Dal blog Voci
dall’Estero (un blog vivamente consigliato) la traduzione
del pezzo sul Bollettino
di gennaio, nel quale la Banca Centrale tedesca propone che, in caso di
rischio imminente di default del debito sovrano di uno Stato (ed è naturale
pensare a Grecia, Spagna e alla stessa Italia) siano i patrimoni immobiliari ad
essere coinvolti, tramite una tassa
patrimoniale straordinaria.
E’ abbastanza interessante seguire il ragionamento
della Banca Centrale tedesca, perché espressivo della paralisi attuale e delle
alternative (che appunto esclude), e in seguito chiederci quale sia la “partita”
in corso.
Il testo avvia la sua proposta riassumendo quelli che
individua come gli essenziali “principi dell’economia di mercato”:
- Sono gli Stati membri ad essere responsabili “delle proprie politiche fiscali ed economiche”;
- Quindi l'assunzione di responsabilità per i debiti di altri Stati membri, da parte degli altri o delle istituzioni europee comuni, “è in gran parte esclusa”;
- ed è vietato [dai Trattati] il finanziamento dei governi attraverso la politica monetaria unica.
La funzione di questi limiti (che operano, giova
subito ricordarlo, nel contesto dell'Euro che sottrae agli Stati
la leva monetaria, e tramite questa elimina essenziali strumenti di governo del
debito), è “garantire che la responsabilità ed il controllo siano tra loro collegati, in quanto, in prima istanza, sono i contribuenti dei rispettivi Stati membri
che hanno la responsabilità del loro debito sovrano nazionale”.
Ma richiama anche (ed all’inizio) la situazione reale,
nella quale lo stato di “crisi del debito sovrano” (e già questa limitata
definizione di campo è indicativa) genera ricorrenti dubbi sulla capacità degli
Stati di “servire il debito pubblico”, e della volontà e capacità di attuare “le
misure necessarie a livello politico”. Sottolineo la frase che la Bundesbank
usa (“individual euro-area member states are capable of servicing their
government debt”), perché ci abituiamo a formule dense di significati
impliciti: <lo stato che serve il
debito>, cioè che è ad esso soggetto, subordinato, e quindi controllato,
indirizzato, orientato. Quindi lo Stato, che attraverso il debito, serve i
creditori.
Questi dubbi hanno portato alcune conseguenze
tecniche, nel quadro dell’economia di mercato: l’aumento (a volte brusco) dei “premi
al rischio” (cioè dei tassi e degli spread) e il giudizio negativo delle
Agenzie di Rating.
Sono queste conseguenze, nella ricostruzione che viene
fatta, che hanno “indotto l'area dell'euro a concordare varie misure
di assistenza”. Misure che, di questo la Bundesbank si lamenta come è noto
in tutte le sedi da anni, “comportano una sostanziale mutualizzazione dei
rischi di insolvenza degli Stati senza essere controbilanciate da
un corrispondente trasferimento di poteri sovrani a livello centrale”. La
posizione storica della Banca Centrale tedesca, che già negli anni novanta chiese
a più riprese che l’unificazione monetaria fosse preceduta dall’unificazione
politica, o almeno che fossero contestuali, riemerge in questa impostazione.
La soluzione è richiamarsi alla responsabilità
nazionale, e implementare un sistema a due livelli (o stadi): quando si
verificano “problemi di solvibilità” (cioè
capacità di onorare il debito, pagando i relativi interessi o rimborsando alle
scadenze le cedole) non superabili ovviamente alla fine i creditori dovrebbe essere
chiamati a sopportare il rischio finanziario delle loro stesse
decisioni di investimento; ma solo “in seconda istanza”. Questa è, infatti, l’ipotesi “default”
(nella quale i creditori sono penalizzati ed il debito non viene “servito”).
Prima devono intervenire i contribuenti. Infatti, “un
principio fondamentale del quadro attuale di governance dell'UEM è che uno stato membro che stia
attraversando una crisi deve utilizzare pienamente le sue stesse risorse
e capacità disponibili al fine di ripristinare la fiducia nella sostenibilità
delle sue finanze pubbliche”. In ultima istanza, e solo “come eccezione”, possono essere implementati “programmi di aggiustamento economico finanziati
dai contribuenti di altri Stati membri”; cioè nel caso in cui sia in grave
pericolo la stabilità finanziaria della zona euro nel suo insieme.
