Interessante articolo
sulla situazione dell’occupazione nel settore manifatturiero negli Stati Uniti,
di Steven Rattner su New York Times. In
particolare per le informazioni che trasmette sulla situazione del lavoro
manifatturiero negli USA (ed incidentalmente per alcuni confronti con la Germania , nonché sulla
volontà espressa, di aumentare le esportazioni USA –che in un mondo finito
significa diminuire le nostre-).
L’autore lamenta
che ricorrono, con regolarità, “conti vaporosi” sul ritorno dei posti di lavoro
nel settore manifatturiero (ex motore della crescita negli anni cinquanta e
sessanta, ed ancora mitico centro dell’attenzione pubblica). Si valorizzano
singoli episodi di rilocalizzazione, come la fabbrica Master Lock a Milwaukee
che torna dalla Cina, o l’assemblaggio dei televisori vicino Detroit. Negli
ultimi mesi sono stati prodotti titoli sulla “nuova rivoluzione industriale”, o “la promessa di un’era di 'Made in America' che suggeriscono si
tratti di una rinascita.
Per l’autore,
più che di rinascita, bisognerebbe parlare di “rivolo”. E spesso pesantemente
sussidiato (nell’ambito degli sforzi di marketing territoriale di cui parlava
anche Moretti
nel suo libro).
Come si vede
dall’interessantissimo grafico del BLS, i posti di lavoro in USA, dall’inizio
della crisi sono scesi del 12% nella produzione (con lieve ripresa con lo
stesso ritmo degli altri settori, dal 2010); mentre sono scesi dal 2010 del
2,4% nel settore governativo (sotto la spinta del Congresso) e hanno ripreso il
loro valore originale nel settore non agricolo totale; sono cresciuti anche nei
settori “istruzione e salute” (evidentemente non pubblici) del 12%; e nel
settore professionale del 4%. E’ in accelerazione quindi un cambiamento
strutturale del mix lavorativo.
Ma la cosa più
importante è che, allo scopo di competere con i paesi a basso salario, questi
pochi posti di lavoro sono dotati di minori garanzie (nei trattamenti sanitari,
pensionistici e nei benefit). Nell’articolo pubblicato su The Atlantic nel 2012 che illustrava la
decisione di General Electric di aprire la sua nuova linea di assemblaggio, la
prima in 55 anni, a Louisville, Kentucky, solo alla fine arrivava la notizia
che i lavoratori erano assunti a 13,50 dollari l'ora. Si tratta di una
tendenza particolarmente presente nel settore automobilistico.
Anche la Volkswagen ha aperto
uno stabilimento a Chattanooga, Tennessee, nel 2011, portando circa 2.000 posti
di lavoro in America. Ma l’autore rimarca che il salario di inizio per i
lavoratori alla catena di montaggio era di 14,50 dollari all'ora (circa la metà
di ciò che ricevono i lavoratori sindacalizzati tradizionali, impiegati da
General Motors o Ford). Anche con i benefici aggiunti, i lavoratori costano alla
Volkswagen 27,00 dollari all'ora.
Per dare l’idea
l’autore propone di confrontare tale valore (27) con quel che in Germania, un
operaio metalmeccanico nel settore automobilistico guadagna e che stima in 67
dollari all'ora (la cosa è più complessa). Comunque,
considerando solo i lavoratori direttamente impiegati e ad alto salario (nelle
fabbriche tedesche ci sono molti subappaltatori e precari che guadagnano molto
meno) si può dire che la Volkswagen
“ha spostato la produzione da un paese ad alto salario (Germania) a un paese a
basso salario (Stati Uniti)”.
Complessivamente
i salari per operai addetti dell'industria automobilistica sono scesi del 10 %
in termini reali. In confronto, i salari di tutta la produzione sono scesi
solo del 2,4 % nello stesso periodo, mentre i guadagni per gli americani in
posti di lavoro del settore privato equivalenti sono calati “solo” del 0,5 %. Sono,
invece, saliti i salari nel settore dei servizi finanziari (del 5,5%).
Secondo
l’autore, “queste tendenze dei salari scoraggianti sono un motivo centrale per
la lenta ripresa economica, senza la crescita del reddito sostenuta, i
consumatori non possono spendere”.
