Nel 2010,
Raghuram G. Rajan, economista conservatore di approccio “austriaco”, che
insegnava Finanza presso la Chicago Booth
School of Business di Chicago, ed ora è Banchiere Centrale dell’India, scriveva
quello che, allo stato, è il suo capolavoro: Terremoti
Finanziari. Il libro lo abbiamo già letto, ma alcune pagine mi
continuano a sembrare memorabili. Dunque proverò a rileggerle in modo più
esteso. Magari poi le mettiamo a confronto con altre di Joseph Stiglitz.
Partirei dalla
franca ammissione che si trova a pagina 8, il cui scopo è svegliare il lettore
(in particolare quello della sua stessa area politica): “le linee di faglia,
ossia le fratture nascoste, che hanno fatto precipitare questa crisi interessano di fatto [il sistema fondato
sulla libera impresa] nella sua interezza”. Non sono dunque qualcosa di
accidentale, ma di ampio e profondo.
“Esse sono
generate da qualcosa che va di là di alcune personalità o istituzioni
specifiche. Un cast di attori ben più ampio condivide la responsabilità della
crisi: comprende politici di casa nostra, governi esteri, economisti come me e
persone come voi. Ad avvolgerci tutti non fu una sorta di isteria o follia
collettiva. Il dato in qualche modo spaventoso è proprio che ognuno di noi ha fatto ciò che era
ragionevole fare, dati gli incentivi che aveva di fronte. E nonostante fosse
sempre più evidente che le cose stavano andando male, tutti ci siamo attaccati
alla speranza che sarebbero finite bene, perché i nostri interessi stavano in
quel risultato. Nel loro insieme, i nostri comportamenti hanno portato
l’economia mondiale sull’orlo del disastro e potrebbero farlo di nuovo, a meno
che non riconosciamo che cosa è andato storto e compiamo i passi necessari alle
dovute correzioni.
Esistono
profonde linee di faglia nell’economia globale, che si sono formate perché, in
un’economia e in un mondo integrati, ciò che è meglio per il soggetto o
istituzione individuali non sempre è meglio per il sistema”.
Dunque, in
questo notevolissimo preambolo, Rajan ci dice che la radice della crisi è da
cercare nel passato ed ha a che fare con una sorta di “mano invisibile” alla
rovescia.
Il racconto
breve è il seguente: alla fine degli anni novanta alcuni paesi in via di
sviluppo, che avevano avuto un modello di sviluppo basato sull’espansione di
investimenti e consumi che si basava sulla liquidità acquisita in prestito (non
fa per ora differenza se alla sfera privata o pubblica), decisero di cambiare
politica ed accumulare riserve (Rajan dice “risparmiare”). Contemponeamente la
seconda economia mondiale, il Giappone, attraversava una congiuntura molto
debole (era all’inizio di quello che poi sarà chiamato “il ventennio perduto”).
A questo punto, “qualcun altro nel pianeta avrebbe dovuto perciò consumare [più
di quanto esportava] o investire di più per evitare un rallentamento
sostanziale dell’economia mondiale”, e naturalmente i risparmi dei primi (e le
eccedenze di petrolio) erano disponibili a fornire i necessari capitali. In
quegli anni quindi a investire furono le aziende del settore tecnologico. Che
attirarono i capitali in cerca di rendimenti, e si surriscaldarono. La rottura
della bolla del 2001 provocò un deciso rallentamento e disoccupazione. “A quel
punto la FED mise
l’overdrive, tagliando severamente i tassi di interesse.” La cosa stentò a dare
risultati, perché le aziende erano troppo indebitate. Ma qualcun altro usò l’occasione, i consumatori direttamente,
acquistando immobili; “il che fece salire i prezzi delle case e portò ad
un’ondata di investimenti in questo settore. Una parte significativa della
domanda proveniva, però, da segmenti della popolazione con posizioni
finanziarie deboli … che ora otteneva accesso a crediti in precedenza negati.”
Nella fase più matura, intorno al 2005-7 ormai si concedevano prestiti a
chiunque respirasse.
Ma come faceva
“un dentista di Stoccarda, in Germania, a concedere un prestito ipotecario a un
mutuatario subprime di Las Vegas, nel Nevada?”
In sostanza fu
il settore finanziario americano a fare “da ponte tra i sovra consumi negli
Stati Uniti, oggetto di dosi massicce di stimoli, e le parti del mondo caratterizzate
da sottoconsumo e stimoli insufficienti”. L’intero “edificio”, tuttavia,
“poggiava sul mercato immobiliare”.
