Stimolante articolo
di Peter Osborne, sul Telegraph, che racconta di un recente libro “Ruling
the Void: the hollowing of western democracy”, di Peter Mair,
pubblicato postumo.
L’autore
irlandese, scomparso prematuramente a 60 anni, sostiene che ormai siamo oltre
l’età della democrazia dei partiti. Essi sono ormai scollegati completamente
dalla realtà, tanto da non essere più in grado di sostenere la democrazia. Una
tesi radicale, che si ritrova, in forma diversa, in molti analisti
contemporanei della democrazia e della forma partito, tra gli altri: Crouch,
Rosanvallon, Ignazi,
Revelli,
Calise, Urbinati.
Mair pone l’accento
sul fortissimo calo di iscritti (i Tories sono passati in alcuni decenni da
cinque milioni a centomila) ed il decadimento della partecipazione civica
tramite le strutture-partito. Si tratta, come è noto, di una generale tendenza
europea; per l’autore “i leader politici non rappresentano più la gente comune,
ma stanno diventando, in effetti gli emissari del Governo centrale”.
Fin qui,
diciamo, nulla di nuovo; anche Calise
evidenzia questo scollamento e lo riconduce alla tendenza, per reazione e difesa,
alla personalizzazione e leaderizzazione (cui invita ad abbandonarsi).
Da una
prospettiva più esterna, Nadia Urbinati, nel suo recente Democrazia
diretta, evidenzia come la crisi della politica sia, insieme, perdita
di credibilità e declino della fiducia nella capacità di pervenire a soluzioni
da parte della politica. Tuttavia legge questa come un’opportunità e come un
segno di vitalità, di esercizio di quella capacità di critica che ha sempre,
sino ad oggi, tenuto in movimento, e vitale, la democrazia come forma in
trasformazione.
Crounch
evidenzia, in Postdemocrazia,
nella sua ampia analisi della post-democrazia, il nesso interno tra
l’allontanamento (anche economico) dei partiti dalla loro base e la cattura
delle loro élite dalla dipendenza a due vie con le èlite economiche e le grandi
imprese, spesso transnazionali. Questa relazione tende a far perdere il senso
della distinzione tra interesse pubblico e interessi privati. Del resto
l’ideologia dominante nel mercato liberalizzato prevede proprio lo
schiacciamento di questa su quelli.
Infine
Rosanvallon, in La
Politica nell’Età della sfiducia, con la sua ampia ed interessantissima
ricostruzione storica, evidenzia la prevalenza, nella democrazia contemporanea
del momento della “sorveglianza” e della “sfiducia”, e lo stato di assedio in
cui si trovano costantemente le reputazioni politiche.
Tutto questo è
abbastanza noto, Mair sottolinea però un aspetto particolare. Il ruolo svolto
dall’Unione Europea nel minare e scalzare
le democrazie nazionali. Come abbiamo visto anche dalla ricostruzione storica
di Werner-Muller in L’enigma
democrazia, si tratta di un
progetto. Che nasce in élite politiche transnazionali fortemente connesse,
dalla paura della possibile deriva plebiscitaria e populistica che la
democrazia popolare può prendere, ed aveva preso negli anni venti e trenta. Un
progetto con qualche buona ragione al suo arco.
Ma, ovviamente,
questa idea (di schermare con istituzioni anti-democratiche le possibili
deviazioni della democrazia) ha una radice molto più profonda. Sin dall’inizio,
nella democrazia occidentale sono all’opera due correnti in conflitto: l’idea
di un governo delle élite tramite il
popolo (facilmente identificabile, sin dal tempo delle invettive di Socrate
contro la democrazia del suo tempo) e quello dell’autogoverno del popolo stesso e per se stesso. Idea,
naturalmente, intrinsecamente contraddittoria e non raggiungibile, ma capace di
tenere in tensione continua il potere. Di evitare che divenga “aristocrazia di
fatto” (come splendidamente scrive Tocqueville).
l’Unione Europea
nasce sulla base di entrambe le idee; proteggersi dalle deviazioni ma anche da un eccesso di pressione
sulle élite dell’ideale democratico (e, magari dalla ripresa implicita
dell’ideale alternativo di sempre, il governo degli optimati, dei competenti,
dei “migliori”, da Platone in qui), con la sua intrinseca spinta
all’eguaglianza (in base alla lettura di Rosanvallon in La Società dell’Uguaglianza, in un primo momento intesa come difesa
dal privilegio, nel settecento e prima metà dell’ottocento, poi dalla seconda
metà con la rottura del 1848, dall’eccesso della ricchezza non giustificata).
Di qui il “minare e scavalcare”.
L’autore
evidenzia come dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989-90, l’Unione Europea
abbia “iniziato a fallire”. Le élite politiche hanno, infatti, “trasformato
l’Europa in una zona protetta, al sicuro dalle richieste degli elettori e dei
loro rappresentanti”. Si rafforza in tal modo un Direttorio Politico Europeo che prende le sue decisioni lontano dai
Parlamenti Nazionali: “praticamente su tutto quello che conta”.
