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domenica 26 gennaio 2014

Steven Rattner, “Il mito della ripresa industriale” negli USA


Interessante articolo sulla situazione dell’occupazione nel settore manifatturiero negli Stati Uniti, di Steven Rattner su New York Times. In particolare per le informazioni che trasmette sulla situazione del lavoro manifatturiero negli USA (ed incidentalmente per alcuni confronti con la Germania, nonché sulla volontà espressa, di aumentare le esportazioni USA –che in un mondo finito significa diminuire le nostre-).

L’autore lamenta che ricorrono, con regolarità, “conti vaporosi” sul ritorno dei posti di lavoro nel settore manifatturiero (ex motore della crescita negli anni cinquanta e sessanta, ed ancora mitico centro dell’attenzione pubblica). Si valorizzano singoli episodi di rilocalizzazione, come la fabbrica Master Lock a Milwaukee che torna dalla Cina, o l’assemblaggio dei televisori vicino Detroit. Negli ultimi mesi sono stati prodotti titoli sulla “nuova rivoluzione industriale”, o “la promessa di un’era di 'Made in America' che suggeriscono si tratti di una rinascita.
Per l’autore, più che di rinascita, bisognerebbe parlare di “rivolo”. E spesso pesantemente sussidiato (nell’ambito degli sforzi di marketing territoriale di cui parlava anche Moretti nel suo libro).

Come si vede dall’interessantissimo grafico del BLS, i posti di lavoro in USA, dall’inizio della crisi sono scesi del 12% nella produzione (con lieve ripresa con lo stesso ritmo degli altri settori, dal 2010); mentre sono scesi dal 2010 del 2,4% nel settore governativo (sotto la spinta del Congresso) e hanno ripreso il loro valore originale nel settore non agricolo totale; sono cresciuti anche nei settori “istruzione e salute” (evidentemente non pubblici) del 12%; e nel settore professionale del 4%. E’ in accelerazione quindi un cambiamento strutturale del mix lavorativo.

Ma la cosa più importante è che, allo scopo di competere con i paesi a basso salario, questi pochi posti di lavoro sono dotati di minori garanzie (nei trattamenti sanitari, pensionistici e nei benefit). Nell’articolo pubblicato su The Atlantic nel 2012 che illustrava la decisione di General Electric di aprire la sua nuova linea di assemblaggio, la prima in 55 anni, a Louisville, Kentucky, solo alla fine arrivava la notizia che i lavoratori erano assunti a 13,50 dollari l'ora. Si tratta di una tendenza particolarmente presente nel settore automobilistico.
Anche la Volkswagen ha aperto uno stabilimento a Chattanooga, Tennessee, nel 2011, portando circa 2.000 posti di lavoro in America. Ma l’autore rimarca che il salario di inizio per i lavoratori alla catena di montaggio era di 14,50 dollari all'ora (circa la metà di ciò che ricevono i lavoratori sindacalizzati tradizionali, impiegati da General Motors o Ford). Anche con i benefici aggiunti, i lavoratori costano alla Volkswagen 27,00 dollari all'ora. 
Per dare l’idea l’autore propone di confrontare tale valore (27) con quel che in Germania, un operaio metalmeccanico nel settore automobilistico guadagna e che stima in 67 dollari all'ora (la cosa è più complessa). Comunque, considerando solo i lavoratori direttamente impiegati e ad alto salario (nelle fabbriche tedesche ci sono molti subappaltatori e precari che guadagnano molto meno) si può dire che la Volkswagen “ha spostato la produzione da un paese ad alto salario (Germania) a un paese a basso salario (Stati Uniti)”.

Complessivamente i salari per operai addetti dell'industria automobilistica sono scesi del 10 % in termini reali. In confronto, i salari di tutta la produzione sono scesi solo del 2,4 % nello stesso periodo, mentre i guadagni per gli americani in posti di lavoro del settore privato equivalenti sono calati “solo” del 0,5 %. Sono, invece, saliti i salari nel settore dei servizi finanziari (del 5,5%).
Secondo l’autore, “queste tendenze dei salari scoraggianti sono un motivo centrale per la lenta ripresa economica, senza la crescita del reddito sostenuta, i consumatori non possono spendere”.