Quel che la Bundesbank esclude in
modo assoluto è la soluzione dell’ “alleggerimento (reale) del debito
attraverso una maggiore inflazione”. Questa soluzione, nella Storia ampiamente
praticata, e suggerita come parte di un pacchetto da molti economisti mondiali,
è “fuori discussione”, a causa del “mandato per la stabilità
dell'Eurosistema”, che ha la BCE dai Trattati.
In definitiva la Banca Centrale tedesca
propone:
[1] “in primo luogo di abbattere il debito
pubblico mobilitando le attività di proprietà pubblica attraverso
misure di privatizzazione”.
[2] in secondo, se ancora
necessario, di aggiungere “un contributo da parte di attività private
già esistenti, allo scopo di scongiurare la minaccia di un default sovrano”
(e dunque la perdita dei creditori).
Vale a dire chiede di operare nei paesi
coinvolti (ad esempio in Italia) “un prelievo una tantum sulla ricchezza netta
privata interna”; cioè “un'imposta patrimoniale una tantum” .
Questa soluzione sarebbe, secondo l'istituzione tedesca, preferibile
ad un ulteriore incremento della tassazione sui consumi o sul reddito, che
avrebbe conseguenze economiche peggiori e “potrebbe
essere considerato impossibile da far accettare”.
Come alternativa ad un default
sovrano questo prelievo si configurerebbe come “una redistribuzione di
ricchezza una tantum dal settore privato al settore pubblico
all'interno del paese in questione”, e faciliterebbe
“una diminuzione relativamente rapida e significativa del livello del
debito sovrano e il ripristino più rapido della fiducia sulla
sostenibilità del debito pubblico (e sul servizio del debito del paese)”. In
altre parole, si avrebbe una redistribuzione dalla ricchezza risparmiata ed
accumulata verso i creditori del debito pubblico, cioè “dal servitore al
padrone”.
Chiaramente l'operazione andrebbe fatta di colpo
e nell’ambito di un “pacchetto” di riforme a garanzia della irripetibilità e di
natura compensativa. La Banca propone di presentare la cosa come “uno strumento
di redistribuzione del reddito, che vale a integrare gli sforzi
di austerità, che assicura che gli individui ricchi si assumano una
quota maggiore dell'onere dell'aggiustamento”, e di accompagnarle con “la
concessione di franchigie fiscali” e modulando opportunamente l'imposta
(immagino rispetto all’uso –prima, seconda casa-, al valore –“lusso” o meno- e
alla destinazione –produttiva o no-).
Nel prosieguo sottolinea gli effetti
positivi, rispetto allo scenario alternativo del default (non pagare i creditori,
e quindi tradire il “servizio” del debito), e anche rispetto alla
responsabilizzazione per il “perseguimento di una politica di bilancio sana nel futuro” determinata dalla consapevolezza che il “costo del perseguire politiche
sbagliate non può essere scaricato sui contribuenti di altri
paesi”.
Il rapporto tra Stati Sovrani ed i creditori del loro debito, è sempre stato nella storia un rapporto complesso;
nel quale trova spazio la dinamica servo-padrone tipica del debito (con il
rovesciamento potenziale della forza quando il “servo” diventa indispensabile
al “padrone”, se ne rendono entrambi conto, ed entrambi lo sanno), con la
differenza importante che lo Stato ha il monopolio della forza. Dunque il “servo”
è armato. Il rapporto è sempre stato nella storia ambivalente e complesso. I
banchieri (ad esempio i banchieri tedeschi, o italiani, che prestarono i soldi
al re di Francia, fallendo al suo rifiuto di ripagare il debito) disponevano
dell’arma di non rinnovare nuovi prestiti (spesso spuntata) ma non di quella di
fare pressioni sugli Stati forti. Naturalmente c’è sempre stata la strada di
usare uno Stato più forte per imporre ad uno più debole, tramite la guerra, di
onorare i debiti. Quasi tutte le guerre possono essere ridefinite sulla base di
questa dinamica. E non solo nel passato medioevale.
