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giovedì 30 gennaio 2014

Bundesbank nel suo labirinto : Patrimoniale o default



Dal blog Voci dall’Estero (un blog vivamente consigliato) la traduzione del pezzo sul Bollettino di gennaio, nel quale la Banca Centrale tedesca propone che, in caso di rischio imminente di default del debito sovrano di uno Stato (ed è naturale pensare a Grecia, Spagna e alla stessa Italia) siano i patrimoni immobiliari ad essere coinvolti, tramite una tassa patrimoniale straordinaria.

E’ abbastanza interessante seguire il ragionamento della Banca Centrale tedesca, perché espressivo della paralisi attuale e delle alternative (che appunto esclude), e in seguito chiederci quale sia la “partita” in corso.

Il testo avvia la sua proposta riassumendo quelli che individua come gli essenziali “principi dell’economia di mercato”:
  1.       Sono gli Stati membri ad essere responsabili “delle proprie politiche fiscali ed economiche”;
  2.        Quindi l'assunzione di responsabilità per i debiti di altri Stati membri, da parte degli altri o delle istituzioni europee comuni, “è in gran parte esclusa”;
  3.        ed è vietato [dai Trattati] il finanziamento dei governi attraverso la politica monetaria unica.


La funzione di questi limiti (che operano, giova subito ricordarlo, nel contesto dell'Euro che sottrae agli Stati la leva monetaria, e tramite questa elimina essenziali strumenti di governo del debito), è “garantire che la responsabilità ed il controllo siano tra loro collegati, in quanto, in prima istanza, sono i contribuenti dei rispettivi Stati membri che hanno la responsabilità del loro debito sovrano nazionale”.

Ma richiama anche (ed all’inizio) la situazione reale, nella quale lo stato di “crisi del debito sovrano” (e già questa limitata definizione di campo è indicativa) genera ricorrenti dubbi sulla capacità degli Stati di “servire il debito pubblico”, e della volontà e capacità di attuare “le misure necessarie a livello politico”. Sottolineo la frase che la Bundesbank usa (“individual euro-area member states are capable of servicing their government debt”), perché ci abituiamo a formule dense di significati impliciti: <lo stato che serve il debito>, cioè che è ad esso soggetto, subordinato, e quindi controllato, indirizzato, orientato. Quindi lo Stato, che attraverso il debito, serve i creditori.
Questi dubbi hanno portato alcune conseguenze tecniche, nel quadro dell’economia di mercato: l’aumento (a volte brusco) dei “premi al rischio” (cioè dei tassi e degli spread) e il giudizio negativo delle Agenzie di Rating.
Sono queste conseguenze, nella ricostruzione che viene fatta, che hanno “indotto l'area dell'euro a concordare varie misure di assistenza”. Misure che, di questo la Bundesbank si lamenta come è noto in tutte le sedi da anni, “comportano una sostanziale mutualizzazione dei rischi di insolvenza degli Stati senza essere controbilanciate da un corrispondente trasferimento di poteri sovrani a livello centrale”. La posizione storica della Banca Centrale tedesca, che già negli anni novanta chiese a più riprese che l’unificazione monetaria fosse preceduta dall’unificazione politica, o almeno che fossero contestuali, riemerge in questa impostazione.

La soluzione è richiamarsi alla responsabilità nazionale, e implementare un sistema a due livelli (o stadi): quando si verificano “problemi di solvibilità” (cioè capacità di onorare il debito, pagando i relativi interessi o rimborsando alle scadenze le cedole) non superabili ovviamente alla fine i creditori dovrebbe essere chiamati a sopportare il rischio finanziario delle loro stesse decisioni di investimento; ma solo “in seconda istanza”. Questa è, infatti, l’ipotesi “default” (nella quale i creditori sono penalizzati ed il debito non viene “servito”).
Prima devono intervenire i contribuenti. Infatti, “un principio fondamentale del quadro attuale di governance dell'UEM è che uno stato membro che stia attraversando una crisi deve utilizzare pienamente le sue stesse risorse e capacità disponibili al fine di ripristinare la fiducia nella sostenibilità delle sue finanze pubbliche”. In ultima istanza, e solo “come eccezione”, possono essere implementati “programmi di aggiustamento economico finanziati dai contribuenti di altri Stati membri”; cioè nel caso in cui sia in grave pericolo la stabilità finanziaria della zona euro nel suo insieme. 
Quel che la Bundesbank esclude in modo assoluto è la soluzione dell’ “alleggerimento (reale) del debito attraverso una maggiore inflazione”. Questa soluzione, nella Storia ampiamente praticata, e suggerita come parte di un pacchetto da molti economisti mondiali, è “fuori discussione”, a causa del “mandato per la stabilità dell'Eurosistema”, che ha la BCE dai Trattati.


