Ambrose
Evans-Pritchard, in un articolo
sul Telegraph, mette il dito su uno dei nodi più profondi che muove la crisi
finanziaria, sociale e politica contemporanea.
Grazie ai
fulminanti progressi dell’innovazione nell’hi-tech sembra che una parte
dell’umanità sia vicina a raggiungere il suo sogno di prosperità senza più
fatica. Quello stato che Keynes nel 1930 auspicava
di lì ad un secolo. A Davos gli esperti convenuti sono rimasti in bilico sulla
valutazione se l’innovazione tecnologica si limiterà a “spostare” i posti di
lavoro – ed a che ritmo – o ne distruggerà in misura maggiore alla creazione,
lasciandoci in un mondo in cui centinaia di milioni (ad ora si stimano in 205
milioni) saranno lasciati alla disoccupazione permanente.
Come sappiamo
ogni momento di accelerazione tecnologico dei meccanismi di produzione ha
proiettato milioni di persone in un mondo nel quale le loro abilità e
competenze, improvvisamente, non servivano più. Poi, nel tempo, sono stati
creati nuovi schemi di competenza-lavoro che hanno consentito di raggiungere un
nuovo equilibrio. Naturalmente dal punto di vista del proprietario terriero che
ha visto il suo capitale deprezzarsi, i rapporti sociali con i contadini
modificarsi a suo sfavore, la sua competenza deprezzarsi, tale trasformazione
ha determinato una perdita secca. Dal punto di vista del contadino povero, che
la trasformazione dei rapporti, o la modifica dei prezzi dei prodotti agricoli
per effetto di modifiche internazionali o dell’aumentata produttività (ad
esempio, per effetto della “rivoluzione verde”, che ha avuto enorme rilevanza
nell’esplosione cinese), la trasformazione può aver determinato vantaggi o
svantaggi a seconda della sua posizione, del ritmo, del comportamento degli
altri (passare da una vita consuetudinaria e “comunitaria”, sia pure costretta
e subordinata a slum maleodoranti e sovrafollati, con violentissimi rapporti
sociali e lavorativi, negli anni trenta dell’ottocento era un’esperienza alla
quale non è semplice anche solo sopravvivere). In genere nella generazione
successiva (o nella prossima), tuttavia ha comportato vantaggi.
Questo momento
comincia ad assomigliare a quelli.
Tornando ad
Evans-Pritchard vediamo che, secondo la sua valutazione, “le acque sono state
così infangate dalla crisi finanziaria globale - e la risposta simile a quella del
1930 in
certi ambienti - che è difficile distinguere tra lo spreco di lavoro cronica
causata da <robot> (per usare una metafora) dagli effetti temporanei della
scarsa richiesta globale”. Ad esempio Phillip Jennings, Capo della Federazione Globale
del Lavoro UNI, ha detto che sarebbe “un aborto spontaneo della giustizia” dare
la colpa dei 32 milioni di posti di lavoro persi dall'inizio della crisi
Lehman-EMU all’iPad o all'auto senza conducente. In altre parole, per lui “Non
si può mettere la tecnologia sul banco degli imputati per la disoccupazione giovanile
del 50% in Grecia o in Spagna. Dò la colpa alla Troika dell'Unione Europea. Sono
le decisioni economiche e politiche prese che hanno portato al crollo di posti
di lavoro che in Grecia è andata oltre la depressione fino ad una crisi
umanitaria”.
In base alla sua
valutazione ben 2.000 miliardi dollari di liquidità aziendale sono “in disparte”
negli Stati Uniti, mentre altri 700 miliardi di dollari restano parcheggiati nel
Regno Unito, e altri 2.000 miliardi dollari nel resto del mondo. In tutto
sono quasi 5.000 miliardi, “uno sciopero degli investitori. Questo è un problema
per la domanda nelle nostre economie, sono in coma”.
Per Evans questo
ha un fondo di verità. La situazione attuale (che abbiamo appena visto
nell’analisi
di Rajan e Stiglitz) spinge il tasso di risparmio globale al record del 25.5% sul
PIL; ciò significa che c’è un eccesso cronico del capitale sul lavoro. “E'
un mondo marxista” (la situazione strutturale ricorda quella della metà
dell’ottocento, nella quale l’analisi dei socialisti e di Marx trovò forma).
Ora, si può
incolpare di questo “eccesso di risparmio”, l’Asia o il Nord Europa, oppure la
politica industriale cinese, o anche i sistemi fiscali regressivi, o l’arbitraggio
del lavoro che consente alle multinazionali di mettere in diretta concorrenza
la manodopera a basso costo in Oriente con quella Occidentale, oppure la
crescente disuguaglianza espressa dall'indice GINI. Si tratta di fattori attivi
e tutti collegati.
Ma, certamente “il
contratto sociale è stato rotto” e c’è ancora di più “noi rischiamo di perdere
la democrazia sociale / liberale del tutto”. Vorrei proprio dargli torto (ma non posso).
