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sabato 4 gennaio 2014

Segnali di crisi e dati: Italia e Germania.

Alcune ricerche recenti ed interessanti mostrano che cresce il flusso emigratorio dall’Italia (+40% sul 2012) verso la Germania. La stessa cosa avviene da tutto il sud Europa (mentre è stabile il tradizionale flusso dai confinanti paesi dell’est). Però ci sono significative differenze geografiche, e di qualità delle persone che si muovono.
Si sono spostate nel 2013 ca. 40.000 persone dall’Italia, giovani con alta istruzione, per lo più dal nord Italia. Le aree di maggiore disoccupazione al sud non hanno visto flussi in grande crescita.

Per spiegare questo dato si potrebbe fare riferimento alla stessa osservazione possibile negli USA: dalle regioni più povere c’è meno spostamento che da quelle ricche. La mobilità del lavoro richiede delle condizioni materiali e culturali. Per spostarsi è necessario avere le risorse per il viaggio e quelle per sopravvivere i primi mesi.
Inoltre lo strano dato sulla sicurezza, che vedremo tra breve, potrebbe essere un altro indizio. Forse la rete parentale sostiene ancora più al sud che al centro-nord (del resto è una vecchia tendenza molto nota, dal pioneristico studio di Edward Banfield in poi).

Ma andiamo con ordine: da Agoravox, un articolo che riporta le valutazioni fornite da Data Giovani, il progetto di un Gruppo di Studio nato nel 2010, che ha elaborato un indice composto della variazione del saggio di emigrazione e di disoccupazione in ogni provincia italiana, dal 2008 al 2012. Avere contemporaneamente alti i due saggi indicherebbero uno stato di sofferenza più pronunciato (più disoccupazione ed emigrazione per lavoro). Non è detto che le cose stiano esattamente così (per emigrare sono necessarie condizioni adatte, anche economiche, come opportunamente reso evidente da Moretti nel suo interessante “La nuova geografia del lavoro” che schederemo tra breve), ma il risultato è comunque sorprendente. Sono in testa le province di Bologna, Piacenza e Lodi, mentre in fondo alla classifica si trovano Isernia, Brindisi e Nuoro.

Tra le città Bologna è prima con 200,7 punti, frutto di un + 24,4% in emigrazione e un + 214% in tasso di disoccupazione - il rapporto tra chi cerca lavoro e la forza lavoro totale. E si trova in una regione, l’Emilia Romagna, in cui i disoccupati sono passati da 65 mila a 150 mila, nel periodo considerato. Non a caso, dunque, le province di Piacenza, Rimini, Ferrara, Parma e Reggio Emilia si piazzano tra le prime 20, per legame tra emigrazione e disoccupazione.

D’altra parte, se si confronta questa immagine, con il Rapporto “Oltre il PILdell’Unioncamere del Veneto in collaborazione con Università Cà Foscari e la Regione del Veneto si vede come alcune delle Regioni con i dati più alti, nell’indicatore disoccupazione/emigrazione, siano contemporaneamente in alto nel benessere (il quadrato cresce al degradare dell’indicatore, le regioni sono in ordine di benessere). L’Emilia Romagna, ad esempio, è al terzo posto, con punteggio scadente solo (probabilmente non a caso) nella “sicurezza”. Punteggio nel quale, vorrei far notare, si piazzano male tutte le regioni della parte alta della classifica.

Viceversa, alcune delle regioni nelle quali gli indicatori “lavoro”, “benessere materiale” (che vanno sempre insieme, comprensibilmente), e “salute”, “uso del tempo”, “relazioni sociali” sono peggiori (come la Sicilia, la Puglia, la Campania, la Calabria, la Sardegna, la Basilicata) sono generalmente (salvo alcune provincie) in posizione migliore, quanto a combinazione di incremento di disoccupazione ed emigrazione. Dato che, com’è noto, la disoccupazione è alta ed è cresciuta molto, ciò vorrebbe dire che si emigra di meno. Anche l’indicatore “sicurezza” è sorprendentemente basso.

Cambiando punto di osservazione l’Istituto Federale di Statistica Destatis, in Germania, ha dichiarato che l’immigrazione è aumentata del 40% in un anno (dal 2012 al 2013). Si parla di un milione di lavoratori (mentre l’occupazione è aumentata di “sole” 230.000 unità; la metà dell’anno precedente), in particolare dalla Polonia (180.000), Romania, Bulgaria e Ungheria, come da tradizione, ma anche da Spagna (+45%). Grecia e Portogallo (+43%) ed Italia (+40%). In termini numerici, insomma l’immigrazione è prevalente, come dall’unificazione in poi, dai paesi dell’Est (e va ad ingrossare le fila dei lavoratori sottopagati ed a comprimere il mercato del lavoro “povero” tedesco, contribuendo a tenere basso il potere negoziale dei lavoratori a bassa qualifica), ma in termini percentuali invece esplode quella dal sud Europa.

