Si sono spostate
nel 2013 ca. 40.000 persone dall’Italia, giovani con alta istruzione, per lo
più dal nord Italia. Le aree di maggiore disoccupazione al sud non hanno visto
flussi in grande crescita.
Per spiegare questo dato si potrebbe fare riferimento alla
stessa osservazione possibile negli USA: dalle regioni più povere c’è meno
spostamento che da quelle ricche. La mobilità del lavoro richiede delle
condizioni materiali e culturali. Per spostarsi è necessario avere le risorse
per il viaggio e quelle per sopravvivere i primi mesi.
Ma andiamo con ordine: da Agoravox, un articolo che riporta le valutazioni fornite da Data Giovani, il progetto di un Gruppo di Studio nato nel 2010, che ha elaborato un indice composto della variazione del saggio di emigrazione e di disoccupazione in ogni provincia italiana, dal 2008 al 2012. Avere contemporaneamente alti i due saggi indicherebbero uno stato di sofferenza più pronunciato (più disoccupazione ed emigrazione per lavoro). Non è detto che le cose stiano esattamente così (per emigrare sono necessarie condizioni adatte, anche economiche, come opportunamente reso evidente da Moretti nel suo interessante “La nuova geografia del lavoro” che schederemo tra breve), ma il risultato è comunque sorprendente. Sono in testa le province di Bologna, Piacenza e Lodi, mentre in fondo alla classifica si trovano Isernia, Brindisi e Nuoro.
Tra le città Bologna è prima con 200,7 punti, frutto di un + 24,4% in emigrazione e un + 214% in tasso di disoccupazione - il rapporto tra chi cerca
lavoro e la forza lavoro totale. E si trova in una regione, l’Emilia Romagna,
in cui i disoccupati sono passati
da 65 mila a 150 mila, nel periodo considerato. Non a caso, dunque,
le province di Piacenza, Rimini, Ferrara, Parma e Reggio Emilia si piazzano tra
le prime 20, per legame tra emigrazione e disoccupazione.
D’altra parte, se si confronta questa immagine, con il
Rapporto “Oltre il PIL” dell’Unioncamere del Veneto in collaborazione con Università
Cà Foscari e la Regione
del Veneto si vede come alcune delle Regioni con i dati più alti,
nell’indicatore disoccupazione/emigrazione, siano contemporaneamente in alto
nel benessere (il quadrato cresce al degradare dell’indicatore, le regioni sono
in ordine di benessere). L’Emilia Romagna, ad esempio, è al terzo posto, con
punteggio scadente solo (probabilmente non a caso) nella “sicurezza”. Punteggio
nel quale, vorrei far notare, si piazzano male tutte le regioni della parte
alta della classifica.
Viceversa, alcune delle regioni nelle quali gli indicatori “lavoro”, “benessere materiale” (che vanno sempre insieme, comprensibilmente), e “salute”, “uso del tempo”, “relazioni sociali” sono peggiori (comela Sicilia , la Puglia , la Campania , la Calabria , la Sardegna , la Basilicata ) sono
generalmente (salvo alcune provincie) in posizione migliore, quanto a
combinazione di incremento di disoccupazione ed emigrazione. Dato che, com’è
noto, la disoccupazione è alta ed è cresciuta molto, ciò vorrebbe dire che si emigra di meno. Anche l’indicatore
“sicurezza” è sorprendentemente basso.
Viceversa, alcune delle regioni nelle quali gli indicatori “lavoro”, “benessere materiale” (che vanno sempre insieme, comprensibilmente), e “salute”, “uso del tempo”, “relazioni sociali” sono peggiori (come
Cambiando punto di osservazione
l’Istituto Federale di Statistica Destatis, in Germania, ha
dichiarato che l’immigrazione è aumentata del 40% in un anno (dal 2012 al 2013).
Si parla di un milione di lavoratori (mentre l’occupazione è aumentata di
“sole” 230.000 unità; la metà dell’anno precedente), in particolare dalla
Polonia (180.000), Romania, Bulgaria e Ungheria, come da tradizione, ma anche
da Spagna (+45%). Grecia e Portogallo (+43%) ed Italia (+40%). In termini
numerici, insomma l’immigrazione è prevalente, come dall’unificazione in poi,
dai paesi dell’Est (e va ad ingrossare le fila dei lavoratori sottopagati ed a
comprimere il mercato del lavoro “povero” tedesco, contribuendo a tenere basso
il potere negoziale dei lavoratori a bassa qualifica), ma in termini
percentuali invece esplode quella dal sud Europa.
