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venerdì 3 gennaio 2014

L’Europa sta asfissiando la Democrazia, di Peter Osborne


Stimolante articolo di Peter Osborne, sul Telegraph, che racconta di un recente libro “Ruling the Void: the hollowing of western democracy”, di Peter Mair, pubblicato postumo.

L’autore irlandese, scomparso prematuramente a 60 anni, sostiene che ormai siamo oltre l’età della democrazia dei partiti. Essi sono ormai scollegati completamente dalla realtà, tanto da non essere più in grado di sostenere la democrazia. Una tesi radicale, che si ritrova, in forma diversa, in molti analisti contemporanei della democrazia e della forma partito, tra gli altri: Crouch, Rosanvallon, Ignazi, Revelli, Calise, Urbinati.
Mair pone l’accento sul fortissimo calo di iscritti (i Tories sono passati in alcuni decenni da cinque milioni a centomila) ed il decadimento della partecipazione civica tramite le strutture-partito. Si tratta, come è noto, di una generale tendenza europea; per l’autore “i leader politici non rappresentano più la gente comune, ma stanno diventando, in effetti gli emissari del Governo centrale”.

Fin qui, diciamo, nulla di nuovo; anche Calise evidenzia questo scollamento e lo riconduce alla tendenza, per reazione e difesa, alla personalizzazione e leaderizzazione (cui invita ad abbandonarsi).
Da una prospettiva più esterna, Nadia Urbinati, nel suo recente Democrazia diretta, evidenzia come la crisi della politica sia, insieme, perdita di credibilità e declino della fiducia nella capacità di pervenire a soluzioni da parte della politica. Tuttavia legge questa come un’opportunità e come un segno di vitalità, di esercizio di quella capacità di critica che ha sempre, sino ad oggi, tenuto in movimento, e vitale, la democrazia come forma in trasformazione.
Crounch evidenzia, in Postdemocrazia, nella sua ampia analisi della post-democrazia, il nesso interno tra l’allontanamento (anche economico) dei partiti dalla loro base e la cattura delle loro élite dalla dipendenza a due vie con le èlite economiche e le grandi imprese, spesso transnazionali. Questa relazione tende a far perdere il senso della distinzione tra interesse pubblico e interessi privati. Del resto l’ideologia dominante nel mercato liberalizzato prevede proprio lo schiacciamento di questa su quelli.
Infine Rosanvallon, in La Politica nell’Età della sfiducia, con la sua ampia ed interessantissima ricostruzione storica, evidenzia la prevalenza, nella democrazia contemporanea del momento della “sorveglianza” e della “sfiducia”, e lo stato di assedio in cui si trovano costantemente le reputazioni politiche.

Tutto questo è abbastanza noto, Mair sottolinea però un aspetto particolare. Il ruolo svolto dall’Unione Europea nel minare e scalzare le democrazie nazionali. Come abbiamo visto anche dalla ricostruzione storica di Werner-Muller in L’enigma democrazia, si tratta di un progetto. Che nasce in élite politiche transnazionali fortemente connesse, dalla paura della possibile deriva plebiscitaria e populistica che la democrazia popolare può prendere, ed aveva preso negli anni venti e trenta. Un progetto con qualche buona ragione al suo arco.
Ma, ovviamente, questa idea (di schermare con istituzioni anti-democratiche le possibili deviazioni della democrazia) ha una radice molto più profonda. Sin dall’inizio, nella democrazia occidentale sono all’opera due correnti in conflitto: l’idea di un governo delle élite tramite il popolo (facilmente identificabile, sin dal tempo delle invettive di Socrate contro la democrazia del suo tempo) e quello dell’autogoverno del popolo stesso e per se stesso. Idea, naturalmente, intrinsecamente contraddittoria e non raggiungibile, ma capace di tenere in tensione continua il potere. Di evitare che divenga “aristocrazia di fatto” (come splendidamente scrive Tocqueville).

l’Unione Europea nasce sulla base di entrambe le idee; proteggersi dalle deviazioni ma anche da un eccesso di pressione sulle élite dell’ideale democratico (e, magari dalla ripresa implicita dell’ideale alternativo di sempre, il governo degli optimati, dei competenti, dei “migliori”, da Platone in qui), con la sua intrinseca spinta all’eguaglianza (in base alla lettura di Rosanvallon in La Società dell’Uguaglianza, in un primo momento intesa come difesa dal privilegio, nel settecento e prima metà dell’ottocento, poi dalla seconda metà con la rottura del 1848, dall’eccesso della ricchezza non giustificata). Di qui il “minare e scavalcare”.