Ma i bassi
salari non sono l'unico prezzo che l'America paga per la “rinascita” della sua
produzione, spesso sono necessarie anche sovvenzioni dai governi federali,
statali e locali, da altre agenzie governative. Ad esempio lo Stato del Tennessee
ha fornito una cifra stimata di 577 milioni di dollari alla Volkswagen (circa -
288.500 $ per ogni assunto). Oppure, per ottenere 1.000 posti di lavoro dall’Airbus,
lo Stato dell’Alabama ha messo insieme un pacchetto di benefici di 158 milioni
dollari.
Questo
“marketing” induce anche a derive ricattatorie: la Boeing ha appena minacciato
di trasferirsi in uno Stato a bassi salari se non gli viene concesso un
pacchetto di sussidi di 8,7 miliardi dollari dallo Stato di Washington insieme
a concessioni sul lavoro. In particolare, i lavoratori hanno approvato un nuovo
contratto che congela le pensioni su livelli inferiori, riduce le prestazioni
di assistenza sanitaria e prevede aumenti solo del 4 % in otto anni (come
conseguenza il prezzo delle azioni di Boeing è aumentato dell’80 %, lo scorso
anno).
In definitiva gli
Stati Uniti hanno riguadagnato 568 mila occupati nel settore della produzione
dal gennaio 2010 – ma ne avevano perso quasi sei milioni tra il 2000 e il
2009. Tra l’altro le sfide per la manifattura americana sono cresciute, ma
mano che i paesi meno sviluppati sono diventati più abili. In Messico,
dove ogni lavoratore metalmeccanico nel 2012 guadagnava 7,80 dollari all'ora, i
funzionari del settore auto dicono che la produttività è alta come negli Stati
Uniti, dove però i costi sono 45,34 dollari all'ora. Non sorprende quindi
che nel 2013, la produzione automobilistica messicana era del 50 % superiore a
sette anni prima, mentre quella degli Stati Uniti era agli stessi livelli del
2006.
Nella tabella si
legge un impressionante differenziale di costo tra il lavoro negli USA e quello
in India (dove con il salario di un operaio USA si assumono 21,6 operai).
Gli Stati Uniti per
rimanere competitivi nei confronti dei paesi come il Messico (fattore 7,6) devono
garantire che la produttività continui a crescere; ma a differenza del passato
questi miglioramenti in termini di produttività non vengono condivisi con i
lavoratori. Al contrario, nascono dalla sostituzione dei lavoratori. Ad esempio
“gli Stati Uniti restano leader mondiale nel settore agricolo anche se
impiegano meno del 2% degli americani”.
Anche il manifatturiero avanzato comporta un elevato grado di efficienza, secondo
lo slogan “montare-mille-pezzi per ogni posto di lavoro”.
Inoltre, il ritardo
di competitività che hanno gli Stati Uniti in alcuni settori avanzati di
produzione - in particolare aerospaziale - sono stati ulteriormente penalizzati
da una crescente capacità dei lavoratori altrove. Bombardier sta montando
Learjet in Messico, e alla fine di quest'anno Cessna inizierà la consegna Citation
XLS + business jet che sono stati assemblati in Cina.
Per l’autore
anche la, tanto sbandierata, rivoluzione dello shale gas, che riduce i costi
energetici negli USA, non ha tutta questa influenza: “secondo uno studio del
2009, solo un decimo della produzione americana è coinvolto in costi energetici
significativi”.
L’articolo non è
completamente distruttivo, per l’autore: “anche se non dovremmo aspettarci che
la produzione manifatturiera salvi la
nostra economia, non dobbiamo disperare. Tra le altre cose, abbiamo
bisogno di superare l'idea che i lavori di servizio sono sempre inferiori”. Infatti
gli Stati Uniti rimangono leader mondiale nel settore di servizi, come
l'istruzione e la medicina nei quali è attiva una consistente immigrazione
funzionale (persone che vengono a curarsi o ad istruirsi).