“E’ come se il mondo vivesse in un
piacevole, ma insostenibile, spot pubblicitario”.
Vediamo, a
questo punto, più da vicino qualcuna di queste “linee di faglia”: la più
importante è “la crescente disuguaglianza dei redditi negli Stati Uniti e la
pressione politica a facilitare il credito che ne è conseguita.” Su questo tema
dell’ineguaglianza siamo tornati spesso, ed in
particolare ne abbiamo già letto
la trattazione di Rajan a confronto con quella di Stiglitz.
Ma si può ora sottolineare come il credito si sia dimostrato il punto
fondamentale per Rajan, perché “non è il reddito che conta, ma i consumi”. Cioè
per l’equilibrio generale del sistema ciò che conta è chi spende, non se ha i soldi. Almeno nel breve
periodo. Qui viene il problema, perché “quando il denaro facile, elargito da un
governo di manica larga, viene a contatto con le ragioni del profitto di un
settore finanziario sofisticato, competitivo e amorale, il risultato è che si
crea una profonda linea di faglia”.
Ci torniamo, ma
prima vediamo anche la seconda, e strettamente connessa “linea di faglia”.
Rajan ci ricorda che una parte molto significativa della domanda americana fu
soddisfatta dall’estero (il che tenne tra l’altro sotto controllo l’inflazione),
“da paesi come la Germania ,
il Giappone, e in misura sempre maggiore la Cina , che da sempre fondavano la loro crescita
sulle esportazioni e avevano grandi potenziali di riserva per fare di più”.
Come sappiamo si tratta delle popolazioni contadine a bassissimo reddito
dell’interno per la Cina
e dei lavoratori dell’Est, oltre che dei paesi di recente assorbiti dell’ex
blocco sovietico per la Germania. Masse
di lavoratori di riserva che l’anschluss
aveva messo a disposizione della Germania.
Per Rajan si può
dire che “la capacità di questi paesi di fornire beni è il riflesso di una
seria debolezza del percorso di crescita da essi intrapreso, ossia di
un’eccessiva dipendenza dal consumatore estero”. E’ questa specifica dipendenza
ad essere “all’origine della seconda linea di faglia”. (R., p. 16). La ragione quindi
per cui tante economie dipendono dai consumi altrui, in altre parole, dipende
dal percorso che hanno scelto per riprendersi velocemente dalle distruzioni
della guerra. “In tali economie i governi (e le banche) sono intervenuti ad
ampio raggio per creare aziende forti e imprese esportatrici competitive, di
solito alle spese dei consumi delle famiglie del loro stesso paese.”
E’ la
connessione tra queste due dinamiche, intorno ad incentivi mal disegnati e
regole insufficienti del sistema finanziario, ad aver provocato l’instabilità.
Secondo l’analisi di Rajan, è comunque “il sistema finanziario il primo
responsabile” (R., p.29). Esso determina “distorsione degli incentivi, hybris,
invidia, fiducia malriposta e comportamenti di assimilazione al gregge”. Pur
riconoscendo ciò in questo passaggio, l’animo dell’autore esprime comunque il
suo sospetto per l’azione del governo; accusato di aver “aiutato a rendere quei
rischi più attraenti di quanto avrebbe dovuto”. Ciò attraverso il permissivismo
e l’implicita promessa di salvataggio, cosa che ha incentivato il “rischio
morale” del sistema finanziario.
Si tratta di uno
dei punti chiave del testo: se un istituto finanziario sa che sarà salvato, a
causa della “decenza morale del governo” (che non può lasciare che i deboli paghino
e interviene), prenderà rischi eccessivi. E’ dunque l’interazione tra governo e
mercato la “fonte di fragilità essenziale”. E ciò “a causa della fondamentale incompatibilità tra gli obiettivi del
capitalismo e quelli della democrazia” (R., p. 30).