In definitiva la Banca Centrale tedesca propone:
[1] “in primo luogo di abbattere il debito pubblico mobilitando le attività di proprietà pubblica attraverso misure di privatizzazione”.
[2] in secondo, se ancora necessario, di aggiungere “un contributo da parte di attività private già esistenti, allo scopo di scongiurare la minaccia di un default sovrano” (e dunque la perdita dei creditori).

Vale a dire chiede di operare nei paesi coinvolti (ad esempio in Italia) “un prelievo una tantum sulla ricchezza netta privata interna”; cioè “un'imposta patrimoniale una tantum” .

Questa soluzione sarebbe, secondo l'istituzione tedesca, preferibile ad un ulteriore incremento della tassazione sui consumi o sul reddito, che avrebbe conseguenze economiche peggiori e “potrebbe essere considerato impossibile da far accettare”.
Come alternativa ad un default sovrano questo prelievo si configurerebbe come “una redistribuzione di ricchezza una tantum dal settore privato al settore pubblico all'interno del paese in questione”, e  faciliterebbe “una diminuzione relativamente rapida e significativa del livello del debito sovrano e il ripristino più rapido della fiducia sulla sostenibilità del debito pubblico (e sul servizio del debito del paese)”. In altre parole, si avrebbe una redistribuzione dalla ricchezza risparmiata ed accumulata verso i creditori del debito pubblico, cioè “dal servitore al padrone”.
Chiaramente l'operazione andrebbe fatta di colpo e nell’ambito di un “pacchetto” di riforme a garanzia della irripetibilità e di natura compensativa. La Banca propone di presentare la cosa come “uno strumento di redistribuzione del reddito, che vale a integrare gli sforzi di austerità, che assicura che gli individui ricchi si assumano una quota maggiore dell'onere dell'aggiustamento”, e di accompagnarle con “la concessione di franchigie fiscali” e modulando opportunamente l'imposta (immagino rispetto all’uso –prima, seconda casa-, al valore –“lusso” o meno- e alla destinazione –produttiva o no-).

Nel prosieguo sottolinea gli effetti positivi, rispetto allo scenario alternativo del default (non pagare i creditori, e quindi tradire il “servizio” del debito), e anche rispetto alla responsabilizzazione per il “perseguimento di una politica di bilancio sana nel futuro” determinata dalla consapevolezza che il “costo del perseguire politiche sbagliate non può essere scaricato sui contribuenti di altri paesi”.


Il rapporto tra Stati Sovrani ed i creditori del loro debito, è sempre stato nella storia un rapporto complesso; nel quale trova spazio la dinamica servo-padrone tipica del debito (con il rovesciamento potenziale della forza quando il “servo” diventa indispensabile al “padrone”, se ne rendono entrambi conto, ed entrambi lo sanno), con la differenza importante che lo Stato ha il monopolio della forza. Dunque il “servo” è armato. Il rapporto è sempre stato nella storia ambivalente e complesso. I banchieri (ad esempio i banchieri tedeschi, o italiani, che prestarono i soldi al re di Francia, fallendo al suo rifiuto di ripagare il debito) disponevano dell’arma di non rinnovare nuovi prestiti (spesso spuntata) ma non di quella di fare pressioni sugli Stati forti. Naturalmente c’è sempre stata la strada di usare uno Stato più forte per imporre ad uno più debole, tramite la guerra, di onorare i debiti. Quasi tutte le guerre possono essere ridefinite sulla base di questa dinamica. E non solo nel passato medioevale.
Abbiamo visto l’uso della cannoniere nell’età dell’Imperialismo, ma potrebbe essere interrogata anche la seconda guerra mondiale, in riferimento all’assorbimento di capitali tra Germania e Stati Uniti nel contesto della fine del Golden Standard (1931-36) e delle spese per la ricostruzione industriale e militare tedesca. Il vicolo cieco nel quale l’economia tedesca si dibatteva e che prese la strada della scorciatoia militare (verso la quale militavano anche ragioni ideologiche e di equilibrio del consenso di regime).