Nella carta di Limes (2012, su dati
2011), si vede come i flussi tradizionali interessino i paesi dell’est e solo
marginalmente l’Unione Europea. Complessivamente affluivano da tutta l’Europa
poco più di quel che è arrivato dalla sola Italia nel 2013.
Ma quest’ultima è soprattutto
un’emigrazione qualificata; più precisamente dall’Italia sono emigrate 42.000
persone nel 2013, e per lo più in possesso di un’alta qualifica culturale e
professionale. Questo fa molto bene alla Germania, come abbiamo già
visto, e molto male all’Italia (come stiamo vedendo, e vedremo). Tra
l’altro l’Istituto di Statistica evidenzia che gli immigrati dall’Italia sono
mediamente di dieci anni più giovani dei corrispondenti nativi tedeschi che
emigrano in cerca di maggiori salari. Infatti, come messo in evidenza da
Springstein, ci sono due flussi contemporanei, determinati entrambi dall’offerta
di lavoro a basso costo; i giovani ad alta scolarizzazione affluiscono e i
tedeschi di pari istruzione, emigrano per cercare di migliorare (in Olanda,
Paesi Bassi, Svizzera). Ciò contribuisce
a tenere bassa la pressione per i miglioramenti salariali, a vantaggio dei
datori di lavoro (che hanno personale disponibile di qualità a basso costo).
Nel modello
rivolto all’esportazione tedesco c’è anche questo. Si prendono più pesci con una sola esca: l’industria che produce beni
“tradable” riesce a essere molto competitiva sul prezzo perché i costi di
produzione sono bassi (e la moneta sottovalutata, rispetto alla forza del
paese); questi sono tenuti bassi da costi del lavoro contenuti e mercato
interno relativamente depresso, quindi inflazione bassa rispetto ai
concorrenti; la crescita dell’occupazione (che potrebbe saturare l’offerta e
quindi spostare i rapporti di forza) non produce la tendenza all’incremento dei
salari perché i lavoratori che vogliono migliore trattamento emigrano e sono
sostituiti da giovani qualificati (i salari sono aumentati, in termini reali di
un modesto 0,5%, a fronte di una crescita dello 0,7%; presumibilmente sono
quindi rimasti stabili per rapporto alla produttività).
E’ chiaro che ci sono alcune
condizioni: una moneta sottovalutata (in senso relativo); un’inflazione bassa;
crisi del mercato del lavoro nei paesi ad alta istruzione dai quali far
arrivare i “lavoratori di sostituzione”. Le
condizioni attuali.
Comunque in Germania l’Istituto ci
dice che la disoccupazione è stata limata, dal 5,3% al 5,2%, con ca 2.3 milioni
di disoccupati (su 44 milioni di “disponibili”). Questi ultimi sono aumentati
di 196.000 unità. Dei 230.000 nuovi occupati, la metà (122.000) è andata a
servizi alle imprese, mentre quasi 100.000 al settore pubblico (istruzione,
sanità e servizi). In sostanza ferma l’industria (+0,2%).
Cerchiamo ora di individuare
qualche conclusione: l’assetto che prende la situazione (indipendentemente da
quanto sia stato “progettato”) favorisce nel breve termine la Germania in più modi.
Questo rende obiettivamente difficile rinunciarvi.
Traduciamo: la Germania considera che la
competitività raggiunta sia “naturale” (per meglio dire, come tale viene “venduta”
dai politici tedeschi agli elettori; questo è un discorso in pubblico) e
l’orizzonte al quale “guardare” non è l’interesse dell’Europa, ma della
competizione tedesca con USA, Cina, e paesi emergenti. In sostanza, l’idea è di
usare l’Europa per guadagnare una forza competitiva da usare (in prospettiva
individuale) “contro” (questo significa “competere”) i paesi extraeuropei.
Oltre alle considerazioni di
scenario (sui quali torneremo) internazionale, che rendono poco
probabile tale percorso solitario della Germania, sarebbe il caso di
interrogarci su questo atteggiamento. Se la Germania insiste sul modello “impoverisci il
vicino” (che siamo noi), e con tanta franchezza rifiuta di assumere una
prospettiva cooperativa non appena sfiora i suoi interessi a breve termine,
perché stare insieme?
Questa domanda sarà al centro delle
elezioni di maggio.
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