Torniamo, però,
ai paesi esportatori, che hanno generato lo squilibrio finanziario
internazionale di base: in Germania, per Rajan, è la stretta cooperazione tra
banche e imprese, con partecipazioni azionarie incrociate, che generarono
“cartelli nazionali”, i quali “ridussero la concorrenza interna e permisero ai
grandi gruppi di concentrare le proprie energie sui mercati esteri”. (R.,p. 96)
Questa strategia, rivolta a generare il surplus con il quale garantire la
necessaria ricostruzione, incontrò il suo limite quando l’eccedenza di forza
lavoro impiegata nell’agricoltura fu assorbita e la crescita della produttività
derivante dal settore “tradable” fece alzare i salari. Nel 1975 i salari orari
tedeschi avevano raggiunto quelli USA. La Germania aveva perso il suo vantaggio competitivo
salariale, e contemporaneamente rallentarono sia il volume degli investimenti
che le importazioni di beni capitale. A quel punto, dato che le famiglie
limitavano i consumi e risparmiavano, ed i Governi facevano altrettanto (“politiche
macroeconomiche disciplinate”, le chiama Rajan), la Germania (ed il Giappone,
che segue un percorso analogo) “cominciarono a presentare surplus commerciali
elevati”. Col tempo questo portò alla tendenza ad apprezzare la moneta.
Le due dinamiche
insieme (un marco forte e livelli salariali alti) rischiavano di compromettere
la competitività e indussero lo sforzo di “spostare in alto la catena del
valore, creando prodotti a tecnologia e specializzazione sempre più elevata”.
Questa corretta strategia fu premiata da successo nel settore dei beni
scambiabili, ma in aree come l’edilizia, il commercio al dettaglio, gli
alberghi la produttività iniziò a stagnare. In conseguenza “le miracolose
economie orientate alle esportazioni iniziarono ad apparire curiosamente
malformate, come qualcuno che eserciti gli arti di una parte del corpo
soltanto: un super efficiente settore manifatturiero prosperava a fianco di un
settore dei servizi in agonia e si continuava a concentrare l’attenzione sulla
domanda estera mentre quella interna giaceva dormiente”.
Questa soluzione
genera squilibri, le esportazioni “vanno in cerca di mercati”, dopo la crisi
degli anni novanta questa funzione fu presa dagli Stati Uniti che “offrirono al
mondo la domanda dell’ultima ora” (p.133) a causa delle loro difficoltà
interne. Della tendenziale stagnazione della domanda interna, dovuta alla
disoccupazione non assorbita velocemente e la riduzione dei redditi. Questa
analisi di Rajan (p.134-4) porta l’attenzione, alla fine, sulla creazione di domanda
“politica”, tramite l’espansione del credito che si è riversato sui mercati
immobiliari, e sui settori di beni e servizi “non commerciabili”. Per un certo
periodo (dal 2001 al 2007) questo ha dato equilibrio al sistema squilibrato
mondiale.
Ma, nel contesto
di una carenza di regolazione (per errori ideologici che Rajan ammette con
ammirevole franchezza da pag. 182, e riconduce al “presupposto ideologico che
avrebbero fatto più male che bene imponendo vincoli al sistema privato”) ha generato una bolla insostenibile.
Questa dinamica
è stata mossa dall’egoismo e dalla convenienza: il modello di valutazione del
rischio di un mutuo era riuscito a classificare con la “tripla A” (massimo
livello di sicurezza) il 60% dei contratti di finanziamento nel settore
immobiliare, quando nel settore delle obbligazioni societarie ha questa
qualifica meno dell’1% dei Titoli. Come è stato possibile? Il trucco è stato di
impacchettare i titoli costruendo prodotti “derivati” che sono coinvolti nelle
insolvenze solo quando si verificano condizioni rare (ad esempio quando tutti i mutui sono insolventi con la
stessa probabilità). Articolando il pacchetto (ad esempio, con mutui di classe
diversa e da parti diverse del paese) si pensava che tale rischio fosse
marginale (qualcuno stimò il “ritorno” dell’evento in miliardi di anni, peccato
che arrivò dopo due o tre). Si trattava del cosiddetto “rischio di coda”.
Assumere il
“rischio di coda” (cioè il rischio di perdere se un evento estremo si verifica)
era molto remunerativo per il dirigente vincolato nei suoi compensi a
prestazioni superiori alla media di settore (cosiddette “prestazioni alfa”).
Questo comportamento, insieme all’effetto gregge (imitare il capobranco che ha
successo) ha portato sempre più a “rischiare la pelle per qualche soldo”. Ma il
rischio di coda assunto da tutti fa diventare probabile quel che prima era
improbabile (se il modello prevede di distribuire i mutui nel pacchetto,
secondo l’idea che non si può avere una crisi contemporaneamente ovunque ed in
tutti i settori, e questo lo fanno tutti). Tuttavia i pochi che vedevano questo
rischio furono emarginati, o continuarono a ballare perché lo facevano gli
altri. Come si trovò a dire Chuck Prince, CEO di Citigroup, solo un mese prima
del crollo <quando la musica finirà, in termini di liquidità, le cose si
faranno complicate. Ma, finchè la musica continua a suonare, devi alzarti e
ballare. Stiamo ancora ballando>. Chi, come Dimon, tenne la sua banca fuori
dagli affari più rischiosi (e lucrosi) probabilmente ha sbagliato. Perché i
salvataggi dei suoi più imprudenti colleghi impedì di trarre i frutti (quando
un’azienda fallisce viene acquisita a prezzo molto basso dal concorrente
sano).
