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venerdì 3 gennaio 2014

Ambrose Evans-Pritchard, “Reinhart e Kenneth Rogoff: cambiare radicalmente politiche sul debito”


Interessante articolo di Evans-Pritchard su un Paper del FMI di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, importanti professori conservatori di Harvard, rimasti famosi, oltre che per il loro bel libro “Questa volta è diverso”, per lo scivolone del paper nel quale alcuni hanno voluto leggere il limite del 90% all’indebitamento degli Stati (sopra il quale scenderebbe la crescita). Un documento usato impropriamente dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble e dal Commissario per l’Economia dell'UE, Olli Rehn per giustificare politiche di austerità della zona Euro.

Nel rapporto del FMI viene rotto uno dei tabù più ferocemente difesi: il debito pubblico è ormai a tali livelli di intensità da rendere necessario il default, la tassazione del risparmio e l’inflazione. Sono, infatti, 200 anni che non si era complessivamente su questi livelli.

Si tratta dunque, è evidente, di una colossale redistribuzione del reddito, necessaria per sottrarre l’economia nelle attuali condizioni di paralisi. Secondo le loro parole: “La dimensione del problema suggerisce che saranno necessarie ristrutturazioni, per esempio, nella periferia d'Europa, ben oltre qualsiasi cosa discussa in pubblico fino a questo punto”. Perché il messaggio sia chiaro, il Paper sottolinea che le élite politiche Occidentali sono ancora aggrappate all'illusione che i paesi ricchi siano fondamentalmente diversi dalle regioni più povere e quindi possono riuscire a sgretolare i loro debiti con una miscela di tagli (austerità), con la crescita, e manovrando a breve termine. Ma questa  presunzione è infondata: le economie avanzate non potranno evitare “espedienti” standard come la ristrutturazione del debito e la repressione del risparmio.
Il rifiuto ostinato di avviare queste soluzioni definitive, fondandosi su ipotesi “troppo ottimistiche” rischia di fare grandi danni di lungo termine alla credibilità; si consente infatti alla crisi di aggravarsi. L’alternativa (del resto decisamente rifiutata dalla Germania e dagli altri del “Club Core”) della condivisione del debito nella zona euro può sì ridurre la necessità della ristrutturazione o del default, ma al costo di oneri più elevati per i contribuenti del nord. Questo secondo Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff.

Fermiamoci un attimo: abbiamo letto bene. L’alternativa è tra la lunga stagnazione e deflazione, che rinvia e non risolve (anzi, dicono gli economisti conservatori, “aggrava”); la ristrutturazione, tassazione risparmi ed inflazione; e la condivisione del debito. Le ultime due sono simmetricamente opposte: nella prima, ristrutturazione/inflazione, perdono i risparmi privati e vincono i debiti pubblici; nella seconda, condivisione, perdono i contribuenti privati (cioè i lavoratori e le imprese produttive) del “Club Core”. E’ del tutto comprensibile che la Germania non voglia far pagare questo prezzo ai suoi contribuenti, ma il totale silenzio sdegnato sull’alternativa reale (per fingere disperatamente che lo sia quella dell’austerità) mostra “dove è il tesoro, e dove il cuore” (“dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore” (Matteo 6:21). Qualche nesso con la “democrazia rubata”, di un recente libro di Peter Mair?

Andiamo avanti. Per gli economisti di Harvard non affrontare questi nodi, “potrebbe trascinare [anche] gli Stati centrali dell'UEM in una recessione e aggravare il loro debito e la crisi di invecchiamento”. A parte quest’ultima notazione (i due americani non hanno evidentemente presenti i saldi interni migratori in corso), la “chiara implicazione” del documento FMI “è che la Germania e il nucleo creditore farebbero meglio a stringere i denti su grandi riscritture del debito subito, piuttosto che acquistare tempo con una parziale e strisciante condivisione del debito”.

L'onere del debito occidentale (gli interessi da pagare, che per l’Italia comportano ormai quasi 90 miliardi all’anno, oltre 10 volte il costo della pubblica istruzione) è ormai così grande che gli Stati ricchi dovranno subire lo stesso tonico “taglio di capelli” del debito, fatto di inflazione più elevata, repressione finanziaria - definita normalmente una “tassa opaca sui risparmiatori” -, utilizzato in innumerevoli salvataggi del FMI per i mercati emergenti. L’unica differenza è che ora siamo noi (molto più facile imporre il taglio dei risparmi ad un indonesiano che ad un americano ricco, che controlla qualche lobbista al Congresso, o burocrate a Bruxelles).
Il paper ricorda come la maggior parte degli stati avanzati ha gestito il debito nel 1930: i prestiti derivanti dai costi della Prima Guerra Mondiale verso gli Stati Uniti erano stati perdonati quando la Moratoria Hoover è scaduta nel 1934, regalando una riduzione del debito del 24% del PIL alla Francia, 22% alla Gran Bretagna e 19% all’Italia. Anche gli Stati Uniti hanno imposto un “taglio di capelli” ai propri creditori per un valore del 16% del PIL nel mese di aprile 1933, quando hanno abbandonato il Gold Standard.

Naturalmente la repressione finanziaria può assumere molte forme, inclusi i controlli sui capitali, limiti ai tassi d'interesse o l'alimentazione forzata del debito pubblico ai fondi pensione e compagnie di assicurazione captive. Alcuni di questi metodi sono già in uso, ma non sono ancora alla scala vista alla fine del 1940 e nei primi anni 1950, “quando i paesi ricorsero ad ogni trucco per affrontare i loro debiti di guerra”. Essenzialmente questa politica è “una confisca di risparmio”, in parte raggiunta spingendo verso l'alto l'inflazione, mentre si controlla il sistema per fermare i mercati e i tentativi di evasione. Il Regno Unito e gli Stati Uniti, ad esempio, ricorsero a tassi di interesse reali negativi dal 2% al 4% per diversi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli stessi tassi reali in Italia e in Australia erano -5%.



Il documento è, insomma altamente provocatorio per la vulgata comune. Questa volta Schauble e Rehn ascolteranno Reinhart e Rogoff?


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