Nel contesto della soluzione liberale, che è stata implementata nei Trattati Europei, troviamo un orientamento a rafforzare il legame “servo-padrone”, a tutto vantaggio del “padrone”. Cioè lo sforzo pluridecennale di impedire al “servo” di usare le sue fonti di forza negoziale. Il default è fuori discussione, la diluizione è impedita dalla perdita di sovranità monetaria.

A questo punto, presa nel suo stesso labirinto, la Banca Centrale propone di sacrificare le elité dal suo punto di vista più disfunzionali. I patrimoni immobilizzati nei beni fissi. In modo da spostare questa ricchezza ferma (la cui mobilitazione, correttamente, potrebbe richiedere molti anni) nel circuito finanziario intermediato dal sistema bancario (il debito è negoziato in esso e rappresenta alimentazione essenziale, da sempre, del sistema finanziario).

A ben vedere questo labirinto ci contiene tutti.

Un recente Paper di Claudio Borio, riportato nel blog The Walking Debt, di Maurizio Sgroi, viene messo in dubbio che il sistema delle Banche Centrali abbia mantenuto le sue promesse di stabilità e crescita (data l’evidente instabilità tendenziale del sistema finanziario ed i costi giganteschi, in termini di crescita, che sono determinati dalla battaglia per contenerla). Si ricorda che il sistema delle Banche Centrali (con la loro difesa indipendenza), che ricevono dagli Stati l’affido del potere essenziale di generare “moneta fiduciaria” (e ormai, dalla fine del Golden Standard, solo tale), sta perdendo la sua battaglia contro l’instabilità.
Dalla crisi del 2008, la minaccia è diventata talmente ampia da costringere le Banche Centrali più libere (FED, Banca d’Inghilterra e del Giappone) a creare enormi masse monetarie aggiuntive che oggi si spostano come un carico mal fissato nella tolda di una nave, generando contraccolpi violentissimi (ed appena iniziati) in mezzo mondo. Contraccolpi che potrebbero indurre ad un recupero di sovranità (sotto la spinta della rabbia popolare) ed al nuovo innalzamento di barriere protettive tra i paesi “fragili” (tra i quali dobbiamo annoverare i BRIC) e quelli “core” (un termine che sembrava superato, ma prematuramente). Oppure potrebbe rispolverare le cannoniere.

La questione, dal punto di vista delle Banche Centrali (secondo una applicazione del motto <primum vivere>) è che gli Stati devono fare i “compiti a casa”. Cioè pagare da bravi tutti i loro debiti, sempre e comunque. Anche se dovesse comportare mettere alla fame le popolazioni e anche se il creditore si è già fatto abbondantemente pagare il suo rischio (che a questo servono gli interessi). L’alternativa (repressione finanziaria e inflazione) contraddice infatti la loro ragione di esistenza e danneggia tutti i loro stakehoders. Tra questi le Banche Private, che potrebbero essere massicciamente coinvolte nella svalutazione del debito. Di qui molte conseguenze non volute, tra cui la spinta difensiva ad accumulare riserve che genera la riduzione della Massa Monetaria M3 (cioè il cosiddetto “Credit Crunch”). Espressione del labirinto è che l’indisponibilità crescente delle Banche Private ad utilizzare la liquidità che raccolgono dai risparmiatori per impieghi produttivi (cioè per prestarla) è una delle più potenti retroazioni che crea stagnazione, crollo della domanda, degli investimenti ed instabilità.

La perdita di credibilità che potrebbe coinvolgere le Banche Centrali (e per prima la BCE che non ha uno Stato e gioca una partita delicatissima) nel compito pubblico che hanno assunto di stabilizzare il mondo, cioè i prezzi ed i mercati, avrebbe conseguenze di grandissima portata.

Come dice giustamente Sgroi, un “ritorno al futuro”.

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