Molti politici
incoraggiano questa tendenza perché è
comoda. Consente di “spogliarsi delle responsabilità di decisioni politiche
potenzialmente impopolari e così proteggersi contro il possibile malcontento
degli elettori”. Le decisioni ora sono prese in camere oscure, anziché alla
luce delle telecamere; con verbali secretati e da anonimi burocrati
irresponsabili politicamente, piuttosto che da politici eletti.
Questi burocrati
sono spesso affiancati da superspecializzati consulenti di primarie società
internazionali; quando loro stesso non lo sono stati o lo saranno. Si tratta di
“competenti” che partecipano, spesso dalla nascita, di un mondo interconnesso e
cosmopolita; che sono andati nelle stesse dieci scuole, che hanno fatto il giro
delle quindi società di consulenza che contano o delle venti multinazionali
leader; che parlano lo stesso linguaggio. Si tratta di un club (non del
famigerato Bildenberg, è molto più ampio), di un vero e proprio milieu
internazionale che dirige e governa i flussi e le decisioni, al coperto della necessità di giustificarsi
con argomenti pubblici.
Tutto questo
promana un insopportabile deficit di sostanza normativa e spiega il deficit di solidarietà sociale, denunciato
da Habermas, nel 1998 nel suo La
costellazione postnazionale; provoca una tendenziale distruzione di
quella cultura politica liberale, “dalla cui autocomprensione universalistica
le società democraticamente costituite continuano a dipendere”. In altre
parole, se i cittadini non possono sentirsi inclusi in una società che accoglie
e protegge universalmente alcuni diritti e prestazioni fondamentali, e che
garantisce l’accesso alla parola ed alla giustificazione pubblica, vengono meno
le ragioni per la coesione. Le ragioni
per sentire una propria responsabilità nei confronti di tale società. Ciò
produce un potenziale danno irreparabile alla democrazia ed alla sua
legittimità. La credibilità ed azionabilità di eguali diritti sociali sono,
infatti, le “stecche di corsetto” della cittadinanza democratica.
C’è stato però un contrappasso: la mossa
di nascondersi dietro le tecnocrazie europee ha sempre più evidenziato
l’impotenza della politica. L’autore scrive l’essere, i politici, “impotenti e
codardi”. Questo ha gettato discredito generale su tutta la politica.
Nel contesto
della crisi questi fenomeni sono esasperati: “i Primi Ministri di Grecia,
Portogallo e Spagna sono a tutti gli effetti dei Direttori di Filiale della BCE
o di Goldman Sachs [precedente occupazione di Draghi]”.
A chi tutto
questo sembrasse eccessivo (come sembra a me), può andare a rileggere il libro
di uno dei migliori esponenti di questa tecnocrazia europea, l’economista
Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato Esecutivo della BCE fino al 2011,
nel suo Morire
di austerità, l’autore accusa a più riprese la democrazia nazionale, cioè i
Parlamenti, influenzati dall’opinione pubblica, di non avere il coraggio di
fare le necessarie riforme nel modo giusto e nei tempi giusti. Il quadro
internazionale e i vincoli indotti da esso, costringono a scegliere tra la
crescita e l’equità. Bisogna
infatti recuperare competitività riducendo i salari ed i prezzi, contraendo quindi la domanda
interna. Con il recupero di competitività ottenuto in tal modo, migliorare
le performance del sistema economico rispetto all’estero, aumentare le
esportazioni e riportare in attivo la bilancia commerciale. Si tratta di una
ricettina che conosciamo ormai molto bene. Ed abbiamo instancabilmente criticato.
Ma il punto qui è un altro e molto più
profondo. Ascoltando il ragionamento di Bini Smaghi (che non si può certo
accusare di oscurità) diventa chiarissimo perché la democrazia è un ostacolo:
se si deve superare drasticamente il modello del welfare state espansivo, nel
quale –ricorda Bini Smaghi- per decenni si era tentato di “combinare crescita
con equità senza danneggiare né l’una né l’altro” (p.183), infatti va fatto
senza l’assenso delle vittime.
Quel che, secondo l’autore, va compreso è infatti
che il welfare non è più compatibile con la competitività dei sistemi economici
occidentali. Insomma,
Bini Smaghi sostiene esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque
anche tra democrazia popolare e crescita.
Tradotto fuori del gergo economicista, non si può avere più la crescita se si ha la
democrazia popolare.
Le scelte necessarie devono essere quindi prese
fuori della democrazia. Alcune significative conseguenze della critica alla
democrazia (popolare) sono ovviamente che gli organi di controllo non devono
dipendere dalla politica (che è chiaramente in difficoltà a far prevalere la
crescita sull’equità, secondo
le sue stesse parole), quindi che bisogna introdurre “vincoli esterni”
(alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare).
Una tesi decisamente chiara, fortemente
sostenuta, estremamente problematica (in modo peraltro consapevole). Per Smaghi la crisi è, infatti,
soprattutto politica, riflette
sostanzialmente l’incapacità delle democrazie a risolvere problemi che si sono
accumulati in oltre un ventennio; riflette, cioè, il fallimento a riformare
l’intero assetto sociale in direzione antipopolare (o almeno impopolare).
L’Unione Europea
si è trasformata così in un modo per evitare la democrazia.
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