Alcuni articoli
appena usciti preconizzano, per il 2014, rischi crescenti, il giornalista inglese Evans-Pritchard, in
un denso post,
individua da una parte la probabile forza del dollaro, come valuta rifugio in
tempi difficili, e dall’altra gravi rischi politici, tra i quali spiccano
quelli tra Cina e Giappone
La Cina, che è
alle prese con la necessità di “raffreddare” la propria finanza-ombra (un
sistema finanziario parallelo che eroga ciclopici finanziamenti per operazioni
speculative discutibili, per lo più in edilizia ed infrastrutture, ed ha
provocato una gigantesca bolla immobiliare) correndo il rischio di decelerare
pericolosamente, ha imposto una Zone Air Defense (ADIC) su un’ampia parte del
Mar Cinese Orientale che comprende alcune isole controllate dal Giappone e
contese da lungo tempo. Le Isole Senkaku sono attraversate da corridoi aerei
che sono a rischio di interferenza da parte delle forze armate cinesi (le quali
potrebbero dirottare, e persino abbattere, gli aerei di linea che le
attraversano). La crisi, secondo Evans, ha lo scopo di “testare la volontà
degli Stati Uniti di sostenere la alleanza militare con il Giappone”.
Fatto sta che il
Giappone continua a far volare i suoi aerei sopra l’isola, sfidando l’arbitrario
dispositivo cinese, e gli americani hanno deviato i loro corridoi di volo. Le due
potenze orientali si stanno, nel frattempo, armando. Nello scorso anno il
Giappone ha aumentato del 23% la propria spesa, ed ha investito in una
portaelicotteri classe DDH, la “Izumo”, che sarà operativa nel 2015; con la sua
gemella porterà a 4 le navi porta veicoli (elicotteri, ma anche arerei a
decollo verticale).
D’altra parte,
la Cina spende oltre 100 miliardi di dollari (dato 2012) all’anno in nuovi
armamenti, che sono spesi soprattutto per il personale, ma in misura
significativa anche per navi (è stata varata una prima portaerei, “Varyang”, e
dovrebbero seguirne altre, sono previsti nuovi sottomarini nucleari) ed aerei capacità
stealth J-20. Naturalmente non in grado di competere con la tecnologia omologa
americana, ma sono comunque minacciosi.
Anche l’India
partecipa all’asiatica corsa al riarmo, con ingenti spese che prevedono due
portaerei “autarchiche” e complessivamente 34 nuove navi (tra cui sottomarini
nucleari).
In questo quadro
preoccupante l’Indice DoW Aerospazio e Difesa, che include aziende come
Lockheed Martin e Raytheon, è aumentato del 60% nello scorso anno (il doppio
dell’Indice generale S&P 500). A Tokyo la Fujj Heavy Industries (robotica)
è raddoppiata, insieme alla Yamaha (robotica). Gli indici azionari scommettono
sul riarmo.
Nel frattempo
gli Stati Uniti fanno un deciso passo indietro dal Medio Oriente, anche perché ormai
indipendente dal punto di vista energetico.
Se ci fosse una
escalation, magari a causa di un errore di valutazione, Evans-Pritchard ci
ricorda che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte ad una “scelta odiosa:
o seguire il Giappone, o stare in disparte e lasciare che la struttura di
sicurezza dell’Asia orientale si disintegri”.
Come ha ricordato
il Ministro degli Esteri Cinese Wang Yi, il 20 settembre 2013, parlando agli
americani (un avvertimento, confinante con la minaccia) ed invitandoli alla
collaborazione “win-win”: “secondo alcune letture della storia, ci sono stati
quindici casi di crescita di potenze emergenti. Di questi, undici sono sfociati
nello scontro e nella guerra fra potenze emergenti e potenze stabilite”. Secondo
quanto racconta Limes, nel suo “Che mondo fa”, 11/13, “nei laboratori
strategici di Washington e di pechino ci si attrezza a un conflitto che alcuni
considerano inevitabile. La questione è se i duellanti concorderanno un nuovo
equilibrio prima o dopo essersi scontrati in un conflitto più o meno
(il)limitato” (p. 21).