Sin qui
l’analisi è molto comune. Ma “c’è una storia più profonda”, Larry Summers,
ex Segretario al Tesoro Usa, ha sostenuto, nello stesso Panel a Davos, che il
picco di disoccupazione post-Lehman è ovviamente causato da un “guasto” da
prendere molto sul serio nell’economia. Chiaramente si tratta di una crisi
causata dalla carenza di domanda aggregata mondiale. Si tratta anche
dell’effetto finale e cumulato di un processo che è andato avanti per quasi 50
anni di sostituzione del lavoro con macchine sempre più efficaci. Secondo i
dati che ha presentato la proporzione degli espulsi da mercato nella cruciale
fascia di età attiva 25-54 anni è triplicata dal 1965. Non si tratta solo di un
effetto della globalizzazione [che si presenta ed accellera dal 1990 e non
ottiene effetti di rilievo fino alla fine del secolo e millennio]. Per Summers
“questa tendenza anticipa il commercio significativo con la Cina. Si tratta di una
tendenza a lungo termine e sta accelerando”. Non si tratta di Luddismo, il
problema è che non ci sono vie di fuga, i nuovi sfollati non hanno un posto
dove andare. Le tecnologie Labour-saving stanno travolgendo tutti i settori,
compresi i servizi: Per Summers “La sfida è molto più vasta ora”. Infatti,
con le nuove tecnologie dell’accesso un solo professore può insegnare a 150.000
studenti dello stesso corso accademico attraverso lezioni digitali. Lo stesso
può essere venduto a milioni (anzi, distribuito a miliardi senza supporto
fisico) anche se ci vuole ancora la creatività insostituibile degli esseri
umani di svolgere un quartetto di Haydn. Ma, appunto, ci vogliono 4 persone per
far ascoltare dieci minuti di musica a un miliardo di utenti. Questa immensa
moltiplicazione di efficacia è anche una colossale disintermediazione di
lavoro. Oltre ad ascoltare buona musica, cosa faremo?
Non bisogna
disperarsi, ma assumere il tema con la necessaria serietà, per Evans-Pritchard.
I Governi possono cambiare le regole, anche se questo è una sfida difficile
perché il capitale “vota con i piedi”, e determina così la nostra corsa
mondiale verso il basso. Come dice Summers, gli abusi non sono stati
auto-corretti neppure nel tardo 19° secolo e all'inizio del 20° secolo. “E'
necessario un Gladstone, un Bismarck, un Roosevelt per farlo funzionare”. Ci
vuole coraggio e visione.
In questa
direzione il Prof. Erik Brynjolfsson, un guru della tecnologia del MIT, ha
detto che le politiche fiscali possono cambiare il gioco; in questo momento
qualcosa come l’80% della tassazione negli Stati Uniti è sul lavoro. Rispecchia
un mondo che non c’è più. Sembrerebbe semplice, ma, giustamente scrive Evans, “come
si fa a spostare il peso della tassazione della ricchezza in un mondo di flussi
di capitali aperti e di competizione delle giurisdizioni fiscali nazionali?” La
tentazione del protezionismo (con il suo gioco a somma zero non cooperativo) è
dietro l’angolo. Rappresenterebbe una soluzione, e storicamente lo è stata.
Ovviamente distruggerebbe cooperazione e ricchezza e comporterebbe corposi
rischi geopolitici ed anche, in prospettiva, militari.
Né le economie
emergenti sono indifferenti a questo discorso. Perché se il Mac Pro di Apple è fatto
ora ad Austin è perché i robot hanno reso il costo del lavoro irrilevante. La
competizione sul prezzo del lavoro rischia di diventarlo altrettanto. In
sostanza i salari non sono più così rilevanti (almeno per i prodotti ad alto
valore aggiunto, quelli che fanno la differenza).
La tendenza è a
superare l’off-shore ma, ormai, senza più lavoro.
Prendendo la
parola, e cercando di trarre qualche valutazione da questa descrizione, mi pare
che balzino queste domande urgenti:
- in un Mondo in cui ormai una percentuale dell’8% (di cui probabilmente meno della metà addetti alla vera e propria produzione) riesce a produrre tutte le merci e gli oggetti che servono, e dove, nei prossimi anni, probabilmente saranno molti meno, il 90% della popolazione che farà?
- Resterà a scambiarsi reciprocamente servizi sempre più automatizzati, sempre più dipendenti dai computer? In un mondo in cui Amazon (notizia di qualche giorno), fa brevetta sistemi per consegnare le merci prima dell’ordine; e si prepara a farlo con droni, eliminando, c’è da aspettarselo, l’intera intermediazione del commercio al dettaglio con i suoi centinaia di milioni di addetti?
- E con quali risorse, se il capitale –che è totalmente prevalente sul lavoro nella produzione- estrae fino all’80% (stima di Moretti) del valore aggiunto della produzione? E lo concentra sul 2-3% della popolazione (con particolare riferimento allo 0,1%)?
- E, in un mondo, in cui questa liquidità che si gonfia di pari passo in cui si assottiglia la quota di valore sociale che resta circolante nel 90%, è “in nessun luogo” nell’ipermondo della finanza internazionale?
- Dove questa ricchezza non viene impiegata per produrre beni e servizi per il 90% per quello che è un effetto indiretto, ma necessario, della sua stessa formazione: concentrandosi ha rotto l’equilibrio con la capacità di spesa. Ormai non c’è la domanda che giustifica investimenti produttivi (produco per vendere a chi? e a che prezzo?).
Questa economia
“estrattiva” e “predatoria”, che si è sottratta a qualsiasi funzione sociale (e
non è più in grado di sostenere l’esistenza della società) va ripensata dalle
fondamenta. L’alternativa è entrare in un mondo violento e spaventato. Nel
quale ogni cosa sarà possibile.
“Benvenuti nel nostro nuovo mondo coraggioso”
(Evans-Pritchard).

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