Torniamo,
dunque, al punto: la crisi è stata generata, sia a livello di nazioni, sia a
quello dei mercati (cioè dell’interazione tra risparmio, mercato finanziario e
suoi attori, e mercato immobiliare), dalla“fondamentale
incompatibilità tra gli obiettivi del capitalismo e quelli della democrazia”.
Anche Stiglitz,
in Bancarotta,
racconta una storia per molti versi simile, i “prestiti predatori” (la storia è
simile, il giudizio implicito molto diverso) sono alla radice perché gli operatori
“avevano incentivi sbagliati”, cosa che affonda nel “sistema sbagliato di
corporate governance, applicazione inadeguata delle leggi sulla libera
concorrenza, informazione imperfetta e comprensione inadeguata del rischio da
parte degli investitori” (S., p.17). E’ dunque un fallimento del mercato che
deriva dall’enfasi sugli utili a breve termine, sugli effetti dell’azionariato
diffuso (che è interessato al valore delle azioni provvisoriamente detenute
anziché all’azienda che rappresentano), ai problemi di “agenzia” che questo
determina (management tutto orientato a produrre utili vistosi sul trimestre
successivo rispetto all’anno precedente), ed alla struttura dei compensi (per
“premi”). Tutte le esternalità di questo sistema (una esternalità è l’attuale
crisi finanziaria) sono state ignorate da una teoria che negava l’esistenza
stessa delle bolle e delle crisi.
La domanda
debole, per effetto della ineguaglianza interna e per gli squilibri mondiali
che “spostava il denaro da coloro che lo avrebbero speso a chi non ne aveva
intenzione”, fu nascosta per alcuni anni dalle bolle. Ma non è aggirabile, come
ricorda Stiglitz, le cose sono semplici: “se il totale di ciò di cui la gente
ha bisogno nel mondo è inferiore a ciò che il mondo è in grado di produrre,
abbiamo un problema, e cioè quello di un’economia globale debole. Una delle
ragioni della debolezza della domanda aggregata globale è il livello crescente
delle riserve, ossia il denaro che le nazioni accantonano in previsione dei
tempi difficili” (p. 27).
In sostanza la
domanda debole deriva dall’ineguaglianza interna, che accumula soldi dove non
servono, e da paesi come la
Germania che (per paura del futuro, e nel loro caso
soprattutto dell’invecchiamento della popolazione) accumulano scorte eccessive.
Ciò che è
necessario (oltre a ridimensionare il settore finanziario che interessa ormai
il 40% del PIL) è una visione “più ampia ed a lungo termine” (p. 278), uscendo
dalle politiche “impoverisci il vicino” (politiche basate su “esportazioni
predatorie”, fondate sul dumping salariale e la contrazione artificiale della
domanda interna) e fondando un “nuovo multitaleralismo” (p. 337),
concentrandosi sull’occupazione (risolvendo “l’Enigma della produzione
industriale”, p.277, per il quale l’aumento della produttività si sposa ormai
con la riduzione dell’occupazione), la stabilità (riducendo il rischio
finanziario), l’innovazione, la tutela sociale, e combattendo lo sfruttamento.
In sostanza
possiamo vedere che, con diversa sensibilità e priorità, entrambi gli
economisti toccano un punto comune: l’individuo massimizza l’utile locale (come
sostiene Jon Elster) mentre l’azione collettiva indotta dalla democrazia, se
ben intesa, “raffredda” ed universalizza tale prospettiva; inducendo a
considerare obiettivi più ampi e meno parziali. Non aver compreso questo ha
generato un cortocircuito (per cui gli obiettivi politici, rivolti ad attenuare
l’ineguaglianza agendo sul credito e non sul reddito –per la presenza di
vincoli politici e di potere evidenti – sono stati strumentalizzati dagli
individui attivi nei sistemi economici che una, male intesa, ideologia
permissiva aveva liberato dei vicoli).
L’utile locale è andato contro quello
generale.
Questo è il
problema centrale.
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