L’autore evidenzia come dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989-90, l’Unione Europea abbia “iniziato a fallire”. Le élite politiche hanno, infatti, “trasformato l’Europa in una zona protetta, al sicuro dalle richieste degli elettori e dei loro rappresentanti”. Si rafforza in tal modo un Direttorio Politico Europeo che prende le sue decisioni lontano dai Parlamenti Nazionali: “praticamente su tutto quello che conta”.
Molti politici incoraggiano questa tendenza perché è comoda. Consente di “spogliarsi delle responsabilità di decisioni politiche potenzialmente impopolari e così proteggersi contro il possibile malcontento degli elettori”. Le decisioni ora sono prese in camere oscure, anziché alla luce delle telecamere; con verbali secretati e da anonimi burocrati irresponsabili politicamente, piuttosto che da politici eletti.
Questi burocrati sono spesso affiancati da superspecializzati consulenti di primarie società internazionali; quando loro stesso non lo sono stati o lo saranno. Si tratta di “competenti” che partecipano, spesso dalla nascita, di un mondo interconnesso e cosmopolita; che sono andati nelle stesse dieci scuole, che hanno fatto il giro delle quindi società di consulenza che contano o delle venti multinazionali leader; che parlano lo stesso linguaggio. Si tratta di un club (non del famigerato Bildenberg, è molto più ampio), di un vero e proprio milieu internazionale che dirige e governa i flussi e le decisioni, al coperto della necessità di giustificarsi con argomenti pubblici.
Tutto questo promana un insopportabile deficit di sostanza normativa e spiega il deficit di solidarietà sociale, denunciato da Habermas, nel 1998 nel suo La costellazione postnazionale; provoca una tendenziale distruzione di quella cultura politica liberale, “dalla cui autocomprensione universalistica le società democraticamente costituite continuano a dipendere”. In altre parole, se i cittadini non possono sentirsi inclusi in una società che accoglie e protegge universalmente alcuni diritti e prestazioni fondamentali, e che garantisce l’accesso alla parola ed alla giustificazione pubblica, vengono meno le ragioni per la coesione. Le ragioni per sentire una propria responsabilità nei confronti di tale società. Ciò produce un potenziale danno irreparabile alla democrazia ed alla sua legittimità. La credibilità ed azionabilità di eguali diritti sociali sono, infatti, le “stecche di corsetto” della cittadinanza democratica.

C’è stato però un contrappasso: la mossa di nascondersi dietro le tecnocrazie europee ha sempre più evidenziato l’impotenza della politica. L’autore scrive l’essere, i politici, “impotenti e codardi”. Questo ha gettato discredito generale su tutta la politica.
Nel contesto della crisi questi fenomeni sono esasperati: “i Primi Ministri di Grecia, Portogallo e Spagna sono a tutti gli effetti dei Direttori di Filiale della BCE o di Goldman Sachs [precedente occupazione di Draghi]”.

A chi tutto questo sembrasse eccessivo (come sembra a me), può andare a rileggere il libro di uno dei migliori esponenti di questa tecnocrazia europea, l’economista Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato Esecutivo della BCE fino al 2011, nel suo Morire di austerità, l’autore accusa a più riprese la democrazia nazionale, cioè i Parlamenti, influenzati dall’opinione pubblica, di non avere il coraggio di fare le necessarie riforme nel modo giusto e nei tempi giusti. Il quadro internazionale e i vincoli indotti da esso, costringono a scegliere tra la crescita e l’equità. Bisogna infatti recuperare competitività riducendo i salari ed i prezzi, contraendo quindi la domanda interna. Con il recupero di competitività ottenuto in tal modo, migliorare le performance del sistema economico rispetto all’estero, aumentare le esportazioni e riportare in attivo la bilancia commerciale. Si tratta di una ricettina che conosciamo ormai molto bene. Ed abbiamo instancabilmente criticato.
Ma il punto qui è un altro e molto più profondo. Ascoltando il ragionamento di Bini Smaghi (che non si può certo accusare di oscurità) diventa chiarissimo perché la democrazia è un ostacolo: se si deve superare drasticamente il modello del welfare state espansivo, nel quale –ricorda Bini Smaghi- per decenni si era tentato di “combinare crescita con equità senza danneggiare né l’una né l’altro” (p.183), infatti va fatto senza l’assenso delle vittime.
Quel che, secondo l’autore, va compreso è infatti che il welfare non è più compatibile con la competitività dei sistemi economici occidentali. Insomma, Bini Smaghi sostiene esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque anche tra democrazia popolare e crescita.

Tradotto fuori del gergo economicista, non si può avere più la crescita se si ha la democrazia popolare.

Le scelte necessarie devono essere quindi prese fuori della democrazia. Alcune significative conseguenze della critica alla democrazia (popolare) sono ovviamente che gli organi di controllo non devono dipendere dalla politica (che è chiaramente in difficoltà a far prevalere la crescita sull’equità, secondo le sue stesse parole), quindi che bisogna introdurre “vincoli esterni” (alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare).
Una tesi decisamente chiara, fortemente sostenuta, estremamente problematica (in modo peraltro consapevole). Per Smaghi la crisi è, infatti, soprattutto politica, riflette sostanzialmente l’incapacità delle democrazie a risolvere problemi che si sono accumulati in oltre un ventennio; riflette, cioè, il fallimento a riformare l’intero assetto sociale in direzione antipopolare (o almeno impopolare).


L’Unione Europea si è trasformata così in un modo per evitare la democrazia.


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