La manifattura è
stata una “pietra di paragone emotiva americana” dal tempo di George Washington
che indossò un abito di lana tessuta a Hartford, nel Connecticut, alla sua
prima inaugurazione, per illustrare l'importanza di fare la roba a casa. Per
l’autore, quindi, gli USA hanno bisogno di mantenere una presenza industriale,
ma per ragioni indirette: “per prima cosa, le aziende spesso individuano le
loro strutture di ricerca e sviluppo - piene di impiego ben retribuito - vicino
ai loro impianti di produzione. In secondo luogo, oltre ai posti di
lavoro, la R &S
produce proprietà intellettuale di alto valore che riversa in ancora più
innovazione e l'occupazione”. Non a caso, ogni occupato nel manifatturiero
richiede ulteriori 4.6 posizioni di servizio e fornitori per sostenerlo
(Moretti dà dati diversi ed inferiori, stimandole in 2,5).
La sfida per gli
Stati Uniti è dunque particolarmente grave perché la produzione rappresenta
ormai solo il 12 % dell’economia, è scesa giù da un picco del 28 % nel 1953, ed
è ormai alla pari con la
Francia e la
Gran Bretagna ; facendo degli USA la meno industrializzata
delle principali economie.
Dunque, la
conclusione dell’autore è che, pur cercando di difendere il poco che resta
bisogna essere attenti a evitare di sollevare false speranze (come l’obiettivo irrealistico
di Obama di creare un milione di posti di lavoro nell'industria) e di perseguire
politiche mal concepite (come i sussidi speciali). Bisogna invece concentrarsi
sulla formazione, l’aumento della spesa in ricerca e sviluppo e le competenze
richieste dai datori di lavoro.
A questo
proposito il paradosso è che la forza lavoro degli Stati Uniti è allo stesso
tempo fin troppo qualificata (il 15% dei tassisti sono laureati) e sottoqualificata
(gli USA di classificano nella metà inferiore di molti confronti tra paesi
sviluppati). Quando arrivò la
Volkswagen a Chattanooga, non trovò abbastanza candidati con
le competenze tecniche necessarie, quindi istituì un sistema di formazione in
stile tedesco (apprendistato di tre anni) in fabbrica.
Per quanto
riguarda invece la ricerca e lo sviluppo, la stretta fiscale da parte del Governo
Federale ha ostacolato maggiori investimenti in questo settore critico,
l'esatto opposto di ciò che è necessario. Allo stesso tempo, mentre a
volte i sussidi per incrementare i posti di lavoro sono diventati un male
necessario, bisogna essere rigorosi nell’analizzare il valore reale prodotto da
questi costi. E bisogna fare attenzione a non scegliere i vincitori (come
nel caso Solyndra o Fisker.)
Secondo quanto
racconta Rattner, Obama ha sfiorato il problema proponendo di creare 45 “Istituti
di Innovazione Manifatturiera”, che riuniscano imprese, università ed esperti
governativi in una sorta di ambiente di laboratorio per aiutare a sviluppare
strategie di produzione avanzate. Anche se questi Istituti non sono capaci di
far “girare la marea”, potrebbero comunque contribuire a migliorare la
situazione. Ma come altre proposte del Presidente, sono stati in gran
parte ignorati dal Congresso (la Casa Bianca è riuscita a istituire un centro
pilota a Youngstown, in Ohio, e un altro è in arrivo a Charlotte, in Carolina
del Nord).
In sostanza la produzione
beneficerebbe delle stesse riforme che aiutano l'economia in generale: la
ristrutturazione del codice fiscale aziendale, nuove politiche per portare gli
immigrati qualificati, più spesa per le infrastrutture e più accordi
commerciali per incoraggiare gli investimenti esteri diretti e promuovere l’obiettivo,
apparentemente irraggiungibile, di Obama di raddoppiare le esportazioni.
Coloro che
vedono un’immagine della produzione manifatturiera più luminosa per gli Stati
Uniti sostengono che i salari stanno aumentando più rapidamente altrove, non
solo in Cina e in Brasile, ma anche in Giappone, Germania e Francia. Ma
questo fatto ignora la realtà; cioè che la corsa dei salari all’estero significa
solo che aumentano più lentamente in America.
“E questa è
l'essenza della nostra sfida: in un mondo appiattito ci sarà sempre un altra
Cina”.




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