del Mar Cinese Orientale che comprende alcune isole controllate dal Giappone e contese da lungo tempo. Le Isole Senkaku sono attraversate da corridoi aerei che sono a rischio di interferenza da parte delle forze armate cinesi (le quali potrebbero dirottare, e persino abbattere, gli aerei di linea che le attraversano). La crisi, secondo Evans, ha lo scopo di “testare la volontà degli Stati Uniti di sostenere la alleanza militare con il Giappone”.

Fatto sta che il Giappone continua a far volare i suoi aerei sopra l’isola, sfidando l’arbitrario dispositivo cinese, e gli americani hanno deviato i loro corridoi di volo. Le due potenze orientali si stanno, nel frattempo, armando. Nello scorso anno il Giappone ha aumentato del 23% la propria spesa, ed ha investito in una portaelicotteri classe DDH, la “Izumo”, che sarà operativa nel 2015; con la sua gemella porterà a 4 le navi porta veicoli (elicotteri, ma anche arerei a decollo verticale).
D’altra parte, la Cina spende oltre 100 miliardi di dollari (dato 2012) all’anno in nuovi armamenti, che sono spesi soprattutto per il personale, ma in misura significativa anche per navi (è stata varata una prima portaerei, “Varyang”, e dovrebbero seguirne altre, sono previsti nuovi sottomarini nucleari) ed aerei capacità stealth J-20. Naturalmente non in grado di competere con la tecnologia omologa americana, ma sono comunque minacciosi.
Anche l’India partecipa all’asiatica corsa al riarmo, con ingenti spese che prevedono due portaerei “autarchiche” e complessivamente 34 nuove navi (tra cui sottomarini nucleari).
In questo quadro preoccupante l’Indice DoW Aerospazio e Difesa, che include aziende come Lockheed Martin e Raytheon, è aumentato del 60% nello scorso anno (il doppio dell’Indice generale S&P 500). A Tokyo la Fujj Heavy Industries (robotica) è raddoppiata, insieme alla Yamaha (robotica). Gli indici azionari scommettono sul riarmo.
Nel frattempo gli Stati Uniti fanno un deciso passo indietro dal Medio Oriente, anche perché ormai indipendente dal punto di vista energetico.  

Se ci fosse una escalation, magari a causa di un errore di valutazione, Evans-Pritchard ci ricorda che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte ad una “scelta odiosa: o seguire il Giappone, o stare in disparte e lasciare che la struttura di sicurezza dell’Asia orientale si disintegri”.
Come ha ricordato il Ministro degli Esteri Cinese Wang Yi, il 20 settembre 2013, parlando agli americani (un avvertimento, confinante con la minaccia) ed invitandoli alla collaborazione “win-win”: “secondo alcune letture della storia, ci sono stati quindici casi di crescita di potenze emergenti. Di questi, undici sono sfociati nello scontro e nella guerra fra potenze emergenti e potenze stabilite”. Secondo quanto racconta Limes, nel suo “Che mondo fa”, 11/13, “nei laboratori strategici di Washington e di pechino ci si attrezza a un conflitto che alcuni considerano inevitabile. La questione è se i duellanti concorderanno un nuovo equilibrio prima o dopo essersi scontrati in un conflitto più o meno (il)limitato” (p. 21). 

Un piano di scontro, senza portaerei, che si prefigura è, intanto, quello valutario. Non è un segreto l’aspirazione cinese ad eliminare il ruolo “speciale” del dollaro, come moneta di riserva mondiale. In questo scenario ci sono due variabili: l’enorme riserva in dollari (moneta e titoli) detenuta da Pechino, e la necessità del colosso asiatico di sgonfiare la sino-bolla. Si parla di un credito erogato ad imprese interne, sulla base di criteri spesso opachi, dell’ordine di 24.000 miliardi di dollari (2008), con un ritmo di crescita del 20% all’anno. La Banca Cinese sta tirando il freno (due volte nel 2013) , ma si tratta di operazioni molto difficili da condurre. Nel 1990 la Banca del Giappone, nel tentare di sgonfiare la bolla che aveva portato gli immobili a Tokyo a valere più di qualsiasi altro posto del mondo di diverse volte, ha provocato venti anni di stagnazione. La FED nel 1928 la Grande Recessione (tesi amata da Milton Friedman, diciamo ha contribuito), e nel 2007 è andata come sappiamo.
Una soluzione, secondo Evans-Pritchard, per la Cina sarebbe ridurre il valore della moneta, per recuperare almeno punti di crescita all’esterno e valorizzare le riserve, altrimenti la depressione e disoccupazione potrebbe mettere a grande rischio la sua stabilità politica (magari lasciandogli unica soluzione alla rivoluzione quella di una guerra). Ma il Giappone, e gli altri paesi asiatici, difficilmente resterebbero con le mani in mano.
Avremmo dunque un’altra guerra valutaria, come nel 1998, ma molto più grande e difficilmente contenuta nell’area. Un evento simile, ricorda Evans-Pritchard, “invierebbe una ulteriore scossa deflazionistica attraverso il sistema globale”.  