Nella carta di Limes (2012, su dati 2011), si vede come i flussi tradizionali interessino i paesi dell’est e solo marginalmente l’Unione Europea. Complessivamente affluivano da tutta l’Europa poco più di quel che è arrivato dalla sola Italia nel 2013.
Ma quest’ultima è soprattutto un’emigrazione qualificata; più precisamente dall’Italia sono emigrate 42.000 persone nel 2013, e per lo più in possesso di un’alta qualifica culturale e professionale. Questo fa molto bene alla Germania, come abbiamo già visto, e molto male all’Italia (come stiamo vedendo, e vedremo). Tra l’altro l’Istituto di Statistica evidenzia che gli immigrati dall’Italia sono mediamente di dieci anni più giovani dei corrispondenti nativi tedeschi che emigrano in cerca di maggiori salari. Infatti, come messo in evidenza da Springstein, ci sono due flussi contemporanei, determinati entrambi dall’offerta di lavoro a basso costo; i giovani ad alta scolarizzazione affluiscono e i tedeschi di pari istruzione, emigrano per cercare di migliorare (in Olanda, Paesi Bassi, Svizzera).  Ciò contribuisce a tenere bassa la pressione per i miglioramenti salariali, a vantaggio dei datori di lavoro (che hanno personale disponibile di qualità a basso costo).

Nel modello rivolto all’esportazione tedesco c’è anche questo. Si prendono più pesci con una sola esca: l’industria che produce beni “tradable” riesce a essere molto competitiva sul prezzo perché i costi di produzione sono bassi (e la moneta sottovalutata, rispetto alla forza del paese); questi sono tenuti bassi da costi del lavoro contenuti e mercato interno relativamente depresso, quindi inflazione bassa rispetto ai concorrenti; la crescita dell’occupazione (che potrebbe saturare l’offerta e quindi spostare i rapporti di forza) non produce la tendenza all’incremento dei salari perché i lavoratori che vogliono migliore trattamento emigrano e sono sostituiti da giovani qualificati (i salari sono aumentati, in termini reali di un modesto 0,5%, a fronte di una crescita dello 0,7%; presumibilmente sono quindi rimasti stabili per rapporto alla produttività).
E’ chiaro che ci sono alcune condizioni: una moneta sottovalutata (in senso relativo); un’inflazione bassa; crisi del mercato del lavoro nei paesi ad alta istruzione dai quali far arrivare i “lavoratori di sostituzione”. Le condizioni attuali.
Comunque in Germania l’Istituto ci dice che la disoccupazione è stata limata, dal 5,3% al 5,2%, con ca 2.3 milioni di disoccupati (su 44 milioni di “disponibili”). Questi ultimi sono aumentati di 196.000 unità. Dei 230.000 nuovi occupati, la metà (122.000) è andata a servizi alle imprese, mentre quasi 100.000 al settore pubblico (istruzione, sanità e servizi). In sostanza ferma l’industria (+0,2%).

Cerchiamo ora di individuare qualche conclusione: l’assetto che prende la situazione (indipendentemente da quanto sia stato “progettato”) favorisce nel breve termine la Germania in più modi. Questo rende obiettivamente difficile rinunciarvi.
La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, al Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013 organizzato dal quotidiano Sueddeutche Zeitung, ha detto che «Non è possibile assolutamente - suscitando l'ovazione dalla platea - ridurre artificialmente il grado di competitività raggiunta dalla Germania» in riferimento alla procedura aperta dall’Unione Europea per esportazioni eccessive (ai sensi dei Trattati che tanto ostinatamente si vuole interpretare alla lettera quando riguardano altri) e che dunque, per questo, sarebbe meglio «non porsi il problema guardando soltanto le cose dal punto di vista europeo ma guardare anche alle grandi sfide della competitività a livello globale, andando al di là dei nostri confini».
Traduciamo: la Germania considera che la competitività raggiunta sia “naturale” (per meglio dire, come tale viene “venduta” dai politici tedeschi agli elettori; questo è un discorso in pubblico) e l’orizzonte al quale “guardare” non è l’interesse dell’Europa, ma della competizione tedesca con USA, Cina, e paesi emergenti. In sostanza, l’idea è di usare l’Europa per guadagnare una forza competitiva da usare (in prospettiva individuale) “contro” (questo significa “competere”) i paesi extraeuropei.

Oltre alle considerazioni di scenario (sui quali torneremo) internazionale, che rendono poco probabile tale percorso solitario della Germania, sarebbe il caso di interrogarci su questo atteggiamento. Se la Germania insiste sul modello “impoverisci il vicino” (che siamo noi), e con tanta franchezza rifiuta di assumere una prospettiva cooperativa non appena sfiora i suoi interessi a breve termine, perché stare insieme?


Questa domanda sarà al centro delle elezioni di maggio.


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