Un piano di
scontro, senza portaerei, che si prefigura è, intanto, quello valutario. Non è un segreto l’aspirazione cinese ad
eliminare il ruolo “speciale” del dollaro, come moneta di riserva mondiale. In questo
scenario ci sono due variabili: l’enorme riserva in dollari (moneta e titoli)
detenuta da Pechino, e la necessità del colosso asiatico di sgonfiare la
sino-bolla. Si parla di un credito erogato ad imprese interne, sulla base di
criteri spesso opachi, dell’ordine di 24.000 miliardi di dollari (2008), con un
ritmo di crescita del 20% all’anno. La Banca Cinese sta tirando il freno (due
volte nel 2013) , ma si tratta di operazioni molto difficili da condurre. Nel 1990
la Banca del Giappone, nel tentare di sgonfiare la bolla che aveva portato gli
immobili a Tokyo a valere più di qualsiasi altro posto del mondo di diverse
volte, ha provocato venti anni di stagnazione. La FED nel 1928 la Grande
Recessione (tesi amata da Milton Friedman, diciamo ha contribuito), e nel 2007
è andata come sappiamo.
Una soluzione,
secondo Evans-Pritchard, per la Cina sarebbe ridurre il valore della moneta,
per recuperare almeno punti di crescita all’esterno e valorizzare le riserve,
altrimenti la depressione e disoccupazione potrebbe mettere a grande rischio la
sua stabilità politica (magari lasciandogli unica soluzione alla rivoluzione quella
di una guerra). Ma il Giappone, e gli altri paesi asiatici, difficilmente
resterebbero con le mani in mano.
Avremmo dunque
un’altra guerra valutaria, come nel 1998, ma molto più grande e difficilmente
contenuta nell’area. Un evento simile, ricorda Evans-Pritchard, “invierebbe una
ulteriore scossa deflazionistica attraverso il sistema globale”.
In Europa sarebbe l’ultima cosa che ci serve.
Dobbiamo già
fare i conti con l’interruzione del programma di acquisto titoli della FED, che
ha iniettato 1.000 miliardi all’anno di nuova liquidità (gli acquisti sono
fatti “generando moneta”) nel sistema mondiale, senza creare inflazione (come
temuto da destra). Questo mentre dovrebbe rallentare anche l’analogo programma Giapponese.
Avremo quindi qualcosa come 4.000 miliardi di dollari di capitali che in questi
ultimi anni sono andati verso i mercati emergenti, che tornano: “denaro
volubile, in ritardo alla festa”. Come ho già scritto sono cattive notizie per
molti. Evans-Prithcard indica nella Turchia l’innesco e nel Egitto, Niger,
Ucraina, Sud Africa il primo contagio, in Brasile, India ed Indonesia il
secondo.
Dobbiamo fare i
conti con la cronica carenza di domanda mondiale (il risparmio, dati i tempi
complessi ed i rischi cresce al ritmo
del 25% all’anno -dato Evans-Pritchard). Nell’ipotesi che mezzo mondo sia
coinvolto nel rientro dei capitali pompati generosamente dalla FED per troppi
anni, questo dato non potrà che aggravarsi.
Dovremo fare anche
i conti con la sentenza della Corte Costituzionale Tedesca, che presumibilmente
renderà non costituzionale qualsiasi mutualizzazione del debito. Facendo esplodere
contraddizioni lungamente sopite e provocando l’attacco dei mercati (resi più
pericolosi dai 4.000 miliardi di capitali speculativi in movimento).
Dovremo fare infine
i conti con l’avvio operativo del Trattato del Fiscal
Compact, che ci imporrà di ridurre ancora la spesa di quasi 50 miliardi all’anno.
Allora,
allargando lo sguardo, il modello “esteroflesso”
tedesco incontrerà il suo muro.
Gli Stati Uniti
hanno ormai livelli di competitività altissimi (anche grazie ai bassi costi
energetici “regalati” dallo Shale Gas) e presumibilmente non ci regaleranno il
loro mercato interno. I paesi Orientali avranno i loro problemi ed anche gli
altri mercati emergenti. Come scrive Evans: “L’Europa
dovrà generare il proprio stimolo questa volta. Non ridere”.
La deflazione
importata potrà essere contrastata allentando di pari passo con almeno 1.000
miliardi di Euro di espansione monetaria. Ciò richiederebbe o una “conversione
a Damasco” della Germania, o un cartello dei paesi latini che strappi il
controllo della politica e forzi alla reflazione.
Del resto il
credito continua a rallentare (ed è ovvio, considerando i rischi rappresentati
dagli Stress Test primaverili e le incognite dell’Unione
Bancaria) e il debito pubblico a salire, sino a livelli di rischio
altissimo per paesi senza moneta sovrana (cioè che si indebitano in una moneta
che non controllano).
Anche
per Evans-Pritchard il punto di flesso saranno le elezioni europee. Sarà messo
in dubbio il senso di inevitabilità storica che accompagna il progetto di
Unione. Allora verrà il momento delle scelte per Hollande.
Insomma, per
Evans ci si avvicina al “collasso morale”.
Speriamo non ad altro.
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