Interessante articolo
di Evans-Pritchard su un Paper del FMI di Carmen
Reinhart e Kenneth Rogoff, importanti professori conservatori di Harvard,
rimasti famosi, oltre che per il loro bel libro “Questa
volta è diverso”, per lo scivolone del paper nel quale alcuni hanno voluto
leggere il limite del 90% all’indebitamento degli Stati (sopra il quale
scenderebbe la crescita). Un documento usato impropriamente dal Ministro delle
Finanze tedesco Wolfgang Schauble e dal Commissario per l’Economia dell'UE,
Olli Rehn per giustificare politiche di austerità della zona Euro.
Nel rapporto del FMI viene
rotto uno dei tabù più ferocemente difesi: il
debito pubblico è ormai a tali livelli di intensità da rendere necessario il
default, la tassazione del risparmio e l’inflazione. Sono, infatti, 200
anni che non si era complessivamente su questi livelli.
Si tratta dunque, è
evidente, di una colossale
redistribuzione del reddito, necessaria per sottrarre l’economia nelle
attuali condizioni di paralisi. Secondo le loro parole: “La dimensione del
problema suggerisce che saranno necessarie ristrutturazioni, per esempio, nella
periferia d'Europa, ben oltre qualsiasi cosa discussa in pubblico fino a questo
punto”. Perché il messaggio sia chiaro, il Paper sottolinea che le élite
politiche Occidentali sono ancora aggrappate all'illusione che i paesi ricchi siano
fondamentalmente diversi dalle regioni più povere e quindi possono riuscire a sgretolare
i loro debiti con una miscela di tagli (austerità), con la crescita, e manovrando
a breve termine. Ma questa presunzione è
infondata: le economie avanzate non potranno evitare “espedienti” standard come
la ristrutturazione del debito e la repressione del risparmio.
Il rifiuto ostinato di avviare
queste soluzioni definitive, fondandosi su ipotesi “troppo ottimistiche” rischia
di fare grandi danni di lungo termine alla credibilità; si consente infatti alla
crisi di aggravarsi. L’alternativa (del resto decisamente rifiutata dalla
Germania e dagli altri del “Club Core”) della condivisione del debito nella
zona euro può sì ridurre la necessità della ristrutturazione o del default, ma
al costo di oneri più elevati per i contribuenti del nord. Questo secondo Carmen Reinhart e
Kenneth Rogoff.
Fermiamoci un attimo: abbiamo
letto bene. L’alternativa è tra la lunga stagnazione e deflazione, che rinvia e
non risolve (anzi, dicono gli economisti conservatori, “aggrava”); la
ristrutturazione, tassazione risparmi ed inflazione; e la condivisione del
debito. Le ultime due sono simmetricamente opposte: nella prima,
ristrutturazione/inflazione, perdono i risparmi privati e vincono i debiti
pubblici; nella seconda, condivisione, perdono i contribuenti privati (cioè i
lavoratori e le imprese produttive) del “Club Core”. E’ del tutto comprensibile
che la Germania non voglia far pagare questo prezzo ai suoi contribuenti, ma il
totale silenzio sdegnato sull’alternativa reale (per fingere disperatamente che
lo sia quella dell’austerità) mostra “dove
è il tesoro, e dove il cuore” (“dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore”
(Matteo 6:21). Qualche nesso con la “democrazia rubata”, di un recente libro
di Peter Mair?
Andiamo avanti. Per gli
economisti di Harvard non affrontare questi nodi, “potrebbe trascinare [anche] gli
Stati centrali dell'UEM in una recessione e aggravare il loro debito e la crisi
di invecchiamento”. A parte quest’ultima
notazione (i due americani non hanno evidentemente presenti i
saldi interni migratori in corso), la “chiara implicazione” del
documento FMI “è che la Germania e il nucleo creditore farebbero meglio a
stringere i denti su grandi riscritture del debito subito, piuttosto che
acquistare tempo con una parziale e strisciante condivisione del debito”.
L'onere del debito occidentale (gli
interessi da pagare, che per l’Italia comportano ormai quasi 90 miliardi all’anno,
oltre 10 volte il costo della pubblica istruzione) è ormai così grande che gli
Stati ricchi dovranno subire lo stesso tonico “taglio di capelli” del debito, fatto
di inflazione più elevata, repressione finanziaria - definita normalmente una “tassa
opaca sui risparmiatori” -, utilizzato in innumerevoli salvataggi del FMI per i
mercati emergenti. L’unica differenza è che ora siamo noi (molto più facile
imporre il taglio dei risparmi ad un indonesiano che ad un americano ricco, che
controlla qualche lobbista al Congresso, o burocrate a Bruxelles).
Il paper ricorda come la maggior
parte degli stati avanzati ha gestito il debito nel 1930: i prestiti derivanti
dai costi della Prima Guerra Mondiale verso gli Stati Uniti erano stati
perdonati quando la Moratoria Hoover
è scaduta nel 1934, regalando una riduzione del debito del 24% del PIL alla
Francia, 22% alla Gran Bretagna e 19% all’Italia. Anche gli Stati Uniti hanno
imposto un “taglio di capelli” ai propri creditori per un valore del 16% del
PIL nel mese di aprile 1933, quando hanno abbandonato il Gold Standard.
Naturalmente la repressione
finanziaria può assumere molte forme, inclusi i controlli sui capitali, limiti
ai tassi d'interesse o l'alimentazione forzata del debito pubblico ai fondi
pensione e compagnie di assicurazione captive. Alcuni di questi metodi sono già in
uso, ma non sono ancora alla scala vista alla fine del 1940 e nei primi anni
1950, “quando i paesi ricorsero ad ogni trucco per affrontare i loro debiti di
guerra”. Essenzialmente questa politica è “una confisca di risparmio”, in parte
raggiunta spingendo verso l'alto l'inflazione, mentre si controlla il sistema
per fermare i mercati e i tentativi di evasione. Il Regno Unito e gli Stati Uniti, ad
esempio, ricorsero a tassi di interesse reali negativi dal 2% al 4% per diversi
anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli
stessi tassi reali in Italia e in Australia erano -5%.
Il documento è, insomma altamente provocatorio per la vulgata
comune. Questa volta Schauble e Rehn ascolteranno Reinhart e Rogoff?
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