Ma i bassi salari non sono l'unico prezzo che l'America paga per la “rinascita” della sua produzione, spesso sono necessarie anche sovvenzioni dai governi federali, statali e locali, da altre agenzie governative. Ad esempio lo Stato del Tennessee ha fornito una cifra stimata di 577 milioni di dollari alla Volkswagen (circa - 288.500 $ per ogni assunto). Oppure, per ottenere 1.000 posti di lavoro dall’Airbus, lo Stato dell’Alabama ha messo insieme un pacchetto di benefici di 158 milioni dollari.
Questo “marketing” induce anche a derive ricattatorie: la Boeing ha appena minacciato di trasferirsi in uno Stato a bassi salari se non gli viene concesso un pacchetto di sussidi di 8,7 miliardi dollari dallo Stato di Washington insieme a concessioni sul lavoro. In particolare, i lavoratori hanno approvato un nuovo contratto che congela le pensioni su livelli inferiori, riduce le prestazioni di assistenza sanitaria e prevede aumenti solo del 4 % in otto anni (come conseguenza il prezzo delle azioni di Boeing è aumentato dell’80 %, lo scorso anno).

In definitiva gli Stati Uniti hanno riguadagnato 568 mila occupati nel settore della produzione dal gennaio 2010 – ma ne avevano perso quasi sei milioni tra il 2000 e il 2009. Tra l’altro le sfide per la manifattura americana sono cresciute, ma mano che i paesi meno sviluppati sono diventati più abili. In Messico, dove ogni lavoratore metalmeccanico nel 2012 guadagnava 7,80 dollari all'ora, i funzionari del settore auto dicono che la produttività è alta come negli Stati Uniti, dove però i costi sono 45,34 dollari all'ora. Non sorprende quindi che nel 2013, la produzione automobilistica messicana era del 50 % superiore a sette anni prima, mentre quella degli Stati Uniti era agli stessi livelli del 2006.

Nella tabella si legge un impressionante differenziale di costo tra il lavoro negli USA e quello in India (dove con il salario di un operaio USA si assumono 21,6 operai).

Gli Stati Uniti per rimanere competitivi nei confronti dei paesi come il Messico (fattore 7,6) devono garantire che la produttività continui a crescere; ma a differenza del passato questi miglioramenti in termini di produttività non vengono condivisi con i lavoratori. Al contrario, nascono dalla sostituzione dei lavoratori. Ad esempio “gli Stati Uniti restano leader mondiale nel settore agricolo anche se impiegano meno del 2%  degli americani”. Anche il manifatturiero avanzato comporta un elevato grado di efficienza, secondo lo slogan “montare-mille-pezzi per ogni posto di lavoro”.
Inoltre, il ritardo di competitività che hanno gli Stati Uniti in alcuni settori avanzati di produzione - in particolare aerospaziale - sono stati ulteriormente penalizzati da una crescente capacità dei lavoratori altrove. Bombardier sta montando Learjet in Messico, e alla fine di quest'anno Cessna inizierà la consegna Citation XLS + business jet che sono stati assemblati in Cina.

Per l’autore anche la, tanto sbandierata, rivoluzione dello shale gas, che riduce i costi energetici negli USA, non ha tutta questa influenza: “secondo uno studio del 2009, solo un decimo della produzione americana è coinvolto in costi energetici significativi”.


L’articolo non è completamente distruttivo, per l’autore: “anche se non dovremmo aspettarci che la produzione  manifatturiera salvi la nostra economia, non dobbiamo disperare. Tra le altre cose, abbiamo bisogno di superare l'idea che i lavori di servizio sono sempre inferiori”. Infatti gli Stati Uniti rimangono leader mondiale nel settore di servizi, come l'istruzione e la medicina nei quali è attiva una consistente immigrazione funzionale (persone che vengono a curarsi o ad istruirsi). 