In Europa sarebbe l’ultima cosa che ci serve.  

Dobbiamo già fare i conti con l’interruzione del programma di acquisto titoli della FED, che ha iniettato 1.000 miliardi all’anno di nuova liquidità (gli acquisti sono fatti “generando moneta”) nel sistema mondiale, senza creare inflazione (come temuto da destra). Questo mentre dovrebbe rallentare anche l’analogo programma Giapponese. Avremo quindi qualcosa come 4.000 miliardi di dollari di capitali che in questi ultimi anni sono andati verso i mercati emergenti, che tornano: “denaro volubile, in ritardo alla festa”. Come ho già scritto sono cattive notizie per molti. Evans-Prithcard indica nella Turchia l’innesco e nel Egitto, Niger, Ucraina, Sud Africa il primo contagio, in Brasile, India ed Indonesia il secondo.
Dobbiamo fare i conti con la cronica carenza di domanda mondiale (il risparmio, dati i tempi complessi ed i rischi  cresce al ritmo del 25% all’anno -dato Evans-Pritchard). Nell’ipotesi che mezzo mondo sia coinvolto nel rientro dei capitali pompati generosamente dalla FED per troppi anni, questo dato non potrà che aggravarsi.
Dovremo fare anche i conti con la sentenza della Corte Costituzionale Tedesca, che presumibilmente renderà non costituzionale qualsiasi mutualizzazione del debito. Facendo esplodere contraddizioni lungamente sopite e provocando l’attacco dei mercati (resi più pericolosi dai 4.000 miliardi di capitali speculativi in movimento).
Dovremo fare infine i conti con l’avvio operativo del Trattato del Fiscal Compact, che ci imporrà di ridurre ancora la spesa di quasi 50 miliardi all’anno. 

Allora, allargando lo sguardo, il modello “esteroflesso” tedesco incontrerà il suo muro.  

Gli Stati Uniti hanno ormai livelli di competitività altissimi (anche grazie ai bassi costi energetici “regalati” dallo Shale Gas) e presumibilmente non ci regaleranno il loro mercato interno. I paesi Orientali avranno i loro problemi ed anche gli altri mercati emergenti. Come scrive Evans: “L’Europa dovrà generare il proprio stimolo questa volta. Non ridere”.
La deflazione importata potrà essere contrastata allentando di pari passo con almeno 1.000 miliardi di Euro di espansione monetaria. Ciò richiederebbe o una “conversione a Damasco” della Germania, o un cartello dei paesi latini che strappi il controllo della politica e forzi alla reflazione.
Del resto il credito continua a rallentare (ed è ovvio, considerando i rischi rappresentati dagli Stress Test primaverili e le incognite dell’Unione Bancaria) e il debito pubblico a salire, sino a livelli di rischio altissimo per paesi senza moneta sovrana (cioè che si indebitano in una moneta che non controllano).  

Anche per Evans-Pritchard il punto di flesso saranno le elezioni europee. Sarà messo in dubbio il senso di inevitabilità storica che accompagna il progetto di Unione. Allora verrà il momento delle scelte per Hollande.  

Insomma, per Evans ci si avvicina al “collasso morale”. 

Speriamo non ad altro.


Se vuoi restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli 
su Facebook: alessandro.visalli.9 
e su Linkedin: alessandro-visalli

Nessun commento:

Posta un commento