Abbiamo visto l’uso della cannoniere
nell’età dell’Imperialismo, ma potrebbe essere interrogata anche la seconda
guerra mondiale, in riferimento all’assorbimento di capitali tra Germania e
Stati Uniti nel contesto della fine del Golden Standard (1931-36) e delle spese
per la ricostruzione industriale e militare tedesca. Il vicolo cieco nel quale
l’economia tedesca si dibatteva e che prese la strada della scorciatoia
militare (verso la quale militavano anche ragioni ideologiche e di equilibrio
del consenso di regime).
Nel contesto della soluzione
liberale, che è stata implementata nei Trattati Europei, troviamo un orientamento
a rafforzare il legame “servo-padrone”, a tutto vantaggio del “padrone”. Cioè
lo sforzo pluridecennale di impedire al “servo” di usare le sue fonti di forza
negoziale. Il default è fuori discussione, la diluizione è impedita dalla perdita
di sovranità monetaria.
A questo punto, presa nel suo stesso labirinto, la Banca Centrale propone di
sacrificare le elité dal suo punto di vista più disfunzionali. I patrimoni
immobilizzati nei beni fissi. In modo da spostare questa ricchezza ferma (la cui
mobilitazione, correttamente, potrebbe richiedere molti anni) nel circuito
finanziario intermediato dal sistema bancario (il debito è negoziato in esso e
rappresenta alimentazione essenziale, da sempre, del sistema finanziario).
A ben vedere
questo labirinto ci contiene tutti.
Un recente Paper di Claudio Borio, riportato
nel blog The Walking Debt, di Maurizio Sgroi, viene messo in dubbio che il
sistema delle Banche Centrali abbia mantenuto le sue promesse di stabilità e
crescita (data l’evidente instabilità tendenziale del sistema finanziario ed i
costi giganteschi, in termini di crescita, che sono determinati dalla battaglia
per contenerla). Si ricorda che il sistema delle Banche Centrali (con la loro
difesa indipendenza), che ricevono dagli Stati l’affido del potere essenziale
di generare “moneta fiduciaria” (e ormai, dalla fine del Golden Standard, solo
tale), sta perdendo la sua battaglia contro l’instabilità.
Dalla crisi del 2008, la minaccia è
diventata talmente ampia da costringere le Banche Centrali più libere (FED,
Banca d’Inghilterra e del Giappone) a creare enormi masse monetarie aggiuntive
che oggi si spostano come un carico mal fissato nella tolda di una nave,
generando contraccolpi violentissimi (ed appena iniziati) in mezzo mondo.
Contraccolpi che potrebbero indurre ad un recupero di sovranità (sotto la
spinta della rabbia popolare) ed al nuovo innalzamento di barriere protettive
tra i paesi “fragili” (tra i quali dobbiamo annoverare i BRIC) e quelli “core”
(un termine che sembrava superato, ma prematuramente). Oppure potrebbe rispolverare le cannoniere.
La questione, dal punto di vista
delle Banche Centrali (secondo una applicazione del motto <primum
vivere>) è che gli Stati devono fare i “compiti a casa”. Cioè pagare da
bravi tutti i loro debiti, sempre e comunque. Anche se dovesse comportare
mettere alla fame le popolazioni e anche se il creditore si è già fatto abbondantemente
pagare il suo rischio (che a questo servono gli interessi). L’alternativa (repressione
finanziaria e inflazione) contraddice infatti la loro ragione di esistenza e danneggia
tutti i loro stakehoders. Tra questi le Banche Private, che potrebbero essere
massicciamente coinvolte nella svalutazione del debito. Di qui molte
conseguenze non volute, tra cui la spinta difensiva ad accumulare riserve che
genera la riduzione della Massa Monetaria M3 (cioè il cosiddetto “Credit Crunch”).
Espressione del labirinto è che l’indisponibilità crescente delle Banche Private
ad utilizzare la liquidità che raccolgono dai risparmiatori per impieghi
produttivi (cioè per prestarla) è una delle più potenti retroazioni che crea
stagnazione, crollo della domanda, degli investimenti ed instabilità.
La perdita di credibilità che
potrebbe coinvolgere le Banche Centrali (e per prima la BCE che non ha uno
Stato e gioca una partita delicatissima) nel compito pubblico che hanno assunto
di stabilizzare il mondo, cioè i prezzi ed i mercati, avrebbe conseguenze di
grandissima portata.
Come dice giustamente Sgroi, un “ritorno al futuro”.
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