La manifattura è stata una “pietra di paragone emotiva americana” dal tempo di George Washington che indossò un abito di lana tessuta a Hartford, nel Connecticut, alla sua prima inaugurazione, per illustrare l'importanza di fare la roba a casa. Per l’autore, quindi, gli USA hanno bisogno di mantenere una presenza industriale, ma per ragioni indirette: “per prima cosa, le aziende spesso individuano le loro strutture di ricerca e sviluppo - piene di impiego ben retribuito - vicino ai loro impianti di produzione. In secondo luogo, oltre ai posti di lavoro, la R&S produce proprietà intellettuale di alto valore che riversa in ancora più innovazione e l'occupazione”. Non a caso, ogni occupato nel manifatturiero richiede ulteriori 4.6 posizioni di servizio e fornitori per sostenerlo (Moretti dà dati diversi ed inferiori, stimandole in 2,5).

La sfida per gli Stati Uniti è dunque particolarmente grave perché la produzione rappresenta ormai solo il 12 % dell’economia, è scesa giù da un picco del 28 % nel 1953, ed è ormai alla pari con la Francia e la Gran Bretagna; facendo degli USA la meno industrializzata delle principali economie.

Dunque, la conclusione dell’autore è che, pur cercando di difendere il poco che resta bisogna essere attenti a evitare di sollevare false speranze (come l’obiettivo irrealistico di Obama di creare un milione di posti di lavoro nell'industria) e di perseguire politiche mal concepite (come i sussidi speciali). Bisogna invece concentrarsi sulla formazione, l’aumento della spesa in ricerca e sviluppo e le competenze richieste dai datori di lavoro.
A questo proposito il paradosso è che la forza lavoro degli Stati Uniti è allo stesso tempo fin troppo qualificata (il 15% dei tassisti sono laureati) e sottoqualificata (gli USA di classificano nella metà inferiore di molti confronti tra paesi sviluppati). Quando arrivò la Volkswagen a Chattanooga, non trovò abbastanza candidati con le competenze tecniche necessarie, quindi istituì un sistema di formazione in stile tedesco (apprendistato di tre anni) in fabbrica.
Per quanto riguarda invece la ricerca e lo sviluppo, la stretta fiscale da parte del Governo Federale ha ostacolato maggiori investimenti in questo settore critico, l'esatto opposto di ciò che è necessario. Allo stesso tempo, mentre a volte i sussidi per incrementare i posti di lavoro sono diventati un male necessario, bisogna essere rigorosi nell’analizzare il valore reale prodotto da questi costi. E bisogna fare attenzione a non scegliere i vincitori (come nel caso Solyndra o Fisker.)
Secondo quanto racconta Rattner, Obama ha sfiorato il problema proponendo di creare 45 “Istituti di Innovazione Manifatturiera”, che riuniscano imprese, università ed esperti governativi in ​​una sorta di ambiente di laboratorio per aiutare a sviluppare strategie di produzione avanzate. Anche se questi Istituti non sono capaci di far “girare la marea”, potrebbero comunque contribuire a migliorare la situazione. Ma come altre proposte del Presidente, sono stati in gran parte ignorati dal Congresso (la Casa Bianca è riuscita a istituire un centro pilota a Youngstown, in Ohio, e un altro è in arrivo a Charlotte, in Carolina del Nord).

In sostanza la produzione beneficerebbe delle stesse riforme che aiutano l'economia in generale: la ristrutturazione del codice fiscale aziendale, nuove politiche per portare gli immigrati qualificati, più spesa per le infrastrutture e più accordi commerciali per incoraggiare gli investimenti esteri diretti e promuovere l’obiettivo, apparentemente irraggiungibile, di Obama di raddoppiare le esportazioni.
Coloro che vedono un’immagine della produzione manifatturiera più luminosa per gli Stati Uniti sostengono che i salari stanno aumentando più rapidamente altrove, non solo in Cina e in Brasile, ma anche in Giappone, Germania e Francia. Ma questo fatto ignora la realtà; cioè che la corsa dei salari all’estero significa solo che aumentano più lentamente in America.


“E questa è l'essenza della nostra sfida: in un mondo appiattito ci sarà sempre un altra Cina”. 

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